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I tecnofascisti tra libertà individuale e tentazione autocratica. Qualche spunto a partire da “Onnipotenti” di Irene Doda

Viola Carofalo

Le giornate post referendum rimettono al centro del dibattito il tema dell’autoritarismo e della democrazia. Ma mentre siamo tutti impegnati a prendercela – giustamente – con Meloni e a scommettere sul prossimo esponente di FDI che rassegnerà le sue dimissioni, mi sembra che ci sia un’altra riflessione, forse più urgente, da fare che riguarda i luoghi della decisionalità, la sovranità popolare, gli spazi di riorganizzazione dal basso (e il ruolo dei media non convenzionali) e che valica il perimetro della destra parlamentare.

Negli scorsi giorni ero in trasferta e ne ho approfittato per leggere il nuovo libro di Irene Doda – di suo avevo già letto L’utopia dei miliardari. Analisi e critica del lungotermismo (Tlon, 2024) – ovvero Onnipotenti. Chi sono, cosa vogliono e in che modo i tecnofascisti stanno plasmando il nostro futuro (Fuoriscena, 2026).

Ho vissuto, sia pure in maniera indiretta (erano i “miei anni”, ma non il mio campo d’interesse) una fase nella quale la gran parte dei movimenti politici non facevano che identificare la diffusione della rete come un’incredibile occasione di libertà e allargamento del nostro raggio d’azione (penso a ECN o a Indymedia, solo per fare gli esempi più ovvi). Nello spazio occupato in cui militavo nei primi anni 2000 abbiamo organizzato (non senza difficoltà tecniche) un hackmeeting, che era luogo per eccellenza di confronto su questi temi. Una manciata di anni dopo, con le cosiddette “Primavere arabe”, il dibattito sulle potenzialità democratiche della rete e dei “nuovi media” si fece ancora più estremo. Soprattutto in alcune compagini del movimento sembrava quasi che la politica di strada avesse esaurito il suo compito, che i suoi strumenti andassero non solo integrati o rinnovati, ma superati: ci trovavamo all’inizio di una rivoluzione e non lo sapevamo (?).

Butler faceva eco e rafforzava questa percezione, nel suo L’alleanza dei corpi (2015), sottolineando la sua fiducia, salvo poi fare una parziale marcia indietro, nella capacità della rete di democratizzare e diffondere le istanze di soggetti che prima non riuscivano a far arrivare la loro voce. Il racconto mediatico occidentale delle mobilitazioni partite da piazza Tahrir (che erano certo “nuove” ma anche profondamente “classiche” per le istanze dalle quali muovevano, le ragioni economiche e sociali che le avevano scatenate, etc.) era tutto legato a quello delle nuove generazioni capaci di organizzarsi e di sfuggire alle maglie della censura e della repressione tramite i social (in particolare Twitter).

Doda in questo testo non prova a suggerirci – come molti pensavano a quei tempi – che le nuove tecnologie/spazi digitali siano una salvezza, ma nemmeno sostiene che ci condannino senza appello a un futuro distopico. Senza indugiare nello sconfittismo o in inutili passatismi, mette al centro un problema che ci riguarda tutti elaborando il rapporto tra politica (dal basso e istituzionale) e tecnologie a partire da una tendenza: quello della riduzione degli spazi di democrazia e dell’intreccio tra autoritarismo e ultraliberismo. 

In questo libro l’autrice mostra il falso progressismo della Silicon Valley e ripercorre l’ascesa dei tecnomiliardari come soggetto che vuole orientare e determinare non solo il campo economico e tecnologico ma strettamente politico. Racconta le storie di alcuni di loro, Peter Thiel (fondatore di Palantir e di PayPal) in primis, la loro filosofia anarcocapitalista, la loro fascinazione non solo per una visione libera, liberissima del mercato (e, fin qui, c’era da aspettarselo) ma per un totale asservimento, strumentalizzazione dello Stato ai loro scopi. “Fin dagli inizi il progressismo della Valley è stato un’illusione: l’uso delle tecnologie digitali, da quelle social a quelle di sorveglianza, è sempre stato ambivalente, al servizio di movimenti così come di dittature sanguinarie. Ma la matrice di base è quella di una scatola chiusa, le cui regole possono cambiare arbitrariamente e il cui orientamento politico economico dipende dalle decisioni di singole persone” (p. 26).

Su ciò che sembra abnorme e ingestibile, fuori dalla portata della capacità di comprendere e di decidere dei singoli cittadini, a decidere deve essere un’élite di “competenti”. Questa è la retorica classica, oggi più forte che mai, che sostiene la necessità dei tecnici in politica, dei decisori “qualificati”: sovrapponendo il piano della competenza tecnica e della capacità politica si fanno fuori i comuni cittadini e si limita la loro sovranità. Come per la crisi ecologia – resta interessantissima a tal proposito la riflessione sulla deriva antidemocratica che alcuni discorsi sull’“emergenza” portano con sé proposta da Razmig Keucheyan – gli scenari ancora nebulosi legati al progressivo diffondersi e svilupparsi delle nuove tecnologie e in particolare dell’AI rimandano, quasi come inevitabile corollario, all’impossibilità di gestione della cosa pubblica da parte dei cittadini e dei loro rappresentanti eletti, che non avrebbero né le capacità né gli strumenti per comprendere e gestire una trasformazione di tale portata: “È una narrazione questa, di natura fortemente autoritaria: l’AI non può essere parte di una discussione democratica allargata – sui suoi impatti, sulle modalità di governance, sui suoi bias intrinseci e sulla distribuzione dei suoi benefici-, ma deve continuare a essere percepita come un’entità astratta. I padroni della tecnologia si presentano come coloro che soli possono determinare i destini di tale entità, gli unici in grado di capirla e controllarla. Di conseguenza avrebbero in mano le chiavi della sopravvivenza o della distruzione dell’umanità” (p. 80).

Libertà individuale e tentazione autocratica sono dunque perfettamente integrate nella filosofia di quelli che Doda definisce “tecnofascisti”. Apparentemente anticonformisti, se non rivoluzionari, in realtà perfettamente integrati in un sistema di potere conservatore (nel senso più profondo del termine). Prendono a prestito le parole d’ordine più libertarie per propugnare valori tradizionali e mantenimento dello status quo. Hanno in comune con i potenti di tutti i tempi un disprezzo più o meno malcelato per il popolo che sentono di dover guidare/usare come massa di manovra/dominare. E non si tratta solo di tendenze filosofiche che animano il dibattito culturale, ma di proiezioni e ingerenze politiche, come mostrano, tra gli altri, il caso di Cambridge Analytica o il rapporto Musk/Trump e Thiel/Trump.

Così mentre ci interroghiamo sui limiti etici e sulle potenzialità salvifiche di alcuni strumenti tecnici, ci tocca riflettere anche su un tema quasi sempre trascurato: quale tendenza politica accompagna (e forse è anche amplificata e accelerata) dall’espansione di tali strumenti? Come sottolineava già Haraway nel suo celeberrimo Manifesto cyborg (1985), il punto non è se gli strumenti sono buoni o cattivi in sé, nemmeno cullarsi nell’illusione della loro neutralità come se il punto fosse solo quello di usarli al meglio (perché non esistono funzioni puramente strumentali, nell’uso si sviluppano attitudini, pratiche, modi di conoscere) ma farsi una domanda sul potere: abbiamo il potere di governare, orientare, scegliere la loro applicazione e il loro sviluppo?

“Una delle domande centrali di chi cerca di fare attivismo, o di spingere nella direzione di una trasformazione sociale attraverso queste piattaforme, perciò, e se possano essere utilizzate per uno scopo autenticamente politico, di dissidenza o resistenza. Oppure se si tratta solo di una trappola, benedizione di poter usare, citando Audre Lorde, gli strumenti del padrone per smantellarne una casa” (p. 140). La questione posta da Doda non è di facile soluzione, di primo acchito la tentazione sarebbe di schierarsi con Lorde, ma, se pensiamo anche soltanto alle recenti mobilitazioni per Gaza, vediamo che ripiegare su un rifiuto aprioristico di alcuni strumenti e piattaforme rischia di privarci di alcune delle nostre (poche) risorse per fare informazione e organizzarci.

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