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Assata Shakur è morta ed è morta libera, anche se lontana da casa

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È morta a Cuba, la terra dov’era in esilio da quasi cinquant’anni. Imprigionata per aver ucciso un agente di polizia durante uno scontro a fuoco – accusa che ha sempre respinto con fermezza –, giudicata da una giuria di soli bianchi, rinchiusa nella cella senza luce di un carcere maschile e sottoposta a violenze continue, dopo sei anni di detenzione, nel 1979 Assata Shakur riesce ad evadere grazie all’azione armata dell’organizzazione di cui faceva parte, la Black Liberation Army (BLA), costola del Black Panther Party, e ripara a Cuba, dove ottiene l’asilo politico.

La sua storia è molto nota alle persone che hanno militato nei primi anni 2000: Silvia Baraldini, che dopo anni di prigione negli USA ottenne di essere estradata e riuscì, anche grazie a un enorme movimento di sostegno, a ritornare in Italia proprio in quel periodo, era parte del commando che, senza versare una goccia di sangue, era riuscito a liberare Assata.

Come militanti di quella generazione abbiamo conosciuto Assata nell’intreccio di queste storie italiane, americane, cubane – e di molte altre, una fra tutte: era la madrina del rapper Tupac Shakur.

Per aver letto la bellissima autobiografia, che porta semplicemente il suo nome (e che forse potete trovare usata su qualche bancarella o in rete) o per aver visto il documentario sulla sua storia (che adesso trovate su YouTube).

Assata è stata parte della formazione di molte di noi, se avete mai letto qualcuna delle sue poesie potrete immaginare perché ci piaceva tanto: raccontava di donne-amazzoni, di donne-rinoceronte, di donne fiere e piene di cicatrici, scriveva: “dicono che sei pazza/perché non sei abbastanza pazza/ da inginocchiarti quando te lo dicono (…) Ti odiano mammina/ perché smascheri la loro pazzia e la loro crudeltà”.

E ancora Assata che racconta, attraverso le sue esperienze di giovane donna nera, come la violenza maschile si intreccia a quella razziale, come il modo in cui una donna povera e nera veniva considerata, anche dalla sua stessa comunità, fosse diretta conseguenza del sistema del “colonialismo interno” e della piantagione:

“La gente nera diventava animali da allevamento: stallone e giumente. Una donna nera è una bella preda per ognuno e in ogni momento: per il padrone o per un’ospite o per qualunque bestia di razzista che la desiderasse. Il padrone le ordinava di allevare sei figli con questo stallone, sette con quell’altro stallone, allo scopo di incrementare l’allevamento. Era considerata meno di una donna. Era un incrocio tra una puttana e una bestia da soma. I neri assimilavano l’opinione dell’uomo bianco sulle donne nere. E per quanto ne so, molti di noi si comportano ancora oggi come se fossero nelle piantagioni con il padrone che tiene i fili” (Assata. Un’autobiografia, Erre Emme 1992, p. 201).

La liberazione della donna non può avere luogo senza la liberazione dalla povertà, dal razzismo, senza mettere in crisi in tutte le sue parti un sistema di sfruttamento e oppressione. Questa e molte altre lezioni ci ha consegnato Assata.

Soprattutto per tutte quelle giovani donne che stentavano, in un Pantheon di rivoluzionari tutto al maschile, a trovare qualcuno in cui riconoscersi, Assata ha rappresentato l’imprevisto e l’eccezione che ci ha insegnato che anche per noi lottare era possibile, non di fianco, non un passo indietro all’uomo di turno ma in prima linea. Senza rinunciare a raccontare la nostra sofferenza, il nostro essere figlie e (talvolta) madri, nutrendoci della nostra esperienza, ma senza rimanere incastrate in questa narrazione. Come tutte le rivoluzionarie, la vita di Assata ci ha detto e continua a dirci, che se per un uomo la militanza e l’impegno sono un salto e una rottura, per una donna lo sono doppiamente.

Ciao Assata, non dimenticheremo il tuo sorriso, la tua rabbia e la tua voglia di libertà.

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