Pubblichiamo un estratto del libro di Robert F. Williams “Ne*ri con le pistole” edito da Progetto Me-Ti nel 2024 (sì, proprio noi, potete acquistarlo qui).
Dopo l’uccisione di Renee Nicole Good da parte dell’ICE gli USA sono stati attraversati da un’ondata di proteste che hanno mostrato come ci siano molte forme di resistenza dal basso allo strapotere di Trump. In alcune città degli Stati Uniti sono riapparsi gruppi che si ispirano al Black Panther Party e al principio dell’autodifesa.
“Ne*ri con le pistole”, scritto da uno degli ispiratori del BPP, ripercorre la storia della nascita dei gruppi mutualistici e di autodifesa nera negli USA e mostra il senso tattico-politico di queste pratiche.
Prologo
Perché vi parlo dall’esilio?
Perché una comunità nera del Sud ha imbracciato le armi per difendersi dalla violenza razzista – e le ha usate. Sono ritenuto responsabile di questa azione, del fatto che per la prima volta nella loro storia i ne*ri americani si sono armati come gruppo per difendere le loro case, le loro mogli, i loro figli, in una situazione in cui la legge e l’ordine erano venuti meno, in cui le autorità non potevano o, meglio, non volevano rispettare il loro dovere di proteggere dei cittadini americani da una folla senza legge1. Accetto questa responsabilità e ne sono orgoglioso. Ho sostenuto il diritto dei cittadini di rispondere alla violenza del Ku Klux Klan con l’autodifesa armata e ho agito di conseguenza. È sempre stato un diritto assodato dagli americani, come dimostra la storia dei nostri stati occidentali, che laddove la legge non è in grado, o non vuole, far rispettare l’ordine, i cittadini possono e devono agire per autodifesa contro la violenza senza legge. Credo che questo diritto valga sia per gli americani neri che per i bianchi.
Molti ricorderanno che nell’estate del 1957 il Ku Klux Klan fece un’incursione armata in una comunità di nativi americani del Sud e fu accolto da un risoluto fuoco di fila da parte dei nativi che agirono per autodifesa. Il Paese approvò l’azione e ci furono ampie manifestazioni di compiacimento per la sconfitta dei Kluxer2, che dimostrarono il loro coraggio fuggendo nonostante fossero meglio armati. Quello che il Paese non sa, perché non è mai stato detto, è che la comunità nera di Monroe, nel North Carolina, aveva dato l’esempio due settimane prima, quando avevamo sparato contro un convoglio armato del KKK, comprese due auto della polizia, che era venuto ad attaccare la casa del dottor Albert E. Perry, vicepresidente della sezione di Monroe della National Association for the Advancement of Colored People. La posizione assunta dalla nostra sezione portò alla riaffermazione ufficiale da parte della NAACP del diritto all’autodifesa. Il preambolo della risoluzione del 50° congresso della NAACP tenutasi a New York City nel luglio del 1959, afferma: “non neghiamo, ma riaffermiamo il diritto all’autodifesa individuale e collettiva contro le aggressioni illegali”.
Poiché la mia posizione è stata molto distorta, desidero chiarire che non sostengo la violenza fine a se stessa né la rappresaglia contro i bianchi. Non sono nemmeno contrario alla resistenza passiva sostenuta dal reverendo Martin Luther King e da altri. La mia unica differenza con il Dr. King è che credo nella flessibilità nella lotta per la libertà. Ciò significa che credo nelle tattiche nonviolente laddove è possibile; il solo fatto di essere sotto processo da parte della Corte Suprema degli Stati Uniti per aver fatto un sit-in lo conferma. La disobbedienza civile di massa è un’arma potente in condizioni civili, dove la legge tutela il diritto dei cittadini a manifestare pacificamente. In una società civile la legge serve come deterrente contro le forze senza legge che distruggerebbero il processo democratico. Ma quando la legge viene meno, il singolo cittadino ha il diritto di proteggere la sua persona, la sua famiglia, la sua casa e la sua proprietà. Per me questo fatto è così semplice e giusto da essere ovvio.
Quando un popolo oppresso mostra la volontà di difendersi da solo, il nemico, che è moralmente debole e codardo, è maggiormente disposto a fare concessioni e a lavorare per un compromesso rispettabile. Dal punto di vista psicologico, inoltre, i razzisti si considerano esseri superiori e non sono disposti a scambiare le loro vite superiori con le nostre inferiori. Sono più feroci e aggressivi quando possono praticare la violenza impunemente. Lo abbiamo dimostrato a Monroe. Quando poi, grazie alla nostra autodifesa, c’è il pericolo che venga versato il sangue dei bianchi, le autorità locali del Sud fanno improvvisamente valere la legge e l’ordine quando prima erano compiacenti nei confronti della violenza razzista e senza legge. Anche questo abbiamo dimostrato a Monroe.
È notevole la facilità e la rapidità con cui la polizia statale e locale controlla e disperde i gruppi fuorilegge quando il nero è pronto a difendersi con le armi. Inoltre, a causa della situazione internazionale, il governo federale non vuole incidenti razziali che attirino l’attenzione del mondo sulla situazione del Sud. L’autodifesa dei neri attira questa attenzione e il governo federale sarà più propensa a far rispettare la legge e l’ordine se le autorità locali non lo fanno. Quando il nostro popolo combatterà, i nostri leader potranno sedersi al tavolo delle trattative da pari a pari, senza dipendere dall’arbitrarietà e dalla generosità degli oppressori. Sarà nell’interesse di entrambe le parti negoziare accordi giusti, onorevoli e duraturi.
La maggioranza dei bianchi negli Stati Uniti non ha la benché minima idea della violenza con cui i neri del Sud vengono trattati ogni giorno, anzi, ogni ora. Questa violenza è deliberata, consapevole, tollerata dalle autorità. È andata avanti per secoli e continua oggi, quotidianamente, incessante e senza sosta. È il nostro modo di vivere. L’esistenza dei neri nel Sud è stata un lungo travaglio, intriso di terrore e sangue – il nostro sangue. Gli incidenti avvenuti a Monroe, di cui sono stato testimone e che ho subito, daranno un’idea delle condizioni del Sud, condizioni che non possono più essere sopportate. Ecco perché, cento anni dopo l’inizio della Guerra Civile, noi ne*ri di Monroe ci siamo armati per autodifesa e abbiamo usato le nostre armi. Abbiamo dimostrato che la nostra politica funziona. Le autorità legali di Monroe e del North Carolina hanno agito per far rispettare l’ordine solo dopo e come risultato diretto dell’esserci armati. In precedenza avevano collaborato con il Ku Klux Klan e avevano alimentato la violenza razzista contro il nostro popolo. L’autodifesa ha impedito lo spargimento di sangue e ha costretto le autorità a ristabilire l’ordine. Questo è il significato di Monroe e credo che segni un cambiamento storico nella vita del mio popolo.
Questa è la storia di quel cambiamento.
CAPITOLO 1
L’autodifesa previene lo spargimento di sangue
Nel giugno del 1961 la sezione della NAACP di Monroe, nel North Carolina, decise di fare un picchetto davanti alla piscina della città. L’ingresso a questa piscina, costruita con i fondi pubblici della Works Progress Administration (WPA), era vietato ai neri, nonostante fossimo un quarto della popolazione della città. Nel 1957 avevamo chiesto non l’integrazione3, ma l’uso della piscina un giorno alla settimana. Questa richiesta fu negata e per quattro anni fummo respinti con il vago pretesto che un giorno ne sarebbe stata costruita un’altra. Nel frattempo due bambini neri erano annegati nuotando nei torrenti. Ora, nel 1961, la città di Monroe aveva annunciato di avere fondi in eccedenza, ma non c’era alcuna indicazione né intenzione di voler costruire una piscina.
Così decidemmo di organizzare un picchetto. Iniziammo il picchetto, che fece chiudere la piscina. Quando fu chiusa, i razzisti decisero di gestire la situazione nel tradizionale stile del Sud. Passarono alla violenza, alla violenza illegale.
Stavamo facendo il picchetto da due giorni quando iniziammo a fare la pausa pranzo in un’area picnic “riservata ai soli bianchi”. Di fronte all’area picnic, dall’altra parte di un corso d’acqua, un gruppo di bianchi iniziò a sparare con i fucili e si potevano sentire i proiettili colpire gli alberi sopra le nostre teste. Il capo della polizia era di turno alla piscina e gli chiesi di fermare gli spari nell’area picnic. Il capo della polizia rispose: “Oh, non sento nulla. Non sento niente di niente”. Continuarono a sparare per tutto il giorno. Il giorno seguente queste persone si avvicinarono al picchetto sparando con le loro pistole. Noi continuavamo a chiedere al capo della polizia di impedire loro di sparare vicino a noi. Lui rispondeva sempre: “Beh, io non sento nulla”.
La piscina rimaneva chiusa, ma noi continuavamo il picchetto e una folla di molte centinaia di persone veniva a guardarci e a insultarci. La possibilità di un’esplosione di violenza stava aumentando a tal punto che decidemmo di inviare un telegramma al Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti chiedendo di proteggere il nostro diritto di fare il picchetto. Il Dipartimento di Giustizia ci indirizzò all’FBI di zona. Chiamammo l’FBI di stanza a Charlotte e ci dissero che non si trattava di una questione di competenza del Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti, ma di una questione locale, e che avevano consultato il capo della nostra polizia locale, il quale aveva assicurato che ci avrebbe fornito un’ampia protezione. Si trattava dello stesso capo della polizia che era rimasto con le mani in mano mentre quelle persone sparavano con pistole e fucili sopra alle nostre teste, lo stesso capo della polizia che nel 1957 aveva piazzato due auto della polizia in un convoglio del Klan che aveva fatto irruzione nella comunità nera.
(…)
“Dannazione, i neri hanno le pistole!”
Il picchetto andò avanti. Domenica, mentre andavamo in piscina, abbiamo dovuto attraversare lo (…) svincolo. C’erano circa due o tremila persone in fila lungo l’autostrada. Due o tre poliziotti erano in piedi all’incrocio a dirigere il traffico e c’erano due poliziotti che ci avevano seguito fin da casa mia. Una vecchia auto di serie senza finestrini era parcheggiata vicino a un ristorante all’incrocio. Non appena ci avvicinammo, quest’auto iniziò a indietreggiare il più velocemente possibile. Il conducente sperava di colpirci al fianco e di ribaltarci. Io però sterzai bruscamente. Il catorcio colpì la parte anteriore della mia auto ed entrambe le auto finirono in un fossato. Poi la folla iniziò a urlare. Disserro che un nero aveva investito un uomo bianco, riferendosi a me. Gridavano: “Uccidete i neri! Uccidete i neri! Versate benzina sui neri! Bruciate i neri!”.
Eravamo ancora seduti in macchina. L’uomo che guidava l’auto di serie scese con una mazza da baseball e iniziò a camminare verso di noi dicendo: “Ne*ro, perché mi sei venuto addosso?”. Non gli risposi nulla. Rimanemmo semplicemente seduti a guardarlo. Si avvicinò alla nostra macchina, a un braccio di distanza, con la mazza da baseball, ma io non dissi ancora nulla e non facemmo alcun movimento. Non sapevano che eravamo armati. Secondo la legge dello Stato del North Carolina, è legale portare armi da fuoco in auto, purché non siano nascoste.
In macchina avevo due pistole e un fucile. Quando il tizio alzò la mazza da baseball, sollevai una calibro 45 dal finestrino dell’auto e gliela puntai dritta in faccia, senza dire una parola. Guardò la pistola senza dire nulla e iniziò ad allontanarsi dalla macchina.
Qualcuno tra la folla sparò un colpo di pistola e la gente ricominciò a gridare istericamente: “Uccidete i neri! Uccidete i neri! Versate benzina sui ne*ri!”. La folla iniziò a lanciare pietre sulla mia macchina. Allora aprii la portiera, misi un piede a terra e mi alzai impugnando una carabina.
Tre poliziotti erano rimasti a una cinquantina di piedi da noi per tutto il tempo in cui avevamo aspettato in macchina che intervenissero per proteggerci. Non appena videro che eravamo armati e che la folla non avrebbe avuto la meglio, due dei poliziotti iniziarono a correre. Uno corse dritto verso di me, mi afferrò per la spalla e disse: “Consegna la tua arma! Consegna la tua arma!”. Lo colpii in faccia e lo feci indietreggiare dalla macchina, gli puntai la carabina in faccia e gli dissi che non ci saremmo arresi alla folla. Gli dissi che non avevamo intenzione di essere linciati. L’altro poliziotto, che era corso a fianco dell’auto, aveva iniziato a estrarre il suo revolver dalla fondina. Sperava di spararmi alle spalle. Non sapevano che avevamo più di un’arma. Unodegli studenti (di diciassette anni) puntò una calibro 45 in faccia al poliziotto e gli disse che se avesse estratto la sua pistola lo avrebbe ucciso. Il poliziotto cominciò a rimettere la pistola nella fondina e ad allontanarsi dalla macchina, cadendo nel fossato.
In mezzo alla folla c’era un vecchio bianco, molto anziano, che iniziò a urlare e a piangere come un bambino. Fra i singhiozzi, diceva: “Dannazione, dannazione, in cosa si sta trasformando questo maledetto Paese! I neri hanno le armi, i neri sono armati e la polizia non può nemmeno arrestarli!”. Qualcuno lo portò via tra la folla mentre continuava a piangere.
- In questa evocazione di una “folla senza legge” da parte di Williams è chiaro il riferimento alla pratica del linciaggio. “L’espressione linciaggio rinvia alla storia di un gruppo di vigilants creato da Charles Lynch, durante il periodo della Rivoluzione Americana (1765-1783). I legislatori dello Stato della Virginia avevano dato carta bianca a Charles Lynch e ai suoi uomini per estirpare i ladri di cavalli e altri banditi: così una legge li autorizzava a non rispettare le leggi, considerando certi atti ‘giustificabili in ragione dell’imminenza di un pericolo’. Presto negli Stati del Sud, la legge di Lynch sarà utilizzata per perseguitare i vagabondi, gli stranieri, i dissidenti bianchi così come gli schiavi e i ribelli neri. (…) Nella maggior parte dei linciaggi di uomini afroamericani, c’è stata dapprima un’accusa, una denuncia o una diceria (e, nella stragrande maggioranza dei casi, si tratta di una diceria di violenza sessuale su una donna bianca) (…) I gruppi di vigilants, affiliati alle associazioni razziste bianche (…) [aggirano] il “normale” svolgimento dell’iter giudiziario, offrendo alla “folla” il diritto di punire uomini indifesi. La folla è stata dunque l’arma attraverso cui i gruppi di giustizieri (…) hanno portato a termine la loro azione. La società civile, interpellata come una forza letale, confortata nel suo diritto di punire, diventa una folla alla quale ritornano come per “magia” l’iniziativa del crimine “giusto” ma anche la riconoscenza simbolica di aver attuato la giustizia americana. (…) Questi linciaggi sono il luogo in cui si gioca il passaggio tra autodifesa – in quanto diritto individuale inalienabile – e difesa della razza”. Circa la metà dei casi di linciaggio sono avvenuti “con la partecipazione attiva delle forze dell’ordine che hanno consegnato i detenuti alla folla. Se si prende in esame il restante 50% dei casi, nella stragrande maggioranza di essi (corrispondente al 90%) la polizia ha fatto finta di niente”, Elsa Dorlin, Difendersi, Fandango, pp. 174-176 e 190. Tutte le note alla traduzione sono a cura di Me-Ti. ↩︎
- I membri del Ku Klux Klan erano definiti Kluxer o Klansman. ↩︎
- Ovvero che la piscina fosse utilizzata da persone bianche e nere contemporaneamente. ↩︎



