Il “fuck you!” pronunciato il 31 gennaio da Steve Bannon nei confronti di chi, in Italia, lamenta la presenza dell’ICE alle olimpiadi invernali, può essere considerato lo slogan di quella che è stata chiamata, non senza una iperbole eccessiva: la “nuova America”. Ora, non è il caso di perdersi in sottigliezze chiedendosi quanto la nuova America sia diversa dalla vecchia. Non ci interessa. La realtà bisogna guardarla per come si presenta e si rappresenta in un dato momento; i paragoni, semmai in questo caso abbia senso farli, vengono dopo.
Non importa nemmeno fare l’elenco delle cose alle quali l’amministrazione Trump ha riservato un sonoro “fanculo!”. Basta citarne una: la rappresentazione della politica e dell’economia globali cui ci eravamo in qualche modo abituati. Le regole di comportamento e di linguaggio, ma anche di postura, sono state del tutto scavalcate. Da un primo sguardo verrebbe da dire che l’amministrazione Trump ha svolto una sorta di operazione-verità, svelando cosa si celava dietro il diritto internazionale, dietro il diritto penale, dietro i summit internazionali e le organizzazioni sovranazionali. Interessi di pochi, violenza e prevaricazione.
Qualche piccolo esempio, però, lo facciamo. Le immagini del primo incontro tra Zelensky e Trump, è stato un primo “fanculo!” visibile: scavalcando ogni protocollo formale secondo il quale i presidenti di uno Stato sono pari e allo stesso livello, Trump ha di fatto bullizzato in mondo visione un suo omologo riportandolo alla sua “statura reale” di vassallo questuante. L’operazione Maduro, che grida vendetta, ha mostrato quanto la democrazia e il diritto internazionale coprano la legge dell’interesse del più forte; il conflitto israelo-palestinese ha mostrato una ONU impotente, tanto da poter avanzare la proposta della sua sostituzione con un verticistico “Board of Peace” che risponde agli interessi affaristici di quella che è comunque, ancora, rappresentabile come la prima potenza mondiale. E che dire dei fatti di Minneapolis? Citiamo solo l’esecuzione di Alex Pretti, la cui immagine svela senza nessuna finzione il modus operandi (e le finalità) della milizia ICE. Un ennesimo vaffanculo all’idea borghese secondo cui la polizia esiste per proteggere i cittadini, usando le maniere forti solo quando necessario. La difesa di Trump degli agenti dell’ICE semplicemente non c’è stata, e non per imbarazzo, ma per esplicita volontà di lasciare loro la totale impunità. La questione si è conclusa con un vero e proprio nulla di fatto (a meno che non vogliamo credere che la sostituzione di Bovino segni davvero un cambio di passo).
L’ultimo “fanculo!” – in ordine di tempo – è appunto quello di Steve Bannon che dà degli ingrati a tutti quelli che si lamentano della presenza dell’ICE in Italia alle olimpiadi di Cortina. L’argomentazione è particolarmente significativa. Bannon non dice, infatti, che l’ICE è semplicemente la polizia di un Paese alleato che viene in Italia per proteggere gli atleti statunitensi, nel rispetto del valore della polizia nazionale italiana. Questo sarebbe un discorso che avrebbe potuto fare un’altra amministrazione. Il discorso del board amministrativo di Trump, invece, è diverso: “Fanculo! Dovreste ringraziarci perché senza di noi sareste senza difesa dalle minacce esterne”. Ovvero: se riteniamo opportuno comportarci in un certo modo, lo facciamo e basta e se non vi sta bene, fatevelo piacere perché solo per ora abbiamo deciso di fare qualcosa che ancora assomigli lontanamente al vostro interesse. Questo discorso, che è anche una pratica politica, è rappresentabile con una sola espressione: “Fuck you”, appunto.
D’altronde, non siamo gli unici ad essercene accorti. Il primo ministro canadese Carney, durante l’ultimo meeting di Davos, lo ha detto chiaramente. L’idea secondo la quale una determinata posizione nel mondo e un sistema di alleanze garantisse prosperità, indipendenza e democrazia è una finzione che sta crollando. E questo, aggiungiamo noi, riguarda tutti gli aspetti della vita politica degli stati. Diciamolo, però: Carney è un liberista, e dunque un politico che a quelle regole doveva fingere di crederci (o forse ci credeva davvero). Il suo è un discorso tutto sbagliato, in cui propone di trovare il modo per rendere di nuovo efficace la rappresentazione e la ritualità su cui si basava la globalizzazione. Qual era questa ritualità? Meeting allargati, autorità dell’ONU, spazio alle campagne di opinioni, rivendicazione dei diritti civili e della democrazia come valori, etc. Ecco, questa finzione, questa ritualità, sta crollando.
Va bene, ma a noi cosa importa? Noi abbiamo sempre saputo che il diritto internazionale serviva a legittimare l’interesse del più forte; che la polizia e la sicurezza servivano a legittimare la repressione; che la globalizzazione serviva a legittimare la tutela di una parte del mondo a scapito di un’altra. Potremmo quasi gioire e dire: finalmente il velo è crollato, finalmente tutta la brutale realtà del sistema in cui ci troviamo mostra la sua faccia, quella vera, che non può essere ignorata. E in effetti, è quello che pensiamo. Senza gioire, però, perché questo mutamento della rappresentazione politica si traduce in una enorme distruzione di vite umane. E in fondo pensiamo anche che non è la prima volta che questo avviene, ci sono precedenti in cui la società borghese si è mostrata in tutta la sua violenza: a volte è toccato a popoli “lontani” (e, complice un po’ di eurocentrismo qualcuno ha anche pensato di ignorarli); altre volte è toccato a noi… Tuttavia, questi momenti hanno sempre segnato un cambiamento nelle modalità della riproduzione ideologica di un sistema sociale, cambiamento che non può essere ignorato.
Abbiamo detto, anche, che la violenza, la repressione e la sperequazione agivano nel quadro di una legittimazione che oggi, sembra, non deve essere più cercata. Questa differenza diventa sostanziale. Già perché su una cosa, il premier canadese, aveva ragione. Che ci sia o non ci sia una certa finzione fa una differenza. Infatti, ma questo Carney non ce lo dice, cercare una legittimazione vuol dire inserire la violenza delle classi dominanti in un quadro che, sebbene finto e ideologico, dà al sistema la possibilità di riprodursi, e alla popolazione subalterna a quel sistema la possibilità di avere uno spazio di manovra.
Antonio Gramsci ci ha insegnato che la politica, nel senso più ampio del termine (come attività, come stare insieme e come forma e regolamentazione di quello stare insieme) è una cosa che si pone a metà tra la struttura e la sovrastruttura, tra la natura reale delle cose, e l’elaborazione di quella realtà; tra la verità e la pura ideologia. È una specie di realtà umana che ci dà la possibilità di dare al mondo una forma diversa, auspicabilmente più giusta e più coerente con i nostri bisogni. Attraverso la politica, insomma, si interviene sulle regole del gioco; per questo tutti facciamo politica. La fa, per necessità, chi subisce un sistema sociale, e la fa chi ne detiene il dominio. Luis Althusser aggiunge un altro elemento: la politica contribuisce anche a creare l’ideologia, ovvero un sistema di finzioni – appunto – che tiene in piedi la riproduzione di un sistema sociale. L’istruzione, il diritto, le teorie economiche, servono a fare in modo che il sistema prosperi e garantisca l’adesione convinta di chi, proprio perché occupa una posizione subalterna, quel sistema lo mantiene realmente in piedi con il suo lavoro manuale e intellettuale. Chiaramente, le finzioni rispondono a determinati interessi, interessi che sono sì materiali ma che rispondono anche a una visione del mondo. Fino a poco tempo fa, il nostro sistema sociale aveva potuto concedere alcune zone di confort in termini di diritti e di benessere che hanno potuto permettere l’illusione di una armonia di interessi. Complice una certa congiuntura economica, e complice uno spazio conquistato dalle forze antagoniste, si è potuto vivere secondo la finzione che esistesse uno spazio di partecipazione e trasformazione che in qualche modo veniva rappresentato come una concessione che dipendeva anche dalla volontà delle classi dominanti.
Negli ultimi decenni questo sistema di finzione è entrato in crisi e progressivamente si è trasformato in un enorme, gigantesco… “Fanculo!” Questo ha almeno due funzioni. È sicuramente una sveglia che ci riporta a una realtà delle cose: la violenza, la prepotenza, esiste ed è esercitata proprio da chi fino ad ora ha detto che ci avrebbe difesi e protetti, e ci ha illuso di lasciarci vivere e prosperare. Ma è anche a sua volta una finzione, che ci vuole far credere sia una necessità metterci dalla parte del più forte, che in questo momento occorre stare con la testa bassa e servire; metterci nell’ultimo posto di una catena che parte dal nostro piccolo privato, passa per i padroni, arriva fino ai circoli che amministrano grosse fette di mondo. Vuole farci credere che il nostro mondo è minacciato, che occorre cedere spazi di libertà, che occorre prepararci a tornare a essere carne da cannone.
Il “fanculo!” di Bannon è un tassello di una costruzione ideologica, neanche tanto nuova, che possiamo riscontrare in molti momenti e molti spazi della storia, e che forse solo alcuni potevano pensare che non si sarebbe mai ripresentata qui da noi. Ed è una costruzione ideologica sempre più stretta, che lascia meno margini di azione e di espressione per chi si trova nei punti più marginali di un sistema sociale, siano essi stati, comunità, classi, o individui.
Dalla finzione alla realtà, dunque: per destrutturare una narrazione, occorre riportarla al suo “nocciolo di verità”. Dalla realtà a una nuova finzione: una finzione più adeguata alla rappresentazione di un sistema che evidentemente è diventato più chiuso, più violento, e in cui gli equilibri economici e politici stanno cambiando velocemente. In questo momento, il rapporto tra il “nocciolo di verità” e la finzione sembra diventare più stretto, avvicinando le due dimensioni, ma non vuol dire che una finzione non ci sia.
Noi abbiamo il compito di comprendere questi passaggi nelle loro forme più concrete per trovare, anche quando sembra difficile, nuovi spazi di azione.



