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I vincitori e i perdenti della guerra in Medio Oriente – parte 3

Claudio Cozza, Paolo Angelone

Dopo avere, nelle parti precedenti di questo articolo, analizzato l’aspetto economico della guerra in Medio Oriente a partire dalle attuali condizioni materiali di produzione, ci concentreremo ora sull’impatto su lavoro e proletariato mondiale. Come anticipato nella seconda parte, sono soprattutto i lavoratori europei (e il loro welfare) a perderci, ma l’impatto diretto è ormai percepito dalle classi popolari di tutto il mondo, anche negli stessi USA. Sui media, l’impatto sulle famiglie italiane viene già misurato in centinaia se non migliaia di euro di costi aggiuntivi: e questo viene detto non solo nelle nostre analisi di partito, ma anche in quelle mainstream del Fondo Monetario Internazionale! Alcuni articoli poi mostrano che questi impatti, in Italia, saranno diversi fra territori e anche fra tipologie di famiglie: “famiglie numerose, giovani single, operai e disoccupati. Sono le categorie più esposte” e a livello territoriale soprattutto nelle regioni del Sud e in Piemonte.

Nelle analisi mainstream, però, si parla quasi soltanto dell’aumento dei prezzi di benzina e diesel oppure occasionalmente del rialzo dell’inflazione. Analisi che alla fine suggeriscono che debbano essere gli stessi lavoratori (in quanto consumatori) a risolvere i problemi, con quelle che vengono chiamate misure dal lato della domanda: lavorare da casa, ridurre la velocità in automobile, usare mezzi pubblici, e così via. Tutte soluzioni anche condivisibili, ma che vengono avanzate non per obiettivi socio-ecologici, bensì per contrastare la crisi di capitale!

Come per gli effetti a livello paese (descritti nella parte 1 di questo articolo) e a livelli di settori/imprese (parte 2), anche gli effetti delle attuali guerre sul lavoro, che ci interessano più direttamente, devono essere analizzati con attenzione. Sennò si corre il rischio di rincorrere il senso comune (prezzi della benzina e del diesel che salgono) o perdersi nell’inspiegabilità o nel tecnicismo del su e giù di quegli stessi prezzi. Descriveremo qui di seguito, pertanto, uno “schema logico” dell’impatto della guerra sul lavoro. La chiave di questa lettura è che si devono distinguere i molteplici canali con cui la crisi di guerra si riflette sul lavoro, sia quelli diretti (appunto, come esempio, la benzina che costa di più) sia quelli indiretti e che si vedono di meno. Con la postilla che sì, gli impatti possono essere diversi fra i lavoratori di paesi diversi, ma in fondo sono “i lavoratori di tutti i paesi” a rimetterci.

Il conflitto in Medioriente impatta economicamente sui lavoratori salariati principalmente tramite 4 canali: riduzione dei salari reali a causa dell’inflazione; riduzione dei salari indiretti a causa dello spostamento dei finanziamenti pubblici dallo stato sociale al settore militare; squilibri nella bilancia dei pagamenti con l’estero; cambiamenti occupazionali determinati da variazioni di domanda di beni e servizi e quindi di lavoro.

Il conflitto ed il blocco dello stretto di Hormuz hanno determinato un immediato aumento dei prezzi dei beni energetici, essendo questi input produttivi necessari in ogni processo produttivo di beni e servizi. Questo fenomeno sta causando e causerà un’inflazione generalizzata, con delle differenze legate alla dipendenza dei sistemi produttivi da questo tipo di beni: è chiaro che il settore industriale di un paese fortemente dipendente dalle importazioni di beni energetici è più vulnerabile rispetto ad un settore di servizi e consulenze di un paese che ha investito in sistemi di energie alternative e di trasporto pubblico di massa.

L’inflazione è anche il sintomo di un conflitto distributivo e della rimodulazione della spartizione della ricchezza. Infatti in caso di crisi e squilibri, le imprese di alcuni settori, come già detto, se ne approfittano e si arricchiscono. Le imprese più competitive riescono scaricare i costi sui consumatori, le imprese meno competitive chiudono o riescono a sopravvivere tramite bonus ed incentivi pubblici, mentre i lavoratori non possono scaricare il peso della crisi su nessuno e l’unico modo che hanno per neutralizzare la perdita di potere d’acquisto è di ottenere aumenti salariali al ritmo dell’inflazione stessa. Oramai quasi nessun paese occidentale ha un meccanismo di completa indicizzazione dei salari all’inflazione. In Italia il meccanismo di “scala mobile” è stato soppresso nel 1992, sebbene già dagli anni ‘80 l’indicizzazione non fosse più completa ma solo parziale. Ad oggi i rinnovi dei CCNL hanno come riferimento l’inflazione misurata con l’indice IPCA depurato dai prezzi dei beni energetici importati, pertanto l’indice già di per sé è inferiore all’inflazione reale. Inoltre, a causa dello scarso potere contrattuale dei sindacati, raramente i rinnovi riescono a tenere il passo dell’indice; per di più a causa di ritardi, moltissimi contratti risultano già scaduti ed in attesa di rinnovo anche da anni. La conseguenza è che quasi ovunque l’inflazione si traduce in una riduzione del potere di acquisto dei lavoratori e quindi dei salari reali. In Italia, secondo i dati ISTAT, dal 2021 al 2025 i prezzi al consumo sono cresciuti di quasi il 19% con picchi del 28% nel settore alimentare, mentre i salari contrattuali sono aumentati appena del 10%. Tutto ciò, come noto, deriva da scelte politiche pluri-decennali, iniziate nella cosiddetta Prima Repubblica (appunto il blocco della “scala mobile”) e proseguite da tutti i governi della Seconda (pacchetto Treu, legge Biagi, Jobs Act e così via).

Come si sa, a livello mondiale è in corso un enorme e generalizzato piano di riarmo; i paesi del blocco NATO hanno recentemente pattuito un aumento delle spese militari al 5% del PIL. Il piano di riarmo è finanziabile tramite 3 canali: tassazione, indebitamento pubblico e spostamento di fondi da altri settori pubblici. Si tratta di un piano talmente corposo che sicuramente implicherà tutti i canali, però è chiaro che né la tassazione né l’indebitamento sono sostenibili macro-economicamente nel lungo periodo. Lo stato neoliberista e l’Unione Europea hanno fatto della riduzione di queste due variabili dei pilastri delle loro politiche economiche, per di più la libera circolazione dei capitali negli ultimi decenni ha reso complessa la tassazione delle grandi ricchezze ed ha già rideterminato uno spostamento del carico fiscale proprio sui lavoratori dipendenti. Un piano di riarmo di tale portata rende inevitabile la riduzione dei finanziamenti allo stato sociale, frutto di decenni di lotte e rivendicazioni operaie e già da decenni sotto attacco del capitale tramite privatizzazioni e austerità. Lo stato sociale consiste in una serie di beni e servizi gratuiti o a prezzo agevolato finanziati dal pubblico e diretti all’intera popolazione o alle fasce più fragili, ovvero: sanità, istruzione, edilizia popolare, e così via. E corrisponde ad una parte consistente del salario complessivo dei lavoratori: la riduzione dello stato sociale rappresenta un impoverimento netto della classe lavoratrice.

In aggiunta, dal punto di vista macroeconomico è possibile incorrere in crisi monetarie laddove le importazioni siano strutturalmente maggiori delle esportazioni. Per i paesi sprovvisti di beni energetici, questi rappresentano una parte consistente delle importazioni; pertanto l’aumento del costo delle importazioni determina la necessità di sviluppare misure alternative di approvvigionamento energetico, ma queste necessitano di tempi lunghi, oppure, nell’immediato, di contingentare beni energetici e di compensare aumentando le esportazioni. Alcuni paesi europei hanno puntato fortemente sulla crescita economica trainata da un avanzo di bilancio: per l’Italia le esportazioni di beni manufatti rappresentano da sempre un elemento di importanza strategica, tanto che molti studiosi considerano l’export italiano come la chiave del miracolo economico degli anni ‘50 e la comparsa di nuovi competitor internazionali dagli anni ‘90 come la principale causa della stagnazione economica trentennale del nostro paese.

Infine, come già detto, questa crisi rappresenta un’opportunità di arricchimento per aziende di alcuni settori, in primis quello bellico e quello energetico, mentre rappresenta una criticità per altri, specialmente quelli ad alta intensità di utilizzo di energia, come l’industria pesante (al netto di quella bellica) e la logistica. L’aumento di profittabilità di alcuni settori determina un aumento di necessità di lavoratori in quei settori per andare a creare quella ricchezza. Pertanto in questi settori aumenta la domanda di lavoro e con essa tendenzialmente anche i salari per accaparrarsi lavoratori più qualificati. Parallelamente i settori ed i sistemi produttivi perdenti, nonché le imprese che chiudono a causa della crisi, generano disoccupazione e sottooccupazione a cui corrisponde una pressione al ribasso sui salari. La sintesi di questi due effetti chiaramente dipende dalla diffusione geografica delle aziende vincitrici e sconfitte e dall’effetto ancora incerto del moltiplicatore di questo rinnovato keynesismo militare sulla domanda aggregata.

Ad oggi però i dati per i lavoratori non sembrano rassicuranti neanche a guardare la situazione della principale impresa bellica italiana: la Leonardo SPA. I dati di borsa segnalano che negli ultimi 3 anni, da maggio 2023 ad oggi, le azioni sono aumentate del 414%. Andando a visionare il bilancio consolidato del gruppo industriale, negli anni disponibili a seguito dall’invasione russa dell’Ucraina, quindi dal 2022 al 2024, il patrimonio aziendale è aumentato del 19% raggiungendo quasi 34 miliardi di euro, il fatturato è aumentato del 29% superando i 19 miliardi, gli utili sono aumentati del 97%. Dal lato del lavoro, però, la situazione è più contenuta: i dipendenti sono aumentati solo del 17% raggiungendo le 58 mila unità, il salario medio nominale è aumentato solo del 16%. E questo salario medio riflette tutti i lavoratori dipendenti, dai dirigenti agli operai, ed è chiaro che al loro interno si registrano forti differenze. Nonostante il consistente aumento dell’occupazione di quasi 10 mila unità, se consideriamo l’inflazione l’aumento del salario reale medio è quasi nullo. In conclusione, sebbene ci possa essere un aumento occupazionale, anche per i lavoratori delle aziende più avvantaggiate dalla crisi non restano che le briciole.

Sappiamo bene che nei paesi a capitalismo avanzato la classe lavoratrice paga ciclicamente il peso delle crisi e nel complesso si sta impoverendo. Anche per questo il capitale, attraverso il potere politico e mediatico, ha la necessità di minare qualsiasi possibilità di rivendicazione operaia ed indebolire la classe dividendola ed indirizzando la rabbia verso il basso e verso i popoli “barbari”. Siano essi i residenti in alcuni paesi lontani o i migranti che vengono nei paesi cosiddetti avanzati. Ma dobbiamo ricordare qui che il bacino di forza lavoro migrante ricattabile, marginalizzata, alla mercè di mafie e caporali, costretta ad accettare qualsiasi tipo di salario, costituisce un ulteriore strumento di concorrenza salariale fra poveri. In fase di crisi l’intensificazione dello sfruttamento del proletariato più marginale e del sottoproletariato, spesso di origine migrante e coinvolto in lavoro irregolare se non vero e proprio schiavismo nei settori a bassa produttività e nell’agricoltura, non è funzionale solo alla sopravvivenza delle aziende meno competitive di alcuni settori ma serve anche a raffreddare le rivendicazioni salariali del proletariato industriale. Le guerre in corso, facendo aumentare i flussi migratori, non potranno che peggiorare questa situazione.

A conclusione delle tre parti di questo articolo, affermiamo che nel complesso questa crisi sta determinando un’ulteriore appropriazione e spostamento della ricchezza dal basso verso l’alto, dalle aziende “sconfitte” alle aziende “vincitrici”, dal salario verso il profitto. Il proletariato mondiale nel complesso risulta impoverito, il capitale cerca di dividerlo indirizzando la rabbia verso il basso ed alimentando la guerra fra poveri. In questa complessità lo sforzo è quello di ricomporre la classe a livello mondiale. Non ci sono scorciatoie.


 

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