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Me-Ti

Organizziamoci insieme sorelle, questo è il nostro secolo!

Irene Galuppo

Report e interventi dell’assemblea di “Alleanze Ribelli” Ex Opg “Je So’ Pazzo” – Napoli 7.03.2026

Riportiamo di seguito gli estratti degli interventi dell’assemblea pubblica “Costruiamo Alleanze Ribelli”, svoltasi in occasione dell’undicesimo compleanno dell’Ex Opg occupato “Je so’ Pazzo”.

L’obiettivo dell’assemblea – e dunque di questo testo – è provare a tracciare alcune linee guida, ovvero a definire delle prime caratteristiche – inscindibilmente teoriche e pratiche – di ciò che definiamo transfemminismo materialista: un transfemminismo che non teme di affrontare la realtà materiale delle cose, una realtà in cui le questioni di genere sono inseparabili dalle condizioni materiali – di classe – dei soggetti che la vivono.

Per questo motivo, ragionare oggi su un transfemminismo materialista non è nell’orizzonte di trovare una nuova “teoria femminista”; non è un’astrazione: va piuttosto nella direzione di sistematizzare e riconoscere ciò che accade nella realtà quotidiana di chi vive sulla propria pelle la doppia condizione di donna e di sfruttata (o tripla se straniera) e che lotta per non subire il peso di queste numerose catene. Attraverso le voci dell’assemblea, infatti, emerge con chiarezza che non può esistere autodeterminazione ed emancipazione di genere senza una concreta richiesta di autonomia economica e sociale. Le storie di sfruttamento nel settore turistico, i licenziamenti discriminatori dovuti alla maternità e le barriere burocratico-morali (politiche) che ostacolano l’accesso alla salute pubblica non sono incidenti isolati, ma manifestazioni di un sistema che utilizza il genere e la provenienza (“razza” in senso storico) come strumenti di sfruttamento e di ricatto tanto nel lavoro quanto nella vita. In questo senso, il “punto di aggancio” tra l’analisi e la pratica politica risiede nella trasformazione della sofferenza individuale in una lotta (o vertenza, a seconda dei casi) collettiva e trasformativa di una condizione. Se l’intervento di Viola (progetto Me-Ti) chiarisce come la nostra comunità sia il primo anticorpo organizzativo contro la solitudine dell’individualismo, del ricatto economico e dell’esclusione sociale, questa riflessione si fa ancora più evidente nelle parole di Fatima (Movimento Migranti e Rifugiati Napoli), che evidenzia come, per una donna migrante, il corpo sia costantemente oggettivato tra le maglie del lavoro povero e i vincoli del permesso di soggiorno. Questa precarietà strutturale si riflette inevitabilmente sulla gestione della salute e dei desideri: Federica (IVGstobenissimo) ci ricorda infatti che il diritto all’aborto rimane un miraggio se non è sostenuto da una sanità pubblica accessibile e non obiettrice. A sua volta, Valeria (lavoratrice in lotta con la Camera del Lavoro) testimonia quanto sia punitivo e spietato il mercato del lavoro per una donna che rivendica il diritto alla maternità in un settore, quello del turismo, senza tutele contrattuali, che con una mano gentrifica le nostre città – togliendoci il diritto all’abitare – con un’altra genera lavoro povero, a nero, sfruttato e precario. Il cerchio si chiude evidenziando altri aspetti della questione della violenza, che non può mai essere affrontata solo sul piano culturale: se Erminia (CAV Pontecagnano) pone l’accento sull’autonomia abitativa e sul reddito come le uniche vere vie d’uscita dai percorsi di maltrattamento e di violenza, Assunta (USB, settore servizi di pulizia) riporta la lotta direttamente sui posti di lavoro, dove il mobbing e lo sfruttamento si configurano come l’ennesima faccia del potere patriarcale.

Attraverso queste esperienze, le “Alleanze Ribelli” si definiscono come pratica di mutualismo e come aspetti concreti di una lotta più complessiva. Seguendo la sintesi di Francesca (Ex Opg), costruire Alleanze Ribelli significa riconnettere le lotte delle donne e di tutte le soggettività in un terreno concreto, capace di trasformare l’esistente con un obiettivo comune: organizzare alleanze sulla linea di classe (tra donne e uomini, tra straniere e italiane) per ribaltare i rapporti di forza attuali e costruire una “sicurezza sociale” che non lasci indietro nessuna.

Al netto di questo, gli interventi che seguiranno sono un’elaborazione collettiva, frutto della lotta delle compagne in specifici campi di intervento, operati all’interno e fuori dalle mura dell’Ex Opg.

VIOLA (progetto Me-Ti):

Innanzitutto, lasciatemelo dire: voglio ringraziare le compagne del movimento Migranti e Rifugiati di Napoli.
Oggi, come sapete, compiamo undici anni come Ex Opg. Alcuni di voi sono qui dentro dal primo giorno, altri si sono aggiunti dopo, ma la magia e il regalo che ci ha fatto questo posto sono l’essere diventati veramente una comunità. Non c’è differenza tra chi milita da un giorno e chi sta qui da un anno o da undici: siamo tutti fratelli e sorelle. Abbiamo imparato un modo di stare insieme qui dentro che è lo stesso modo di stare insieme fuori, nelle battaglie che portiamo avanti.
Sapete che per gli spazi sociali e gli spazi storici di questo Paese è stato un anno estremamente complicato: ci sono stati sgomberi e c’è stata tanta repressione, una repressione che peraltro ha colpito anche noi e altri spazi di questa città. Credo che l’unica difesa possibile rispetto a tutto quello che sta succedendo – come sempre accade per ogni forma di repressione – sia la nostra capacità di dare una risposta. Stasera, il fatto che siamo tantissimi qui dentro è una risposta concreta.
Fin dall’inizio, quando siamo entrati in questo spazio devastato e pieno soltanto di spazzatura e abbandono, il nostro obiettivo e la nostra ragione di esistere sono stati rivolti verso l’esterno. Non volevamo costruire un posto che fosse accogliente solo per noi, ma una forza che fosse veramente di tutti e in cui si potessero organizzare le lotte per tutti.
Oggi, in questa “giornata della donna” che coincide con il nostro compleanno, abbiamo voluto parlare di femminismo. Fin dal primo giorno della nostra militanza c’è sempre stata la lotta delle donne e dei soggetti marginalizzati; è una lotta che si inserisce in un solco ben preciso, quello di classe, perché troppe volte abbiamo visto il nostro discorso strumentalizzato dalle destre o da chi voleva farne del marketing.
Oggi lo vediamo bene con l’esperienza della guerra: bombardare l’Iran viene presentato come l’unico modo per “liberare” le donne. Nel nostro Paese, lo stesso discorso conduce a scelte autoritarie. Noi, però, sappiamo che la vera sicurezza passa per l’accesso ai servizi, per la possibilità di un lavoro sicuro, per una sanità e un’istruzione degne. Sappiamo che la sicurezza è la certezza di avere una casa. Oggi parleremo anche di questo con chi ha vissuto momenti di difficoltà e non si è arresa, dimostrando che se restiamo uniti, se costruiamo un’alleanza tra noi donne – italiane e straniere – e anche con gli uomini, possiamo cambiare le cose.
Perché non può essere una questione legata semplicemente a chi è nato maschio. Chi è qui sente molto più lontana Giorgia Meloni – che è donna, ma è una nemica – rispetto a chi ci è vicino, è qui con noi ed è costretto a lavorare come uno schiavo subendo la distruzione della sanità e dell’istruzione. Il nostro nemico è chi utilizza la differenza, la razza o il genere per marginalizzarci e sfruttarci ancora di più.
Lo vedremo direttamente con gli interventi molto concreti che faremo durante questa iniziativa. Il nostro obiettivo per il futuro è costruire un fronte che metta le persone l’una al fianco dell’altra. Finché ci saranno uomini e donne, persone italiane e straniere unite da un obiettivo comune, che non si faranno mettere gli uni contro gli altri, allora avremo raggiunto il nostro scopo.
Questa è la battaglia che promettiamo di fare da oggi e che abbiamo portato avanti in questi undici anni; non ci stancheremo mai di farlo. Non ci faremo mai convincere che il nostro nemico sia chi sta peggio di noi, che ci dicono essere un nostro “concorrente” sul posto di lavoro. Il nostro nemico è chi vuole impoverirci, chi ci toglie i diritti e ci priva di tutto. Questa alleanza non è innaturale: è impensabile credere che una persona, solo perché straniera, diventi qualcuno da cui debba difendermi. Quelli da cui ci dobbiamo proteggere sono i padroni della terra, sui posti di lavoro, della città.

FATIMA (Movimento Migranti e Rifugiati Napoli):

Nella lingua bambarà, “guerra” è una parola senza genere. Quando si parla di guerra, si pensa subito a giovani uomini che vanno a combattere; ma la realtà, durante un conflitto, emerge facendo parlare le donne: la parola delle donne è infatti sinonimo di resistenza. Oggi voglio raccontarvi quanta resistenza ci sia nelle nostre vite e parlarvi di cosa significhi essere una donna nera in Italia.
La prima volta che abbiamo dovuto affrontare questo tema è stata proprio all’interno del nostro movimento. Le donne non erano considerate protagoniste a causa del pregiudizio secondo cui non saremmo capaci di pensare né di agire politicamente. Per questo abbiamo capito che era fondamentale organizzarsi autonomamente, per poi tornare nelle assemblee miste e far comprendere che anche noi abbiamo il nostro pensiero, la nostra voce e la capacità di decidere.
Un altro aspetto critico è la violenza: quella dei compagni stessi, quella degli uomini delle istituzioni e quella verbale che subiamo per strada. La violenza segna sempre le donne e oggi vogliamo dire basta.
Ma da dove nasce il problema della violenza? Sapete bene quanto sia difficile per una donna entrare nel mondo del lavoro; immaginate quanto lo sia per una donna nera, il cui corpo viene trattato come un oggetto da sfruttare. Non vogliono riconoscerci come persone dignitose: quando entriamo nel mondo del lavoro, finiamo spesso per essere vittime.
A ciò si aggiunge il sistema del permesso di soggiorno, un meccanismo che non ci permette di guadagnare dignitosamente come tutti gli altri. Le istituzioni pensano di poter disporre di noi come vogliono, convinte che non abbiamo una parola nostra o che, in quanto straniere, la nostra voce non sia credibile.
Qual è la nostra soluzione? Da soli non possiamo fare nulla: la soluzione è l’organizzazione.
Molte di noi vorrebbero allontanarsi da un partner violento, ma non possono “aprire quella porta” perché manca l’autonomia economica o non sanno dove andare. Pesano il giudizio patriarcale della società e la pressione costante delle famiglie nei paesi d’origine. Spesso ci troviamo in un limbo: non siamo accettate dagli uomini bianchi e, allo stesso tempo, subiamo pressioni dalla nostra stessa comunità.
C’è poi il rischio legato ai servizi sociali: se denunci, il rischio è di essere giudicate come madri e di subire il peso di un’istituzione che, invece di fornire supporto, incute il timore di vedersi sottrarre i figli. Questa paura non riguarda solo noi donne che abbiamo attraversato il mare; è una paura che condividiamo con voi, sorelle italiane.
E poi c’è la questione del permesso di soggiorno e dei diritti riproduttivi. Non vogliamo solo il diritto di essere madri, ma di essere madri libere. Vogliamo il diritto di mandare i nostri figli all’asilo e di avere il tempo necessario per sviluppare le nostre capacità, senza essere schiave del marito o dedicate esclusivamente ai figli. Vogliamo avere meno paura di essere licenziate a causa di una gravidanza. E occorre lottare per un congedo di paternità più lungo, perché anche i padri devono avere la responsabilità dei figli.
Concludo dicendo che la chiave è l’organizzazione. Organizziamoci insieme, sorelle, perché questo è il nostro momento, questo è il nostro secolo. Se restiamo unite, bianche e nere, con la stessa visione e sugli stessi obiettivi, potremo andare lontano.
O la Patria o la morte, vinceremo!

FEDERICA (IVGstobenissimo):      

Fatima ci parlava della condizione materiale di essere madri. La prima necessità e urgenza sono proprio quelle di riprenderci il corpo, la voce e le parole: elementi che ci sono stati sottratti per secoli e che continuano a esserci tolti quotidianamente da determinate figure politiche.
Prima si citava Giorgia Meloni, ma parliamo, ad esempio, della ministra Roccella, che si è permessa di definire pubblicamente l’aborto come “purtroppo un diritto ancora presente”. Diciamo alla ministra Roccella che continuerà a esserlo: non indietreggeremo di un millimetro, anzi, continueremo a rivendicare con forza le nostre istanze e le nostre esigenze.
Partiamo da un assunto fondamentale: il diritto all’aborto rientra nelle pratiche della salute. Non parliamo solo di diritti sociali, ma di salute pubblica: l’aborto rientra tra i LEA (Livelli Essenziali di Assistenza), che non possono essere negati. Questo significa che anche le persone migranti senza permesso di soggiorno devono poter accedere all’interruzione di gravidanza senza essere segnalate.
Il problema enorme che si pone in questo contesto è: come fanno le persone a ricevere queste informazioni? Come fanno a conoscere i propri diritti basilari se questi vengono loro negati? Perché devono rivolgersi a una piattaforma Instagram come IVGSTOBENISSIMO, quando tecnicamente dovrebbero esistere i consultori e gli ospedali pubblici? Luoghi che invece vediamo quotidianamente depotenziati e privati delle risorse fondamentali. Il nostro ruolo è proprio quello di costruire un fronte ampio, che veda nella collettività e in tutte le soggettività una responsabilità comune in questo processo.
IVGSTOBENISSIMO non nasce per scelta, ma per disperazione. Da donna che ha abortito, non volevo più che qualcuno parlasse al posto mio. Non voglio che chi non ha mai vissuto questa esperienza venga a dirmi come dovrei sentirmi, perché ciò che ci viene tolto è la voce. Ci viene tolta attraverso uno strumento potente: la vergogna e il silenziamento. Così l’aborto resta un tabù, qualcosa di cui non parlare o di cui vergognarsi. Veniamo raccontate da tutti – alle cene di famiglia, tra amici, dalle istituzioni – ma la domanda vera è: perché parlate di noi, ma con noi non parlate mai?
La risposta sta in una direzione politica chiara: non considerarci interlocutrici politiche valide. Io dico sempre che, anche se sto male, posso rivendicare i miei bisogni e lottare per gli altri. Sono capace di essere un’interlocutrice politica e di denunciare le immense difficoltà legate alla disinformazione.
Facciamo esempi pratici: il rilascio del certificato. La legge 194 del 1978 prevede l’obbligo di riflessione di 7 giorni. Mi chiedo ancora: su cosa dovremmo riflettere se siamo certe della nostra scelta? L’obiettivo è solo colpevolizzare le donne, farle sentire “sbagliate” rispetto all’unico mandato che questo governo manifesta senza pudore: Dio, patria e famiglia. L’idea è che il finalismo riproduttivo sia l’unica strada possibile; chiunque ne esca deve trovare ostacoli e pagare il prezzo della colpa.
In questa “guerra” assistiamo all’ingresso di gruppi antiabortisti nei luoghi della salute pubblica. Parliamo di una sanità smantellata. L’assessore Maurizio Marrone della Regione Piemonte ci spieghi, ad esempio, come sia stato possibile, dal 2022 a oggi, stanziare 400 milioni di euro per gruppi antiabortisti all’interno di ospedali e consultori già difficilmente accessibili.
Quando parliamo di lotta di classe, dobbiamo parlare dell’accesso all’aborto per chi vive in provincia. I movimenti antiabortisti offrono soldi per disincentivare le donne ad abortire: è un’elemosina. E noi diciamo: quell’elemosina che usate per convincere le donne a non scegliere liberamente, ficcatevela nel culo. Non la vogliamo. Vogliamo poter andare a testa alta nei luoghi della salute pubblica rivendicando un diritto, non una concessione.
Vogliamo l’applicazione delle linee guida del 2020, come già avviene in Emilia-Romagna o in Toscana. In Campania, invece, non è possibile abortire nei consultori né accedere all’aborto farmacologico a casa propria, tra i propri affetti. Le donne vengono lasciate nei corridoi dei reparti di ginecologia, magari con un unico bagno per l’intero reparto. Abbiamo scoperto che all’ospedale Sant’Anna di Caserta non era più possibile abortire per l’obiezione di struttura di tutti i medici. Abbiamo lottato dal basso per ripristinare almeno un medico non obiettore, ma ciò comporta liste d’attesa infinite e migrazioni sanitarie per chi se lo può permettere. A Catania, ad esempio, per il farmacologico bisogna fare 300 km: per tre somministrazioni si perdono tre giornate di lavoro. Tutto questo non conta per questo governo, come non contava per i precedenti.
Se oggi siamo a questo punto, è perché non si è fatto nulla ieri. Cosa ha fatto il centrosinistra per i consultori? Se non arrivano risposte, l’unica possibilità è creare un’alternativa negli spazi di mutualismo dal basso. Un’alternativa per ogni donna e per ogni persona trans o non binaria – perché ricordiamo che non sono solo le donne ad abortire. Rivendichiamo per tutti il diritto alla salute. Chi sceglie di abortire non è un paziente di serie B.
Qualche giorno fa, una ragazza ha dovuto subire un raschiamento per un aborto spontaneo ed è stata insultata dal medico, il quale si è scusato solo dopo aver scoperto che l’aborto era involontario. Come ci ha insegnato Gisèle Pelicot: la vergogna deve cambiare lato. Si devono vergognare i medici che praticano l’obiezione di coscienza nel 2026: andrebbero mandati a calci in culo a fare un’altra specializzazione se non vogliono fare il loro lavoro.
Infine, un appello agli uomini presenti. Quando pensate che il sesso non sia un affare vostro… beh, se c’è una gravidanza indesiderata, il “cacchio” è proprio il vostro. Spesso ci sentiamo chiedere: “Io che cosa posso fare?”.
1- Basta col “salto della quaglia” seguito dal “non ti preoccupare”.
2- Corresponsabilità contraccettiva: i costi della contraccezione non possono gravare esclusivamente sulle donne.

VALERIA (lavoratrice in lotta Camera del Lavoro dell’Ex Opg):

Nel luglio del 2018 ho iniziato a lavorare in un bar nel centro storico. Nel 2024 scopro di essere incinta e parlo subito con la mia responsabile: volevo certezze, perché avrei portato avanti la gravidanza e avrei dovuto sostenere le spese mediche e tutto il resto.
Ho continuato a lavorare regolarmente finché, dopo il primo mese, non sono iniziate le classiche nausee da gravidanza. Sono rimasta a casa per due giorni e la proprietaria, per tutta risposta, mi ha mandato un messaggio con il licenziamento. In quel momento mi è crollato il mondo addosso: non potevo più assicurarmi i controlli per mia figlia e non ero riuscita a mettere soldi da parte, nonostante avessi lavorato in quel bar per sei anni e mezzo, coprendo tantissimi turni anche durante il periodo del COVID.
Essere licenziata per due giorni di assenza non è giusto, specialmente perché avevano totale fiducia in me per la gestione del locale. A causa di questo, sono caduta in depressione sia prima che dopo il parto, con il tormento costante di non poter dare nulla a mia figlia. Dopo due settimane dal licenziamento avrei dovuto fare dei test genetici per capire se la bambina avesse delle patologie; sono visite che costano 700 euro e sono stata malissimo al pensiero di doverci rinunciare.
Per sei anni e mezzo di lavoro, ho ricevuto una liquidazione di soli 2.000 euro.
Il 5 marzo si è tenuta la mia prima udienza in tribunale. Vorrei aggiungere un’ultima cosa: sono davvero riconoscente a tutti i presenti e voglio ringraziare i compagni dell’Ex OPG, che mi hanno dato il coraggio di denunciare.
Infine, vorrei fare una riflessione sul supporto alle madri: il mio compagno è straniero e non ha il codice fiscale. Per questo motivo, non ho potuto richiedere né i bonus né gli sgravi fiscali previsti dal Governo.

VIOLA (progetto Me-Ti):    

Voglio dire una cosa che non è di forma, ma che pensiamo tutti ogni volta che una persona come te ha il coraggio di denunciare. In un settore come quello in cui hai lavorato tu a Napoli, è molto più facile subire in silenzio; per questo siamo noi a ringraziare chi trova la forza di esporsi. Sappiamo quanto sia difficile e quante armi abbiano i padroni contro di noi.
Dobbiamo dircelo chiaramente: continuano a raccontarci che la “turistificazione” fa bene alla città perché diffonde soldi a pioggia, ma la realtà è che quei soldi non arrivano mai nelle nostre tasche: restano sempre nelle mani dei soliti pochi.
Il turismo, nel 90% dei casi, a Napoli è sinonimo di sfruttamento e di lavoro nero.

ASSUNTA (USB settore servizi di pulizia):

Lavoravo part-time per una ditta di pulizie in un cantiere ospedaliero e sono stata licenziata per ingiusta causa. Fortunatamente, con un grande avvocato alle spalle, dopo nemmeno due mesi sono rientrata e il licenziamento è stato annullato. Ve lo dico per farvi capire come abusano del loro potere: ci bullizzano e ci fanno mobbing psicologico.
Da un anno sono iscritta all’USB e la mia datrice di lavoro – permettetemi di dirlo, proprio una donna –, proprio perché sono con il sindacato, mi sta bullizzando e facendo mobbing ogni giorno. Mi provoca, mi istiga, ma io fortunatamente ho raggiunto una forza mentale superiore: cerco di evitarla e di non risponderle, e cammino sempre a testa alta. Se abbassiamo la guardia, ci mettono i piedi in testa.
Ormai sono conosciuta come Assunta che “ha fatto piangere un poliziotto”: ero con Potere al Popolo, con i compagni al porto e con Giuliano Granato, e ci hanno fatto passare per fare i blocchi.
Ho ascoltato tante testimonianze stasera, una più bella dell’altra, e voglio dire che mi vergogno profondamente, come donna, del fatto che nel 2026 una lavoratrice venga ancora licenziata per una gravidanza o debba vergognarsi di un aborto. Non è facile per noi lavorare: io ho 63 anni, ho ancora un contratto part-time e non posso ancora andare in pensione, nonostante faccia un lavoro usurante. E quando finalmente ci andrò, prenderò appena 600 euro al mese.
Se posso dirlo con orgoglio: io sono la mamma di uno di voi. Sono felice che mi abbiate invitata e di aver fatto il corteo insieme per la Palestina.

VIOLA (progetto Me-Ti):    

Questa è la riprova che le mobilitazioni per la Palestina non erano di soli studenti ma anche di lavoratori che lottano l’uno con l’altro. Le battaglie vanno tutte insieme, perché gli esseri umani non vivono a compartimenti stagni.

ERMINIA (CAV Pontecagnano):     

Io sono cresciuta qui tra le mura dell’Ex Opg e quindi per me è un grande onore stare da questa parte del tavolo stasera. Intervengo come responsabile del Centro Antiviolenza di Pontecagnano-Faiano, in provincia di Salerno, gestito dall’associazione “Differenza Donna”.

Molti interventi di stasera hanno toccato questioni che ritroviamo nel nostro lavoro.
Il fenomeno della violenza maschile sulle donne è complesso e strutturale. Ha sicuramente una matrice culturale, come riconosciuto anche dalle leggi internazionali, come la Convenzione di Istanbul, che definisce la violenza come l’esito di una disparità di potere storica tra i sessi. Ma questa non è l’unica matrice: stasera siamo qui per parlare di un femminismo materiale e materialista. La violenza di genere affonda le sue radici nel sistema economico e sociale in cui viviamo. Non possiamo parlare di violenza ignorando la gestione materiale e l’uguaglianza dei diritti, che in questo Paese, per di più, mancano. Sebbene la violenza colpisca donne di ogni estrazione e provenienza, non possiamo negare l’evidenza: quando colpisce donne straniere, donne con disabilità o donne in condizioni economiche svantaggiate, essa assume una forma ancora più feroce.
A Pontecagnano accogliamo donne che affrontano difficoltà materiali enormi nel tentativo di fuoriuscire dalla violenza. Il nostro non è solo un lavoro di accoglienza e di rielaborazione del trauma, ma anche un accompagnamento a 360 gradi che include l’orientamento e il reinserimento lavorativo. Siamo consapevoli che senza autonomia economica è quasi impossibile lasciare la casa dove si subisce violenza.
Spesso i politici dicono alle donne: “Dovete denunciare”. Io vorrei rispondere a questi politici: le donne non sono vendicative. Se potessero, non denuncerebbero mai; lo fanno solo quando sono costrette, quando c’è un rischio concreto per la propria vita o per quella dei figli. Dire “denunciate” con tanta leggerezza dimostra una scarsa conoscenza del fenomeno. Noi dei centri antiviolenza non “spingiamo” alla denuncia: il nostro compito è offrire un luogo sicuro, privo di giudizio e della vergogna imposta dalla società. Noi rispettiamo i tempi delle donne e le accompagniamo solo quando sono loro ad autodeterminarsi verso una scelta.
Tornando alle condizioni materiali: in Campania il tasso di occupazione femminile è del 32%, tra i più bassi d’Europa. E quando le donne lavorano, spesso lo fanno a nero o con contratti precari. Contribuiscono alla crescita del Paese, ma non hanno la possibilità di affittare o acquistare una casa, dato che senza un contratto stabile i mutui sono un miraggio.
Lo Stato risponde a questa drammaticità con dei bonus, come il “Reddito di Libertà” o gli interventi della Regione Campania. Sono misure insufficienti: le richieste sono sempre superiori ai fondi disponibili. Inoltre, spesso funzionano come rimborsi spese: parliamo di donne che dovrebbero anticipare soldi che non hanno, per poi vederseli restituiti. Siamo ancora all’anno zero.
C’è poi la questione delle risorse per i centri antiviolenza. Abbiamo bisogno di fondi strutturali, non solo per le donne, ma anche per garantire la dignità delle operatrici che ci lavorano. Attualmente i budget sono ridottissimi e le associazioni devono lottare tra bandi europei e finanziamenti precari per sopravvivere. I centri antiviolenza non sono solo “servizi”, sono osservatori privilegiati su come cambia la violenza nel tempo e devono essere sostenuti stabilmente.
Per chiudere, quello che chiediamo con forza non è elemosina, ma fondi strutturali per i centri, reddito, casa e un lavoro stabile, sicuro e ben pagato per tutte.

Francesca (Ex Opg):

Per noi questo è un momento fondamentale. Crediamo che il racconto di tutte queste storie e di queste esperienze non sia legato alla casualità né a qualcosa che accade all’improvviso. Speriamo si sia capito che ciò che accade ogni giorno nelle nostre vite è il frutto di un sistema basato sullo sfruttamento.
Dopo undici anni, parlare di femminismo qui all’Opg significa parlare di lotta allo sfruttamento: lo sfruttamento sui nostri corpi, sulle nostre pratiche, sul nostro tempo e sulle nostre azioni. Il movimento transfemminista in questi anni ha avuto il merito di riportare al centro del dibattito pubblico la questione della violenza di genere, ma noi crediamo che in questo dibattito ci si debba concentrare molto di più sulle nostre condizioni materiali. Dobbiamo parlare di lavoro, di casa, di salute e della libertà di decidere sui nostri corpi.
Non deve interessarci come veniamo “etichettate”; dobbiamo fare in modo che le nostre esperienze diventino ricchezza e ci portino verso un obiettivo comune: creare alleanze ribelli. Solo se riusciamo ad abbattere le differenze e a metterci insieme, possiamo mettere in discussione questo sistema. Un sistema che opprime le donne in tutto e per tutto, sottoponendoci al ricatto economico, alla precarietà e all’esclusione sociale, permettendo che la violenza sui nostri corpi sia alimentata proprio dalla mancanza di autonomia economica.
Il nostro progetto di femminismo parla della vita reale delle donne, ogni giorno. Parla della difesa dei servizi pubblici, dei diritti delle donne migranti, della ridistribuzione della ricchezza e della lotta contro la guerra. È una denuncia della violenza patriarcale in ogni sua forma.
Il secondo punto chiave da metterci in testa è che viviamo sotto governi che utilizzano costantemente la retorica della “sicurezza”. Ma per loro la sicurezza significa solo controlli, confini, la cancellazione dei diritti e l’individuazione di un nemico in chi è straniero o sta peggio di noi. Noi sappiamo che non è così. La vera sicurezza sociale è quella rete che ti protegge quando inciampi; è fatta di servizi sociali e della costruzione di comunità come la nostra, che non ti lasciano sola.
In questi undici anni, qui dentro, abbiamo trasformato i problemi individuali in vertenze collettive. Abbiamo aperto sportelli di tutela legale, per la salute; abbiamo fatto informazione e laboratori. Ma abbiamo imparato una cosa fondamentale: non vogliamo sostituirci allo Stato o fornire semplice assistenza. Il mutualismo, per noi, è una pratica trasformativa. Ci permette di comprendere le dinamiche sociali e di intervenire prima che il danno sia irreparabile.
Le “alleanze ribelli” di cui parliamo non sono solo un bel titolo o una frase fatta: sono pratica quotidiana. Ci aspetta un piano organizzativo importante; la sfida non è né facile né breve, ma è necessaria. Perché quando una donna che subisce violenza non è più sola, o quando una persona migrante non è più isolata ma fa parte di un’organizzazione, la storia individuale diventa potenza collettiva. E allora possiamo vincere e cambiare i rapporti di forza.
Dobbiamo ripartire subito. Domani, 8 marzo, saremo in piazza a Bagnoli per lo sciopero generale. A Napoli, il 9 marzo partiremo alle ore 15:00 da Porta Capuana per lo sciopero. Chiunque sia interessato a partecipare al progetto può fare riferimento a questo posto, perché, come abbiamo raccontato stasera, noi siamo sempre tutti qui.

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