Pubblichiamo qui l’ultimo articolo di Nicos Poulantzas uscito nel settembre del 1979 su Le monde diplomatique, a un mese dalla sua morte. Il sociologo e filosofo greco naturalizzato francese Poulantzas (1936-1979) è stato uno dei principali teorici dello Stato del XX secolo e autore di opere fondamentali per la comprensione materialistica dello Stato, come per esempio Lo Stato, il potere, il socialismo del 1978.
In questo breve testo, già all’indomani della svolta neoliberista degli anni Settanta Poulantzas anticipa tendenze politico-sociali in cui ci troviamo ancora oggi: il crescente autoritarismo politico e la centralizzazione del potere in mano all’esecutivo come risposta alla crisi dell’accumulazione capitalistica, la crisi dei partiti in quanto spazi di organizzazione politica e ideologica degli interessi di classe e la centralità dei mezzi di informazione e comunicazione nella produzione dell’opinione pubblica.
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Oggi, un nuovo statalismo autoritario si sta rafforzando nei paesi capitalisti avanzati, mentre declina il ruolo dei partiti politici, aprendo così la strada a quella restrizione delle libertà che è favorita anche da una più generale trasformazione dello Stato. Senza dubbio, la realtà economica e sociale influisce sulla crisi del sistema dei partiti, ma attraverso le istituzioni politiche e l’ideologia che si stanno trasformando: l’aumento della violenza repressiva dello Stato è accompagnato, ad esempio, da una riformulazione della sua legittimazione; lo Stato risponde alla propria crisi riorganizzandosi.
La nuova repressione ricorre a una violenza non solo “simbolica”, ma aperta, e in varie forme: restrizioni delle libertà; schedatura digitale; restrizioni dei diritti delle persone; riforma dell’apparato giudiziario e di quello di polizia, ormai legati in modo organico; controllo minuzioso e serrato. Per mascherare questa evoluzione, la destra, attraverso una profonda ristrutturazione, integra nel suo discorso i temi libertari che l’avevano scossa dopo 1968; approfitta della capacità di integrazione culturale del capitalismo, capace di ogni strumentalizzazione.
L’originalità di questa nuova ideologia risiede nelle contraddizioni che riesce a tenere insieme nel suo sistema:
• Attraverso l’irrazionalismo ingaggia un’offensiva contro il marxismo e il razionalismo dell’Illuminismo, ricorrendo a un ritorno al sacro o a un neospiritualismo che va oltre la semplice reazione a una crisi ideologica, ma sfocia nella razionalità strumentale e nella logica tecnocratica degli esperti, separate dalla legge e dalla volontà generale.
• In nome del neoliberismo – e con il pretesto della liberazione dell’individuo –, l’ideologia di destra si appropria del discorso anti-statale. Allo stesso tempo, lo Stato continua a controllare la sfera della riproduzione del capitale, mentre abbandona, nel momento della crisi economica, le funzioni collettive dello Stato sociale che le masse popolari gli avevano imposto.
• In nome della sicurezza dei cittadini, l’ideologia dominante diffonde un discorso sulla legge e dell’ordine, o sulla necessità di limitare gli ‘“abusi” delle libertà democratiche (vedi la Commissione Trilaterale), e mette in pratica l’autoritarismo.
• In nome di tesi pseudo-scientifiche sulla “disuguaglianza biologica”, l’ideologia di destra ispira una rinascita del razzismo contro i lavoratori immigrati, contro il Terzo Mondo o i paesi produttori di petrolio, accusati di causare la crisi attuale, mentre difende l’idea di un nuovo ordine economico mondiale e della solidarietà tra i popoli.
Questa riorganizzazione del contenuto del discorso dominante risponde a una modificazione dei canali e degli apparati che lo elaborano e lo diffondono; li accusa perfino. Le procedure di legittimazione dello Stato tendono a sfuggire ai partiti politici a vantaggio dell’amministrazione. Questa evoluzione corrisponde al movimento che trasferisce la funzione ideologica principale dalla scuola e dall’università ai grandi organi di informazione, uno spostamento basato sul precedente, poiché la riorganizzazione dei mezzi di informazione va di pari passo con il crescente controllo esercitato su di loro da parte dell’amministrazione statale, mentre la logica e la simbologia utilizzate nel discorso mediatico riproducono fedelmente quelle dell’amministrazione. Questi fenomeni sono alla base di una crisi e di un declino dei partiti politici: poco presenti nei luoghi decisionali che si erano già spostati dal parlamento all’esecutivo, essi conservavano ancora il ruolo solido di organizzazione politica e di rappresentanza degli interessi di classe di fronte all’amministrazione, o in accordo con quest’ultima, presso cui conservavano il ruolo di interlocutori privilegiati. Costituivano inoltre apparati ideologici di primo piano, elaborando e trasmettendo, per lo più, un discorso fondato sulla volontà generale, che cementava le istituzioni della democrazia rappresentativa. Garantivano lo Stato di diritto (il caso dei partiti fascisti è diverso).
Attualmente, l’amministrazione si erge a principale organizzatore politico, vero e proprio partito delle classi dominanti, destinato ad assimilare anche le masse popolari: l’egemonia del capitalismo monopolistico multinazionale, all’interno dell’alleanza al potere, è legata, come si può immaginare, a questa usurpazione. L’amministrazione rappresenta il luogo in cui vengono prese le decisioni; si rivolge direttamente ai vari gruppi socio-professionali al di sopra dei partiti, favorendo un neo-corporativismo istituzionale e un neo-clientelismo verticale.
Da qui deriva la crisi di rappresentatività dei “partiti di potere” nei confronti delle classi e dei gruppi che rappresentano, tanto più che la legittimazione appartiene anche all’amministrazione attraverso una trasformazione accelerata della sovranità popolare in sovranità statale. Il discorso della tecnocrazia trova così nell’amministrazione un luogo di irradiazione privilegiata. Allo stesso modo, il discorso neoliberista, con la sua concezione dello Stato come arbitro della partita tra gli attori sociali, difende l’autolegittimazione dello Stato. Infine, allo stesso opera il nuovo razzismo, guidato dalla tecnocrazia con il pretesto di gestire la crisi con le leggi anti-immigrati e la psicosi dell’ostilità nei confronti del Terzo Mondo.
Questo insieme di atteggiamenti rafforza l’uniformazione e l’appiattimento dell’ideologia dominante, le forme plebiscitario-populiste di creazione del consenso e l’incomprensibilità del linguaggio degli esperti.
La crisi istituzionale riguarda innanzitutto le formazioni che partecipano regolarmente al governo, e tra queste, i partiti socialdemocratici. La loro ascesa al potere, in Germania o in Gran Bretagna, non rappresenta più una soluzione di ricambio politico reale. Inoltre, sebbene non possano essere assimilati a mere riproduzioni della destra, i cittadini non riescono a operare una scelta che poggi su una reale differenza tra élite dirigenti intercambiabili (nel senso della “democrazia competitiva” di Schumpeter). L’evoluzione contemporanea tende a generare il germe del partito unico attraverso la fusione istituzionale delle forze del partito di maggioranza e del principale partito di opposizione.
Anche gli altri partiti socialisti ed eurocomunisti, non al governo, ne subiscono le conseguenze: la legittimazione plebiscitaria e la personalizzazione del potere rafforzano il loro tradizionale carattere burocratico incoraggiano la loro dirigenza a fare uso dei grandi organi di informazione per assoggettare la base. Inoltre, questi partiti operai di massa soffrono di una crisi propria che influisce sulla loro strategia politica, sulla loro ideologia e quindi sulla loro identità. Per i partiti eurocomunisti, si tratta della messa in discussione del modello staliniano di origine terzinternazionalista relativo alla forma stessa del partito e al modello di socialismo. Per i partiti socialisti (in particolare quelli francese, spagnolo o italiano), si tratta di un interrogativo sulla socialdemocrazia dopo, da un lato, il crollo delle illusioni keynesiane di uno Stato pianificatore e in grado di controllare le crisi del capitalismo da un lato, e dall’altro la riduzione dei margini di compromesso tra le classi dominanti e quelle dominate, come conseguenza della crisi attuale.
Questo interrogativo provoca vari tentennamenti su una via di transizione al socialismo democratico che si distingua sia dallo stalinismo che dalla socialdemocrazia. Ma la causa prima, innanzitutto sociale, di questa crisi della sinistra sembra elusa: i partiti laburisti e comunisti si sono strutturati in partiti operai, mentre non sono mai stati a maggioranza operaia; si sono organizzati a partire dalle contraddizioni interne alla fabbrica (binomio partito-sindacato) e dalle condizioni di lavoro relativamente omogenee che vigono al suo interno; questo era il punto di vista dei partiti comunisti, ma anche dei partiti socialdemocratici inglesi, tedeschi o svedesi (a differenza del partito socialista francese).
Ma la lotta sociale si sposta insieme alla legittimazione dello Stato. L’estensione dello statalismo in tutte le sfere della vita quotidiana – nel consumo, nella riproduzione della forza lavoro (alloggi, trasporti, sanità…) –, lo sviluppo delle procedure amministrative, ma anche la crisi economica e quella dello Stato sociale, che colpiscono soprattutto certi gruppi sociali (giovani, donne, immigrati, alcune regioni), tutti questi fenomeni inducono una crisi strisciante di legittimazione, senza tuttavia provocare una rottura del consenso attorno al dominio di classe.
Ma le rivolte popolari si esprimono in nuove forme: non si ricorre allo sciopero generale o al progetto politico globale, così come avvenne durante la crisi “selvaggia” del 1930. Anche quando riguardano la classe operaia, le rivolte si collocano spesso a monte e a valle dell’apparato produttivo, senza tuttavia essere marginali, come alcuni anni fa. Esse condensano una protesta popolare diffusa trasponendola in ambito culturale: movimenti studenteschi, femministi, ecologisti, regionalisti che incarnano le contraddizioni di classe, contrariamente a quanto sostiene Alain Touraine; questi movimenti sociali non sono in opposizione alla lotta di classe, ma sono legati per loro natura alle contraddizioni economiche, politiche e ideologiche inerenti all’attuale riproduzione del capitale. Queste rivolte mantengono tuttavia la loro specificità, riflettendo i conflitti di classe senza ridursi ad essi.
I movimenti “fuori dalle fabbriche” riguardano diverse classi sociali che le riuniscono al loro interno: coprono un campo diversificato, relativamente eterogeneo dal punto di vista delle condizioni di vita. La loro diversificazione interna riflette anche la notevole espansione delle classi popolari, della nuova piccola borghesia dei funzionari, dei tecnici, dei quadri, degli impiegati qualificati, che sono meno interessati alla forma del partito politico e all’azione solidale, a causa di un maggiore grado di mobilità e di una ricerca individuale di promozione sociale. I circuiti istituzionali e l’azione corporativistica sono più adatti a loro. Nelle fabbriche stesse, le lotte si intensificano: ma, contrariamente alle illusioni degli anni ’60, la scienza non ha provocato l’omogeneizzazione della classe operaia nel processo produttivo. Al contrario, ha accentuato, sotto certi aspetti, le sue divisioni sviluppando le fratture tra il lavoro manuale e quello intellettuale, tra il lavoro immigrato e quello autoctono, e all’interno di ciascuno di essi.
Queste sono le principali ragioni della crisi dei partiti operai di massa, in un momento in cui la loro presenza nella società, come nel campo dei movimenti sociali, appare più che mai necessaria. Perché la ricerca di un socialismo democratico deve riuscire ad articolare una democrazia rappresentativa articolata e uno Stato democratizzato con focolai autogestiti di democrazia diretta. I partiti costituiscono un mezzo importante di questa articolazione, nonostante la corrente rappresentata da Foucault, Guattari etc., che preconizza una completa autonomia dei movimenti sociali, semplici promotori di micro-resistenze e sperimentazioni frammentarie.
Il corporativismo, la privatizzazione e la rifunzionalizzazione da parte della borghesia non mancherebbero, in questo caso, di snaturarli, non attraverso una improbabile rinascita di un poujadismo fascisteggiante, ma attraverso una “americanizzazione” che minaccia le società europee. La profonda trasformazione dei partiti operai, la loro democratizzazione interna, il riadattamento dei rapporti che tradizionalmente intrattengono con le organizzazioni di massa, una gestione adeguata della diversità sociale al loro interno (gli intellettuali per esempio), tutte queste riforme diventano necessarie. Esse consentiranno loro di controllare gli effetti della crisi del sistema politico, pur rimanendo presenti sul terreno dei movimenti sociali.
Ma questa stessa metamorfosi solleva questioni di fondo: fino a che punto i partiti possono trasformarsi senza diventare partiti populisti “piglia-tutto”? Per quanto riguarda i movimenti sociali, la loro integrazione nei partiti ancora considerati unificatori universali non sembra affatto auspicabile, per quanto flessibili e democratici essi siano. Questi movimenti rischierebbero di dissolversi, di perdere la loro originalità, tanto più che non hanno ancora trovato forme di organizzazione proprie e, in ultima analisi, dovrebbero farlo? Forse una certa tensione irriducibile tra partiti operai rinnovati e movimenti sociali costituisce una condizione necessaria della dinamica verso un socialismo democratico.



