Pubblichiamo un testo di Yasmin Nair del 2014 presente nel libro a cura di Progetto Me-Ti “Manifesto per un pessimismo strategico. Scritti su transfemminismo, trumpismo e neoliberismo” che raccoglie una selezione degli scritti dell’autrice.
Consigliamo la lettura della recensione di Anna Menale scritta a partire da questo testo e pubblicata sulla newsletter “Femminismi”.
In fin dei conti, non si può parlare di femminismo se non si parla anche di smantellare lo sfruttamento capitalista.
Un recente articolo di Michelle Goldberg, sulle “guerre tossiche del femminismo su Twitter”1, sta attirando un po’ di attenzione (sono restia ad esagerare e a pensare che i miei feed di Facebook e Twitter indichino dei trend rilevanti nel mondo reale).
A prima vista, dovrei essere d’accordo. Mi definisco femminista fin da quando ero molto piccola, da ben prima dell’adolescenza, e non è una definizione che ho intenzione di abbandonare. Perdo subito la pazienza con quelle che si ostinano a dire che non possono essere femministe a causa del fatto che esistono, ad esempio, femministe razziste o transfobiche – così come il fatto che diversi marxisti che conosco siano sessisti e razzisti non mi impedisce di definirmi marxista o di leggere Marx. Il fatto che il movimento Occupy sia pieno di un sacco di hipster bianchi che non hanno alcuna analisi strutturale del capitalismo e che pensano semplicemente che sia molto figo mettersi delle maschere2, o il fatto che le assemblee siano spesso piene di persone che si lamentano del fatto che hanno perso i loro “stili di vita da classe media” e che vogliono semplicemente che il capitalismo funzioni a loro vantaggio, non mi convince a rinunciare alla mia critica allo sfruttamento capitalista. E così via.
In ogni caso, quello che intendo dire è che il mio interesse verso il femminismo e il mio definirmi femminista non hanno nulla a che fare con le sciocchezze moderate e ginocentriche che vengono tirate fuori oggigiorno, annacquate con un sacco di chiacchiere sulla “sorellanza” (detesto questa parola, che ho sempre considerato, con grande diffidenza, un modo per farmi solidarizzare con persone che spesso non sopporto) e con un’idea vagamente essenzialista di come funziona il genere. Per me, un femminismo che non affonda le radici in un’analisi sistemica del capitalismo e del neoliberismo in particolare, è completamente inutile.
Quindi, non c’è da stupirsi se leggere l’articolo di Michelle Goldberg, così come molti degli elogi smodati di cui sta venendo coperto, mi fa solo dire: “Ehhhh…”. Che significa: mi ha lasciato un chiaro senso di disagio e la sensazione che c’è qualcosa che non va, ma non sono ancora davvero in grado di dare precisamente forma alle mie idee in merito… oh, che cazzo, sto dicendo una bugia. Ecco qua: non mi piacciono le guerre su Twitter. Non credo che gli hashtag c’entrino qualcosa con il femminismo, francamente, perché non penso che porteranno ad alcun tipo di cambiamento strutturale. Il che non significa che le assemblee in presenza sono intrinsecamente meglio. (…) Il femminismo non è morto, ma viene erroneamente identificato con ciò che Liza chiama giustamente “pornografia dell’oltraggio”3.
Quindi, sì, sono stanca della tossicità della cultura del call-out, ma, come mi ricorda la mia amica e compagna Mariame Kaba4, questo fatto è solo indice della tossicità della vita per come la conosciamo in generale e non è legato specificamente alla vita online. Dunque, perché non sto applaudendo l’articolo di Goldberg? Beh, tanto per cominciare: Mariame ed io abbiamo discusso un po’ di quest’argomento. (…) Quello che mi rende diffidente rispetto all’articolo di Goldberg è il fatto che sotto molti aspetti è strutturato ipocritamente come se tutta questa discussione non avesse a che fare anche con enormi quantità di capitale culturale. Nel leggere l’articolo di Goldberg, mi colpisce il fatto che tutta questa discussione riguarda anche persone che da ogni lato si contendono piccole sfere di influenza, che si traducono in danaro sonante, sotto forma di incarichi e lavori di scrittura. Parlare con Mariame mi ha fatto riflettere a fondo su come le dinamiche di potere in questo contesto sono ancora molto marcate dalla razza, oltre che legate al genere. Per ora, sono indifferente verso tutte le fazioni. Mi colpisce come Goldberg finga di essere semplicemente una commentatrice distaccata e come il suo ruolo di editorialista, presumibilmente ben retribuito, venga nascosto dalla sua narrazione. Il che non significa che le donne non si meritano di essere editorialiste ben retribuite, e certamente non chiediamo a Paul Krugman di rinunciare al suo posto presumibilmente incredibilmente ben retribuito al Times. Ma c’è qualcosa che non funziona nella posizione di Goldberg in questo articolo; sarebbe stato più onesto da parte sua ammettere che fa parte di questo mondo, un mondo di donne che devono capire come farsi un nome in un ambiente editoriale estremamente conflittuale, competitivo e sessista. Sono anche indifferente verso le donne a cui fa riferimento Goldberg, anche se, ancora una volta, Mariame mi ha fatto notare aspetti delle loro carriere che non conoscevo. Credo che tutte le persone implicate in questo articolo abbiano preso parte ad un meccanismo atto ad accaparrarsi dell’influenza. Goldberg può essere più distaccata grazie al suo ruolo retribuito, mentre il resto di loro sta provando disperatamente a mantenere un piede dentro ad un ambiente tappezzato da quelle mine antiuomo che sono click e like. So che le persone criticheranno questo pezzo sostenendo che sto implicitamente sostenendo che dovremmo essere felici se le donne e/o le donne razzializzate si accaparrano una fetta più grande della torta capitalista. Fatemi essere chiara: non sto sostenendo che un mondo migliore nascerà solamente se tutte noi otteniamo fette più grandi della torta capitalista. Mi oppongo alla torta, punto (a meno che non sia una deliziosa torta di mirtilli).
Alla fin fine, il femminismo – che è una lente necessaria attraverso cui comprendere e smantellare lo sfruttamento delle persone, molte delle quali sono genderizzate in modi specifici – non è al centro né dell’articolo di Goldberg, né, in realtà, del lavoro delle donne che critica. Alla fin fine, il femminismo sparisce dalla scena, mentre tutte provano a capire qual è il modo migliore per rendere celebre il proprio nome e il proprio profilo su Twitter. Alla fin fine, non si può parlare di femminismo se non si parla anche di smantellare lo sfruttamento capitalista. E in quel mondo non succede.
- Michelle Goldberg, Feminism’s Toxic Twitter Wars. Empowered by social media, feminists are calling one another out for ideological offenses. Is it good for the movement? And whose movement is it?, Feb. 2014, consultabile su www.thenation.com; l’articolo tratta dell’incontro tenutosi nell’estate del 2012 al Barnard College. Ventuno blogger/attivi- ste social femministe si riunirono per discutere su come sfruttare il so- stegno istituzionale e filantropico al femminismo online. L’incontro e la proposta furono aspramente criticati per la modalità di partecipazio- ne, da molte persone considerata escludente, e gli obbiettivi, generando una vera e propria ondata d’odio. A partire da questo episodio l’autrice prova a ragionare sulle potenzialità e i limiti dell’attivismo online, in particolare in campo transfemminista, sottolineando lo spirito mora- lizzatore e punitivo che spesso anima le “battaglie social” e la cattiva interpretazione del termine intersezionalità che ha, in questo contesto, via via perso la sua connotazione materialista. ↩︎
- Il riferimento è alle maschere di V per Vendetta. ↩︎
- Letteralmente “outrage porn”. ↩︎
- Blogging Break… (2014), consultabile su: www.usprisonculture.com (N.d.A.). ↩︎



