Quali sfide e interrogativi pone la globalizzazione neoliberale a chi desidera ribaltare l’esistente? Come immaginare e realizzare un’alternativa al presente di guerra, genocidio, povertà e crisi climatica?
In questo articolo del 1992 di Robert W. Cox, studioso di relazioni internazionali d’impostazione neogramsciana e con un passato all’ILO, pubblicato originariamente su The Socialist Register, si sviscerano alcune delle grandi questioni che la globalizzazione pone ai socialisti. Si parte da un’analisi delle origini della globalizzazione a partire dai suoi motori: (1) il potere strutturale del capitale, (2) l’organizzazione della produzione e (3) il ruolo del debito nel vincolare le scelte dei governi nazionali. Traduzione a cura di Fabio Locci.
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La finanza si è staccata dalla produzione per diventare una potenza indipendente, un’autocrate sull’economia reale. E cosa guida le scelte decisionali dei manipolatori finanziari? Il pensiero a breve termine del guadagno finanziario immediato, non l’ottica a lungo termine propria dello sviluppo industriale.
La Perestroika di Mikahil Gorbachev è stata una rivoluzione dall’alto, una decisione presa dalla dirigenza politica per impegnarsi in una riforma dell’organizzazione economica del socialismo reale che, una volta iniziata, è andata fuori controllo trasformandosi in entropia. Nessuno aveva una strategia chiara fondata su forze sociali reali che prevedesse come raggiungere il risultato. La conseguenza è stata una devastante distruzione dell’economia reale, cioè delle capacità produttive e dell’organizzazione economica del socialismo reale (seppur malato), e una disarticolazione delle forze sociali. La perestroika sovietica ha aggravato il decadimento dei servizi pubblici, ha creato disoccupazione su larga scala, ha polarizzato la nuova ricchezza e la nuova povertà, ha generato inflazione, e ha reso un’ex-superpotenza dipendente dagli aiuti esteri. Quelli che hanno guadagnato di più dal “mercato” sono soprattutto i membri ben piazzati dell’ex nomenklatura, gli speculatori e i gangsters. Il mercato è la mafia.
La Perestroika dell’ora defunto impero sovietico è forse il peggior caso di ciò che è diventato un fenomeno globale – peggiore non in senso assoluto ma per il più netto declino dovuto alla creazione di disordine. La Perestroika globale, più eufemisticamente detta “globalizzazione”, non è la conseguenza di una decisione di una dirigenza politica consapevole. È il risultato dei cambiamenti strutturali del capitalismo, dell’azione di molte persone, degli organismi imprenditoriali e degli stati, i quali cumulativamente producono nuove relazioni e pattern di comportamento. Il progetto di una perestroika globale è più la silenziosa conseguenza di questi cambiamenti strutturali che il volere conscio di un gruppo identificabile. Queste conseguenze formano un pattern coerente e interrelato, ma tale pattern contiene esso stesso delle contraddizioni che minacciano la persistenza di questo “tutto” in formazione. Quelli tra noi che aborrono le implicazioni sociali e politiche del progetto di globalizzazione devono studiare le sue contraddizioni così da lavorare per la sua eventuale sostituzione.
Le Origini della Globalizzazione
È stata una moda, specie nella tradizione anglosassone, quella di distinguere gli stati dai mercati nell’analisi delle forze economiche e della trasformazione economica. Laddove questa distinzione porti a privilegiare un aspetto e ad escludere l’altro si allontana sempre dalla realtà storica. Stati e autorità politiche hanno avuto una varietà di relazioni con l’attività economica, anche quando proclamavano la non-interferenza [col mercato], e il mercato è una relazione di potere (come François Perroux scrive: gli agenti economici non sono gemelli identici). Quando, invece, la distinzione [tra Stato e mercato] serve a stabilire il peso relativo della mano visibile dell’autorità politica e quello del risultato latente di un’infinità di azioni private essa possiede qualche merito analitico1.
Nel cuore capitalistico dell’economia mondiale, l’equilibrio si è spostato nel tempo dal mercantilismo, che andava mano nella mano con la formazione dei moderni stati, al liberalismo dei bourgeois conquerant [borghesi conquistatori]2, è tornato nuovamente a un ordine economico maggiormente regolato dallo stato, prima nell’età dell’imperialismo e, poi, dopo l’interludio di un liberalismo abortito nel primo Dopoguerra, durante la Grande Depressione degli anni Trenta. Lo Stato degli anni Trenta ha assunto il ruolo di promotore della ripresa economica e di guardiano del welfare domestico e dell’occupazione dai disturbi provenienti dal mondo esterno. Il corporativismo, l’unione dello stato con le forze produttive a livello nazionale è diventato, sotto diversi nomi, il modello di regolazione economica.
Dopo la Seconda Guerra Mondiale, il sistema di Bretton Woods ha provato a realizzare un equilibrio tra il mercato liberale mondiale e le responsabilità interne degli stati. Gli stati sono diventanti responsabili nei confronti di organizzazioni di un ordine economico internazionale – il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Mondiale, il GATT –, della liberalizzazione del commercio, e della stabilità del tasso di scambio e della convertibilità [delle valute]; erano garantite agevolazioni e tempo per adeguare le proprie pratiche economiche nazionali così da non dover sacrificare il benessere dei gruppi [sociali] dei Paesi. La gestione della domanda Keynesiana [di consumo] insieme alle varianti del corporativismo sostennero questo ordine economico internazionale negli alti e bassi del ciclo economico capitalista. Una moderata inflazione attribuibile alla messa a punto delle economie nazionali stimolò un lungo periodo di crescita economica. La guerra e la produzione di armi giocarono un ruolo fondamentale: la Seconda Guerra Mondiale spinse le economie nazionali fuori dalla Depressione; la guerra di Corea e la Guerra Fredda sostennero la crescita economica degli anni Cinquanta e Sessanta.
La crisi di quest’ordine successivo alla Seconda Guerra Mondiale può essere indicata negli anni che vanno dal 1968 al 1975. Nel corso di questo periodo, l’equilibrato compromesso di Bretton Woods si spostò verso la subordinazione delle economie nazionali alle esigenze percepite dell’economia globale. Gli Stati, volenti o nolenti, sono diventati maggiormente responsabili nei confronti di un’entità nebulosa incarnata dall’economia globale; e sono stati costretti a mistificare agli occhi e alle orecchie della loro opinione pubblica la loro responsabilità verso l’esterno attraverso un nuovo vocabolario fatto di “globalizzazione”, “interdipendenza” e “competitività”.
Come e perché è avvenuto questo? È improbabile che qualsiasi spiegazione completa possa essere data ora. Si può, tuttavia, riconoscere questo periodo come un punto di svolta reale nel senso strutturale di un indebolimento delle vecchie strutture e dell’emergere di nuove. Alcuni elementi chiave di trasformazione possono essere identificati.
Il potere strutturale del capitale: l’inflazione, che fino ad allora era stata uno stimolo alla crescita, benefica tanto per le imprese quanto per il lavoro organizzato, ora, a tassi elevati e con margini di profitti in calo, ha iniziato ad essere percepita dalle imprese come scoraggiante per gli investimenti. Le discussioni svoltesi tra gli economisti se la colpa sia nella domanda o nei costi si sono dimostrate inconcludenti. Le imprese hanno incolpato i sindacati per i salari in crescita e i governi per il circolo vizioso di spesa, indebitamento e tassazione eccessiva. Ai governi è stato fatto capire che una ripresa della crescita economica sarebbe dipesa dalla fiducia delle imprese a investire, e che la fiducia sarebbe dipesa dalla “disciplina” dei sindacati e alla gestione finanziaria dello stato. Lo sciopero degli investimenti e la fuga di capitali sono armi potenti che nessun governo può ignorare senza conseguenze.
L’organizzazione della produzione: nella misura in cui le politiche dei governi hanno restaurato la fiducia delle imprese, gli investimenti sono stati in linea di massima di un genere differente. La crisi dell’ordine postbellico ha accelerato lo spostamento dal Fordismo al post-Fordismo – da economie di scala a economie di flessibilità. I grossi stabilimenti integrati che impiegavano un ampio numero di lavoratori semi qualificati sulla produzione di massa di beni standardizzati sono diventati un modello di organizzazione [produttiva] obsoleto. Il nuovo modello è basato su una struttura di produzione del tipo centro-periferia, con un centro relativamente piccolo di impiegati relativamente permanenti che si occupano della finanza, della R&D, dell’organizzazione dell’innovazione tecnologica, e di una periferia costituita da componenti dipendenti dal processo produttivo.
Mentre il centro è integrato col capitale, le componenti frammentate della periferia sono collegate in modo molto più approssimativo con il processo produttivo generale. Possono essere situate nello stabilimento centrale, ad esempio come servizi di manutenzione, e parzialmente dispersi in diversi luoghi geografici in molti paesi. I componenti della periferia possono essere creati quando servono al centro e smaltiti quando non servono più. La riorganizzazione tramite il modello centro-periferia ha facilitato l’utilizzo di una forza lavoro più precarizzata e segmentata tramite differenze di etnia, genere, nazionalità e religione. Essa ha indebolito la forza dei sindacati e ha rafforzato quella del capitale all’interno del processo produttivo. Ha anche reso le imprese meno sorvegliabili da qualsiasi singola autorità statale. La riorganizzazione ha quindi accelerato la globalizzazione della produzione.
Il ruolo del debito: sia le imprese che i governi si sono progressivamente affidati più al finanziamento via debito che all’investimento azionario o alla tassazione. Inoltre, il debito è diventato sempre più debito verso l’estero. C’era un tempo in cui si poteva dire che l’entità del debito non importava “perché lo dobbiamo a noi stessi”. Per quanto plausibile potesse essere questa posizione, non è più valida. I governi ora devono badare alle valutazioni internazionali del loro credito. Sono spesso costretti a prendere in prestito valute diverse dalle loro e affrontare il rischio che un deprezzamento della loro stessa valuta innalzi i costi del servizio di debito [ovvero insieme dei pagamenti che un debitore deve effettuare per rimborsare un prestito]. Con l’aumento della proporzione delle entrate statali dirette al servizio del debito, i governi sono divenuti effettivamente più responsabili nei confronti dei mercati obbligazionari esterni che nei confronti dei loro stessi cittadini. Le loro opzioni nelle politiche sul tasso di cambio, nella politica fiscale e in politica commerciale sono state ristrette dagli interessi finanziari legati all’economia globale. In Canada, tra le primissime azioni dei dirigenti del partito quebeçois nel 1976 e del governo del Nuovo Partito Democratico eletto nell’Ontario nel 1990 – entrambi i partiti sembravano sfide radicali all’ordine politico preesistente – vi fu il viaggio a New York per rassicurare gli attori del mercato obbligazionario. In Messico, il governo ha dovuto abbandonare una riforma agricola che aveva l’obiettivo di espandere l’agricoltura di medie dimensioni per il consumo locale, e tornare alla produzione su larga scala di colture di lusso destinate all’esportazione così da guadagnare dollari per il servizio al debito del Paese.
Le imprese non sono più autonome dei governi. L’annuncio nel giorno di Natale 1991 della chiusura di 21 impianti e il taglio di 74mila posti di lavoro3 da parte della General Motors non era dovuta a una malevolenza in stile Ebenezer Scrooge. Secondo fonti attendibili, l’obiettivo era quello di scoraggiare, presentandola come un segnale della volontà della società di aumentare la propria competitività, un declassamento del rating delle sue obbligazioni che avrebbe comportato un aumento del costo del denaro per la società. Una grande impresa, l’ammiraglia dell’economia statunitense, si mostrò soggetta alle manipolazioni finanziarie di Wall Street.
La finanza si è staccata dalla produzione per diventare una potenza indipendente, un’autocrate sull’economia reale. E cosa guida le scelte decisionali dei manipolatori finanziari? Il pensiero a breve termine del guadagno finanziario immediato, non l’ottica a lungo termine propria dello sviluppo industriale [grassetto del traduttore].
La mentalità del mercato funziona sincronicamente; lo sviluppo richiede un modo di pensare diacronico.
I mercati finanziari a partire dagli anni Ottanta vennero afflitti da una febbre fatta di prestiti, acquisizioni con leva finanziaria, obbligazioni spazzatura e scandali legati ai risparmi e ai prestiti – un’altalena di guadagni e perdite speculative che Susanne Strange ha definito “casino capitalism”4. Il risultato del dominio del potere finanziario sull’economia reale è stato più volte la distruzione di posti di lavoro e del capitale produttivo. Questo è il corrispettivo occidentale della distruzione a opera della perestroika sulla capacità produttiva residuale del socialismo reale.
La crisi dell’ordine del Dopoguerra ha ampliato la portata e la profondità di un’economia globale che coesiste con l’economia internazionale classica5 e la sostituisce progressivamente. L’economia globale è il sistema generato dalla globalizzazione della produzione e della finanza globale. La produzione globale è in grado di usare le divisioni territoriali dell’economia internazionale, sfruttando una competenza territoriale contro un’altra così da massimizzare la riduzione dei costi, i risparmi sulle tasse, evitare i regolamenti anti-inquinamento, il controllo sul lavoro e aver garanzie di stabilità politica e di favore. La finanza globale ha dato vita a una rete praticamente priva di regolamentazione, interconnessa elettronicamente e attiva 24 ore su 24. Il processo decisionale collettivo della finanza globale è incentrato in città mondiali [world cities] più che in stati – New York, Tokyo, Londra, Parigi, Francoforte – e si estende dai terminal dei computer al resto del globo.
Le due componenti dell’economia globale sono in potenziale contraddizione. La produzione globale richiede una certa stabilità politica e finanziaria per espandersi. La finanza globale ha il vantaggio poiché la sua capacità di creazione di credito determina il futuro della produzione, ma la stessa finanza globale è in una condizione estremamente precaria. Una sfortunata concatenazione di eventi la butterebbe giù – un numero di fallimenti al livello di Robert Maxwell [celebre imprenditore cecoslovacco la cui morte improvvisa comportò un’ondata di fallimenti a catena] combinata a insolvenze sul debito o alla cessione di prestiti esteri da parte del Giappone [al tempo in cui fu scritto l’articolo, il Giappone era uno dei principali creditori del debito US]. Finora i governi, ivi compresi i governi del G7 nel loro insieme, non sono stati in grado di elaborare efficacemente alcuno schema di regolazione della finanza globale capace di contrastare un simile crollo.
In effetti, non esiste alcuna esplicita struttura o autorità per l’economia globale. C’è, tuttavia, qualcosa che rimane da decifrare, qualcosa che potrebbe essere descritto dalla parola francese nebuleuse o dalla nozione di “governance senza governo”6.
Esiste un processo transnazionale di creazione del consenso tra i guardiani ufficiali dell’economia globale. Questo processo produce linee-guida consensuali, sostenute da un’ideologia della globalizzazione, che sono trasmesse nei canali decisionali dei governi nazionali e delle grandi imprese. Parte di questo processo di formazione del consenso ha luogo tramite forum non ufficiali come la Commissione Trilaterale, le conferenze Bilderberd, o la più esoterica Mont Pelerin Society. Parte di questo processo passa attraverso enti ufficiali come l’OECD, la Bank of International Settlements, il Fondo Monetario Internazionale e il G7. Questi enti danno forma al discorso entro cui le politiche vengono definite, i termini e i concetti che circoscrivono ciò che può essere pensato e fatto. Essi, inoltre, rafforzano le reti internazionali che legano l’attività decisionale da Paese a Paese.
L’impatto strutturale sui governi nazionali di questa centralizzazione globale dell’influenza sulle politiche può essere definita “l’internazionalizzazione dello stato”. La sua caratteristica comune consiste nel trasformare lo stato in un’agenzia per “adeguare le pratiche e le politiche economiche nazionali alle esigenze percepite dell’economia globale”. Lo Stato diventa una cinghia di trasmissione dal globale all’economia nazionale dove finora aveva agito come baluardo a difesa del benessere interno dalle perturbazioni esterne. Il potere interno al Paese diventa concentrato in quelle agenzie a più stretto contatto con l’economia globale – gli uffici dei presidenti e dei primi ministri, le tesorerie, le banche centrali. Le agenzie identificate come a più stretto contatto coi clienti domestici – ministeri delle industrie, del lavoro etc. – diventano subordinate. Questo fenomeno, che è diventato particolarmente saliente a causa della crisi dell’ordine del Dopoguerra, necessita di essere approfondito.
Diverse forme di stato facilitano questo rafforzamento del rapporto tra globale e locale tra Paesi che occupano diverse posizioni del sistema globale. In passato, nei Paesi del capitalismo periferico la forma di stato burocratico-militare era parsa la soluzione ottimale per garantire il rispetto della disciplina monetaria. Ora, l’“adeguamento strutturale” [structural adjustment] è perseguito da regimi presidenziali (Argentina, Brasile, Messico, Peru) che riescono a mantenere un certo grado di isolamento dalle pressioni dell’opinione pubblica. L’India, che in passato aveva perseguito un percorso di sviluppo più indipendente o più autonomo, si è spostata sempre di più verso l’integrazione nell’economia globale. L’ideologia neoconservatrice ha contribuito alla trasformazione dello stato in Gran Bretagna, negli US, in Canada e in Oceania verso la globalizzazione. I partiti socialisti di governo in Francia e in Spagna hanno adeguato le loro politiche alla nuova ortodossia. Gli stati dell’ex impero sovietico, nella misura in cui i loro attuali governi godano ancora di una qualsivoglia reale autorità, sembrano essere stati travolti dalla tendenza alla globalizzazione.
Nella Comunità Europea, la questione irrisolta relativa alla Carta Sociale evidenzia uno stallo nel conflitto tra la futura natura dello Stato e dell’autorità regionale. È quindi in atto una lotta tra due tipi di capitalismo: il capitalismo globalizzante iper-liberale del Thatcherismo, e un capitalismo maggiormente radicato nella politica sociale e in uno sviluppo territorialmente bilanciato. Quest’ultimo nasce dalla tradizione socialdemocratica e pure da un vecchio conservativismo che concepisce la società come un tutto organico più che attraverso l’individualismo contrattualista del cosiddetto neoconservatismo. In Giappone, il ruolo di guida e pianificazione dello stato si riserva l’iniziativa nella gestione della relazione del Paese con il mondo esterno nella sua sfera [d’influenza] immediata, e probabilmente assumerà un’importanza crescente nel ridurre la dipendenza di quell’economia dal mercato statunitense e dalle forze armate statunitensi [è rilevante ricordare come agli inizi degli anni Novanta il Giappone veniva indicato da diversi analisti come la futura potenza egemone dell’economia globale, fino alle crisi degli anni Duemila e alla rapida crescita della Cina; Giovanni Arrighi, in Il lungo XX secolo (1994) e Adam Smith a Pechino (2008) evidenzia in più parti questo cambio di prospettiva negli studi che avviene proprio in quegli anni]. La Comunità Europea e il Giappone sono ora i soli possibili contrappesi alla globalizzazione totale al livello degli stati.
Globalizzazione e democrazia
Le questioni relative alla globalizzazione hanno rilevanti implicazioni per il significato della democrazia. Gli ideologi della globalizzazione fanno in fretta a identificare la democrazia con il libero mercato. Di certo, c’è davvero poca giustificazione storica a favore di questa identificazione. Essa deriva quasi esclusivamente dalla coincidenza di un costituzionalismo parlamentare liberale con la rivoluzione industriale e la crescita di un’economia di mercato in Gran Bretagna. Ciò ha oscurato in un certo senso la necessità della forza statale nello stabilire e mantenere le condizioni per un mercato funzionante – un nuovo tipo di forza di polizia interna e la potenza marittima nel mercato globale. [Tale identificazione di democrazia = libero mercato] ha pure ignorato il fatto che altri stati europei che seguivano la guida britannica nel diciannovesimo secolo, per esempio la Francia del Secondo Impero, non erano particolarmente liberali in senso politico. Nella nostra stessa epoca, il caso del Cile di Pinochet ha preconfigurato il ruolo di regimi burocratico-militari nel gettare le basi per politiche economiche liberali. La mistificazione ideologica ha oscurato il fatto che probabilmente si possa sostenere con maggior convinzione il binomio tra autoritarismo politico ed economia di mercato [a questo proposito, l’analisi dell’Authoritarian Neoliberalism di Ian Bruff sviluppata negli ultimi anni è particolarmente pertinente]. Merita forse approfondire questo punto quando si affronta il compito di costruire un’alternativa socialista per il futuro.
A partire dalla crisi dell’ordine del Dopoguerra, la democrazia è stata silenziosamente ridefinita nei centri del capitalismo mondiale. La nuova definizione è fondata sul recupero della separazione ottocentesca tra economia e politica. Aspetti fondamentali della gestione economica, pertanto, devono essere impediti alla politica, tradotto, alle pressioni popolari [grassetto del traduttore]. Ciò si ottiene attraverso prassi consolidate, trattati, leggi e disposizioni costituzionali formali. Per analogia con i limiti costituzionali all’autorità reale, definiti “monarchia limitata”, la ridefinizione della politica pluralista avvenuta alla fine del XX secolo può essere definita “democrazia limitata”.
Una delle prime indicazioni di tale sviluppo può ora essere tracciata retrospettivamente alla crisi fiscale di New York del 1975. Gli anni Sessanta videro l’emergere di tre forti movimenti popolari a New York: un movimento di riforma della classe media, un movimento per i diritti civili dei neri, e un movimento per sindacalizzare i dipendenti comunali. I riformatori ottennero la carica di sindaco con il supporto della comunità nera e, successivamente, dovettero venire a patti con i sindacati per poter governare efficacemente. La città non poteva pagare con le proprie entrate per i nuovi servizi pubblici richiesti dalla coalizione e per i salari e i benefit stabiliti con i sindacati. I fondi dovevano essere presi a prestito dalle banche. In assenza di un sussidio che lo Stato di New York non è stato disposto a concedere, la città non è stata in grado di onorare gli interessi e di rinnovare tali prestiti. Per evitare una bancarotta che sarebbe stata deleteria per tutte le parti in gioco, dai banchieri ai sindacati, la città fu posta in una sorta di amministrazione fiduciaria con membri della comunità bancaria in controllo del bilancio comunale e dell’amministrazione. I tagli interessarono i programmi diretti alla comunità nera e i costi del lavoro. Le persone nere, che al tempo non disponevano di un’organizzazione politica efficace, furono abbandonate dai riformisti di ceto medio che li avevano coinvolti nella politica cittadina. I sindacati municipali erano meglio organizzati, ma vulnerabili al loro coinvolgimento con le imprese della città, e poco propensi a rischiare un fallimento che avrebbe minacciato i redditi futuri e le pensioni dei dipendenti comunali [questo esempio mostra interessanti analogie con i casi europei in cui sono stati eletti partiti riformisti e di centro-sinistra che si sono mostrati inadatti né hanno voluto ingaggiare una lotta per sostenere un blocco sociale popolare, sacrificando gli interessi delle fasce marginalizzati e popolari a favore dei ceti medio-alti; discorso analogo si può fare rispetto all’arrendevolezza dei sindacati confederali. Proprio questo tema viene sviluppato nell’ultima sezione dell’articolo].
Questo episodio mostrò che (1) il corporativismo [tra imprese e sindacati] può creare una via d’uscita alla crisi fiscale provocata dalle richieste di nuovi gruppi politici, (2) questa scelta richiede una restrizione del potere decisionale a quelle componenti [sociali] accettabili per i mercati finanziari, (3) questo, a sua volta, richiede la smobilitazione politica o l’esclusione di componenti che potrebbero avversare tale restrizione, e (4) questa soluzione è vulnerabile a una rimobilitazione delle componenti escluse. Nel corso dello stesso 1975, tre ideologi della Commissione Trilaterale produssero un report destinato alla Commissione, che affrontava la questione della “ingovernabilità delle democrazie”. La tesi del report era che una “ondata democratica” degli anni Sessanta aveva comportato un aumento delle richieste al governo per i servizi, aveva sfidato e indebolito l’autorità dei governi e aveva generato inflazione. Secondo il report, i governi della Commissione, e in particolare quello statunitense, stavano soffrendo di un “eccesso di democrazia”; e tale sovraccarico di domande sullo stato poteva esse placato solo da un certo grado di smobilitazione politica di quei gruppi “marginali” che avanzavano nuove richieste.
L’ideologia sottintesa qui proposta venne espressa in una varietà di misure intese a isolare il processo decisionale economico dalle pressioni popolari. Il cinismo, la depoliticizzazione, un senso di inefficacia dell’azione politica e un disprezzo per la classe politica sono ora fenomeni diffusi nelle vecchie democrazie.
Sebbene la tendenza verso una democrazia limitata rimanga dominante, non è passata senza colpo ferire. Il primo ministro del Canda Brian Mulroney ha fatto passare l’Accordo di Libero Scambio con gli Stati Uniti nella regione petrolifera dell’Alberta con la scusa che esso avrebbe impedito per sempre l’introduzione di una nuova politica energetica nazionale; ma l’opposizione al libero scambio, sebbene sconfitta alle elezioni del 1988 ha mobilizzato molti gruppi sociali in Canada più efficacemente che in qualsiasi momento del passato. In Europa, il “deficit democratico” della Comunità Europea è al centro del dibattitto. Gli interessi affaristici, nella totalità dei casi, vengono soddisfatti grazie all’attuale quadro burocratico del processo decisionale – lontano da ogni pressione democratica – con l’eccezione, ovviamente, degli iper-liberali più paranoici che lo vedono come un rischio di vedere tornare il socialismo dalla porta sul retro [una ossessione che non abbandona neoliberali e post-fascisti pure nel 2023, https://www.laverita.info/politica-e-affari/meloni-da-atruju-non-lasceremo-l-ue-a-chi-la-trasforma-in-unione-sovietica]. Ma i sostenitori della Carta Sociale e di un aumento dei poteri per l’Europarlamento sono attenti alla necessità di lungo periodo di legittimazione della forma europea di capitalismo.
Ci si può chiedere se nel lungo periodo le nuove limitate ed escludenti democrazie del capitalismo periferico siano sostenibili. Esse devono continuare ad amministrare un’austerità che polarizza ricchi e poveri nell’interesse delle relazioni con il debito estero. Molto probabilmente, esse saranno inclini a tornare a una rinnovata repressione, o altrimenti ad affrontare l’esplosione delle pressioni popolari. In nessuna parte del mondo tale alternativa è apparsa più drammaticamente che nell’ex impero sovietico. Là, dove la glasnost [politica di trasparenza e apertura politica] è stata un vigoroso successo, la perestroika è stata un disastroso fallimento. La sfida è tra la costituzione di regimi7 pluralisti fondati sull’emergere di una vasta società civile inclusiva, e un nuovo autoritarismo populista di tipo fascista.
La struttura in cambiamento della politica mondiale
Al di fuori della crisi dell’ordine del Dopoguerra sta emergendo una nuova struttura politica globale. Il vecchio concetto nato dalla pace di Westfalia di un sistema di stati sovrani non è più un modo adeguato di concepire la politica mondiale. La sovranità è un concetto sempre più vago. Le vecchie definizioni legali che evocano visioni di un potere pieno e assoluto non hanno più significato. La sovranità ha assunto significato come affermazione di identità culturale e ha perso il senso di potere sull’economia [si veda la costruzione di quell’insieme culturale di destra definito “sovranismo” negli ultimi 10 anni, operato in particolare dalla Lega e da Fratelli d’Italia]. Ha significati diversi a seconda delle persone.
L’affermazione di una crescente moltitudine di “sovranità” è accompagnata dai fenomeni del macro e del micro-regionalismo. Tre macroregioni definiscono sé stessi come (1) un’Europa centrata sulla Comunità Europea, (2) una sfera Asiatica Orientale centrata sul Giappone, e (3) una Nordamericana centrata sugli Stati Uniti che ha l’obiettivo di inglobare al suo interno l’America Latina. È improbabile che queste macroregioni diventino blocchi economici autarchici che ci riportino al mondo della Grande Depressione. Le imprese basate in ognuna di queste regioni sono troppo coinvolte nelle economie di altre regioni perché una simile esclusività diventi la regola. Piuttosto, le macroregioni sono strutture politico-economiche destinate all’accumulazione di capitale e all’organizzazione della competizione interregionale per gli investimenti e per le quote del mercato mondiale. Esse permettono anche lo sviluppo attraverso le lotte interne tra forme diverse di capitalismo. Il macro-regionalismo è un aspetto della globalizzazione, un aspetto di come il mondo che si sta globalizzando sta venendo ristrutturato. Queste macroregioni sono definibili innanzitutto in termini economici ma hanno anche rilevanti implicazioni politiche e culturali. L’esistenza della Comunità Europea, per esempio, pone una questione alla Svizzera, la cui élite imprenditoriale vede il futuro del suo benessere economico legato all’integrazione nella Comunità, ma molte di queste persone, incluse molte nell’élite imprenditoriale, deplorano la perdita di controllo locale su cui la democrazia svizzera è fondata. D’altro canto, le persone in Catalogna, Lombardia e Scozia guardano alla Comunità come a una promessa di una maggiore e futura autonomia o indipendenza dagli stati sovrani dei quali ora sono parte. E non esistono più ferventi sostenitori del libero scambio nordamericano che gli indipendentisti del Quebec. La globalizzazione incoraggia il macro-regionalismo che, a sua volta, incoraggia il micro-regionalismo.
Per le relativamente ricche microregioni, l’autonomia o l’indipendenza implicano il tenersi la ricchezza per sé. La Lega in Lombardia vorrebbe gelosamente custodire la ricchezza del Nord avversando una redistribuzione verso il Sud. Simili motivazioni per altre regioni relativamente ricche sono state proclamate meno apertamente. Un processo istituzionalizzato di consultazione (un’organizzazione inter-micro-regionale in fase embrionale) tra i “quattro motori” dell’Europa – Catalogna, Lombardia, la regione del Rhone-Alpes e del Baden-Würtemberg – ha visto la partecipazione dell’Ontario.
Il micro-regionalismo dei ricchi svilupperà sicuramente la sua controparte tra le microregioni più povere. Infatti, alcune delle microregioni [ricche] hanno “adottato”, come gesto di solidarietà alcune microregioni povere. Il micro-regionalismo nelle aree povere sarà un mezzo non solo di affermazione dell’identità culturale ma pure per reclamare un compenso a livello macro-regionale in cambio del mantenimento della stabilità politica e di un buono comportamento in economia. Le questioni legate alla redistribuzione sono pertanto sollevate dal livello degli stati sovrani a quello macro-regionale, mentre la maniera in cui la ricchezza redistribuita viene usata viene decentralizzata al livello micro-regionale.
Alla base della struttura emergente dell’ordine mondiale ci sono le forze sociali. I vecchi movimenti sociali – sindacati e movimenti contadini – hanno sofferto gli arretramenti sotto l’impatto della globalizzazione; ma il movimento dei lavoratori, nello specifico, ha maturato una certa esperienza nell’organizzazione e un’ideologia che può restare una forza nel dare forma al futuro. Se tale movimento si confinasse da solo ai suoi clienti tradizionali – i lavoratori dell’industria manifatturiera -, mentre la produzione sta venendo ristrutturata su scala globale così da diminuirne la tradizionale base di forza, il movimento dei lavoratori si auto-condannerebbe ad avere un’influenza sempre più debole. La sua prospettiva di rinascita risiede nell’impegnare la propria capacità organizzativa e di mobilitazione ideologica con l’obiettivo di costruire una coalizione più ampia di forze sociali.
I nuovi movimenti sociali che convergono su uno specifico insieme di questioni – ambientalismo, femminismo e pace – sono molto cresciuti in diverse parti del mondo. Movimenti più vaghi e amorfi – di “potere del popolo” e democratizzazione – sono presenti laddove le strutture politiche sono percepite come più repressive e fragili. Questi movimenti evocano specifiche identità – etniche, nazionaliste, religiose, di genere. Esistono all’interno di stati che sono transnazionali in essenza; il movimento dei popoli indigeni rivendica diritti che precedono il sistema statuale esistente.
Le identità recentemente affermate hanno in un certo senso soppiantato la classe come centro della lotta sociale, ma al pari della classe, esse traggono la loro forza dal risentimento verso lo sfruttamento. Finché c’è una base materiale comune che rimane oscurata, le particolari identità ora riaffermate possono essere indotte a entrare in conflitto tra loro. Il pericolo del populismo autoritario, o di un fascismo resuscitato, è particolarmente grande là dove le strutture politiche stanno crollando e la base materiale del risentimento sembra essere irrisolvibile. La democratizzazione e il “potere del popolo” può andare a destra come a sinistra [grassetto del traduttore].
Spunti per un’inversione di tendenza: lo scontro tra i principi di territorialità e di interdipendenza
L’ordine mondiale emergente appare quindi come una struttura multilivello. Alla sua base ci sono le forze sociali. Se esse siano auto-coscienti e articolate in quello che Gramsci definisce un blocco storico, o se siano depoliticizzate e manipolabili, è la questione fondamentale per la costruzione del futuro. Il vecchio sistema statuale si sta risolvendo da solo in un complesso di entità politico-economiche: microregioni, stati tradizionali e macroregioni con istituzioni dotate di un ambito di competenza e di un’autorità formale più o meno ampi. Le città mondiali sono i centri nevralgici [keyboards] dell’economia globale. I processi transnazionali in conflitto nella creazione dell’ideologia puntano rispettivamente all’egemonia e alla contro-egemonia. Gli istituti di concertazione e di coordinamento fanno da ponte tra gli stati più importanti e le macroregioni. I processi multilaterali esistono per la gestione del conflitto, il mantenimento della pace, la regolazione e l’erogazione di servizi in una varietà di aree funzionali (commercio, comunicazioni, salute, etc.). L’intera immagine ricorda l’ordine multilivello dell’Europa medievale più che un modello Vestfaliano8 di stati sovrani indipendenti che finora è stato il paradigma delle relazioni internazionali.
Il quadro articolato suggerisce la varietà di livelli ai quali gli interventi diventano possibili, anzi necessari, per qualsiasi strategia direzionata a una trasformazione in alternativa alla perestroika globale. Il quadro si completa con una descrizione dell’instabilità intrinseca di questa struttura emergente. Questa instabilità sorge dalla relazione dialettica di due principi nella costituzione dell’ordine: il principio dell’interdipendenza e il principio territoriale.
Il principio di interdipendenza è in essenza non-territoriale, orientato alla competizione nel mercato globale, a una finanza globale libera da vincoli territoriali, e alla produzione globale. Esso opera in accordo ai processi mentali di ciò che Susan Strange ha definito “civiltà degli affari” [business civilization]. Il principio territoriale è fondato sullo stato, fondato in ultima istanza sul potere politico-militare.
Alcuni autori hanno interpretato l’affermarsi del principio di interdipendenza come sinonimo di un corrispondente declino del principio territoriale, ma la nozione di una relazione reciproca interagente dei due principi è più vicina alla realtà. Il mito del libero mercato è che sia auto-regolato. Come Karl Polanyi ha dimostrato, è necessaria l’esistenza di una forza militare o di polizia per garantire l’applicazione delle regole del mercato. Il fatto che questa forza debba essere applicata aiuta a sostenere il mito ma non esclude la necessità di usare una forza di riserva. Anche la globalizzazione nel tardo ventesimo secolo dipende dal potere militare-territoriale di un supervisore.
L’equivalente odierno della marina britannica ottocentesca e della capacità britannica nello stesso secolo di gestire l’equilibrio di potere in Europa è la capacità statunitense di proiettare la propria potenza militare su scala mondiale. Il ruolo globale degli Stati Uniti nel periodo 1975-1991, però, è in netto contrasto con il suo stesso ruolo nel periodo 1945-1960. Nel periodo precedente [1945-1960] la leadership egemonica degli Stati Uniti ha fornito le risorse e i modelli per ravvivare le economie degli altri Paesi industriali non comunisti, che fossero alleati o ex-nemici e dagli anni Cinquanta ha anche incorporato parti di ciò che veniva chiamato il Terzo Mondo in un’economia globale in espansione. Le pratiche statunitensi nell’organizzazione industriale e per l’aumento della produttività sono state imitate in lungo e in largo. Gli Stati Uniti hanno anche fatto da guida alla formazione di “regimi” internazionali per la gestione delle relazioni economiche multilaterali. L’ordine del Dopoguerra era basato su una struttura di potere nella quale gli Stati Uniti erano dominanti, ma la loro dominanza era espressa tramite principi universali di comportamento attraverso i quali, sebbene in linea con gli interessi dominanti della società statunitense, anche gli altri avevano qualcosa da guadagnarci. In questo senso il ruolo degli USA era egemonico.
A partire dalla metà degli anni Sessanta, gli Stati Uniti iniziarono ad esigere benefici economici dagli altri in cambio della loro forza militare. Ciò si tradusse nella pressione agli altri Paesi industriali nell’adottare un flusso illimitato di dollari USA. Il primo a dare l’allarme fu il generale Charles de Gaulle attraverso la conversione delle riserve francesi di dollari americani in oro e la denuncia delle pratiche americane, viste come stratagemma per far sì che gli altri finanziassero l’indesiderata guerra americana in Vietnam e permettere acquisizioni aggressive da parte di società statunitensi e penetrare il mercato europeo. La Germania Ovest fu inizialmente più obbediente della Francia, siccome percepiva sé stessa come molto più dipendente dalla presenza militare statunitense in Europa.
Dalla metà degli anni Ottanta, le regole di Bretton Woods, le quali avevano un po’ di capacità di restringere la politica USA, smisero di essere operative. Con Bretton Woods, uno dei principali “regimi” consensuali era fallito. Il legame tra il dollaro e l’oro venne reciso nell’estate del 1971, e dal 1973 i tassi di cambio delle maggiori valute mondiali iniziarono a fluttuare. La gestione del dollaro divenne materia di negoziazione tra le tesorerie e le banche centrali delle principali potenze industriali e in queste negoziazioni la forza militare USA e il suo ruolo globale erano fuori discussione. Sotto la presidenza Reagan, la costruzione della potenza militare USA contribuì all’aumento del deficit statale. Gli USA svilupparono anche un deficit commerciale durante gli anni Settanta che continuò ad aumentare durante questi anni [della presidenza Reagan]. L’economia USA consumava di molto in eccesso rispetto alla sua capacità di pagare, e la differenza venne estratta dai Paesi esteri. Il sistema egemonico del Dopoguerra si trasformò in un sistema tributario. Alla fine del 1981, gli Stati Uniti si trovavano nella posizione di creditori netti di 141 miliardi di dollari. Alla fine del 1987, gli Stati Uniti erano la più grande nazione debitrice al mondo, con un disavanzo di circa 400 miliardi di dollari, e il debito ha continuato a crescere ancora da allora. Il Giappone è divenuto il principale finanziatore del debito USA.
C’è un netto contrasto tra la situazione degli USA come la più grande nazione debitrice e quella di altre nazioni debitrici. Laddove gli Stati Uniti sono stati capaci di attrarre, convincere con le buone o con le cattive i capi delle altre nazioni, i banchieri centrali e gli investitori privati ad accettare le sue cambiali, altri Paesi sono stati soggetti a una rigida disciplina imposta dagli enti dell’economia mondiale, in particolare dal Fondo Monetario Internazionale. Sotto la definizione eufemistica di “adeguamenti strutturali” [structural adjustment], agli altri stati è stato richiesto di imporre l’austerità a livello domestico, con l’effetto di una disoccupazione rampante e il peso dei prezzi domestici sostenuto più pesantemente dai segmenti più deboli della popolazione. Attraverso il meccanismo finanziario, questi stati debitori sono stati ridotti al ruolo di strumenti dell’economia globale, con la piena apertura delle loro economie nazionali alle pressioni esterne. Accettando questa situazione, questi stati hanno contribuito a indebolire il principio territoriale, cioè la capacità di organizzare un’auto-difesa nazionale contro le forze economiche esterne. Qualsiasi dimostrazione di resistenza a favore di una strategia di sviluppo alternativa può essere bloccata da una serie di misure, iniziando con il taglio del credito, proseguendo con la destabilizzazione politica fino a un attacco militare prima nascosto e poi esplicito.
La Guerra del Golfo ha mostrato la struttura e il modus operandi del nuovo ordine mondiale. Il conflitto è iniziato come una sfida lanciata da forze fondate sul principio territoriale – il progetto di Saddam Hussein di utilizzare il potere militare regionale-territoriale per assicurarsi risorse per la ricostruzione dell’Iraq dopo la guerra tra Iran e Iraq e per il consolidamento di una forte potenza regionale-territoriale che potesse controllare le risorse (il petrolio) richieste dall’economia mondiale e, in tal modo, ricavare dall’economia mondiale una rendita che potesse essere utilizzata per promuovere le sue ambizioni in materia di sviluppo e di difesa. Il Kuwait, l’Arabia Saudita e gli altri stati del Golfo sono pienamente integrati nell’economia mondiale interdipendente. Di fatto, questi stati assomigliano più a grandi gruppi proprietari che a stati territoriali. I ricavi che traggono dal petrolio sono investiti dai loro leader in banche transnazionali in titoli di debito e azioni in tutto il mondo. Dentro ai territori di questi Paesi, la forza lavoro è multinazionale e altamente vulnerabile.
Gli Stati Uniti hanno risposto nel loro ruolo di garanti e custodi dell’ordine mondiale alla minaccia percepita dell’Iraq; e, in linea con questo ruolo, hanno ottenuto il sostegno di altri stati preoccupati per la sicurezza dell’economia globale. Gli Stati Uniti hanno preso da soli la decisione di entrare in guerra, l’hanno ratificata al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e hanno preteso e ottenuto il pagamento per la guerra dal Giappone, dalla Germania, dall’Arabia Saudita e dal Kuwait.
Tuttavia, il ruolo di garante è minacciato da una contraddizione. La proiezione USA della potenza militare su scala mondiale è diventata più rilevante, monopolistica e unilaterale mentre la forza relativa della capacità di tutela degli USA [per l’economia mondiale] è progressivamente declinata. Ciò nasce da un’altra contraddizione già evidenziata: gli Stati Uniti consumano più di quanto la loro stessa produzione possa pagare poiché i Paesi esteri sono disposti ad accettare un flusso di dollari che si deprezzano. Parte del deficit USA che è causa del debito è attribuibile alla spesa militare (o legata al comparto bellico, per esempio i pagamenti agli stati clienti che fanno da basi operative militari come l’Egitto o le Filippine); e parte è attribuibile ai pagamenti domestici (i pagamenti previsti dalla legge, per non parlare del salvataggio in seguito allo scandalo delle casse di risparmio) che hanno largamente favorito la classe media e medio alta americana.
Il deficit e la produttività in caduta non risultano tanto da una politica deliberata ma da una incapacità strutturale del sistema politico americano nell’operare un cambiamento. La resistenza politica a livello domestico ai tagli all’assistenza sociale va di pari passo con la resistenza all’aumento delle tasse. I politici americani non metteranno i propri elettori davanti alla prospettiva di una riduzione, per quanto modesta, del tenore di vita, necessaria per riportare i consumi (militari e civili) in pari con la produzione. Senza alcuna riduzione del deficit, non c’è speranza che gli Stati Uniti affrontino l’enorme investimento in risorse umane che sarebbe necessario ad alzare la produttività, permettendo a quell’1/3 o ¼ della popolazione marginalizzata di partecipare effettivamente all’economia. Solo così gli Stati Uniti potrebbero gradualmente uscire dalla dipendenza dei sussidi esteri mantenuti grazie alla forza militare. Tutti gli elementi della sindrome da debito militare cospirano nell’impedire un’iniziativa americana per uscirne.
Esistono anche ostacoli strutturali al cambiamento esterni agli Stati Uniti, anche se, forse, non influiscono in modo tanto ostinato. Quei Paesi esteri che possiedono quote del debito USA sono sempre più limitati dal tasso di cambio declinante del dollaro. Registrerebbero perdite se passassero ad altre valute, e la loro migliore prospettiva nell’immediato potrebbe essere quella di convertire il debito in capitale azionario attraverso l’acquisto di attività statunitensi. Anzi, probabilmente è l’unica cosa che un simile adeguamento potrebbe comportare.
In ogni caso, ci sono seri rischi per il resto del mondo nel forzare la principale potenza militare globale in una simile via crucis. Si tratta di rischi che nascono dalla riflessione che gli USA possono fare sull’utilizzare o meno la loro forza militare. Che sia o meno apertamente discussa, questa dovrebbe essere la questione centrale per il Giappone nel ragionare rispetto alle future relazioni con gli Stati Uniti e col mondo.
Il nuovo ordine mondiale della perestroika globale è debole alla cima. I prossimi anni in breve renderanno questa debolezza più chiara. C’è un certo tipo di ottimismo utopistico all’estero che vede l’ONU entrare in gioco per svolgere il ruolo che “originariamente le era stato conferito” nel mondo. Ma l’ONU può solo essere la sovrastruttura o la facciata architettonica di una struttura globale di potere sottostante. Non potrebbe mai evitare il crollo della struttura stessa, né ci si dovrebbe aspettare che lo faccia. L’ONU, per tutti i suoi recenti risultati nei conflitti regionali e per la risoluzione della crisi degli ostaggi, è probabilmente ancora più debole oggi di quanto non fosse durante gli anni della Guerra Fredda in cui il conflitto Nord-Sud [globale] era sostanzialmente messo ai margini. Se l’ONU deve rafforzarsi come istituzione dell’ordine mondiale, ciò deve avvenire attraverso la costruzione di un ordine basato su fondamenta più solide di quelle che vediamo oggi.
Terreni di lotta per un Ordine Mondiale Alternativo
La perestroika globale penetra la totalità delle strutture che costituiscono l’ordine globale. Può essere efficacemente contrastata da una lotta su più livelli, da una gramsciana guerra di posizione di probabile lunga durata. Il livello di base è quello delle forze sociali. L’economia nella fase della globalizzazione sta polarizzando vantaggiati e svantaggiati, mentre frammenta i disavvantaggiati in identità distinte e spesso rivali. La sfida qui è costruire una coerente coalizione di opposizione. Tale coalizione deve, molto probabilmente, essere costruita a livello locale e nazionale tra gruppi che si rendano conto che coesistono l’uno con l’altro quotidianamente e siano preparati al lavoro richiesto per superare ciò che li tiene divisi. I movimenti dei lavoratori hanno esperienza per ciò che riguarda la capacità organizzativa e il lavoro ideologico e possono tornare utili, a condizione che siano in grado di superare una mentalità corporativistica ristretta per comprendere le esigenze di un movimento sociale più ampio.
Deve ancora essere creato un nuovo discorso per un socialismo globale capace di presentarsi come una valida alternativa all’odierno discorso dominante del capitalismo nella sua fase globale. È compito degli intellettuali organici alla controtendenza non solo la decostruzione dei concetti dominanti di competitività, adeguamento strutturale, etc. ma pure la proposta di concetti alternativi che servano a costruire un ordine alternativo coerente. Questo va oltre l’aspetto strettamente economico, così che vengano incluse le basi politiche nell’ordine mondiale. Un futuro ordine mondiale alternativo implica una nuova comprensione intersoggettiva della natura dell’ordine mondiale e delle sue entità e relazioni fondamentali.
Parte di questa intersoggettività ancora da creare sarà un modello alternativo di consumo. Il consumismo è stato uno dei motori della perestroika capitalista, non solo nelle società a capitalismo avanzato ma pure nell’Oriente ex-sovietico e nel Terzo Mondo. Forse il più grande fallimento del socialismo reale è stato l’ossessione nel “superare” il capitalismo, fallendo nel generare aspirazioni alternative a quelle del consumismo capitalista. Questo fallimento ha fatto il pari con l’incapacità di concepire modi diversi di organizzazione della produzione rispetto all’organizzazione gerarchica del sistema industriale capitalista. Un modello alternativo dovrebbe essere un modello in equilibrio con l’ecologia globale, che minimizzi il consumo e l’inquinamento da energia e risorse e massimizzi le opportunità emancipatorie e partecipatorie per il popolo.
La base locale per l’azione politica e ideologica, sebbene imprescindibile, sarebbe debole da sola. Siccome gli effetti della globalizzazione si estendono ovunque, la controtendenza potrebbe essere neutralizzata piuttosto facilmente se fosse circoscritta a uno o due luoghi. Molte forze sociali su base locale dovranno costruire accordi transnazionali per il mutuo supporto. L’alternativa alla globalizzazione capitalista dovrà essere costruita a partire dalle forze produttive create dal capitalismo convertendole al servizio della società. La forza contraria alla globalizzazione capitalista sarà anch’essa globale, ma non potrà essere globale tutta in una volta.
Il livello macroregionale offre un terreno favorevole in prospettiva, soprattutto in Europa. È al livello macroregionale che si sta svolgendo la lotta tra forme rivali di capitalismo. Coloro che stanno guardando a quella fase di confronto devono essere consapevoli dello spazio ideologico che si è aperto attraverso la lotta tra forme di capitalismo iper-liberali, statali e corporativiste. La prospettiva strategica di lungo periodo deve prendere in considerazione le opportunità e lo scontro tra forze nel medio periodo.
Un’altra rilevante causa di conflitto risiede nell’influenza crescente dell’Islamismo (o quello che ai giornalisti occidentali piace chiamare “fondamentalismo islamico”). L’Islam, in questo contesto, può essere letto come una metafora del rifiuto della penetrazione capitalistica occidentale in molte società periferiche. Alcuni dei suoi aspetti – il codice penale, il ruolo delle donne nella società, il concetto di jihad – sono incomprensibili o odiosi ai progressisti occidentali. Tuttavia, l’Islam ha sostituito il socialismo come forza mobilitante per gli svantaggiati in molte popolazioni del Nordafrica, Medio Oriente e in parti dell’Asia. Una delle sfide più serie nella costruzione di una forza di opposizione è per i progressisti occidentali il saper trovare un’intesa su una comune base di comprensione con il potenziale progressista dell’Islam contemporaneo. La fragilità della struttura globale esistente risiede in due punti: quello militare e quello finanziario. Questi strumenti di potere influenzano il comportamento degli stati sia strutturalmente che strumentalmente. Essi devono essere maggiormente compresi nelle loro relazioni con l’obiettivo di creare un futuro ordine sociale mondiale.
Dal lato militare, la lotta sarà inevitabilmente asimmetrica contro un monopolio concentrato di alta tecnologia bellica. Saranno necessarie strategie che si fondino su un tipo diverso di potere. Alcune esperienze si sono sviluppate a partire da metodi di opposizione relativamente nonviolenta, come l’intifada. Infine, molte più riflessioni devono essere dirette alle strategie finanziarie da mettere in campo nel caso di una crisi finanziaria globale. Sarebbe necessario un nuovo meccanismo finanziario per cogliere l’iniziativa di trascendere il confine liberale tra l’economia e la politica [polity] e per reinserire l’economia all’interno di una società imbevuta dei principi di equità e solidarietà.
- Vedi, per esempio, Susan Strange, States and Markets (Londra: Pinter, 1988); Charles E. Lindblom, Politia and Markets (New York: Basic Books, 1977). ↩︎
- Charles Morazé, Les bourgeois conquerants (Parigi: Armand Colin. 1957). ↩︎
- Globe and Mail, (Toronto, Dicembre 1991). ↩︎
- Susan Strange, Casino Capitalism (Oxford: Basil Blackwell, 1986). ↩︎
- Bernadette Madeuf and Charles-Albert Michalet, ‘A new approach to international economics’, International Social Science Journal 30 (2) 1978. ↩︎
- C’è un crescente interesse sulla natura e I processi di questa nebulosa. Si veda a Titolo di esempio il Lavoro dell’Università di Amsterdam del gruppo di economia politica, in particolare Kees van der Pijl, The Making of an Atlantic Ruling Class (Londra: Verso, 1984); Stephen Gill, American Hegemony and the Trilateral Commission (Cambridge: Cambridge University Press, 1990); e una pubblicazione ancora non pubblicata all’Università di York da parte di Drainville (1991). ↩︎
- “Regime” è un termine tecnico usato da una scuola di relazioni internazionali attualmente [1992] molto seguita, perlopiù americana, per intendere un insieme di norme di comportamento consensualmente accettate in un particolare settore di un’attività multilivello. Vedi per esempio Stephen Krasner, ed. International Regimes, special issue of International Organization 36 (2) spring 1982; and Robert 0. Keohane, After Hegemony (Princeton: Princeton University Press, 1984). ↩︎
- Gli analisti di relazioni internazionali usano il termine Vestfaliano per riferirsi al sistema interstatale teoricamente venuto alla luce dopo la Pace di Westfalia del 1648. ↩︎



