Le destre negli ultimi 15 anni si stanno evolvendo in senso si politico che narrativo. Sembra di guardare Dragon Ball alle 13:30 di ritorno da scuola, con davanti uno di quei goduriosi piatti anni ‘90 che la consapevolezza healty ci ha portato via come la pasta panna e prosciutto. Se Salvini era Majin Bu al suo primo stadio, tra ruspe e citofoni, e i residui neo-fascisti di FdI il secondo, Vannacci sembra un’ulteriore evoluzione nel linguaggio delle destre, così enfatizzato da far sembrare i precedenti una sua innocua versione entry level.
Un esempio di questa tendenza è il discorso del Segretario di Stato USA Rubio sull’anti-comunismo, dove l’ideologia di sinistra è descritta come “invidiosa e gelosa”, con una dialettica da dissing tra vrenzole su tiktok Napoli. Se dal punto di vista narrativo, la tendenza comune, da Trump all’Europa, in una linea che si muove guarda caso con gli spin doctor e finanziatori, è quella di alzare costantemente l’asticella del dibattito, l’esigenza politica diventa necessariamente quella di fornire nuovi conflitti. E se il presente non ne offre abbastanza, le Destre guardano al passato, rimettendo in discussione diritti e consapevolezze che ormai sembravano inattaccabili.
È in corso un passaggio evidente tra una destra conservatrice, quella di orientamento cattolico-liberale, ed una apertamente reazionaria. Samuel P. Huntington, una sorta di Cristiano Ronaldo di questo orientamento, definiva il conservatorismo come ideologia “situazionale”, la cui esigenza politica nasce quando determinate istituzioni vengono minacciate dal progresso e specifici cambiamenti socio-economici e cerca di “difenderle” attraverso la storia e la tradizione. Questo specifico approccio, paradossalmente, assumendo il presente come la condizione da difendere, converge nel consolidare i diritti già acquisiti sia nelle istituzioni che nell’opinione pubblica, limitandosi a stendersi sui binari come Spiderman in quel meme per impedire ulteriori evoluzioni.
Come nell’intervista di Gruber a Vannacci, ogni proposta di cambiamento è descritta con perversità (anche le quote rosa discriminano le donne), futilità (il progresso non porterà nessun cambiamento concreto) e messa a rischio (l’attuale equilibrio di valori potrebbe crollare).
Robert Post e Reva Siegel, spiegano invece che quando le destre diventano reazionarie, l’affermazione giuridica di un diritto non lo mette al sicuro. I gruppi contrari, oggi, costruiscono nuovi linguaggi, usano content creator, fanno cherry picking di tutte le notizie che avallano la loro tesi, costruiscono strategie istituzionali e avanzano proposte di legge anche solo per alimentare le narrazioni demagogiche costruite sui specifici casi mediatici, finendo con il contestare ciò che sembrava definitivamente acquisito. Non basta difendere il presente, dove l’uguaglianza acquisita da altri (minoranze) è perdita del nostro status e qualsiasi influenza esterna una minaccia all’ordine morale, ma diventa necessario politicizzare la nostalgia per reinstaurare un fantomatico ordine precedente. I diritti apparentemente acquisiti tornano così terreno di conflitto.
In questo contesto, il ruolo della propaganda è centrale perché costruisce una percezione del pericolo, senza il quale, le risposte non sarebbero sentite come necessarie dagli elettori. È il caso del gioielliere Mario “Red Dead Redemption” Roggero, dove a essere messa in discussione non è una legge (tra l’altro voluta proprio da Salvini nel 2019) ma i principi stessi del diritto. Senza attualità del pericolo, immediatezza della reazione, e proporzionalità della reazione, verremmo catapultati in una sorta di “The Purge” dove sarebbe tecnicamente possibile spar4re in faccia a qualcuno che ti ha rubato una crostatina nel 1994. Questo, la Lega che ha consegnato una nuova proposta di legge, lo sa, come sa bene che non potrebbe diventare facilmente realtà dati i vincoli costituzionali, ma lo fa lo stesso, in una sorta di gavage, in cui ci ingrandisco il fegato alimentandoci con demagogia e odio tramite un tubo ficcato in gola.
Il nocciolo della questione è proprio questo: anche le operazioni di pura propaganda che non porteranno a un cambiamento politico, estendono il campo del dibattito, rimettendo in discussione l’ovvio, lasciandoci smarriti come se, tornati a casa dopo una lunga giornata a mandare mail, trovassimo la cucina montata sul soffitto. I media hanno un ruolo fondamentale in questa dinamica perché introiettano questi personaggi e la loro agenda, sia per linea editoriale che per semplice ragebait, portando al paradosso in cui, anche chi si oppone a queste idee, finisce con il consolidarle, restituendo all’opinione pubblica l’idea che siano effettivamente in discussione.
Quindi, come dovremmo reagire? In un ennesimo paradosso, bisognerebbe tornare a una visione forse più manichea delle cose, in un tempo in cui la complessità diventa una coltre di fumo in cui nascondere le questioni più semplici, come il genocidio palestinese, una storia in cui buoni e cattivi sono disegnati in modo più chiaro che in una fiaba dei fratelli Grimm. Una risposta netta può risiedere solo in una pedagogia dell’ovvio, dalla comunicazione politica alla satira. Lontano dai troni della sacra satira, qualche mese fa, Peppe Iodice, in un teatro a Fuorigrotta, prendeva in giro con semplicità disarmante il diritto di difesa preventivo invocato da Israele per attaccare l’Iran. Senza aver letto il caso Osirak 1981, senza aver mai dato l’esame di Diritto Internazionale. Negli occhi della gente e in quelle risate, c’era il ritorno a una sicurezza smarrita in cui i cattivi non piacciono a nessuno. Ed è da quella sicurezza che dovremmo ripartire.
Alle Destre non basta più “difendere” il presente e stanno provando a riportarci nel passato



