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Circe e Penelope: Not All Men e i “false friend” delle rappresentazioni del femminile nell’Odissea di Nolan

Viola Carofalo

Lo spoiler alert è d’obbligo, anche se stiamo parlando dell’Odissea (dunque, siete avvisati).

Molto si è detto in questi giorni su questo colossal e suoi personaggi femminili: troppo poco presenti, troppo o troppo poco attualizzati, troppo belli, troppo brutti (troppo neri, è il caso della nota polemica sulla scelta di far interpretare Elena a Lupita Nyong’o).

Posto che non sono una critica cinematografica e il mio film preferito è, credo, Cliffhanger – giusto per settare lo standard – provo a dire la mia sulla riscrittura di due personaggi, quello di Circe e di Penelope, a partire dal senso di fastidio che mi ha provocato. Della fedeltà ai personaggi originali, se di originali si può parlare in materia di miti, mi importa poco. Non sono per la fedeltà ai classici, penso anzi che le riscritture siano il banco di prova per eccellenza attraverso il quale possiamo comprendere se un testo o un canone sono vivi o morti, da lasciare nel cassetto o da riprendere, quello che mi interessa è allora prioritariamente la funzione che la riscrittura assume e il messaggio che finisce, più o meno volontariamente, per veicolare.

Circe la strega

Uso volontariamente questa definizione inusuale, a dispetto del più ricorrente “maga”, perché la Circe di Nolan, una Samantha Morton dalla quale non riesci a staccare gli occhi per quanto è brava, riprende perfettamente l’immaginario legato alle streghe: il pentolone, il corvo, i capelli spettinati. Ha il viso segnato dalle rughe e i capelli arruffati – altro che incantatrice e maliarda affascinante e magnetica – è una donna di mezza età che ricalca lo stereotipo trito e ritrito della “zitella”, solitaria e frustrata, che sembra averne passate molte, troppe (o è solo pregiudizio e risentimento il suo? Non è dato saperlo) e allora si è isolata, odia gli uomini e cova vendetta. Neanche con la sorella, questo diventa chiaro alla fine della scena (con nessun essere umano in generale) riesce ad avere un rapporto decente, meglio gli animali (strano che, cliché per cliché, non abbia un gatto).

Quando i compagni di Ulisse arrivano nella sua casa a dispetto della loro gentilezza – chiedono solo del cibo, non sono suggerite, dai loro comportamenti e parole, minacce o violenze di alcun tipo – lei li trasforma in “ciò che in realtà sono”: orribili porci. Mentre questi uomini, che sembrano aver commesso l’unico crimine di essere molto affamati e anche un bel po’ ingenui, trangugiano la zuppa fumante che lei gli offre, i loro volti iniziano a deformarsi (lei stessa contribuisce, manipolandoli, a questa trasformazione) in musi, gli arti in zampe.

Poi arriva Ulisse, che più che la scaltrezza incarna qui la Ragione – la ragione occidentale, verrebbe da dire, e, ovviamente, maschile – e con tre parole (è ridicolmente breve il suo discorso) riesce non solo a convincere Circe a dargli una mano e a riportare i suoi compagni alla forma umana, ma a smontare pezzo per pezzo i principi sui quali la donna ha strutturato la sua intera esistenza e modo di vita, innanzitutto il castello di pregiudizi che ha nei confronti degli uomini: NOT ALL MEN sembra dire Ulisse e Circe, non si sa perché, gli crede sulla fiducia.

Circe allora è solo una povera donna di mezza età che un uomo gentile e fermo può convincere di ogni cosa grazie al suo fascino. Questo è tutto quello che resta della maga affascinante, potente, della figlia del sole, distante anni luce dalla bella riscrittura di Madeline Miller.

Ma il fastidio, il disagio che mi provoca questa scena non deriva solo da una rappresentazione depotenziata e stereotipica di questo personaggio, ma dalla trappola in cui ci conduce.

Ulisse, in questa scena, sembra semplicemente cauto e ragionevole, ma Ulisse mente.

Perché se è vero che non tutti gli uomini sono pericolosi, sono potenziali stupratori senza scrupoli, proprio quegli uomini lo sono. Hanno saccheggiato e distrutto Troia, hanno violentato le troiane e ucciso i loro figli. Circe non ha mai avuto ragioni così ben fondate per pensare di doversi proteggere, per fare quel sortilegio e, perché no, per cercare vendetta.

Penelope e il vaccino

Ci sono almeno due immagini che passano nella testa di una femminista quando si nomina Penelope: una è quella classica, la moglie che aspetta, l’altra è quella proposta da Margaret Atwood nella sua contronarrazione in cui finalmente dietro al silenzio dell’eroina omerica si rivelano i pensieri di una donna tormentata e complessa.

Nolan riesce nell’incredibile impresa di dribblarle entrambe e sceglie di raccontare la Penelope più moscia di sempre.

Penelope qui è una moglie innamoratissima che si consuma nell’attesa, tesse la tela e la disfa non per non dover sopportare un nuovo matrimonio con un uomo brutale e prepotente – con tutto ciò che esso comporta – ma per pura e semplice fedeltà. Poi a un certo punto Nolan, che evidentemente si è ricordato quel post it su cui aveva scritto “attualizzazione del personaggio”, costruisce un dialogo surreale tra lei e Telemaco nel quale Penelope sembra per un istante voler rivendicare il trono e farsi regina, sottolineando che i tre peli di barba sul mento del figlio non possono valere certo più della sua capacità e costanza a tenere, nel bene o nel male, per vent’anni in piedi un regno. Ma questo momento alla Simone De Beauvoir dura un battito di ciglia, non ha nessuna rilevanza né per spiegare tutto quello che il personaggio ha fatto prima né quello che farà dopo.

Non mi aspettavo e non desideravo una Penelope moderna e “femminista” – quel libro di Atwood, lo confesso, manco mi piace – il problema è che questa rappresentazione, proprio come quella di Circe, è profondamente reazionaria, pur, ed è questo il nodo del discorso, apparendo progressista.

A cosa serve quella frase sul diritto delle donne a aspirare al trono? Perché quello scambio ridicolo con Telemaco? Roland Barthes avrebbe parlato a questo proposito di vaccino1: inserire un segno che, solo apparentemente, contraddice il messaggio principale, ma in realtà lo rafforza. Penelope è stata trasformata da donna di potere e astuta in mogliettina innamorata e passiva non nonostante ma proprio grazie al tiepido messaggio femminista contenuto nel suo scambio con il figlio. Se fosse stata rappresentata come una Ballerina Farm delle isole greche semplicemente ci avrebbe fatto storcere il naso, ma immettere una piccola e inefficace dose di “femminismo” all’interno del personaggio è il modo migliore per depotenziarlo: ci rassicura di non stare guardando una vecchia Penelope, ma una nuova, in realtà ci propone una versione ben più impolverata e piatta di quella omerica. La Penelope di Omero è una donna che gioca benissimo le carte che le sono capitate tra le mani, è determinata, autorevole e tattica. Usa al meglio la sua differenza: sa che la castità è considerata un valore e utilizza questa convinzione per guadagnare tempo, ma nel frattempo immagina, pensa, fa piani. Penelope è e fa in Omero soprattutto ciò che è utile non semplicemente ciò che sente, in questo si mostra astuta almeno quanto suo marito (come dimostra l’“inganno del letto”, che Nolan ha cancellato) e, soprattutto, politica.

Circe da spietata diventa pietosa e comprensiva, Penelope da sposa convenzionale diventa moderna e egualitaria.

Non solo entrambi i personaggi in questa attualizzazione perdono di complessità, ma questo tipo di riscrittura rafforza l’equivoco (o meglio la strategia retorica) secondo cui per non marginalizzare o stereotipizzare una figura/gruppo bisogna “non parlarne male”.

Come quando ti fai ingannare dai “false friend”, termini che si scrivono o si pronunciano in modo simile in due lingue diverse, ma che hanno significati completamente differenti, queste figure sembrano esattamente il contrario di ciò che sono e veicolano un massaggio che è diametralmente opposto a quello che appare. Non è un atto di benevolenza, né un modo per essere al passo coi tempi raccontare una Circe compassionevole o una Penelope “ribelle”, è solo un altro modo per imbavagliarle e togliere loro ogni possibilità di azione. Cosa che il vecchio Omero non ha fatto.


  1. Il rif. è a Miti d’oggi, in part. Il mito, oggi. ↩︎

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