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Me-Ti

Di chi è Ken il Guerriero? (Ovvero: siamo tutti dei criptofasci?)

Viola Carofalo

Ieri una notizia che mi ha spezzato il cuore: Tetsuo Hara (il creatore di Ken il Guerriero che già non ci era simpatico per le cifre esorbitanti a cui ha venduto i suoi disegni al Lucca Comics etc. etc.), ha incontrato Giorgia Meloni, in visita ufficiale in Giappone e, cosa peggiore di tutte, le ha regalato un disegno personalizzato con tanto di auguri di buon compleanno. Il regalo che chiunque sia nato tra la metà degli anni ’70 e la metà degli ’80 ha sempre sognato. O almeno quello che ho sicuramente sempre sognato io che sono cresciuta con in cameretta il poster di Ken.

Ora, al di là dell’invidia insostenibile nei confronti di Meloni, l’episodio mi ha portato a fare un paio di riflessioni. Perché Ken il Guerriero è stato, come purtroppo ha sottolineato anche la Premier, parte dell’immaginario e dell’educazione sentimentale di moltissime persone della mia generazione.

Eravamo tutti criptofasci e non ce ne siamo accorti o forse c’è un altro modo per leggere la questione (e salvarci)?

Metto le mani avanti, non sono affatto esperta di anime e manga, ma sono cresciuta e ho plasmato i miei valori anche attraverso prodotti come Ken il Guerriero ed è questo di cui vorrei parlare, provare a capire se Ken appartiene anche a me, o se il suo messaggio sia effettivamente un messaggio di sopraffazione e dominio, in parole povere: fascista.

C’è una nota polemica che ha riguardato l’associazione tra “cartoni animati” giapponesi e destre che ha tenuto banco nel periodo nel quale gli anime iniziavano ad approdare sulle reti televisive italiane. Ad animarla è stato, al principio, Silverio Corvisieri con articolo pubblicato sul quotidiano La Repubblica nel gennaio 1979 dal titolo “Un ministero per Goldrake”. Per il dirigente di avanguardia operaia Goldrake era l’incarnazione della violenza, del razzismo, dell’imperialismo: Goldrake deve sempre affrontare qualche nemico spaziale estremamente malvagio, che vuole invadere o distruggere la terra e l’umana civiltà orrendamente tecnologizzata. (…) Si celebra dai teleschermi, con molta efficacia spettacolare, l’orgia della violenza annientatrice, il culto della delega al grande combattente, la religione delle macchine elettroniche, il rifiuto viscerale del ‘diverso’ (chi viene da altri pianeti è sempre un nemico odioso…)1.

Parto da qui perché mi sembra che non tanto i punti toccati da Corvisieri, quanto la sua impostazione, denuncino un certo sguardo – perdente – della sinistra. Come hanno saputo dimostrare l’afrofuturismo o i bellissimi rovesciamenti fantascientifici operati da Octavia Butler, Ursula Le Guin (se non avete ancora letto “Le visionarie” rimediate al più presto) o, per citare l’ovvio, Atwood, nessuna storia, nessun genere può essere interpretato in un modo soltanto. Soprattutto, ieri come oggi, i “giovani” non saranno salvati dalla corruzione attraverso i veti, proibendo tutto ciò che ci sembra brutto, sporco e cattivo, ma, più probabilmente, ripensandolo, rovesciandolo, scavandoci dentro.

E se a una prima lettura la nostra passione per Hokuto no Ken non può che farci considerare spacciate, forse proprio attraverso quest’opera di scavo, invece, possiamo far emergere dell’altro.

Intanto perché la polarizzazione violenza/non violenza non equivale necessariamente a quella tra destra/sinistra. Esiste una violenza legata al dominio, al piacere dell’annientamento e un’altra a difesa del prossimo e per la costruzione della giustizia. Dobbiamo andare più a fondo nell’analizzare la funzione della violenza di Ken, il suo atteggiamento rispetto ad essa, il rapporto al contesto nel quale viene esercitata.

“L’attimo in cui la terra ha tremato” è quello della guerra termonucleare: non si capisce bene come né perché – se non per una generica tracotanza, sete di potere e assenza di limite degli esseri umani – il pianeta si è trasformato in una landa desolata e polverosa (non è un caso l’ispirazione a Mad Max) dove manca tutto, e in primo luogo manca l’acqua.

Come sempre la catastrofe ecologica è lo specchio di una catastrofe umana e politica: questa penuria si accompagna a un’assenza pressoché totale di regole, anche solo quelle che dovrebbero orientare il buon senso e il vivere civile.

In questo “stato di natura” emergono due visioni, quella di Raul e quella di Ken, l’uno immagina il ritorno alla “pace” (che poi altro non è che il solito deserto chiamato pace) attraverso l’imposizione di un dominio assoluto, il proprio, postulando di fatto che l’unico rimedio all’assenza di legge, intesa come negoziazione, espressione di volontà comune e accordo, sia l’imposizione attraverso la violenza. Raul è lo Stato Leviatano che “salva” dal caos.

Ken – e con lui ovviamente i suoi, in particolare Toki, Lynn, Burt – sono la testimonianza della possibilità della persistenza di un legame, della necessità del reciproco sostegno. Non sono semplicemente buoni contro un cattivo. Negano che l’unico principio d’ordine possa essere quello del dominio. Esiste un ordine altro che è quello della solidarietà umana.

Se dopo la catastrofe l’empatia, la pietà, i legami possono essere ripristinati perché di fatto non sono mai veramente scomparsi: perché esistono nella materialità delle cose. Allo stesso modo, i vecchi, le donne, i bambini – vittime privilegiate di tutti i cattivi di ogni saga – non devono essere preservati, salvati, solo perché deboli inermi, ma soprattutto perché in un mondo popolato da figure mostruose e disumane assetate solo di potere, si presentano, nella loro normalità, come la maggioranza, sono la comunità.

Le due violenze allora non sono violenze equivalenti, una nasce dalla rassegnazione che nessun legame è possibile e dunque che la pace si costruisca solo attraverso la sopraffazione, l’altra dal suo esatto opposto. Ken rifiuta l’idea di stato di natura o la sua legittimazione del dominio, rifiuta il darwinismo sociale. Non si sottrae al gioco della forza, ma lo fa senza compiacimento o sadismo, tantomeno per sete di potere. La sua faccia imperturbabile con la quale pronuncia la celebre frase “ora tu sei morto” più che segno di indifferenza sembra segno di sofferenza: rendere di nuovo il mondo vivibile “non è un pranzo di gala”. Ken uccide non per prendere il “posto di”, per accrescere il suo dominio ma per interrompere una catena di sopraffazione e sfruttamento (di cui sono simbolo la costruzione della piramide, il lusso nel quale vive Yuda, etc.). Ha le mani sporche di sangue, ma non se ne compiace, non vorrebbe averle, in questo sta la sua tragedia (e la tragedia, forse ancora più radicale di Toki, il “medico”).

Non si rassegna all’idea che il mondo, pure così compromesso, sia intrasformabile.

E allora Ken più che rappresentare ciò che la destra è, rappresenta quello che vorrebbe farci credere di essere. Solitaria e eroica, quando è invece è ed è sempre stata piena di agganci e protezioni, sempre pronta a voltare faccia. Giusta e incorruttibile, quando ha sempre bazzicato gli ambienti più schifosi e corrotti, dalla malapolitica alla malavita. A difesa dei popoli, quando in realtà è sempre stata dalla parte dei potenti, neocorporativa e a protezione degli interessi delle classi dominanti.

Hokuto no Ken non è un fascista, a limite è esistenzialista.

È solitaire et solidaire, come scriveva Camus: ovvero carico di responsabilità verso il mondo, gravato dalla libertà, perché questa libertà è un impegno, un obbligo ad agire. E a dispetto degli omaggi di Tetsuo Hara alla Premier Meloni resta l’eroe della mia infanzia.


  1. Su questo dibattito (che andò avanti per anni) rimando a un articolo che è possibile scaricare liberamente da Academia: “Goldrake nel dibattito politico italiano degli anni Ottanta. Silverio Corvisieri, il Movimento Sociale e la Democrazia Cristiana”, in Manga Academica. Rivista di studi su fumetto e sul cinema di animazione giapponese, Vol. 11 [2018], 2018, pp. 9-64. ↩︎

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