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La «Nuova Francia» di Mélenchon o la «Francia eterna» di Zemmour? Il falso dilemma

Sabrina Waz

Riprendiamo un intervento della giornalista e attivista Sabrina Waz sul media online francese decoloniale Paroles d’honneur. In questo intervento Waz discute la categoria di «Nouvelle France» di Jean-Luc Mélenchon (LFI), le reazioni che provoca nei diversi schieramenti politici e le sue potenzialità politiche se riesce ad andare oltre un discorso meramente morale o di riconoscimento.

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Iniziamo da una raccolta di reazioni da parte di politici e giornalisti di destra e di sinistra al concetto di “Nuova Francia”.

“Io ho una domanda su questo concetto di Nuova Francia, non capisco.”
“In realtà è l’anti-Francia.”
“Quando si parla di Nuova Francia, di creolizzazione, non mi ci ritrovo affatto. Fa parte dell’agit-prop di sinistra.”
“Contribuisce a fratturare sempre più la Francia e a dividerla.”
“Qui siamo a casa nostra.”
“È la negazione della Francia.”
“È un discorso che mette a repentaglio la coesione nazionale.”
“È la dissoluzione della Repubblica.”
“Il suo progetto qual è? È la colonizzazione.”
“La mia preoccupazione, in fondo, non è solo il caso di Saint-Denis, è il fatto che da qui a una quindicina d’anni la Francia sarà proprio questo.”

La Nuova Francia agita il dibattito politico

​Il meno che si possa dire è che la questione della Nuova Francia scuote il dibattito politico. Durante il suo comizio a Saint-Denis, Jean-Luc Mélenchon dichiara di aver lanciato questa formula come si agita un “drappo rosso” e di averlo fatto “con la piena consapevolezza” che ciò avrebbe fatto reagire “gli ossessionati della razza”. Da questo punto di vista l’operazione ha funzionato perfettamente. Poche formule politiche suscitano altrettanti commenti e coperture mediatiche. Reazioni innanzitutto all’estrema destra, di cui la nazione e il nazionalismo sono i terreni storici. La sinistra di rottura arriva con un nuovo concetto, un concetto che non rifiuta la nazione ma che sceglie piuttosto di contenderne la definizione. La Nuova Francia è qui, verrebbe a sostituire in grande stile la Francia eterna.

Antonin Ferreira dell’Institut pour l’Audace Politique (think tank di destra): ​“In effetti il suo progetto politico di conseguenza diventa molto chiaro, cioè che lui per tutta la sua vita si è battuto per ritrovare in Francia l’impero coloniale multiculturale che ha conosciuto quando è cresciuto. E per farlo che cosa si deve fare? Si devono far venire sempre più stranieri extraeuropei per poter ritrovare questo melting pot […] E in effetti il suo progetto qual è? È la colonizzazione ed è questo che bisogna dire”.

​E anche se da parte di La France Insoumise si spiega che questa Nuova Francia è quella di tutte le trasformazioni sociali dall’avvento della Quinta Repubblica, è proprio perché questa Nuova Francia tocca uno dei nodi più sensibili che fa tanto parlare: tocca l’articolazione tra la razza e la nazione.

​Anche tra i centristi l’occasione è troppo ghiotta. Olivier Faure (Partito socialista) dichiara nel giugno scorso: “Quando Jean-Luc Mélenchon arriva a rivendicare l’idea di una grande sostituzione, quando dice in comizio ‘la grande sostituzione siete voi’ rivolgendosi alla folla, entra in un terreno che è precisamente quello dell’estrema destra”

Gabriel Attal (Renaissance, già primo ministro nel 2024) da parte sua afferma che la Nuova Francia esclude una parte della popolazione francese. Ironico quando si sa che la legge che vieta l’abaya è stata promossa proprio da lui: “Non potrà entrare in classe, ma in compenso avrà un colloquio con delle squadre formate per questo che le spiegheranno la regola”

C’è dunque qui un opportunismo dai molteplici volti, ma con un solo obiettivo: indebolire La France Insoumise.

​Nel campo della sinistra rivoluzionaria la formula mette quantomeno a disagio, ad esempio Philippe Poutou del Nouveau parti anticapitaliste (NPA) che dichiara a proposito della Nuova Francia: “Nuova Francia beh, tutto ciò che ruota un po’ attorno al sovranismo e al nazionalismo ovviamente pone un problema”. Ma Poutou rigetta in blocco questo concetto che secondo lui si riassume in sostanza con, cito: “Non è la Francia come la destra, ma è pur sempre la Francia”. Per il NPA il problema della Nuova Francia è che parla ancora troppo di Francia. Dicendo questo, bisogna comunque precisare che nonostante i disaccordi con LFI, l’NPA di Poutou ha annunciato qualche giorno fa che non presenterà un candidato e questo allo scopo di sostenere la candidatura di Jean-Luc Mélenchon. E salutiamo il senso di responsabilità di questi militanti.

La Nuova Francia: un’esperienza popolare?

​Torniamo alla Nuova Francia. Bisogna essere onesti, non è una grandissima sorpresa che questa espressione faccia tanto parlare, a sinistra come a destra. Essa reintroduce la questione nazionale quando il centro preferisce parlare di “cittadinanza” o di “universalismo”, mentre la sinistra rivoluzionaria preferisce parlare di “classe” e di “internazionalismo”, spesso in modo astratto. C’è forse qui un’occasione per la sinistra di rottura. Perché ciò che colpisce non è solo che questa formula faccia discutere in ambito politico, è che abbia incontrato una forte adesione popolare.

​Sentiamo chi ha partecipato al comizio di La France Insoumise a Saint-Denis il 7 giugno scorso: “Il concetto di Nuova Francia in realtà è molto semplicemente la rappresentazione attuale della popolazione”. E anche: “Nuova Francia significa che il razzismo se ne deve andare, è questa la Nuova Francia, non c’è niente di meglio”

C’è qualcosa in questa formula che sembra essere stato compreso spontaneamente da una parte del popolo, ed è in parte perché per molti indigeni, neri, arabi, musulmani, questa formula è un respiro. Permette di esprimere un’esperienza che resta spesso priva di linguaggio: amare questo paese pur venendo regolarmente rimandati alla propria esteriorità. E soprattutto questa Nuova Francia non chiede di scegliere tra l’attaccamento al proprio paese e la consapevolezza del razzismo, afferma persino che queste due esperienze coabitano. Permette di aprire una breccia nel romanzo nazionale. Ed è una delle forze di questo concetto: non aver inventato una realtà, ma aver dato un linguaggio a un’esperienza popolare che già esisteva.

​Ma la Nuova Francia non è né una strategia né uno sbocco politico. Partendo da qui non si tratta di fermarsi all’espressione, si tratta di prendere sul serio ciò che essa ci obbliga a pensare. Pensare quali condizioni politiche si devono costruire affinché questa realtà demografica non sia né uno slogan polemico né una constatazione sociologica, ma diventi una proposta politica offensiva.

La Nuova Francia non è la Francia black-blanc-beur

​E i nostri nemici hanno già capito qualcosa, anche se non ve lo diranno in questo modo. La Nuova Francia non è una nuova versione del “black-blanc-beur”. Non dice solo che la Francia è più diversificata di prima. Se questa formula suscita tante reazioni è perché contiene qualcos’altro: la questione del potere. Il modello dell’antirazzismo morale “black-blanc-beur” poneva una questione di rappresentazione: chi è visibile, chi è riconosciuto, chi può finalmente apparire come francese. 

La Nuova Francia è molto più pericolosa perché è l’erede di uno spostamento che cambia tutto: il passaggio da un antirazzismo del riconoscimento a un antirazzismo della potenza, quello che mette sul tavolo la questione dei rapporti di potere. Ed è questo spostamento che ha collegato la lotta contro il razzismo all’islamofobia di Stato, alle violenze razziste istituzionali, al continuum coloniale, alla Palestina, all’imperialismo, e più ampiamente ai rapporti di razza che strutturano tutta la nostra società, e che noi chiamiamo, secondo la formula di Houria Bouteldja, “lo Stato razziale integrale”.

​Dunque la Nuova Francia non è solo la Francia trasformata dall’immigrazione. È la Francia trasformata da diversi decenni di antirazzismo politico, e bisogna riconoscere in questo una vittoria. L’antirazzismo politico ha trasformato le menti e la sinistra, ha reso imprescindibili questioni un tempo marginali. Ed è una conquista considerevole. Ma questa vittoria non deve farci mancare di vigilanza. L’antirazzismo morale non è morto, si aggira e conserva una forte capacità di attrazione. Riappare regolarmente non appena la lotta contro il razzismo viene ridotta a una condanna astratta dell’estrema destra.

​La parola d’ordine della manifestazione del 21 giugno di La France Insoumise, “contro il razzismo e l’estrema destra”, ricorda che la tentazione dell’antirazzismo morale esiste ancora. Certo questa parola d’ordine, “manifestiamo contro il razzismo e l’estrema destra”, non è sbagliata, ma non è nemmeno del tutto giusta. E direi persino che dopo troppi lunghi anni con Macron al potere, questa parola d’ordine ha come un treno di ritardo. E non significa essere troppo duri fare questa critica, è solo che sappiamo che la tentazione è grande di neutralizzare il potenziale di potenza della lotta antirazzista e di ricondurla a una narrazione simpatica di diversità, di coesistenza pacifica in cui il bersaglio è unicamente l’estrema destra. La nostra responsabilità è di preservare ciò che l’antirazzismo politico ha conquistato per essere una proposta di trasformazione sociale. E per questo, è lo Stato capitalista e razziale che bisogna avere nel mirino, così come il blocco al potere, e non solo l’estrema destra. I fascistizzatori e non solo i razzisti.

La Nuova Francia e le classi popolari bianche

​E affinché questa Nuova Francia sia una proposta di trasformazione, c’è un’altra questione essenziale da integrare: la questione delle classi popolari bianche. Una delle condizioni fondamentali di una politica della Nuova Francia è la sua capacità di imparare a parlare anche ai bianchi delle classi popolari. E questo presuppone innanzitutto una cosa: non fare gli ingenui. 

Sappiamo che questa formula contiene un’ambiguità. Il termine stesso di Nuova Francia può facilmente essere inteso come l’annuncio di una successione: una Francia ne sostituirebbe un’altra. Sappiamo che alcuni potrebbero interpretarla come la narrazione della loro stessa scomparsa. Spazzare via questa percezione con un gesto della mano sarebbe un errore, non perché questa percezione sia giusta, ma perché esiste in seno alle classi popolari. E una politica seria inizia sempre da percezioni reali prima di pretendere di trasformarle.

Se non ci si rivolge chiaramente alle classi popolari bianche, lo farà l’estrema destra. È esattamente ciò che succede da 40 anni: non smette di trasformare angosce sociali ed economiche in angosce identitarie. Spiega ai bianchi delle classi popolari che il loro declassamento non sarebbe la conseguenza di un ordine economico o politico, ma di una sostituzione storica.

​Philippe De Villiers, politico francese conservatore: “Effettivamente penso che si profili la grande confrontazione metastorica tra le due France. Allora, ci sono quelli che vogliono una nuova Francia, il Wokistan e l’Islamistan; e ci sono quelli che vogliono salvare l’antica Francia, che autentifica l’unità dei vivi e dei morti”.

​Qui qualcuno ci dirà “Ma insomma La France Insoumise non ha mai detto che la Nuova Francia fosse la scomparsa dei bianchi”. Ed è vero, LFI non ha mai detto questo. Solo che la questione non è del tutto sapere cosa LFI voglia dire, la questione è anche sapere cosa alcuni sentono. Se una parte delle classi popolari sente in questa formula il racconto della propria scomparsa, non possiamo rispondere loro “Pazienza, non hanno capito niente”. Già questo significherebbe rinunciare a fare politica. E poi soprattutto, in una prospettiva decoloniale, non avrebbe senso, perché queste percezioni delle classi popolari bianche non cadono dal cielo. Non sono prodotte spontaneamente da individui isolati, sono il risultato e le manifestazioni dello Stato razziale integrale. Queste percezioni hanno una storia, sono fabbricate, mantenute, e anche se non le condividiamo, sono pur sempre le nostre. Abbiamo il dovere di preoccuparcene. ​Il razzismo è prodotto politicamente, deve dunque essere politicamente sconfitto da noi, altrimenti falliremo. 

È il senso della formula di Houria Bouteldja “l’alleanza dei bifolchi e dei barbari”. Non negare il razzismo, ma partire da una convinzione: nessuna trasformazione politica di rilievo potrà avere luogo se le classi popolari rimarranno a lungo schierate le une contro le altre. 

Il campo politico dei “buoni”?

C’è un altro punto di vigilanza riguardante le classi popolari: non fare della Nuova Francia il campo dei “buoni”. La nostra ambizione non può essere quella di sostituire una superiorità identitaria con una superiorità morale. Non vogliamo dire “Alcuni si vedono come francesi superiori perché sono i veri francesi, oggi i buoni francesi siamo noi”. La Nuova Francia può portare un’ambizione ancora più grande e fare meglio. E questo non esige solo un programma solido, ma presuppone una postura politica che non è quella di un’avanguardia morale che distingue i più virtuosi dagli altri.

​La questione della Nuova Francia ci obbliga a porci domande identitarie. Chi è la Francia? Chi fa la Francia? Ed è un bene. Ma vorrei proporvi uno spostamento di sguardo, per spostare la questione dell’identità. Per non chiedersi più solo chi siamo, ma piuttosto: di quale storia siamo eredi e cosa ne faremo? 

Una Francia bianca e cristiana?

Questo spostamento è sicuramente un ottimo modo per rispondere alla domanda: cosa fare della Nuova Francia? Non cercando una definizione supplementare di cosa potrebbe essere, ma ponendosi sul terreno della coscienza storica.

​Assumere la storia non significa celebrare tutto ciò che ci precede. Non significa nemmeno condannare in blocco ogni eredità. Significa accettare che siamo eredi di una storia contraddittoria, fatta di rivoluzione, di colonizzazione, di emancipazione, di massacri quasi impensabili come di solidarietà. La coscienza storica non consiste dunque né nel mistificare il passato né nel rompere con esso. Consiste nell’assumere che siamo gli eredi di questa storia per intero e che decidiamo adesso cosa prolungare o trasformare. 

Da questo punto di vista, bisogna accettare di discutere certe formulazioni impiegate nel nostro stesso campo. Nel maggio scorso Mathilde Panot (LFI) è invitata nei media e la si interroga sulla Nuova Francia: “Per noi è un concetto che è molto potente. Perché? Perché avete da un lato l’estrema destra che fantastica una Francia che non esiste e non è mai esistita, una Francia che sarebbe una Francia bianca, una Francia cristiana, una Francia che sarebbe invasa da non so chi. Insomma vabbè, quindi loro sono in un delirio completo su cos’è il paese. E il concetto di Nuova Francia è molto semplicemente dire che è la Francia che si assume il suo popolo nella sua interezza”.

​L’intenzione di Mathilde Panot è molto chiara: vuole decostruire il racconto identitario costruito dall’estrema destra, e questa intenzione è perfettamente legittima. Ma politicamente questa formulazione può produrre un controsenso. I nostri avversari ci sono d’altronde andati a nozze per dire “Guardate LFI vuole cancellare la nostra storia”.

​Erik Tegner, gionalista e militante di estrema destra: “Io ho una domanda su questo concetto di Nuova Francia. Non capisco, da diversi anni quando si parla di grande sostituzione, quando si parla di immigrazione, ci vengono a dire che alla fine l’immigrazione ha sempre fatto parte della storia della Francia. Quindi dovrebbero parlare normalmente della Francia di sempre. Perché parlare di Nuova Francia? Perché hanno ben consapevole che non fa parte della storia della Francia”

Ebbene vi dirò una cosa, io non sono mai stata né bianca né cristiana, sono una francese musulmana, araba e algerina. E posso comprendere l’attaccamento a un’eredità essendo io stessa attaccata alla mia. ​E per molti francesi delle classi popolari, le parole bianche e cristiane non rimandano solo a una categoria storica. Evocano anche l’intimo, i nonni, le feste in famiglia, i cimiteri dove riposano i loro cari. 

Quando il neoliberismo vi ha già espropriato di legami preziosi, potete avere la sensazione che si cerchi ormai di togliervi la vostra storia. Ora, non vinceremo mai politicamente umiliando gli attaccamenti popolari, compreso quando prendono la forma di un attaccamento sfumato o ambivalente al cristianesimo. Perché il nostro problema non è che dei francesi intrattengano un immaginario di continuità con la loro storia, il nostro problema non è nemmeno che abbiano un rapporto a volte romantico o romanzato con la nazione.

​Noi militanti decoloniali non crediamo in una Francia eterna, non più di quanto crediamo in un’Algeria eterna, o a una qualsiasi identità nazionale immutabile. Ma se non crediamo in una Francia cristiana da tutta l’eternità, ciò non invalida il fatto che la Francia è, tra le altre cose, cristiana. La Francia come figlia primogenita della Chiesa non è riducibile a un mito, altrimenti come spiegare l’esistenza di quasi 50.000 luoghi di culto cattolici e, in misura minore, protestanti? Negare che la Francia è cristiana è devastante, perché questa affermazione rafforza la paura esistenziale della grande sostituzione. In compenso, naturalizzare la cristianità della Francia, come fa Zemmour mentre Cristo è palestinese, ecco il problema. 

Ogni comunità politica produce un racconto. È per questo che non dobbiamo disprezzare il bisogno che hanno i popoli di raccontarsi una storia. La vera questione non è dunque sapere se ci vuole un racconto. La vera questione è sapere al servizio di cosa questo racconto viene mobilitato: serve a costruire o a giustificare un romanzo nazionale razzista?

​Jean-Luc Mélenchon ha recentemente affermato che la questione del razzismo sarà una questione centrale della prossima elezione presidenziale. Allora La France Insoumise ha una responsabilità particolare: non impiegare formulazioni che permettano ai nostri avversari di incunearsi nelle falle già profonde del patto razziale e di allargarle ancora di più.

​L’eredità, la nostra eredità, è anche la questione degli antenati, dei nostri antenati. Noi militanti decoloniali non abbiamo alcun problema con l’idea di rivendicare degli antenati. La questione è piuttosto: quali e perché? È d’altronde la domanda che avevamo posto già un anno fa durante l’università estiva del QG Decolonial attraverso una tavola rotonda intitolata “La scelta degli antenati”. E vi invito davvero ad andare a guardare quel video sul nostro canale.

Giovanna d’Arco, la scelta degli antenati

​Torniamo agli antenati, e prendiamo un esempio molto concreto e che tutti conosciamo. Prendiamo Giovanna d’Arco. Se c’è una figura storica che incarna oggi la Francia eterna, è proprio lei. Da diversi decenni, l’estrema destra ne ha fatto uno dei suoi simboli principali. Eppure, questa appropriazione è essa stessa una costruzione storica. In un articolo pubblicato nella rivista Nous, articolo intitolato “Non mi lascerete a Le Pen”, l’autore ricorda che Giovanna d’Arco non è sempre appartenuta all’estrema destra. Nel XIX secolo e all’inizio del XX secolo, la sua eredità era contesa. Per la destra cattolica incarnava la santa della nazione. Per una parte della sinistra repubblicana era una resistente popolare, una figura del popolo.

​“Presso i vostri genitori, cosa facevate? Lavoravo in casa, non andavo nei campi con le pecore e altre bestie. Avete imparato qualche mestiere? Sì, a filare e a cucire. Ciò inteso, noi vescovi proibiamo a Giovanna di uscire dalle prigioni che le sono state assegnate in questo castello reale. Io non accetto questa proibizione. Avete già tentato altrove e per più volte di scappare. Come ogni prigioniero, se ne ha il diritto” (tratto da Processo a Giovanna d’Arco, film di Robert Bresson del 1962).

​Insomma, Giovanna d’Arco non è diventata razzista da sola, è una storia politica che l’ha progressivamente fatta parlare al servizio di un progetto xenofobo e razzista. In America Latina, il marxista José Carlos Mariátegui vedeva persino in lei una figura universale della resistenza di tutti i vinti. Scrive: “Giovanna d’Arco è tornata verso di noi, portata dall’ondata della nostra stessa tempesta”. Ecco perché il problema non è Giovanna d’Arco, il problema non è nemmeno la Francia eterna. Il problema è sapere al servizio di quale progetto politico ben vivo è questo racconto.

Strategia politica e patriottismo internazionalista

​Resta un’ultima domanda: quale strategia politica deriva da tutto questo? E bisogna anche dire una parola sul patriottismo internazionalista, proposta politica portata avanti da QG Decolonial. È comprensibile che questa proposta possa sorprendere. Il movimento decoloniale è nato dalla critica dello Stato-nazione e dell’ordine razziale, allora come può un movimento nato da questa critica parlare oggi di patriottismo? Innanzitutto perché la teoria decoloniale non si accontenta di criticare il mondo per com’è, ma mira alla trasformazione sociale. E per arrivarci non possiamo abbandonare all’estrema destra il monopolio della sovranità, dell’eredità o del sentimento di appartenenza.

E questo spostamento introspettivo cambia tutto, perché questi “altri” sono al contempo all’interno e all’esterno della nazione. All’interno sono coloro che la storia coloniale mantiene in una posizione di alterità sotto forme rinnovate: i discendenti dell’immigrazione post-coloniale, i musulmani, i territori d’oltremare, i Rom. All’esterno della nazione, gli “altri” sono gli altri popoli.

​Il movimento decoloniale ci aiuta a capire che queste due questioni sono in realtà una sola, perché il modo in cui una nazione tratta i propri “altri” è inseparabile dal modo in cui si relaziona agli altri popoli. È per questo che l’islamofobia, la Palestina, il razzismo anti-Rom, i territori d’oltremare o ancora l’imperialismo non sono soggetti dispersi. Parlano tutti di una stessa cosa: il modo in cui una nazione organizza le sue relazioni con le sue diverse alterità.

Nuova Francia e coscienza storica

​Se non ci si domanda più solo “chi siamo”, ma “quale popolo vogliamo diventare nel nostro rapporto agli altri popoli”, allora una domanda appare immediatamente, quella della responsabilità. Di cosa siamo responsabili? Di cosa dobbiamo rispondere? Di cosa siamo i complici e i colpevoli? Quale solidarietà siamo pronti ad assumere? Quale rottura siamo pronti ad avviare? E quale prezzo siamo pronti a pagare per questo? 

A partire da lì, l’imperialismo e le guerre cessano di essere argomenti esterni alla nazione. Prendiamo la Palestina: di fronte ad essa, quale Francia vogliamo essere? E di fronte alle guerre in Medio Oriente, in Libano, in Iran? Lo stesso vale per il razzismo di Stato. Non basta denunciarlo, anche se è già qualcosa; dobbiamo comprendere la sua funzione politica e ciò che rivela del modo in cui lo Stato francese ha organizzato e organizza tuttora i suoi rapporti con una parte della sua stessa popolazione. Perché ciò che conta forse non è tanto che ci sia una Nuova Francia, ma inventare un popolo politico all’altezza delle rimesse in discussione necessarie.

La prova della Palestina

​Terminiamo con un concetto di Youssef Boussoumah, militante decoloniale: “La prova della Palestina”. Perché questa formula è così importante? Ebbene, perché la Palestina non è un argomento di politica internazionale, è una prova di capacità, di chiarimento, di coraggio e di resistenza. Una prova del fuoco, persino. 

Il popolo che inventeremo non si riassumerà nel racconto che facciamo di noi stessi, darà prova di sé stesso con le generazioni a venire. Ed è la Palestina libera che ci dirà se abbiamo inventato non solo una Francia nuova, ma anche una Francia all’altezza e una Francia capace.

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