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“Cime tempestose”: Emily Brontë si sta rivoltando nella tomba?

Viola Carofalo

In un post su Instagram ho letto una recensione del film appena uscito su “Cime tempestose” che mi ha fatto molto ridere ma che, come nella migliore tradizione, mi ha fatto anche riflettere: Se Emerald Fennel avesse messo un trentacinquesimo della sua voglia di chiavare in un’opera buona qualsiasi a quest’ora era Nobel per la pace [utente anonimo da @letterbox_fuoricontesto].

La ragazza seduta accanto a me al cinema ha esclamato sui titoli di coda: “Il mio libro di letteratura inglese sta prendendo fuoco” e non si contano i commenti social del tipo “Emily Brontë si starà rivoltando nella tomba!”. Ma il punto della faccenda non è proprio questo? I libri che prendono fuoco, la povera Emily che (direi finalmente) si fa quattro salti e soprattutto “la voglia di chiavare”?

Ci sono molte buone ragioni per detestare questo film, ma non sono quelle che in questi giorni ho ritrovato più frequentemente nelle recensioni in rete e nei commenti social.

1 – Emily “tradita”?

In un suo scritto del 1954 Bertolt Brecht parlerà dell’effetto intimidatorio dei classici “molte difficoltà si frappongono a una messinscena viva dei nostri testi classici: la più grave di esse è la pigrizia di cervello e di sentimento (…)  l’incuria fa sì che sui grandi quadri antichi si accumuli (…) sempre più polvere, e i copisti copiano più o meno fedelmente anche questi grumi di sporcizia. In tal modo avviene che (…) vada perduta la freschezza originaria delle opere classiche, quello che era un tempo il loro aspetto sorprendente, nuovo, produttivo, e che ne costituisce la caratteristica essenziale”. Perché una nuova rappresentazione di un classico funzioni, insomma, ci deve mostrare l’opera come nuova, non aver alcun rispetto o timore reverenziale, in quanto: “Il vero rispetto che queste opere giustamente esigono richiede che ogni bigotta, adulatori e falsa venerazione venga messa alla gogna”. Ora, questa versione di “Cime tempestose” sarà pure zoppicante, avrà pure scarsa capacità di dare profondità ai personaggi – ed è forse proprio questa la sua più grave colpa – ma almeno non ha alcun rispetto per il testo originale, o meglio cerca di restituirne il senso e non la forma, di non “copiare anche la polvere”. Fennel racconta pezzi di storia che Brontë non ha potuto scrivere, prova a restare fedele allo spirito, non alla lettera.

Non so quante altre versioni televisive/cinematografiche di CT ci siano state, sicuramente ne ricordo una con Juliette Binoche dei primi anni Novanta e l’altra, terribile, credo prodotta dalla RAI, dei primi anni Duemila. In entrambe nonostante la relativa aderenza all’originale, non si capiva niente di niente. Non perché non fossero fedeli alla trama, ma anzi proprio perché erano, almeno nel mio ricordo, fedelissime. E dunque risultavano incomprensibili. La protagonista sottile e pallida, Heathcliff grosso e rude, solo dolore, strazio, lacrime innocentissime. Non si capiva perché Heathcliff avrebbe dovuto desiderare che il fantasma dell’amata lo perseguitasse, la sua vendetta contro gli antichi padroni/parenti, né perché Catherine sarebbe dovuta morire nello sforzo – dell’anima prima ancora che del corpo – di portare a termine la gravidanza e di partorire il figlio di un uomo che non amava né desiderava.

2 – Un porno “da donne” travestito da dramma romantico?

Un film attuale sulla falsariga degli esempi precedenti che ho citato sarebbe risultato ancora più insopportabile di quanto non sia, a tratti, quello di Fennel: i due ragazzini emaciati che passeggiano nella brughiera, i vestiti accollati e i sospiri… mio Dio, non se ne sentiva davvero il bisogno! Perché, se Emily Brontë, con un libro che non è certo un capolavoro della letteratura in sé (!), ma che ha segnato il passaggio all’adolescenza di milioni di ragazzine nel corso di quasi due secoli, ci ha insegnato qualcosa è che l’amore è roba pericolosa e mortale, perché c’è di mezzo il sesso e il desiderio – che è sempre oscuro, che non padroneggiamo ma che ci abita -, altro che tenersi per mano nei campi.

Qualcuno ha detto, per svalutarlo, che questo è film non è che “un porno” travestito, che basa tutto sulla carica erotica dei protagonisti (per come la vedo io è fin troppo poco erotico e scandaloso, non è abbastanza disturbante, non è abbastanza sporco – e qui non sto parlando solo di sesso: sognerei una versione veramente “nera” diretta da Von Trier) . Sebbene nel 1847 non abbia fatto scandalo per le scene esplicite (certo non c’è nella versione originale il richiamo sadomaso presente nella versione pop di Fennel: presumibilmente un libro così non sarebbe potuto semplicemente essere concepito da una donna a quel tempo e messo nero su bianco pena l’internamento o anche peggio) “Cime tempestose” fu al suo tempo un libro controverso, un libro “depravato” che offriva una rappresentazione del perverso, bataillianamente dello “spreco”, della violenza e della profonda ambivalenza che porta con sé l’amore. Il suo essere femminista ante litteram sta proprio in questo suo fondo torbido, non solo gotico. Non è una “storia di fantasmi”, è una storia di ossessioni, che racconta che l’amore che non redime, non chiude nessun cerchio, non compie alcun destino. L’amore, quando non è sublimato, ma è amore sensuale, è una dannazione, soprattutto per le donne, per le quali è da sempre interdetto.

Il fiume di sangue tra le gambe Catherine, simile a quello descritto da Tolstoj nella scena dell’aborto in Anna Karenina e che richiama il parto terribile di Emma Bovary, non è la punizione per l’amore fedifrago, il segno del peccato sul corpo di una donna sposata che ha rinunciato alla sua purezza, ma la rappresentazione di un corpo che avendo accolto il sesso come dovere e affronto al desiderio si ribella a questa mutilazione e a quest’obbligo. Un corpo che vomita fuori sangue, bambini malaccetti, che si spezza in due: il corpo di moltissime donne in ogni tempo, in ogni letto nuziale.

Se Austen in tutti i suoi romanzi racconta l’indipendenza attraverso l’umorismo – accento che solo raramente emerge nelle riproposizioni cinematografiche delle sue opere –, se la sorella Charlotte in “Jane Eyre” racconta l’amore che è tale solo quando non deve implorare – l’incontro reale tra i due protagonisti si fa possibile sono quando lei è elevata e lui è mutilato, diminuito –, Emily in “Cime tempestose” ci mostra il tormento di una sessualità non sperimentata, non consumata, alla quale non si ha accesso né tantomeno diritto. Questa assenza e negazione è un altro modo per raccontare il conformismo al quale è stato condannato per secoli il femminile. La follia di Catherine, la sua “isteria”, la tensione verso ciò che è sconosciuto e proibito, è l’altra faccia dei nastri, dei busti, dei the delle cinque e delle buone maniere.

In conclusione il punto è: Fennel riesce nell’impresa? O fa semplicemente un film che strizza l’occhio a un pubblico giovane e (forse) distratto che sembra solo un lungo video su TikTok? La scelta del cast è incomprensibile (Jacob Elordi meno sexy e inquieto che mai nei panni del – teoricamente – spietato Heathcliff e la governate interpretata dall’attrice thailandese Nelly Dean ci rimandano direttamente a Bridgerton), la costruzione dei personaggi approssimativa e il film a tratti risulta noioso.

Ma, tornando alle domande iniziali, la regista tradisce il senso di questo classico o lo rinnova? Io propendo per la seconda opzione e credo che rivendicare la “voglia di chiavare”, il diritto a un sesso pericoloso, a un amore in cui non c’è sempre garanzia di incontro, con il rischio che questo porta con sé, sia una delle migliori vie d’uscita da una rappresentazione del femminile che oscillava ieri, e, temo, spesso oscilli ancora oggi, tra il canone dell’amante romantica e quello della vittima. “Cime tempestose”, richiamando le due più note sceneggiature precedenti dell’autrice, è più “Saltburn” che “Una donna promettente”. Non morde non graffia, ma almeno prova a farlo e non si accontenta di una versione addomesticata del testo né si fa spaventare dall’accusa di infedeltà.

Fennel ci racconta qualcosa sulle “romantiche” sorelle Brontë, su noi stesse e anche sull’amore, qualcosa che non sempre abbiamo voglia di vedere: la sporcizia, il baratro, lo spreco, il pericolo.

Catherine è una belva. Credo che anche Emily Brontë lo fosse e che alla fine tutte queste mani che frugano, questi umori, questi frustini, queste uova e impasti per il pane strapazzati e sbattuti, tutto questo sesso finalmente concesso ai suoi personaggi se lo sarebbe goduto alla grande.

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