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Me-Ti

La piaga dei content creator alle manifestazioni 

Davide DDL

Se avessi una macchina del tempo, prima ancora di tornare al 2004 per giocarmi tutto sulla vittoria della Grecia agli Europei, passerei da Dante Alighieri a dirgli di liberare uno dei 9 gironi infernali (possibilmente, quello dei golosi, perché in un mondo dove poi sarebbe nata la parmigiana di melanzane, non ha senso) per far posto ai creator che vanno alle manifestazioni a girare “contenuti” intervistando chi protesta. Tutti uguali: con il personaggio più “buffo” a inizio video, gli interlocutori ridicolizzati con trucchi di montaggio e il danno collaterale di inquinare il mondo di cortisolo e intolleranza, restituendo al pubblico un’immagine artefatta e pre-costruita dei movimenti di resistenza.

La nicchia “politica” è inevitabilmente diventata molto appetibile per chi vive la propria vita in caccia di trend da colonizzare saltellando tra youtube, twitch e tiktok. Non a caso, insieme al calcio, nelle piattaforme è uno dei locus in cui il ruolo del “provocatore”, termine che a quanto pare è diventato l’ombrello semantico sotto il quale raccogliere le persone più fastidiose della terra, trova la sua più grande affermazione. Questo ha favorito un forte inserimento da destra della presenza sui social, spesso proponendo dei semplici adattamenti dei format dei creator alt-right statunitensi: una sorta di Zucchero e Joe Cocker del “prove me wrong”. 

Ma come sono costruiti questi contenuti e perché sono politicamente problematici?

Il risultato è sempre quello di restituire un’immagine distorta, carnascialesca e infantile delle manifestazioni. Montaggio, tipologia di domande e scenografia sono funzionali a costruire un messaggio già scelto dall’autore che, disponendo di questi strumenti, è in una posizione di potere nei confronti di chi sta intervistando.

La domanda è sempre costruita come una trappola per topi e porta dentro di sé spostamenti retorici e finte dicotomie. A chi protestava contro l’attacco statunitense al Venezuela, veniva chiesto di elencare 3 città del Venezuela, usando chi non rispondeva, tramite uno spostamento retorico tra due temi non sovrapponibili (la conoscenza geografica di un paese e quella delle norme del Diritto Internazionale sull’aggressione di uno Stato) per screditare la manifestazione nel suo complesso. A chi manifestava contro il riarmo e la NATO si chiedeva di presentare un’alternativa articolata, legittimando in questo caso con una falsa dicotomia, chi in quel contenuto cercava una prova dei suoi pregiudizi. Le risposte che entrano nei montaggi sono solo quelle claudicanti, imprecise, date da persone che rappresentano lo stereotipo estetico della “sinistra radicale”: dai rasta, alla maglia del Che, fino alla kefia. Il “creator” ha un completo, o maneggia una copia di Lotta Comunista. Se la domanda è secca, la risposta è un piano sequenza dove intercalare, pause e inflessioni restano, diventano strumento di scherno, insieme a una selezione accurata dei delle clip di copertura che ad ogni risposta articolata, si sovrappongono con immagini di chi se la ride, beve una birra o balla, costruendo una finta incoerenza tra parola e immagine. 

Ed è proprio questo il punto centrale: non siamo di fronte a una rilevazione statistica della realtà ma a un prodotto di intrattenimento costruito per compiacere chi aveva già un suo parere sulle cose, che finge di esserla. Il contenuto nel suo complesso costruisce un finto sillogismo: se chi intervisto è “fesso”, tutta la manifestazione lo sarà e quindi anche le idee di cui si fa portavoce. La confutazione della tesi è solo una messa in scena dove tramite il cherry picking si prende dell’interlocutore solo ciò che è funzionale al proprio scopo. Dietro lo scudo della neutralità della post-ideologia si nasconde una gigantesca paraculata ontologica. Dietro la scelta di intervistare sia i buoni che i cattivi (come a Pulp Podcast, che non a caso fa uso di questi contenuti con Ivan Grieco, che va sia ad Atreju che dai “Pro Pal”) c’è implicitamente una scelta. Dietro la scusa di creare contenuti solo per fare numeri, c’è implicitamente un posizionamento politico. Le piattaforme con i loro algoritmi premiano il ragebait e, indirettamente, creano dei flussi economici per chi decide di usare senza scrupoli questi strumenti. Questo schema è leggibile come un sistema di potere dove la popolarità viene concessa da chi ne detiene gli strumenti solo a chi ha una specifica postura, trasformando i social in un gigantesco sistema di reclutamento per propaganda individualista di ogni sorta e specie, dove più dici “stronz*te” nel modo in cui la piattaforma lo chiede, più puoi sperare di smettere di lavorare per qualche anno.

Il problema dietro questo format non è che arrivi da destra, come le Audi che sorpassano sull’Asse Mediano. Il problema è la loro struttura. Non a caso, se scavassimo come degli archeologi nelle origini di internet, troveremmo lo stesso schema usato da Le Iene con i Parlamentari, da Fanpage con gli universitari impreparati, dai creator alle feste di 18 anni, fino a Saverio Tommasi che, durante la Pandemia, faceva la stessa cosa alle manifestazioni “no vax”, restituendo un’immagine classista dietro la collettività che manifestava un dissenso confuso ma comunque legittimo.

Prendo in prestito quello che mi ha detto di recente l’amico, e autore, Antonio Mazzeo, proprio parlando di questo argomento: “se non sai parlare in camera, non esisti politicamente. La politica diventa performance, il dissenso diventa folklore” e chiudo con una suggestione. Quanto sarebbe divertente ribaltare la gerarchia e intervistare queste persone a sorpresa, con gli stessi strumento-poli da bullo del College, mentre non possono leggere le risposte su google?

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