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I vincitori e i perdenti della guerra in Medio Oriente – parte 2

Claudio Cozza

Nella prima parte di questo articolo, abbiamo mostrato come l’attuale guerra in Medio Oriente generi vincitori e perdenti fra i vari paesi mondiali. Fra gli altri aspetti, mettevamo in evidenza come i paesi europei siano fra i più probabili perdenti e ciò viene ultimamente ribadito anche da altri commentatori. Diviene sempre più chiaro come il welfare europeo, costruito faticosamente dopo il secondo conflitto mondiale, sia sotto attacco perché costituisce una riserva di ricchezza delle classi subalterne che la classe capitalista globale cerca di portare dalla sua parte: salario sociale che diventa profitto. Così dovremmo leggere l’attuale paura della crisi e dell’inflazione: riduzione del potere d’acquisto o del welfare che va di pari passo con l’aumento dei profitti di alcuni grandi capitali. Non si tratta di opinioni ma di fatti: negli stessi giorni in cui vedevamo i prezzi della benzina e del diesel crescere vertiginosamente, solo minimamente compensati da riduzione delle accise fatta con tagli anche alla sanità pubblica, l’amministratore delegato di ENI Descalzi diceva che “per scenari di prezzo del greggio particolarmente elevati, prevediamo di distribuire il 100% del cash flow addizionale in forma di dividendo straordinario”. Prezzi più alti e minore welfare per i lavoratori/consumatori/cittadini sono immediatamente più guadagni per alcune grandi imprese, non solo italiane, come ENI.

L’esempio di ENI ci mostra quindi chiaramente come sia assurdo far coincidere la vittoria o la sconfitta con tutti gli abitanti di un paese. Cosa vuol dire che l’Italia guadagnerà o perderà con la guerra? Nulla. Ma allo stesso modo è superficiale dire che tutti i capitali di un paese, tutti i suoi settori produttivi, avranno guadagni o perdite. La guerra fra paesi è in realtà guerra economica fra grandi capitali che attraversano i paesi e vi creano problemi: sia per i lavoratori sia per i capitali più piccoli. L’aumento dei prezzi petroliferi è stato subito raccontato come perdita per tantissimi settori, ma non si può escludere che, oltre a un Big come ENI, alcune piccole imprese collegate a ENI ci guadagneranno con la guerra e magari anche qualche piccolissimo risparmiatore otterrà qualche briciola di dividendo in più dalle sue (poche) azioni ENI. Altre imprese collegate a quella Big sono invece già in sofferenza, come i produttori italiani di valvole per il settore petrolio e gas: settore più esposto nella guerra, esportando in Medio Oriente il 15% del suo export totale. L’unica certezza è quindi che, con la guerra, gli equilibri fra capitali – di varie basi nazionali e di vari settori, più grandi e più piccoli – vengono cambiati.

Vogliamo qui dire che, oltre a quanto anticipato nella prima parte (cioè che è superficiale parlare solo di paesi vincitori e paesi sconfitti), è altrettanto sbagliato saltare dalla narrazione sul piano nazionale a quella odierna della sconfitta dei “consumatori”. Così facendo, si ignora il livello chiave, ossia l’interconnessione sempre più stretta tra tutte le imprese mondiali. Ci si dimentica che ormai più del 60% del commercio internazionale riguarda importazioni ed esportazioni di beni intermedi: quei “semilavorati” comprati da imprese per generare il loro output produttivo, che a sua volta potrebbe essere rivenduto ad altre imprese e non solo alla “domanda finale” dei consumatori. Limitandoci all’UE, recenti statistiche mostrano come ben più della metà di importazioni ed esportazioni verso paesi non-UE siano appunti di “beni intermedi” e come la “domanda finale” dei consumatori pesi solo il 25% del totale.

Che la produzione mondiale sia fortemente interconnessa è confermato poi dagli investimenti reciproci di capitali residenti in tutti i paesi verso tutti o quasi gli altri paesi: ad esempio, si deve ricordare che ancora oggi capitali con sede legale in USA hanno enormi investimenti in Cina e sempre crescenti.

Questi impatti asimmetrici su imprese di diversi settori stanno già riempiendo le pagine dei giornali, anche se in maniera aneddotica. Fra i settori più colpiti, si parla dei fertilizzanti e degli altri prodotti chimici legati al gas naturale che renderanno più cara la produzione agricola, e quindi i generi alimentari. Il blocco di Hormuz ha provocato la reazione di Coldiretti: “da queste aree proviene oltre il 25% della disponibilità globale e più del 33% dei fertilizzanti utilizzati nel mondo: eventuali interruzioni avrebbero un impatto diretto sia sui costi sia sulla disponibilità dei prodotti. Le conseguenze sarebbero inevitabili: aumento dei costi di gestione lungo tutta la filiera agroalimentare e, a cascata, crescita dei prezzi per cittadini e consumatori”.

C’è poi il blocco della produzione di elio: “il Qatar è il secondo produttore mondiale di elio, sottoprodotto della lavorazione del gas, con una quota pari a circa il 33% della produzione globale. E l’elio è fondamentale nei processi di raffreddamento dei wafer di silicio e nell’incisione dei circuiti integrati di ultima generazione necessari per l’intelligenza artificiale”. Esempio che mostra l’enorme trasversalità di questa crisi.

Ci sono poi tutti i materiali plastici, tra cui “il crollo dell’offerta è già pronunciato: anche in Europa ci sono già impianti in stato di forza maggiore, ad esempio quelli dell’indonesiana Indorama, che producono Pet, la plastica usata per le bottiglie. Altri grandi gruppi chimici per ora si sono limitati ad alzare i prezzi di listino: la tedesca Basf addirittura del 30% con effetto immediato, dal 18 marzo, su una lunga serie di prodotti, dai polimeri a molti degli ingredienti usati nei detersivi e nei cosmetici”. Idem per il comparto della gomma: “dal 28 febbraio ci sono stati aumenti fino al 50% per alcune gomme sintetiche, come Nbr e polibutadiene, e dal 1° aprile ne sono previsti di ulteriori – ha denunciato ieri Fabio Bertolotti, direttore di Assogomma –, ma l’aspetto più preoccupante è il fatto che quasi la metà dei fornitori non comunica prezzi e tempi di consegna e nemmeno accetta ordini”.

Confartigianato cita altri settori italiani fortemente impattati dalla guerra: il settore dei macchinari ma anche la gioielleria e altre produzioni tradizionali italiane, con alta prevalenza di micro e piccole imprese, il cui export verso il Medio Orienta ammonta a 8,6 miliardi di euro. Impatto che dovrebbe riguardare soprattutto il Nord-Est e la Toscana.

Infine il settore dei trasporti, con i rallentamenti dei traffici marittimi ed i timori per la cancellazione di voli della prossima estate, sia per i problemi dei carburanti sia per l’inaccessibilità di alcuni luoghi di vacanza in Medio Oriente. Tanto che la low-cost del gruppo Lufthansa, Eurowings, ha già comunicato di voler potenziare più le rotte europee, tra cui Napoli. Anche qui: prima di dire chi vince e chi perde, si deve capire bene a che livello di analisi si sta parlando. Forse alcuni proprietari di hotel e B&B dalle nostre parti non saranno troppo scontenti…

Come possiamo allora identificare chi vince e chi perde a questo secondo livello di analisi, che è poi il conflitto inter-capitalistico? Dobbiamo partire innanzitutto dagli interessi – ossia dalla massimizzazione dei profitti, o meglio dalla continua ricerca di accumulazione – dei grandi capitali, delle grandi imprese mondiali. Chi sono quelle che oggi ci stanno guadagnando o ci stanno perdendo, in virtù della conflittualità crescente in Medio Oriente e nel mondo? Vedere la borsa può aiutare: sono soprattutto i produttori di armi (che confermano una tendenza già chiara a fine 2025), le Big Oil e le altre grandi imprese del settore energetico, poi le Big Tech. E poi di conseguenza le altre imprese più piccole che a questi capitali ‘vincenti’ sono collegate, come già sostenuto. Ad esempio i subfornitori dei produttori di armi, la cui domanda aumenta proprio in virtù della crescita produttiva di quei Big. Parlare della crescita economica di Leonardo SpA significa parlare immediatamente anche della sua intera catena di subfornitura.

Quanto alla crucialità delle Big Tech USA, questa è forse meglio compresa dai cosiddetti nemici dell’Occidente, gli ayatollah, che non dai suoi utilizzatori occidentali (cioè noi, che proprio in questo momento stiamo mostrando la nostra dipendenza dalle Big Tech, semplicemente leggendo questo articolo). Non solo l’esercito iraniano ha attaccato a inizio marzo i data center di Amazon in Bahrein, ma ha poi anche minacciato di attacchi le Big Tech e i suoi stabilimenti in Medio Oriente, per il supporto dato all’industria bellica.

Tutti gli attori finora citati, ossia le imprese più grandi e più piccole dei vari paesi, stanno quindi adottando strategie per aumentare i propri guadagni o ridurre le proprie perdite, nel momento della guerra. Anche alcuni “individui speciali” lo hanno fatto, grazie al loro ruolo di potere: secondo Financial Times e Wall Street Journal, sembra essere il caso del segretario USA alla Guerra, Pete Hegseth, o dello stesso Trump. Ma chi è invece l’ultima ruota del carro? Chi sono quelli che non possono scaricare su altri gli effetti nefasti della guerra? Sono i lavoratori salariati, che vedono sempre la crisi di capitale trasformarsi in crisi di lavoro. Di loro parleremo nella terza e ultima parte di questo articolo.

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