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Abbiamo visto “D’Istruzione pubblica”, ecco cosa ne pensiamo

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Partiamo da un dato: il documentario di Mirko Melchiorre e Federico Greco sulla scuola è un piccolo successo cinematografico, se rapportato al costo del film e allo scarsissimo appeal che ha il soggetto – la scuola pubblica italiana – tra il pubblico pagante. Le proiezioni, spesso organizzate dal basso, da singoli docenti, reti sindacali o circuiti militanti, hanno finora attirato e attirano centinaia di spettatori, per la maggioranza docenti e in secondo luogo studenti. 

E qui sta il suo merito maggiore, che viene fin troppo poco sottolineato dalle numerose – a volte giustificate, a volte meno – critiche: il film sta contribuendo a riattivare un dibattito politico tra insegnanti, che non si limita ad illuminare aspetti particolari della professione – l’aumento in busta-paga, il punteggio, la data del concorso, il ricorso, la mobilità, il TFA etc. – ma investe la funzione che la scuola ha assunto nella società negli ultimi 30 anni. Un dibattito quanto mai necessario, e senza il quale nessuna organizzazione e nessuna trasformazione della scuola che coinvolga appieno i suoi soggetti può essere possibile. 

Questo piccolo risultato è certamente frutto di un tempismo felice. Arriva infatti a valle delle mobilitazioni autunnali sulla Palestina, le quali hanno riattivato la conflittualità politica in una categoria docente altrimenti mansueta, hanno rafforzato nella categoria la presenza del sindacalismo conflittuale – a partire da Usb – ed hanno quindi prodotto le condizioni per una fruizione più attenta e partecipata di un documentario politico sull’istruzione pubblica.

C’è poi il film in sé, la cui struttura è duale: da un lato si segue l’anno scolastico dell’Istituto Comprensivo “Sibilla Aleramo” di Torino e del suo preside, Lorenzo Varaldo. Dall’altro lato, affianco alle scene girate in classe, si affiancano gli interventi di esperti noti e meno noti dell’istruzione pubblica. Si va dai teorici Nico Hirtt, Massimo Baldacci, Miguel Benayasag e Clara Mattei, ad attivisti ed esperti del settore, spesso di estrazione diversa e, per chi ne conosce le tesi e le posizioni politiche, contraddittoria. Le due vicende si intrecciano con un buon ritmo, dando al documentario la struttura del film di denuncia che si snoda per tesi. Proviamo ad analizzarle separatamente, prima di riannodarle in un giudizio critico complessivo. 

Un pregio: il problema della scuola non è (solo) Valditara

Un pregio del film è certamente quello di guardare alle controriforme della scuola degli ultimi 30 anni sottolineandone gli aspetti di continuità tra destra e centrosinistra. Si individuano correttamente le “leggi Bassanini” del 1997 – applicate concretamente da Berlinguer – con l’avvio della cosiddetta Scuola dell’Autonomia, come l’inizio della torsione aziendalistica della scuola, proseguita poi da Moratti, Gelmini, Giannini/Renzi etc., fino ad arrivare a Valditara. L’Autonomia ha trasformato i presidi in procacciatori di fondi, favorendo la penetrazione del cosiddetto “stalinismo di mercato”, di cui parlava Mark Fisher, tra le mura scolastiche: le scuole, messe in concorrenza tra di loro, non hanno più come scopo primario la funzione culturale, bensì quello della propria autorappresentazione sul mercato e di fronte alla burocrazia, al fine di reclutare nuovi iscritti e di assicurarsi fondi e progetti. Ovviamente la precondizione di questa messa in concorrenza è stata il definanziamento della scuola, che dalla metà degli anni Novanta vede diminuire di anno in anno la percentuale di Pil ad essa dedicata. Questo aspetto materiale viene fin troppo poco trattato nel film, con il rischio di restare su un piano sovrastrutturale e di prestare più attenzione ai titoli (l’autonomia) che alla situazione concreta (il definanziamento e la messa in concorrenza delle scuole). Ciò induce chi guarda il documentario a individuare un punto nella linea del tempo (il 1997) dopo il quale tutto è male, e prima del quale ovviamente tutto era bene. Non è affatto così.

Un difetto: (non) esiste un’età dell’oro della scuola

Se l’origine di tutti i mali è l’Autonomia scolastica, dunque bisogna tornare al passato. È questa la tesi e insieme la pecca principale del film: quella che individua un’età dell’oro della scuola italiana che però, spoiler, non è mai esistita. Permetteteci qui una digressione storica che chiarisca il senso di questa critica. La scuola italiana è stata fin dalla Legge Casati del 1859 uno strumento di egemonia per l’élite dirigente, ossia da un lato di selezione esclusiva della classe dominante (preferibilmente tra i figli della classe dominante), dall’altro di nazionalizzazione delle masse, ma senza troppa convinzione, perché per decenni dare la scuola elementare ai braccianti e ai contadini – specie quelli del meridione – è stato ritenuto un costo inutile. Quando il sistema produttivo ha richiesto più manodopera qualificata, la spinta alla massificazione del sistema scolastico non ha significato una sua democratizzazione, anzi: la struttura “a canne d’organo” della riforma Gentile, con indirizzi di scarico per il popolo e una ristretta scuola d’élite per i dominanti, è rimasta anche dopo la Liberazione, durante il boom economico, uno strumento per “massificare senza democratizzare”, inculcando al proletariato in crescita i rudimenti del mestiere e dell’obbedienza, il “leggere e far di conto”, e poco altro. Anche qui, senza spendere troppo, data l’arretratezza di una parte del paese, la forte resistenza della chiesa Cattolica alla scuola pubblica e del capitale a base USA a far percorrere ai capitali italiani vie di investimento autonome, e infine data la prevalenza, nella struttura produttiva, di una piccola e media impresa restia all’innovazione.

Se democratizzazione c’è stata, è stata ottenuta non perché prima del 1997 la classe dirigente del paese fosse soggettivamente migliore – come sembra suggerire il documentario –, ma, perché, dall’esterno, incombeva la “minaccia” sovietica, che con un sistema scolastico onnicomprensivo e realmente aperto alle classi popolari era in grado di sfornare fisici e ingegneri a un ritmo sconcertante ed anche, nel 1957, di inviare satelliti in orbita; e perché a partire dal 1959-60 dall’interno del nostro paese veniva una fortissima spinta da parte dei movimenti studenteschi – radicati in particolare nei tecnici e nei professionali –, dei sindacati dei docenti e di una sinistra di classe con un forte radicamento di massa. Ciò ha costretto la borghesia italiana a porsi un punto di compromesso più alto con le classi popolari: la scuola media unica, la legge di liberalizzazione degli accessi universitari, la democratizzazione parziale introdotta con la legge delega del 1973 e i decreti delegati, l’abolizione delle classi differenziali e le politiche di inclusione, i nuovi programmi delle elementari e delle medie, la scuola materna statale, solo per fare alcuni esempi, sono stati ottenuti a costo di grandi battaglie e lotte di massa. 

Il film, che a nostro avviso non storicizza abbastanza, rimuove in parte questo passato, come se la scuola prima dell’Autonomia fosse l’Eldorado – in cui tutti studiavano e i professori erano rispettati nella società e dagli studenti – e non il campo di un conflitto tra una istruzione voluta dai dominanti e frammentata da gerarchie sociali e culturali, e una scuola voluta dai dominati, di massa E di qualità. Un conflitto che non abbiamo vinto e che sicuramente, dagli anni Novanta, ha visto uno sbilanciamento a favore dei dominanti. La sconfitta storica dei socialismi reali e la slavina trasformistica della sinistra italiana post 1989, hanno offerto campo libero alla controffensiva della classe dominante, che ha potuto adattare la scuola alle nuove condizioni di accumulazione in maniera più impattante: l’effetto combinato dell’informatizzazione nell’industria e della crisi industriale, con la conseguente espulsione di forza lavoro e il parallelo aumento della domanda di manodopera a bassa qualificazione, si sono tradotti in tagli a Scuola e Università e in una maggiore biforcazione tra formazione “disinteressata” e formazione professionale, ossia in una selezione di classe più feroce e in una diminuzione dei livelli di apprendimento, che è stata più rapida nelle scuole delle classi popolari. Oggi i professionali, che nella sostanza non hanno mai smesso di essere ghetti scolastici, rischiano di diventarlo anche dal punto di vista formale grazie alla sciagurata riforma dei tecnici e del 4+2

Nel documentario questo conflitto tra scuola classista e scuola di tutte e tutti, che ha attraversato l’istruzione italiana per oltre 160 anni, semplicemente non c’è. O meglio: esso da un lato viene solamente evocato attraverso le belle immagini delle manifestazioni contro la Buona Scuola o l’alternanza scuola lavoro, ma in maniera disorganica, senza dare voce ai suoi protagonisti, come un sintomo e un aspetto del malfunzionamento della scuola del “post – Autonomia”. Dall’altro lo ritroviamo nella testimonianza del preside Lorenzo Varaldo, vero protagonista del film, che è però rappresentata come la resistenza del “reduce” asserragliato nel “suo” istituto torinese, il quale ha resistito al “nuovo” dell’Autonomia e della Didattica per Competenze e si è ricavato una nicchia di passato in una scuola ormai allo sbando. 

Sarebbe forse stato più utile, per creare un ponte tra passato e futuro, mettere maggiormente l’accento da un lato sulle permanenze delle spinte democratizzanti del passato che la controparte non è riuscita a smantellare (la scuola dell’infanzia pubblica; il lavoro d’équipe alle elementari;  degli elementi di democrazia e di autogoverno nelle scuole – organi collegiali, assemblee di istituto, rappresentanze studentesche e dei docenti – ; le esperienze della pedagogia più avanzata , una struttura potenzialmente inclusiva del sostegno; una certa libertà di sperimentazione didattica e una apertura almeno formale degli accessi all’istruzione superiore). Dall’altro sulle rivendicazioni e sulle richieste che emergono dalle lotte – certamente più disperse che nel passato – di oggi, dando voce ai soggetti reali – in particolare gli studenti – comparse più che protagonisti del documentario.

La scuola di tutte e tutti – e dunque inclusiva – è stata una battaglia dei nostri e non una congiura del potere

Fin qui il giudizio emerso è quello di un documentario un po’ passatista, che espunge il carattere classista e conflittuale della scuola, ma solleva legittimi interrogativi su cosa questa sia diventata negli ultimi Trent’anni. Senonché, a dare una sponda alle critiche negative è la polemica – questa sì, che cede al rossobrunismo – contro la pedagogia tout court. È questa decisamente la parte peggiore del prodotto, in cui il difetto di storicizzazione diventa puro anacronismo: a guardare la pellicola sembra che sia stato Rousseau con l’Emilio del 1762 l’ideatore della Didattica per Competenze. 

Andiamo con ordine: in primo luogo, dal punto di vista degli autori del film sembra che la Didattica per Competenze – che ha i suoi lati problematici ed ha effettivamente ridotto il peso delle “conoscenze”, ossia dei contenuti culturali, all’interno della programmazione didattica e del dibattito educativo – sia egemonica all’interno della scuola. Evidentemente chi pensa questo non ha mai messo piede in un’aula scolastica e non conosce la “vischiosità” e la riluttanza alle innovazioni della classe docente italiana, dando di conseguenza troppo peso a innovazioni sovrastrutturali che hanno dato un contributo relativo alla diminuzione dei livelli di apprendimento scolastico. 

In secondo luogo, si fa di tutta un’erba un fascio. Per salvare la tradizionale lezione frontale – che, sia detto per inciso, può essere fatta in modi molto diversi – dalle modalità spesso eccessivamente facilitanti della Didattica per Competenze, o, peggio, dalle aberrazioni dell’alternanza scuola lavoro e dell’orientamento al lavoro che dominano le programmazioni odierne, si attacca frontalmente tutta la storia della pedagogia. Si perde cioè la complessità, il fatto che la stessa pedagogia sia stata un campo di conflitto in cui i nostri hanno giocato un ruolo positivo, lottando contro impostazioni ordinamentali classiste – e anche contro un senso comune docente che tendeva semplicemente a escludere le classi popolari dai codici culturali della borghesia –, ma senza per questo cedere a tendenze descolarizzanti o alla facilitazione eccessiva degli apprendimenti per alunni poco abituati allo studio. Pensiamo solo all’importanza che hanno avuto nel dibattito intellettuali e pedagogisti come Gramsci, Freire, Don Milani, Makarenko, Vygotskij, Freinet, Montessori, Dewey, Lodi, Ciari o Malaguzzi, per citarne alcuni.

Così facendo il documentario assume il senso comune della destra reazionaria, per cui tutta la pedagogia e tutto ciò che ha provato a rompere con la scuola-carcere, autoritaria, bigotta, classista ed escludente, sia stata un complotto delle classi dominanti per ridurre i livelli di apprendimento, e solo il ritorno alla tradizione ci può salvare.

Che la scuola fosse un apparato di egemonia e di dominio era vero ieri come oggi. Pur sollevando importanti interrogativi – che però non vengono approfonditi – la falsa scelta che ci pone il documentario è quella tra passato e futuro, tra tradizione e innovazione, tra pedagogia e lezione frontale, il che non può che portare a un pensiero nostalgico, passatista e dunque all’immobilismo. Noi pensiamo invece che, a partire da un’analisi concreta della situazione concreta, occorra ricostruire le condizioni della lotta, che, ieri come oggi, vuole realizzare la funzione culturale ed emancipativa della scuola. A partire dagli strumenti di analisi in mano ai soggetti reali di questo cambiamento, ossia docenti e studenti. Non ci sottrarremo a questo compito. 

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