Qualche riflessione a partire dal libro di Giulia Bergamaschi “La terapia non ci salverà. Nuove pratiche di vicinanza oltre la vita psicologizzata” (Tlon, 2026)
Fissare la ferita
Fisher ci ha messo in guarda molte volte sull’importanza di politicizzare il disagio mentale, sulla necessità di incrinare la rappresentazione secondo cui il malessere di ciascuno è prodotto individualmente – e non anche dalle condizioni sociali, economiche e culturali del tempo. Bergamaschi in questo suo libro, uscito da poche settimane per Tlon, integra questa visione politica e collettiva della salute mentale (e della sua crisi) interrogandosi sul doppio effetto che la centralità di questo tema e il dilagare della cultura terapeutica ha su tutti noi.
Di salute mentale si parla sempre di più e in maniera sempre più libera – anche se lo stigma persiste è stato scalfito – ma la “progressiva colonizzazione delle nostre pratiche relazionali da parte del linguaggio psicologico” (p. 17), che certamente fornisce “forme di legittimazione alla domanda d’aiuto”, comporta il rischio molto concreto della “patologizzazione dell’esperienza” (p. 15). Parlandone in termini di percorsi di costruzione identitaria potremmo dire che l’esperienza traumatica e il suo racconto, l’etichettatura – spesso ipertrofica – del soggetto attraverso diagnosi (più o meno approfondite) rischiano di congelare l’individuo in una definizione rigida, in una rappresentazione fissa di sé. Questa costruzione risente di un’idea di fondo, solo apparentemente contraddittoria: da un lato il linguaggio psicologico e la cultura terapeutica sembrano legittimare il malessere e renderlo valido, dall’altro il vecchio pregiudizio “ma quale depressione! Mica hai fatto la guerra!” sembra essere sostituito da una nuova ingiunzione, non meno asfissiante: quella che prevede il costante miglioramento di sé, il monitoraggio e l’intervento continuo sui propri umori e meccanismi di funzionamento.
“Se la sofferenza è la moneta con cui si acquista il diritto a certi desideri e bisogni, la psicologia e i suoi strumenti diventano chiaramente luogo privilegiato in cui cercare questi diritti, queste rassicurazioni” (p. 95); come ha spesso sottolineato Yasmin Nair nei suoi scritti il prezzo di questa validazione può essere davvero molto, troppo, alto: il dover continuamente ripresentare e riraccontare la propria storia drammatica come moneta di scambio per avere spazio di parola e visibilità, l’essere bloccati nel ruolo della vittima inerme e innocente – e dunque priva di ogni possibilità di errore e soprattutto priva di agentività.
In un vecchio episodio della serie “Black Mirror”, Fifteen Million Merits, questo scambio tra storia traumatica, attenzione e possibilità stessa di sopravvivenza e di esistenza è raccontato in maniera efficace e crudele attraverso la parabola di Bing. Il protagonista parte con il voler denunciare l’orrore del sistema scioccando il pubblico di un talent show, e per farlo porta in scena in diretta il propr1io tentativo di suicidio. Suo malgrado si ritrova assorbito e compatibilizzato nella macchina dell’intrattenimento: per assicurarsi una vita decente sarà costretto a replicare la scena all’infinito a favore di camera, in forma sempre più spettacolarizzata ed estrema. Non basta dimostrare di essere stati danneggiati, bisogna, in un’economia dell’attenzione sempre più vorace e spietata, dimostrare che il proprio danno è maggiore, più profondo, irreversibile di quello degli altri, che è sì simile, ma eccezionale. Paradossalmente questo tipo di narrazione che, ripetuta infinite volte, dovrebbe già in sé dimostrare la sistemicità dell’oppressione, finisce, per la modalità in cui viene proposta e “catturata”, per attestarne la dimensione individuale – a limite che si gioca sul rapporto interpersonale – la singolarità e straordinarietà.
Essere felici è essere produttivi (?)
Come sottolineano efficacemente Cabanas e Illouz nel loro Happycracy, essere felici non è solo un obiettivo sul piano privato e personale, diventa una caratteristica rilevante per assicurarsi un posto al sole (o almeno un posto qualsiasi) nella scala sociale: la gente felice è gente che sa lavorare in squadra, equilibrata, non piantagrane, di successo. Quella infelice e rabbiosa è gente da scartare, che non serve, anzi è di intralcio: d’altronde se non ha saputo aggiustare sé stessa come potrebbe efficacemente contribuire alla riuscita di un progetto o portare avanti un compito?
Non si tratta solo di soffrire col sorriso sulle labbra, fingere godimento mentre patiamo, “esibire un (super)investimento nelle proprie occupazioni. Non veniamo semplicemente costretti a svolgere un lavoro, nel vecchio senso di compiere un’attività che non abbiamo voglia di svolgere: no, ora siamo costretti a comportarci come se ci piacesse svolgerla”; si tratta di mettere l’automonitoraggio e l’ottimizzazione di sé, una buona gestione interna, privata, personale, a garanzia di un buon rendimento sul piano lavorativo. Di qualsiasi lavoro si tratti dal più umile al più prestigioso, da quello a contatto col pubblico a quello che si fa a casa propria in pantofole dietro allo schermo di un PC.
“Il linguaggio psicologico è entrato nei luoghi di lavoro e vi si è stabilito così profondamente da rendere ovvio ciò che ovvio non è: che saper sentire, saper stare con gli altri, sia prima di tutto un vantaggio competitivo. (…) Il risultato non è una semplice contaminazione terminologica, alla formazione di un repertorio comune in cui lavorare su di sé e lavorare per l’organizzazione finiscono per essere descritti attraverso gli stessi strumenti concettuali” (p. 35).
L’altro e i suoi accolli
Questo imperativo (si pensi alla traccia sui “confini” uscita all’esame di maturità quest’anno e all’adulting) non riguarda solamente chi è inserito nel mondo del lavoro ma anche chi si trova ai suoi bordi – perché espulso o non ancora entrato.
“La cultura terapeutica – che, vale la pena ripetere, non è la terapia, ma il modo in cui questa si è popolarizzata nel nostro modo di pensare e agire – ha trovato nel disagio strutturale delle vite dei giovani e dei giovani adulti, un terreno estremamente fertile per propagarsi attraverso massime, categorie consigli, della cui vacuità saremmo state sicuramente almeno una volta vittime ma anche persecutrici” (p. 54); più è frammentato il tessuto sociale, più siamo isolati e precarizzati più la cultura terapeutica, intesa nel senso sopra descritto, rischia di divenire un veicolo di passivizzazione, ripiegamento su sé stessi e, paradossalmente, a lungo andare di approfondimento proprio di quel disagio che dichiara di voler attenuare.
Senza arrivare a Fanon che si spinge a dire, ne I Dannati della terra, che solo la lotta può ricomporre l’essere umano che è scisso e isolato da un sistema, quello capitalistico-coloniale, che lo aliena costantemente, che si guarisce soltanto assieme e nella ribellione violenta e radicale, quello che certamente possiamo dire è che quest’uso distorto della terapia rischia di produrre individui sempre più slegati, concentrati sulla ricerca di un benessere, che però è possibile realizzare, per assurdo, solo a partire proprio dalla relativizzazione dell’autonomia – tanto elogiata dalla psicologia positiva – e dalla valorizzazione dell’interdipendenza.
Detta in altri termini dalla necessità di prevedere una bella quota di accollo nella propria vita.
Non di diventare “crocerossini”, non di stagnare in dinamiche che (termine orrendo) spesso definiamo “tossiche”, ma di prevedere l’inevitabilità del dolore, della fatica che l’incontro con l’altra persona comporta. Un altro che non è me, che non mi assomiglia, che non risponde necessariamente ai miei bisogni e alle mie richieste, che resta opaco e imprevedibile, col quale necessariamente entrerò in conflitto. Perché ogni contatto è sempre un urtarsi, un inciampare, per quanta delicatezza si usi – ma il conflitto non è sempre abuso, non è sempre qualcosa da rifuggire come sottolinea Schulman, anzi2. E che pure è indispensabile al mio equilibro e alla mia salute, talvolta anche quando sembra comprometterle con richieste e comportamenti inaspettati, incongrui o sottraendosi.
Bergamaschi richiama, verso la fine del testo, una tematica che è circolata molto sui social lo scorso Natale (e che pure Davide DDL ha portato in un suo pezzo di stand up): passare le feste dai tuoi, in mezzo a parenti che fanno domande insopportabili, spesso a disagio e scomoda in un posto che non riconosci più come “casa”. Ma abbiamo davvero il diritto (e soprattutto ci fa davvero sempre “bene alla salute”) come consiglia Franco Arminio in una sua poesia,“Alzatevi durante la cena”, rompere il silenzio per parlare del proprio dolore e rimetterlo al centro?
“Se scoppiate a piangere
è ancora meglio,
scandalizzateli i vostri parenti,
piantate la bandiera dell’inquietudine
in mezzo al salotto.“
Non lo so, Franco, non lo so.
Ritornando seri, una gestione delle difficoltà troppo orientata alla protezione dei propri sentimenti, come l’utilizzo eccessivo dei trigger warning3 o l’iper-monitoraggio dei propri stati d’animo non ci farà sentire meglio, né più protetti, temo.
Non si tratta di passare alla retorica destra e “anti-woke” degli snowflake, ma di essere avvertiti e stare in guardia rispetto alla contaminazione tra dimensione psicologico-morale e sociopolitica. Ne abbiamo già parlato ne Il personale è (ancora) politico? ed è un tema al quale teniamo molto. Rilevare l’intreccio tra dimensione intima e sociale significa comprendere i nessi strutturali che producono, di contesto in contesto, di epoca in epoca, precisi modelli di soggettività, stili di vita, maniere di vivere il mondo e le relazioni. Politicizzare il privato significa innanzitutto far emergere queste genealogie e questi nessi.
Lo stesso vale anche per la dimensione legata alla salute mentale e alla cultura terapeutica: è necessario leggere il disagio e le risorse a nostra disposizione inserendole in un quadro di oppressione e di possibile trasformazione collettiva. In entrambi i casi però questo legame tra personale e politico viene spesso completamente distorto, se non addirittura ribaltato. Invece di politicizzare (legare e collegare) ciò che è stato raccontato come intimo e personale (sciolto, separato) si tende a mettere al centro della scena, fino a ingombrarla completamente, e del discorso il piano intimo, psicologico, individuale come se quello e solo quello fosse e dall’essere l’argomento e l’oggetto della nostra conversazione (e il piano per eccellenza del nostro lavoro trasformativo).
Tanto il rifiuto e il tentativo di cancellazione degli altri – il razzismo, il classismo, l’abilismo, il sessismo, le logiche dello “scarto”, etc. – quanto la solidarietà e la costruzione di alleanze, a dispetto dei discorsi mainstream, passano pochissimo e solo di riflesso per dinamiche, teorie e formule psicologiche, come sottolinea Delphy: questi fenomeni concernono il funzionamento della società nel suo complesso, non partono della psiche e non si risolvono sul piano psichico4.
La cultura terapeutica rischia di assolutizzare un’ideale astratto di autonomia rendendolo sempre più compatibile alle logiche di mercato, mascherando e rendendo inaccessibile la verità dell’interconnessione che ci lega – sia sul piano dei bisogni immediati che su quello della possibilità di organizzazione, conflitto, trasformazione collettiva.
- Di Nair abbiamo pubblicato Manifesto per un pessimismo strategico. Scritti su transfemminismo, trumpismo e neoliberismo, e alcuni saggi che puoi trovare qui. ↩︎
- Del prezioso libro di S. Schulman ne parliamo qui e qui. ↩︎
- Anche su questo tema rimandiamo a S. Schulman. ↩︎
- C. Delphy, Classer, dominer. Qui sont les “autres”?, La fabrique, p. 11. ↩︎



