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Davvero in Italia l’autoritarismo è solo il Governo Meloni?

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Un’analisi dei rapporti tra struttura economica e centralizzazione del potere politico, per andare oltre il NO al Referendum

Nel dibattito politico italiano degli ultimi anni, soprattutto dall’ascesa al governo di Giorgia Meloni, si parla con sempre maggiore insistenza di un “rischio di torsione autoritaria” dello Stato, quando non addirittura di un ritorno del “pericolo fascista”.

D’altronde non sono poche le prove portate a sostegno di questa tesi, a partire dalla matrice politica della Premier, cresciuta sin da giovane nel Movimento Sociale Italiano, passando per le simpatie nostalgiche di tante figure del suo Governo, finendo con i suoi legami con Trump, Orban e altre forze dell’estrema destra europea. Ma sarebbero soprattutto gli atti del Governo a confermarne la deriva eversiva: dalla legislazione anti-rave ai pacchetti sicurezza, dalle dure politiche sui migranti alla pressione su scuole e università, in cui il Governo non solo agisce “dall’alto”, con normative e circolari, ma anche “dal basso”, con le schedature di docenti fatte dai giovani militanti di Fratelli d’Italia o le interrogazioni parlamentari per denunciare le scuole che non “celebrano” degnamente la memoria della Foibe…[1] Per arrivare, ed è tema di questi giorni, alla “riforma della giustizia” che è obiettivamente il primo tentativo di cambiare la Costituzione da parte della destra, aumentando il peso del potere esecutivo sul giudiziario, “saggiando” la resistenza dell’opposizione per vedere se è poi possibile procedere con altre riforme. Come quella elettorale – una truffa che darebbe alle forze che prenderebbero il 40% ben il 60% dei seggi –, o quella del premierato, che trasformerebbe l’Italia in una Repubblica semi-presidenziale, senza nemmeno i correttivi previsti da chi storicamente ha adottato questo modello.

Insomma, a prima vista sembra innegabile: per motivi, politici, culturali, legislativi – finanche etici se si pensa alle uscite sfacciate di alcuni membri del Governo sul “togliere di mezzo la magistratura”, “usare il clientelismo come al solito”, che rappresentano al meglio l’Italietta transitata dal fascismo alla Democrazia Cristiana e poi al berlusconismo –, Meloni sta avanzando spedita verso una trasformazione del nostro paese nell’Ungheria di Orban o nella Turchia di Erdogan…

Se così è, se Meloni è la fine della democrazia, la catastrofe dopo la quale nulla sarà più come prima, allora c’è solo una cosa da fare: unirsi tutti, ma proprio tutti, per sconfiggerla alla prossima tornata elettorale del 2027. E infatti è questa la narrazione delle forze del centrosinistra le quali, quando non vanno ad Atreju a chiacchierare amabilmente con Meloni, lanciano l’allarme fascista con l’obiettivo di ricompattare il proprio elettorato e recuperare consenso. D’altronde è l’unico modo in cui possono sperare di vincere, perché:

– nel centrosinistra ci sono forze molto diverse tra loro: da chi è moderatamente pro-Palestina alla “sinistra per Israele”, dalla sinistra per il “No” al referendum a quella per il “Sì”, da vaghe correnti socialdemocratiche a quelle neoliberiste di Renzi, da posizioni contrarie all’intervento in Ucraina a chi vuole mandare più armi, da chi è per la “sicurezza”, le “zone rosse” e usa una retorica anti-immigrati, a chi ha invece una posizione almeno umanitaria… Se la coalizione di centrosinistra parlasse di programma, si dividerebbe subito – e questo non lo diciamo noi, ma lo sanno tutti, come scrive Cancellato in un editoriale di Fanpage[2];

– la coalizione di centrosinistra non può prendere voti anche perché non ha saputo rinnovarsi negli anni: la presunta “svolta a sinistra” (che in Spagna è ad esempio il PSOE ha furbamente compiuto con Sanchez), in Italia non si è mai concretizzata. Dove quindi il centrosinistra governa ha in sostanza continuato le stesse politiche dell’epoca Renzi: escludenti verso le classi popolari, clientelari verso gli imprenditori etc.  

Nonostante questo, e nonostante la stessa retorica sull’“unirsi per non far vincere il fascismo” fosse usata anche all’epoca di Berlusconi – mentre gli anni successivi alla crisi del 2008 videro l’emersione di un discorso diverso, del “basso contro l’alto”, e per un attimo fecero perdere mordente a questa retorica del “pericolo fascista” –, anche molte forze sociali e politiche che mantenevano, almeno apparentemente, una loro autonomia, ora si precipitano con il centrosinistra. Alcuni centri sociali, associazioni, esponenti di movimenti, sostengono – chi in buona, chi in cattiva fede – che siccome il fascismo è alle porte, allora bisogna appoggiare o direttamente candidarsi con il centrosinistra.

Ma è davvero così? A nostro avviso una simile impostazione risulta profondamente fuorviante, perché riduce un fenomeno strutturale, come quello della torsione autoritaria, a una contingenza politica e a una questione di stile di governo. In questo modo ci spinge a combattere solo una delle incarnazioni di questa tendenza, e a dimenticare o persino ad accettare le altre. Cosa più grave, ci fa rinunciare alla nostra autonomia, a mettere da parte i nostri contenuti e le nostre battaglie – anche perché, una volta assunta questa cornice e in mancanza di un piano B, la contrattazione con il centrosinistra su candidature e programma diventa molto debole –, trascinando anche molti giovani che magari vorrebbero tutt’altro, ma a cui viene insegnato che “non c’è alternativa”, a unirsi con il centrosinistra.

In queste pagine proveremo a spiegare il nostro punto di vista, sicuramente diverso da quello dominante, ma che proprio per questo speriamo susciti dibattito.

Imperialismo e Stato: la necessità materiale dell’autoritarismo

La torsione autoritaria non è né un fenomeno esclusivamente italiano né un processo iniziato dal 2022. In Italia essa è in atto da oltre trent’anni ed è il prodotto di una serie di interventi strutturali che hanno progressivamente trasformato l’assetto istituzionale del Paese. Si tratta di interventi portati avanti trasversalmente da governi di centrodestra e centrosinistra, che hanno concorso in modo decisivo a ridurre gli spazi di rappresentanza democratica e a rafforzare il potere degli esecutivi. Ridurre tutto a una presunta “deviazione” dell’attuale governo Meloni significa occultare le cause profonde del fenomeno e, allo stesso tempo, assolvere politicamente chi ha contribuito a costruire l’attuale assetto e le prassi istituzionali che oggi vengono denunciate come pericolose.

Questa tendenza, peraltro, non riguarda solo l’Italia. Sono ormai centinaia le pubblicazioni che sottolineano come negli ultimi decenni stiamo assistendo, in una pluralità di Paesi, a una torsione autoritaria delle forme dello Stato che si traduce nel rafforzamento degli esecutivi, nella marginalizzazione dei parlamenti e in una repressione sempre più marcata del conflitto sociale. Prendiamo ad esempio i dati forniti dal report annuale del gruppo dell’Economist: su 167 Paesi analizzati, soltanto 36 possono essere considerati democrazie complete, mentre 50 rientrano nella categoria delle democrazie imperfette, 36 sono regimi ibridi e ben 60 regimi autoritari. Il trend è chiaramente regressivo. Fino a dieci anni fa i regimi autoritari erano 52 e, tra il 2006 e il 2024, l’indice globale di democrazia, calcolato dall’Economist Intelligence Unit su una scala da 1 a 10 tenendo conto di 60 indicatori, è passato da 5,52 a 5,17. In questa classifica l’Italia nel 2024 si assesta al 37° posto, perdendo tre posizioni rispetto al 2022, ma già nel 2022 aveva perso tre posti rispetto al 2021, e nel 2021 ne aveva persi due rispetto al 2020, etc. – a essere coinvolti sono anche i governi con Draghi e Conte alla guida… Questi numeri mostrano con chiarezza che non siamo di fronte a deviazioni occasionali, ma a un processo strutturale che attraversa anche democrazie liberali consolidate come quelle europee e gli stessi Stati Uniti. Per non parlare del rafforzamento degli esecutivi in paesi come Russia, India, Cina.

Da un punto di vista materialista, questo processo non può essere spiegato solo sul piano morale o giuridico. Non si tratta di una “crisi dei valori democratici” né del prodotto di leader particolarmente reazionari, ma va ricondotto al mutamento dei rapporti di produzione e all’attuale fase storica del capitalismo. L’imperialismo rappresenta infatti la fase matura del modo di produzione capitalistico, caratterizzata dalla concentrazione e centralizzazione del capitale, dalla formazione di monopoli e dal dominio della finanza. In questa fase storica, la concorrenza tra una pluralità di capitalisti lascia progressivamente il posto al dominio di pochi grandi gruppi economici, sempre più intrecciati con l’apparato statale.

A questa trasformazione della struttura economica non può che corrispondere una trasformazione della sovrastruttura politica. Lo Stato liberale-parlamentare, fondato sulla mediazione, sul compromesso e sulla rappresentanza plurale, era funzionale a una borghesia frammentata, che aveva bisogno di sedi di composizione dei conflitti interni e di spazi di negoziazione con un movimento operaio in ascesa, capace di strappare diritti e miglioramenti salariali. Nell’epoca dei monopoli e della finanziarizzazione questa esigenza viene meno. Il capitale ha bisogno di decisioni rapide, di stabilità normativa e di una repressione preventiva del conflitto sociale. La sovrastruttura politica tende così ad adeguarsi alle esigenze della struttura economica: alla centralizzazione del capitale corrisponde inevitabilmente la centralizzazione del potere politico (si vedano su questo gli ultimi testi di Emiliano Brancaccio che sostanzia con molti dati questo passaggio).

Prendiamo ad esempio l’Unione Europea…

Nel quadro della torsione autoritaria, il ruolo dell’Unione Europea va analizzato con attenzione, evitando letture semplificatorie. Il processo di integrazione europea non si è mai sviluppato come una reale costruzione sovranazionale dotata di una piena legittimità democratica, né come uno spazio politico unitario in grado di superare le sovranità statali. Al contrario, fin dalle sue origini, l’integrazione europea è stata caratterizzata da una forte impronta intergovernativa, in cui il potere decisionale resta saldamente nelle mani degli Stati più forti e delle rispettive borghesie nazionali.

Le ambizioni di una parte delle borghesie europee di dar vita a una vera entità sovranazionale, capace di centralizzare il potere politico in modo coerente con l’integrazione economica, si sono scontrate con i limiti materiali dei rapporti di forza tra Stati e con gli interessi divergenti dei diversi capitali nazionali. Il risultato non è stato la costruzione di uno Stato europeo, ma un assetto ibrido, in cui l’integrazione dei mercati e dei capitali ha proceduto molto più rapidamente e in modo molto più efficace rispetto all’integrazione politica.

In questo quadro, l’Unione Europea funziona soprattutto come uno spazio di coordinamento e disciplinamento delle politiche economiche nazionali, all’interno del quale prevale una logica intergovernativa asimmetrica. I trattati, il Patto di Stabilità, il Fiscal Compact e il ruolo della Banca Centrale Europea non rappresentano tanto l’espressione di una sovranità europea autonoma, quanto strumenti attraverso cui le principali potenze economiche del continente, e in particolare le frazioni più forti del capitale, impongono vincoli alle politiche degli Stati membri più deboli.

L’effetto di questo assetto è duplice. Da un lato, i parlamenti nazionali vedono ridursi ulteriormente il proprio margine di manovra, poiché ampie porzioni delle politiche economiche e di bilancio vengono sottratte al conflitto democratico interno e ricondotte a regole sovraordinate. Dall’altro lato, gli esecutivi nazionali risultano rafforzati, non come soggetti realmente sovrani, ma come cinghie di trasmissione di decisioni assunte in sedi intergovernative opache e poco trasparenti. L’inter-governativismo europeo, lungi dal costituire un argine all’autoritarismo, contribuisce così a rafforzare la tendenza alla centralizzazione del potere e alla marginalizzazione della rappresentanza parlamentare.

Da un punto di vista materialista, questa configurazione non è un’anomalia, ma riflette le contraddizioni del capitalismo europeo in questa fase storica. In assenza di un vero Stato sovranazionale e di una borghesia europea unificata, il processo di integrazione non può che procedere attraverso compromessi instabili tra capitali nazionali concorrenti, producendo una forma di governance che combina integrazione economica avanzata e debolezza democratica strutturale. In questo senso, l’Unione Europea non sospende la logica degli Stati nazionali, ma la riorganizza in un quadro più ampio, accentuando le tendenze autoritarie già presenti all’interno di ciascuno di essi.

…e veniamo al caso italiano

L’Italia si inserisce pienamente in questo contesto. Il processo di torsione autoritaria, che già con la “lotta al terrorismo” alla fine degli anni ’70 si era palesato a livello repressivo, prende definitivo avvio a livello istituzionale con la crisi della Prima Repubblica, per consolidarsi nei decenni successivi. Il passaggio dal sistema elettorale proporzionale a quello maggioritario, realizzato attraverso i referendum del 1991 e del 1993 e con la legge Mattarella durante i governi Amato e Ciampi, è sostenuto da un ampio arco parlamentare che comprende sia il centrodestra sia il centrosinistra. Questo passaggio segna una riduzione significativa della rappresentanza politica e rafforza il ruolo degli esecutivi. Le soglie di sbarramento, introdotte e innalzate nel tempo da governi di diverso colore politico, da Berlusconi a Prodi fino alle riforme più recenti, contribuiscono ulteriormente a escludere ampi settori sociali dalla rappresentanza istituzionale.

Parallelamente, la riforma degli enti locali varata nei primi anni Novanta dagli stessi governi Amato e Ciampi, con l’introduzione dell’elezione diretta di sindaci e presidenti di Regione, accentua la personalizzazione del potere e la verticalizzazione delle decisioni politiche. A questo processo si aggiunge un ulteriore passaggio decisivo rappresentato dal taglio del numero dei parlamentari, approvato nel 2020 durante il secondo governo Conte, con il sostegno trasversale di forze politiche di centrodestra e centrosinistra. Questa misura riduce ulteriormente la rappresentanza, rafforza il peso degli esecutivi e indebolisce il ruolo del Parlamento.

L’abuso sistematico dei decreti legge attraversa tutti gli esecutivi degli ultimi decenni, da Berlusconi a Prodi, da Renzi a Draghi fino ai governi più recenti, trasformando uno strumento emergenziale in una prassi ordinaria di governo.

Sul piano sociale, la concertazione sindacale promossa dai governi di centrosinistra negli anni Novanta rappresenta una fase di neocorporativismo funzionale alla gestione del conflitto: si cooptano le dirigenze e le strutture dei sindacati confederali per evitare problemi. Quando però le organizzazioni sindacali perdono legittimità e capacità di rappresentanza tra lavoratrici e lavoratori, anche questa forma di pseudo-mediazione viene progressivamente superata, lasciando spazio a una gestione sempre più autoritaria dei rapporti sociali. Il restringimento del diritto di sciopero e i pacchetti sicurezza, approvati sia da governi di centrodestra che di centrosinistra, completano il quadro della torsione autoritaria dello Stato.

Infine, l’impatto delle varie crisi economiche che investono il paese, crea un contesto di incertezza, precarietà, voglia di ritorno al passato, che forniscono alcune basi “psicologiche” per un discorso autoritario che va ben oltre la destra politica.

Quale lezione trarne

Se dunque analizziamo in maniera scientifica le trasformazioni che hanno caratterizzato il nostro paese vediamo che:

– stanno dentro una tendenza che ha una dimensione sovranazionale, tanto che si può riscontrare nei paesi più diversi;

– sono intrecciate alle forme “spurie” della governance europea e all’appartenenza alla Nato, scelte condivise sia dal centrodestra che dal centrosinistra, cosa che dimostra non solo come la destra non sia affatto “sovranista” o “patriota”, ma anche come il centrosinistra non sia affatto più “democratico”, se con questa parola intendiamo il legame con le classi popolari, la loro difesa davanti a “poteri forti” etc;

– che queste tendenze possono sì avere delle controtendenze locali o momentanee (non mancano gli esempi in Italia e altrove) che però, in assenza di una vera rottura e di un cambio di paradigma, vengono puntualmente riassorbite;

– che le spinte repressive e autoritarie non dipendono solo dal colore di un Governo ma dal contesto e dalla dialettica che intrattiene con la sfera economica, con la contingenza politica, con la situazione internazionale, con le lotte che si creano dal basso. Macron nella fase dei gilet gialli e nell’utilizzo della “ghigliottina” parlamentare è stato infinitamente più autoritario di Meloni, pur presentandosi come “antifascista” davanti alla Le Pen, perché ha dovuto rispondere a un grosso conflitto sociale; per motivi differenti Starmer, pur essendo un laburista, ha avuto una gestione del problema immigrazione molto più razzista del Governo Meloni; in Italia governi “tecnici” sostenuti da entrambi gli schieramenti hanno fatto, in momenti di crisi economica, scelte estremamente violente che Berlusconi aveva potuto evitare…

Insomma, se la torsione autoritaria non rappresenta una degenerazione accidentale della democrazia liberale, ma una trasformazione funzionale alle esigenze del capitale nella sua fase imperialista, contrastare questo processo non significa difendere in modo feticistico le forme svuotate della democrazia parlamentare. Tantomeno consegnarsi mani e piedi a una coalizione di centrosinistra che su temi fondamentali come la politica internazionale, la guerra, la politica economica, si è sostanzialmente mossa sempre dentro la più totale compatibilità e non si capisce perché oggi dovrebbe muoversi diversamente.

Per contrastare questo processo bisogna piuttosto ricostruire un conflitto di classe organizzato, capace di mettere in discussione i rapporti di produzione che rendono necessaria questa forma di Stato. Questa frase non è una formula astratta, o valida per tutti gli usi, ma è anzi qualcosa che va verificato e interpretato sempre di nuovo.

Il conflitto di classe è qualcosa che in parte già succede, in parte va sperimentato, in parte va accompagnato alla chiarezza e al coordinamento. Ma per fare tutto questo – sviluppare una lotta, renderla nota, farla sedimentare, trarne lezioni, farla sopravvivere nel tempo – serve un’organizzazione autonoma, che possa evitare che tutto venga recuperato dal “campo largo” del capitale.

Su tutto questo ci dobbiamo continuare a interrogare. Certo iniziando a votare No al Referendum questo fine settimana, per riuscire a sconfiggere almeno su un punto il Governo Meloni, renderlo più fragile e quindi meno sicuro nella sua azione anti-popolare. Ma soprattutto andando oltre, contrastando politicamente e culturalmente, non solo Meloni, ma le politiche che oggi incarna lei e domani potrebbe incarnare qualcun altro, radicando il conflitto sui territori, sui posti di lavoro, sui grandi temi della vita collettiva che stanno dietro e avanti questo referendum.

Sapendo che non esistono scorciatoie e che la cosa peggiore che ci possa accadere è la rinuncia, che si fa ancora più miserabile quando si ammanta di furbizia. 


[1] https://www.editorialedomani.it/politica/italia/scuole-foibe-rampelli-ufficio-scolastico-lazio-giorno-ricordo-mnlozmnu

[2] https://www.fanpage.it/politica/non-abbiamo-la-piu-pallida-idea-di-cosa-farebbero-le-opposizioni-se-vincessero-le-elezioni/

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