Pubblichiamo un’intervista al filosofo e militante de La France Insoumise Stathis Kouvelakis uscita su Viento Sur. Kouvelakis ricostruisce l’ascesa dell’estrema destra mettendoci in guardia sul rischio di fare dei paragoni semplici e semplicisti con il fascismo degli anni Venti e Trenta e, così, riprodurre gli errori politici dell’epoca. Piuttosto ci offre delle categorie teoriche come “statalismo autoritario” (Nicos Poulantzas) e “populismo autoritario” (Stuart Hall) che colgono meglio la natura delle forze dell’estrema destra odierna. Infine riflette sulle strategie politiche da adottare contro l’estrema destra discutendo le esperienze storiche del movimento comunista mondiale.
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A sinistra c’è consenso sul fatto che stiamo vivendo la fine di un ciclo. Mentre dal 2008 in poi sono stati i movimenti che si sono opposti alle politiche di austerità a sfidare i regimi politici neoliberisti nel cuore del capitalismo, dall’inizio della pandemia abbiamo assistito a un’inversione di tendenza, con l’estrema destra che ha preso l’iniziativa. Ciò avviene anche – e questo è molto importante – in un contesto di crescente aggressività imperialista. Secondo te, quali sono le cause profonde di questa ascesa dell’estrema destra e in che modo sono legate alla crisi della democrazia liberale?
Dobbiamo combinare due livelli di analisi, uno più congiunturale, l’altro più “strutturale”, o almeno situato in una prospettiva a lungo termine. Sin dal suo inizio, tra la “sinistra radicale” e la “destra radicale” c’è stata una corsa per offrire una via d’uscita credibile dalla crisi del 2008. A metà degli anni 2000, in molti paesi europei (Francia, Italia, Austria, Paesi Bassi, Paesi scandinavi) esistevano già forze consolidate di destra radicale. Negli Stati Uniti, il Tea Party sta emergendo dalle elezioni di metà mandato del 2010 e l’influenza della destra cristiana all’interno del Partito Repubblicano è in aumento dall’era Reagan.
Tuttavia, come suggerisci, l’anno 2011 segna una svolta, con un’ondata di proteste di massa che esplodono su entrambe le sponde del Mediterraneo e il movimento Occupy negli Stati Uniti. Ma l’ascesa della sinistra anti-neoliberista è limitata ai punti deboli del nucleo capitalista, ovvero ai Paesi della periferia europea più colpiti dalla crisi e dalle proteste popolari: Grecia, Spagna, Portogallo, Irlanda.
Il secondo punto di svolta è il 2015, con la capitolazione di Syriza, che Perry Anderson ha giustamente paragonato al voto dei crediti di guerra da parte della socialdemocrazia tedesca nel 1914. Podemos e quasi tutto il resto della “sinistra radicale” europea hanno rapidamente approvato la decisione di Tsipras e questa è stata la fine di quel ciclo per la sinistra.
Così si è quindi permesso alla destra radicale di raccogliere i frutti del malcontento popolare. Questo compito è stato facilitato dalla costante radicalizzazione delle politiche razziste e xenofobe attuate da tutti i governi del cosiddetto estremo centro e istituzionalizzate a livello europeo dall’UE e dalle sue politiche di “esternalizzazione delle frontiere”. Anche la contestazione dal basso dell’intervento statale, alimentata dalla gestione autoritaria e socialmente ingiusta della crisi del Covid, ha aiutato la destra radicale, poiché la sinistra si è dimostrata incapace di sviluppare un approccio distinto su questo tema.
Una prospettiva più a lungo termine suggerisce che la crisi del 2008 ha amplificato la dilagante “crisi egemonica” derivante dalla stabilizzazione del consenso neoliberista tra le élite politiche occidentali a partire dagli anni ’80, ciò che è stato definito come il dominio dell’estremo centro. I partiti politici e le organizzazioni di massa della società civile sono stati svuotati di senso, l’astensionismo raggiunge livelli senza precedenti, l’autorità morale e intellettuale dell’establishment sta crollando. Questi elementi costituiscono ciò che Gramsci descriveva come la rottura dei rapporti tra i gruppi sociali e le classi e le loro forme di espressione politica nelle condizioni della democrazia liberale.
Egli aggiungeva che “quando si verificano crisi di questo tipo, la situazione immediata diventa delicata e pericolosa, perché il campo è aperto a soluzioni violente, alle attività di forze sconosciute, rappresentate da carismatici ‘uomini del destino’”. Con il suo discorso razzista e falsamente “antisistemico”, la destra radicale si è dimostrata particolarmente abile nel conquistare il sostegno di ampi settori della classe lavoratrice e popolare abbandonate dalla sinistra. Perché la sinistra, con poche eccezioni, si è ritirata in quella che è diventata una sorta di zona di comfort. Il nucleo della sua base sociale residua è ora costituito dalle classi medie istruite e dalle giovani generazioni di laureati che subiscono un declassamento sociale. La presenza della classe lavoratrice e popolare è debole nel suo elettorato e ancor più debole nei suoi membri e quadri. La sinistra rimarrà una forza in declino finché continuerà a riprodurre questa configurazione. La forza della destra radicale emerge dall’impotenza della sinistra e dalla capacità della destra di apparire come una forza che contesta lo status quo e impone una forma di ordine, una visione della società che viene presentata come capace di porre fine alla crisi dell’ordine neoliberista plasmato dall’estremo centro.
Un’opinione comune, non solo tra la sinistra marxista ma anche nell’establishment, è l’analogia tra la crisi attuale e quella degli anni Venti e Trenta (Italia, Weimar, Austria, ma anche Francia). Quali sono le somiglianze e le differenze? La borghesia sta pensando a un regime politico che rompa con la democrazia liberale per mantenere il proprio dominio?
La mia posizione, probabilmente non molto popolare nella sinistra radicale, è che considerare la situazione attuale come una ripetizione degli anni ’20 e ’30 è profondamente fuorviante. La caratterizzazione dell’estrema destra odierna come “fascismo” è essenzialmente un traslato retorico che difficilmente convince qualcuno al di fuori dell’ambiente dei circoli militanti di sinistra, che cercano di apparire come degni successori degli eroi antifascisti del passato. Più recentemente, è stata adottata da parte dei media e dell’opinione pubblica “liberale” o “di centro-sinistra”, che ha fatto dell’antitrumpismo e delle sue varianti nazionali (l’antilepenismo in Francia, l’antimelonismo in Italia etc.) un sostituto di qualsiasi reale contestazione di quelle stesse politiche autoritarie, antisociali e militariste che approvavano finchè attuate dall’estremo centro neoliberista. Non abbiamo bisogno di assimilare al “fascismo” ciò che sta accadendo per trovarlo ripugnante e convincerci che dobbiamo combatterlo con ogni mezzo necessario.
Il nucleo razionale dell’analogia è che, come ci insegna la storia, in situazioni di grande crisi, l’ordine capitalista produce – o è perfettamente compatibile con – tutti i tipi di regimi politici, come il bonapartismo, le dittature militari, il fascismo e altre forme di “stati di eccezione”, che differiscono qualitativamente dalla democrazia liberale. Il fascismo tra le due guerre fu un movimento di massa che emerse in società brutalizzate da una guerra mondiale “totale” e di fronte alla possibilità di una rivoluzione sociale. Le sue componenti essenziali erano il nazionalismo etnico, l’anticomunismo, l’azione violenta nelle strade, la volontà di rovesciare i regimi parlamentari e sostituirli con una forma di Stato completamente diversa, l’opposizione frontale al liberalismo e una visione di una società militarizzata orientata alla guerra e all’espansione imperiale. Il razzismo, e più specificamente l’antisemitismo, hanno svolto un ruolo centrale nel caso del nazismo, ma quasi nessuno nell’ascesa del fascismo italiano ed erano solo un aspetto secondario, a volte anche relativamente minore, della più ampia famiglia dei regimi “fascistoidi”, cioè autoritari e controrivoluzionari, di quel periodo (Ungheria, Romania, Spagna, Portogallo, Grecia). Dobbiamo inoltre ricordare che anche i regimi costituzionali liberali hanno vissuto momenti di estrema coercizione, come le leggi di emergenza contro gli anarchici nella Francia (repubblicana) degli anni Novanta dell’Ottocento, il maccartismo (e i suoi equivalenti in altre parti dell’Occidente) negli anni Cinquanta o la repressione dell’estrema sinistra in Italia o in Germania negli anni Settanta. Il tipo di antifascismo promosso oggi dal mainstream si basa sull’idealizzazione liberale della democrazia liberale stessa. La sinistra dovrebbe rifiutarlo e sottolineare che i diritti e le libertà sono sempre stati conquistati, a caro prezzo, dalle lotte popolari, non da qualche virtù intrinseca dei regimi liberali.
Oggi l’estrema destra, o forse sarebbe meglio dire la “destra radicale”, è un fenomeno elettorale, con espressioni solo marginali (anche se in crescita) a livello di azioni di strada. Il suo virulento razzismo è presentato come una visione “difensiva”, volta a proteggere la “nazione” e le “società europee” da varie ‘minacce’ (migranti, musulmani, “invasori” non bianchi, etc.). La loro promessa “sociale” alle classi popolari è una sorta di “ridistribuzione interna” lungo linee razzializzate, che presumibilmente favorirà i “veri cittadini”, cioè i bianchi e i non musulmani, nella previdenza sociale e nel mercato del lavoro. Oggi, i guerrafondai si trovano molto più in questo centro neoliberista, compresa la socialdemocrazia e i vari partiti dei Verdi, che nella destra radicale. In Occidente, nessuna forza politica di una certa importanza ha una visione politica che rompa con le istituzioni parlamentari. I discorsi anti-migranti e islamofobi, e il tipo di politiche che ne derivano, sono condivisi da quasi tutto il mainstream politico, da Orban a Macron. Anche la difesa dei diritti delle minoranze è stata in una certa misura recuperata dal discorso omo-nazionalista e femo-nazionalista delle forze più agili della destra radicale. Alcuni dei suoi leader più importanti sono donne che soddisfano tutti i requisiti della “modernità” (come Marine Le Pen o Giorgia Meloni), mentre altri dichiarano apertamente la loro omosessualità (Alice Weidel, Heinz-Christian Strache, Filip Dewinter, Pim Fortuyn è un pioniere in questo senso).
L’islamofobia alimenta la politica mainstream ben oltre l’estrema destra. Si è rivelata un formidabile collante ideologico che permette ogni tipo di combinazione tra la difesa degli “ebrei” e/o di Israele, delle persone LGBT e dei diritti delle donne, del nazionalismo bianco, etc. Pablo Stefanoni ha fornito un’analisi molto stimolante di alcuni aspetti della destra radicale contemporanea e ha chiaramente dimostrato che non possiamo analizzarla con le lenti del passato, anche se la maggior parte di queste forze continua ad avere opinioni reazionarie su molte questioni cosiddette “sociali”.
Vedo l’ascesa dell’estrema destra come un fattore autonomo che accelera la svolta autoritaria delle società e dei regimi politici occidentali e, allo stesso tempo, come il risultato di quella svolta, iniziata negli anni ’70, con la crisi finale del compromesso sociale keynesiano del dopoguerra. Stuart Hall ha notoriamente caratterizzato il thatcherismo come “populismo autoritario”, adottando in parte – ma anche modificando in parte – la nozione sviluppata dal defunto Nicos Poulantzas di “statalismo autoritario”. Il punto essenziale è che non dovremmo guardare alle due dimensioni del dominio borghese, il consenso e la repressione, né come mutualmente esclusive né come un gioco a somma zero. Possiamo avere sia una maggiore repressione che forme ampliate di consenso a tale repressione. Questa repressione proviene certamente dall’alto, cioè dallo Stato, ed è necessaria per attuare lo smantellamento del compromesso sociale del dopoguerra noto come welfare state. Ma essa riesce a istigare e catturare il panico morale che si diffonde “dal basso”, da un contesto di degrado della vita quotidiana e da una “struttura del sentimento” dominata dalla percezione del declino e da una mancanza di aspettative positive per il futuro. Data l’impotenza della sinistra, il risultato è un più ampio consenso ai discorsi e alle politiche autoritarie, di cui il razzismo e le richieste di “ordine pubblico” sono le componenti essenziali.
Questo ci porta alla questione dello Stato capitalista, che, come sappiamo, non è un organo neutrale e allo stesso tempo si articola attraverso un complesso processo egemonico. Se restringiamo la questione alla forma politica, sebbene non sia l’orizzonte ultimo per chi è impegnato nella prospettiva del socialismo, è anche ovvio che la democrazia liberale condensa ancora un insieme di libertà politiche che, sebbene in declino, rappresentano conquiste storiche del movimento operaio. Quale dovrebbe essere la posizione e la strategia dei marxisti nei confronti dell’attuale forma dello Stato capitalista e della crisi della democrazia liberale?
È abbastanza facile vedere che la democrazia, comunque la si definisca, è oggi in declino in tutto il mondo. In parole povere, l’effetto combinato delle politiche neoliberiste, della globalizzazione capitalista e della sconfitta delle esperienze e dei movimenti socialisti del XX secolo ha portato al declino della democrazia liberale così come la conoscevamo nei Paesi nel cuore del capitalismo. Il concetto di “statalismo autoritario” di Poulantzas, volto a cogliere le trasformazioni strutturali dello Stato quando il neoliberismo era ancora nelle sue fasi iniziali, mi pare molto utile: il ruolo rafforzato e più direttamente politico dei livelli superiori della burocrazia statale, il rafforzamento del potere esecutivo a scapito delle istituzioni rappresentative, l’indebolimento delle forme consolidate di mediazione politica come i partiti e i sindacati, la crescente importanza dei mass media che svolgono sempre più il ruolo precedentemente riservato ai partiti, la proliferazione delle nuove tecnologie di sorveglianza e di forme più diffuse di repressione. In altre parole, il neoliberismo non equivale a “meno Stato”, ma a un processo di de-democratizzazione dello Stato e alla sua subordinazione più diretta alle esigenze dell’accumulazione capitalistica.
In questo quadro mancava ovviamente ciò che è accaduto dopo la fine degli anni ’70, ovvero l’ascesa dei partiti di estrema destra e il modo in cui queste forze hanno “politicizzato” il razzismo. Ovviamente il razzismo preesisteva come fenomeno costitutivo del sistema mondiale capitalista, ed è radicato nella frammentazione gerarchica della forza lavoro globale che lo accompagna, come ha brillantemente analizzato Immanuel Wallerstein. Ma, per ripetermi, ciò che è accaduto in questi ultimi anni non è il “ritorno del fascismo”, gli “anni ’30 al rallentatore” per citare Tony Cliff, ma una più ampia riorganizzazione e radicalizzazione della destra, sia come reazione che come adattamento all’ascesa dello statalismo autoritario. Una reazione nella misura in cui può essere vista come l’espressione del malcontento popolare e del fatto che alcune frazioni delle classi popolari e medio-basse rifiutano la loro espulsione dalla scena politica dominata dall’estremo centro neoliberista e dalla sua base sociale dell’alta borghesia. Ma riflette anche un’accettazione di questo ordine neoliberista, poiché queste forze abbracciano pienamente la sostanza di queste politiche e ne chiedono una versione ancora più autoritaria, a condizione che il costo sia pagato da coloro che sono considerati “piantagrane” e “intrusi” (minoranze razzializzate, migranti, persone LGBT+, etc.).
Si tratta di una strategia potente perché cattura e rimodella il “senso comune” di ampi settori sociali, ma in definitiva è anche fragile, poiché la paura, il risentimento e la promozione di identità reazionarie forniscono solo una base limitata su cui costruire consenso e un blocco sociale coeso. Le promesse sociali avanzate sono prive di qualsiasi contenuto reale, e peggiorare ulteriormente la vita di alcuni non migliorerà quella degli altri. Tuttavia, finché non viene sfidata con successo dalla sinistra, la destra radicale ha dato allo Stato autoritario neoliberista la base di massa che finora gli era mancata. Questo processo spiega anche la convergenza tra settori di estrema centro, destra tradizionale ed estrema destra emersa in molti Paesi, in particolare laddove esistono significative forze della sinistra radicale. Questo è particolarmente vero in Francia, dove la politica mainstream è sempre più dominata dalla linea “tutto – compresa l’estrema destra – tranne Mélenchon”.
La conclusione ovvia di tutto ciò è che la difesa della democrazia, o, per essere più precisi, la lotta contro la de-democratizzazione guidata dal neoliberismo, dovrebbe essere in cima all’agenda attuale della sinistra. Storicamente, la svalutazione della “democrazia liberale” da parte della tradizione di pensiero della Terza Internazionale (con l’eccezione di Gramsci), ovvero l’incapacità di comprendere che gli elementi democratici autentici nei regimi borghesi sono conquiste vinte a caro prezzo dalle masse popolari e non trucchi “borghesi” per placare il proletariato, ha avuto un effetto devastante sul movimento comunista del XX secolo. Ma difendere la democrazia non deve essere inteso solo come difesa delle libertà e dei diritti, per quanto cruciale possa essere questa battaglia istituzionale e giuridica. Per la sinistra anticapitalista, difendere la democrazia dovrebbe anche significare lottare per l’azione autonoma delle classi subalterne, attaccando tutto ciò che le riduce alla passività e aprendo brecce nel dominio del capitale sulla vita sociale. Questo mi sembra l’unico modo per costruire una controegemonia dei subalterni e preparare concretamente il terreno per una democrazia socialista.
Passiamo ora ad alcune questioni di strategia. Tornando al paragone con gli anni ’20 e ’30, all’interno del movimento comunista furono messe sul tavolo tre strategie per affrontare questa combinazione di crisi della democrazia liberale e ascesa dell’estrema destra. Molto schematicamente, si trattava del “Fronte Unico”, della strategia del “Terzo Periodo” detto anche “socialfascismo” e del “Fronte Popolare”. Quali lezioni possiamo trarre oggi dai dibattiti dell’epoca? Più in generale, qual è la dialettica tra una strategia difensiva e una offensiva in una congiuntura che non sembra molto promettente per la sinistra?
Se concordiamo sul fatto che la situazione attuale non può essere intesa come una ripetizione, o anche solo una variante, degli anni ’30, allora dobbiamo ripensare la strategia. Ciò non significa che non possiamo trarre utili insegnamenti dal passato. In realtà, una comprensione autocritica del passato è un passo necessario per un nuovo inizio. Delle tre proposte strategiche che hai citato, è abbastanza facile fare i conti con il “Terzo Periodo”, una linea ultra-settaria adottata dal Comintern nel 1928 che portò all’immenso disastro dell’ascesa al potere del nazismo e alla completa distruzione del movimento operaio più potente dell’Europa di allora. Le altre due meritano una valutazione più attenta: il “Fronte Unico”, inteso in senso lato, cioè esteso a tutte le forme di attività autonoma delle classi subalterne e non solo a ciò che solitamente si intende per “movimento operaio”, appare come una componente indispensabile – ma non sufficiente – di ogni strategia interessata a ottenere vittorie effettive.
Ma fin dall’inizio, negli anni Venti, c’è stata un’ambiguità sulla sua reale portata: si tratta solo di una mossa tattica, di una posizione temporanea da mantenere in una situazione difensiva, da superare rapidamente con una linea offensiva che riaffermerebbe il ruolo guida esclusivo del “partito rivoluzionario”? O è un modo per elaborare una strategia rivoluzionaria diversa dallo “scenario dell’ottobre 1917”, che comprenda il divario che separa l’Occidente dall’Oriente, per usare le categorie ben note, ma spesso fraintese, di Gramsci?
Trotsky aveva ovviamente perfettamente ragione nella sua brillante difesa di un fronte unico tra socialdemocratici e comunisti come unico modo per impedire ai nazisti di accedere al potere, contro la linea suicida del Partito comunista tedesco (KPD) e del Comintern dominato da Stalin. Ma egli concepiva comunque quel fronte unico come una mossa difensiva che avrebbe dovuto rapidamente lasciare il posto a un’offensiva rivoluzionaria, poiché ciò che era all’ordine del giorno nel breve termine era la conquista del potere. In una situazione così vicina alla rivoluzione, Trotsky aggiunge all’inizio del 1932, che i Soviet diventano “la forma più alta del fronte unico” e che l’intero processo avrebbe dovuto seguire quasi in modo identico la sequenza russa del 1917. Questa concezione della rivoluzione come quasi permanentemente “alle porte” era sostenuta dalla ben nota visione catastrofista di Trotsky sul capitalismo “in decomposizione”, “incapace di sviluppare le forze produttive” etc., una visione profondamente radicata nella visione del mondo del Comintern (ancora una volta con l’eccezione di Gramsci) sin dalla sua creazione e già formulata nella definizione di Lenin dell’imperialismo come forma “parassitaria” e “agonizzante” del capitalismo.
Ora, le strategie di tipo “Fronte Popolare” sono in un certo senso l’opposto del “Fronte Unico”. La linea delle ampie alleanze adottata gradualmente dal 1934 in poi dal Comintern, a favore della quale si schierò la maggior parte della socialdemocrazia, doveva includere non solo le componenti del movimento operaio, ma anche settori della “piccola borghesia” e persino della “sinistra borghese”. Tuttavia, poiché il nucleo dell’alleanza era costituito da forti partiti comunisti e socialisti, essa scatenò una vera e propria mobilitazione di massa contro il fascismo. Questo antifascismo popolare aveva un forte potenziale anticapitalista, rifletteva la volontà di “cambiare la vita”, come recitava uno slogan francese dell’epoca, ma questo potenziale era in contrasto con la strategia politica adottata. In Francia, la vittoria elettorale dei Fronti Popolari diede enorme fiducia alle masse e scatenò l’ondata di scioperi del giugno 1936, il primo movimento di massa della classe operaia industriale nel Paese. I comunisti francesi riconobbero la dimensione emancipatoria della tradizione democratica francese, risalente alla Grande Rivoluzione e al periodo giacobino. Su questa base, abbozzarono una versione di strategia egemonica presentandosi sia come forza nazionale-popolare che come partito della classe operaia in grado di guidare un ampio blocco sociale verso il cambiamento sociale, una sorta di “gramscismo in una forma pratica”. Ma c’era una pesante contropartita: l’abbandono di tutte le posizioni anticolonialiste e una rigida prospettiva “a stadi” che rinviava il socialismo a un futuro lontano. Qualsiasi idea di articolare le immediate rivendicazioni democratiche in un vero e proprio “programma di transizione” fu respinta dai partiti comunisti in nome di un’ampia unità antifascista. In un contesto di crescente polarizzazione di classe, le politiche del Fronte Popolare equivalsero a un riformismo irrealizzabile, che spaventava le classi dominanti, poiché nasceva da una dinamica di massa, bloccando al contempo ogni possibilità di vittorie rivoluzionarie.
Ovunque questa strategia fu sconfitta e il fascismo prese il sopravvento. In Francia, l’alleanza crollò, con l’ala borghese (i radicali) che cambiò schieramento e aprì la strada alla reazione e alla controffensiva di una classe capitalista traumatizzata dagli scioperi del giugno 1936. In Spagna la situazione era molto peggiore, poiché, a differenza della Francia, lì era in atto un processo rivoluzionario già prima del successo elettorale del Fronte Popolare. L’alleanza della sinistra si ruppe dall’interno, con i comunisti che si allearono con l’ala moderata del Fronte per sopprimere violentemente tutte le forze che potevano portare a sviluppi più radicali di quelli del semplice antifascismo e della difesa di una Repubblica borghese. Alla fine furono essi stessi messi da parte dai loro alleati borghesi che cercarono di raggiungere un compromesso con i fascisti e alla fine si dimostrarono disposti a capitolare. Inutile dire che l’intera strategia era strettamente in linea con la politica estera dell’Unione Sovietica, che in quegli anni dava la priorità a un’alleanza con le democrazie liberali per contenere la Germania nazista e si opponeva a tutto ciò che potesse destabilizzare il dominio borghese in Occidente (come le rivoluzioni interne o le lotte di liberazione nelle colonie).
La doppia lezione da trarre è che la sinistra dovrebbe evitare la doppia trappola dell’estremismo e della ripetizione immaginaria delle glorie passate, anche se questo rischio sembra attualmente piuttosto marginale. Molto più grave è quello di diventare una forza subalterna in un blocco neoliberista vacillante. In nome dell’“antifascismo”, alcuni settori della sinistra sembrano tentati di assumere il ruolo di forza ausiliaria del mainstream liberale. Questo pastiche del Fronte Popolare storico non può che portare a una sconfitta certa, senza fornire nulla di lontanamente paragonabile alla dinamica di massa dell’antifascismo degli anni ’30. Tradisce una forma di panico che non coglie affatto il punto della destra radicale odierna, cioè il fatto che non si tratta di una ripetizione del fascismo, ma del risultato della trasformazione del campo politico plasmato dal consenso neoliberista dei decenni precedenti, un consenso che include razzismo, militarismo, interventi imperialisti e complicità nei genocidi. Solo una risoluta opposizione a questo ordine neoliberista – di cui l’impero statunitense, la NATO e l’Unione Europea sono i pilastri – può offrire una prospettiva positiva e riconquistare quei settori delle classi popolari che sono influenzati o tentati dalla destra radicale e dal suo falso discorso “antisistemico”.
Oggi, gli esperimenti di sinistra più promettenti nel Nord globale, come quello di La France Insoumise, di Mamdani e di altri socialisti eletti negli Stati Uniti, e la riorganizzazione in corso della sinistra britannica, sono quelli che hanno seguito questa strada. La solidarietà con la Palestina, un forte antirazzismo e l’opposizione al militarismo, la costante interazione con le mobilitazioni di base, un programma sociale antineoliberista solido e concreto, ma anche la rivendicazione di una visione progressista della nazione e della sovranità nazionale-popolare appaiono come le componenti costitutive di questa New Left emergente. Se prendono sul serio la politica, che può solo significare politica di massa, i marxisti devono essere parte integrante di questo movimento e contribuire alla sua ulteriore radicalizzazione in direzione anti-imperialista e socialista. Ma per poterlo fare devono abbandonare modi di pensare obsoleti e irrilevanti come la volontà di ripetere gli scenari rivoluzionari del passato, lo sterile avanguardismo e le sue fantasie di purezza ideologica e una visione astratta dell’internazionalismo, che differisce di poco dal cosmopolitismo liberale. Devono riconnettersi con i soggetti sociali e politici realmente esistenti, prima di tutto con la classe lavoratrice e popolare, al fine di trasformare il senso comune delle grandi masse e attivare la costruzione di un blocco controegemonico.



