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America’s pacco e tante altre fregature della Napoli di Manfredi

Federico Scirchio

Sabato 7 febbraio 2026 a Napoli si è svolta la prima grande manifestazione cittadina contro l’America’s Cup: migliaia di persone – per lo più residenti di Bagnoli – hanno attraversato le strade del quartiere e concluso il corteo in piazza Bagnoli, a pochi passi dal cantiere del nuovo porto turistico che dovrebbe ospitare l’evento.

L’opera a firma Meloni-Manfredi si inserisce dentro un progetto più ampio di trasformazione del litorale cittadino, da est a ovest, fondato sul “valore del waterfront” e sulla sequenza di mega-interventi: America’s Cup a Bagnoli, nuovo molo Beverello, allargamento del porto, masterplan Porta Est. Una rigenerazione urbana che punta su turismo, grandi eventi e sul dopare il mercato immobiliare.

In questo quadro, la città stessa e le persone che la abitano diventano il principale asset produttivo: il regime di accumulazione non si fonda più prevalentemente sulla manifattura, ma sulla valorizzazione immobiliare, sulla rendita fondiaria e urbana. Aumenti selettivi dei valori immobiliari e degli affitti, commercializzazione dei quartieri centrali, creazione di mega-eventi, sono i meccanismi centrali di produzione del valore per questo paradigma.

Il Comune e gli altri livelli istituzionali, invece di agire come potere regolativo, assumono il ruolo di facilitatori: negoziano con i grandi gruppi finanziari, modificano regole urbanistiche per rendere possibili determinate operazioni, investono in infrastrutture e servizi che accrescono la redditività degli investimenti privati, sacrificando porzioni significative del patrimonio pubblico.

La città viene trattata come un brand, ridotta a “eventificio”, prodotto da mettere in vetrina sul mercato globale, mentre il diritto alla città – a partire dal diritto all’abitare – viene subordinato alle esigenze della competitività e alla massimizzazione della rendita. L’espansione del turismo e degli affitti brevi sono connessi con i grandi eventi che fungono da volano economico e l’erosione del welfare territoriale non è un “effetti collaterale”, ma un elemento strutturale di questo modello.

La mise en place procede attraverso leggi speciali e commissariamenti, bypassando ogni mediazione democratica. Quanto sta accadendo a Bagnoli è emblematico: il Programma di Risanamento Ambientale e Rigenerazione Urbana (PRARU) è gestito direttamente dal sindaco Manfredi, in qualità di Commissario Straordinario, e da Invitalia, come previsto dall’art. 33 del DL 133/2014. Analogamente, i progetti legati alla Coppa America 2027 sono vincolati a decaloghi e, sul portale dedicato, l’evento viene presentato come “un’occasione unica per coniugare sport, mare e rigenerazione urbana”. È una governance che ricorre sistematicamente a cabine di regia ad hoc, procedure accelerate, concessioni urbanistiche speciali: tempi rapidi e ritorni economici vengono privilegiati rispetto a benessere e salute. Nei fatti, la metropoli viene gestita come un’impresa: la dimensione pubblica si assottiglia, mentre fondi privati e investitori internazionali determinano il futuro della città.

Questo passaggio è ricostruito bene nell’opuscolo Bagnopoli 1992–2025 (Napolimonitor 2025), curato da comitati e realtà politiche del territorio: dalla stagione dei piani urbanistici pubblici – parco di 110 ettari nella piana di Coroglio, spiaggia continua di due chilometri, rimozione dell’“inquinatissima colmata a mare” – alla lunga deriva commissariale che ha svuotato quelle promesse.

Le indagini Icram sui fondali, contaminati da idrocarburi policiclici e metalli pesanti, portarono a un progetto di bonifica da 210 milioni di euro, in gran parte mai arrivati: tagli statali, blocchi dall’Unione Europea, appalti stralciati. Oggi una parte rilevante della colmata tossica che doveva essere bonificata resterà dov’è, grazie a un’operazione che, di fatto, mette tutto “sotto il tappeto” del cemento. È il risultato del recente decreto su Bagnoli, che allinea Manfredi e Meloni e, insieme agli accordi quadro, vincola risorse e scelte a un modello di sviluppo fortemente orientato all’iniziativa privata.

Dentro questo quadro si inserisce la vicenda del porto turistico. Nell’opuscolo si ricorda come, dopo il progetto di “porto canale” da 7,6 ettari e 350 posti barca bocciato dalla Soprintendenza, si sia passati a Porto Partenope: 7,15 ettari di specchio d’acqua e 363 posti barca. Dopo revoche e contenziosi, il PRARU 2019 reintroduce l’idea di un porto turistico a Nisida; poi la cabina di regia commissariale converge su una soluzione da circa 60 milioni di euro in project financing, con Onda Azzurra e SeNa come soggetti privati di riferimento. Il giudizio degli autori è netto: “L’operazione è senz’altro la più discutibile dell’intero piano, dal momento che l’area, isola compresa, viene sacrificata a beneficio del turismo di lusso”.

Nel frattempo si prevede l’installazione di un porto temporaneo da venti ettari, con dragaggi ad alto rischio ecologico, destinato anche a fungere da “distributore” di carburanti. E intorno all’evento si muovono i grandi sponsor: MSC – attraverso il brand di crociere di lusso Explora Journeys – insieme a Omega e Louis Vuitton. Il quartiere viene spinto verso la riconversione a spazio per residenze di lusso, B&B e porto per barche di lusso. Le richieste degli abitanti – bonificare l’area industriale dismessa per farne un parco e una spiaggia pubblica, rimuovendo la colmata – sono rimaste inascoltate. Oggi la larga opposizione sociale all’opera è evidente e i cittadini trovano voce nel comitato NoAmerica’s Pacco che negli ultimi mesi ha dato battaglia per impedire la prosecuzione dei cantieri.

Dall’altro lato, l’amministrazione è in difficoltà rispetto a quelli che sono gli evidenti disagi apportati dalla stessa cantierizzazione dell’area, com’è risultato dalle analisi dell’Arpac che hanno evidenziato un continuo superamento delle soglie di PM10 consentite da limite di legge. Il sindaco messo in difficoltà corre ai ripari provando in tutti i modi a far passare il progetto come un’occasione di sviluppo e attivando tutti i canali di propaganda che ha a disposizione, addirittura sta creando polemica in queste ultime ore la convocazione di scuole e presidi per incontri di promozione del progetto.

Ma lo stravolgimento non riguarda solo Bagnoli. Se spostiamo lo sguardo sul centro città, sono i grandi gruppi crocieristici a farla da padrone: Napoli ha attratto quasi 2 milioni di crocieristi nel 2025, con previsioni oltre 2,3 milioni nel 2026. A livello nazionale il comparto crocieristico è in boom (+15,4 milioni di passeggeri nel 2026 in Italia) e i porti campani, con Salerno e Napoli in vetta, si preparano a investimenti notevoli. Il porto di Napoli ha potenziato le infrastrutture turistiche: al Molo Beverello è stato inaugurato un nuovo terminal per aliscafi veloci; a Santa Lucia la monumentale Stazione Marittima razionalista (ex MNSS) è stata riattivata per le crociere. In parallelo, “autostrade del mare” e Metro 6 (tratta centro-porto) mirano a rendere i flussi turistici un circuito integrato su scala metropolitana.

Gli effetti sulla popolazione locale sono già evidenti: al centro storico il flusso di turisti è fuori controllo, le strade sono costellate di friggitorie effetto della foodification e dopo la pandemia le piazze sono state invase dai tavolini dei bar che vendono Spritz. Le piattaforme di affitto breve (Airbnb & co.) hanno fagocitato il mercato: tra 2019 e 2024 gli immobili in affitto breve nel centro sono aumentati del 553%. Oggi circa 15.500 annunci di case vacanza si sovrappongono a spazi un tempo abitati da famiglie locali. Il fenomeno si concentra nei quartieri più poveri e popolosi, dove i padroncini spingono sull’affitto turistico invece di quello tradizionale. Ne consegue una contrazione dell’offerta abitativa (-42%), mentre negli ultimi cinque anni i canoni di affitto hanno segnato un aumento medio del 38%.

L’overtourism non è solo una voragine sociale, sul versante sanitario-ambientale: l’ISDE (Medici per l’ambiente) Campania denuncia da tempo che, nel porto di Napoli, l’inquinamento da ossidi di azoto, zolfo e particolato ultrafine ha effetti diretti e documentati su patologie cardiovascolari, respiratorie e tumorali nella popolazione residente. Per chi promuove questi progetti, la questione sanitaria viene spesso liquidata come un problema tecnico “da mitigare”: si parla di filtri, cold ironing, oppure si scivola nel greenwashing, con narrazioni rassicuranti che non affrontano davvero il nodo.

All’interno di questo quadro, nell’economia cittadina la logistica portuale resta un pilastro strategico. I terminal container gestiti da MSC (Conateco e Soteco) hanno sfiorato 500.000 TEU nel 2024, spingendo a nuovi investimenti (34 milioni per ampliamenti nel 2025). Anche il traffico delle merci non containerizzate è in crescita, rilanciando il ruolo di Napoli – insieme a Salerno – come snodo intermodale del Mediterraneo.

Su Napoli Est, il valore in gioco è duplice: da un lato gli investimenti pubblici in infrastrutture portuali, viarie e logistiche; dall’altro la valorizzazione fondiaria delle aree industriali dismesse, resa possibile (o bloccata) dalle bonifiche e dalla loro effettiva esecuzione. Qui pesano multiutility, grandi aziende del petrolio e dei rifiuti, operatori logistici e terminalisti, che hanno tutto l’interesse a mantenere l’area come retroporto funzionale e a comprimere i costi di bonifica.

Il volume Napoli Est. Una storia di violenza ambientale (Monitor 2025) ricostruisce il ruolo storico dell’area orientale come “sgabuzzino” del metabolismo urbano: raffinerie, centrali, depuratori, cave, discariche, impianti di trattamento rifiuti. L’inchiesta evidenzia che qui si concentra il 63% degli impianti di trattamento dei rifiuti dell’area metropolitana (32 su 51), a ridosso di quartieri densamente abitati. Le bonifiche sono state più annunciate che realizzate: nel Sito di Interesse Nazionale di Napoli Est “meno del cinque per cento del terreno e nessuna sezione di falda è stata bonificata definitivamente”. Sul versante costiero, un tratto di 1.776 metri di litorale resta permanentemente interdetto alla balneazione per inquinamento, mentre si progettano nuove banchine, terminal logistici e funzioni legate all’espansione del porto commerciale. Il caso Q8 – con sequestro per circa 250 milioni di euro per inquinamento del sottosuolo e gestione dei fanghi – è paradigmatico di quanto questo territorio sia una zona di sacrificio.

Qui la waterfront economy assume una connotazione particolarmente perversa: si chiede alla parte più contaminata della città di diventare la vetrina della “Napoli che corre”, senza intervenire sul danno prodotto in mezzo secolo. La logica è semplice e brutale: prima si produce un territorio di scarto, poi lo si “rigenera” a modo proprio, selezionando chi è sacrificabile da un punto di vista socio-ambientale.

È la narrazione ufficiale che accompagna la “Terrazza a Mare Napoli Lungo Est”, promossa dall’assessore alle Opere Pubbliche Edoardo Cosenza, che definisce “un lavoro di valorizzazione del litorale di San Giovanni a Teduccio da area degradata a lungomare balneabile e turistico” la trasformazione di quel tratto di costa in hub turistico. L’intervento, promosso dal Comune di Napoli, dispone di un finanziamento iniziale di 3,4 milioni di euro già stanziati, dentro un quadro complessivo da 12 milioni. E la riqualificazione non si limita a San Giovanni a Teduccio: include anche l’ex Corradini e la realizzazione di un nuovo porto turistico a Vigliena, disegnando una trasformazione su larga scala dell’intero litorale a oriente della città.

Di pari passo va la riconfigurazione del porto in mega-hub logistico, intrecciato alle grandi rotte container e ai corridoi TEN-T, raccontata come opportunità occupazionale. Ma la letteratura contemporanea sul lavoro portuale mostra un’altra realtà: questi investimenti tendono a creare pochi posti stabili, ad alta intensità di automazione, e un contorno di lavoro precario nel movimento merci, nella vigilanza, nei servizi.

La solita vecchia solfa neoliberale, sotto la retorica dello “sviluppo”, nasconde ancora una volta nuove forme di messa a profitto del territorio: si redistribuisce potere tra frazioni di capitale, mentre l’intero spazio urbano viene trasformato in asset per l’accumulazione.

La tenuta di questo dominio dipenderà dal livello di conflittualità e resistenza che le classi popolari saranno in grado di esprimere nei prossimi anni per contendere all’attuale amministrazione locale e nazionale la decisionalità sul territorio.

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