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Sovranità alimentare o sovranismo agroindustriale? Qualche riflessione sulla rivolta dei trattori

Federico Scirchio

Rispetto a un anno fa, quando abbiamo scritto “Il campo (agricolo) di battaglia”1, non è cambiato molto rispetto alla situazione politica, ci troviamo di fronte allo stesso scenario, con la differenza che il fronte della protesta si è allargato.

La tesi da cui siamo partiti è che la cosiddetta “rivolta dei trattori” è circoscritta dentro al quadro più generale della ristrutturazione neoliberale dell’agricoltura europea dentro il terreno della crisi climatica, oggi la partita si gioca sulla questione della “sovranità alimentare”.

Oggi, quella diagnosi torna utile: l’approvazione dell’accordo UE–Mercosur da parte di una maggioranza qualificata di governi europei, nonostante l’opposizione francese e di altri paesi, e il nuovo ciclo di blocchi con i trattori a Bruxelles, Parigi, Athlone, Milano confermano che il settore agricolo resta un fronte della lotta di classe ancora caldo.

Quello che è cambiato non è solo l’intensità del conflitto, ma la sua visibilità: la guerra sul cibo, sulle terre e sui sussidi è ormai esplosa a cielo aperto, e attraversa in profondità la geografia europea, dal cuore istituzionale di Bruxelles alle aree interne italiane, dai porti spagnoli alle pianure irlandesi.

Dal “campo di battaglia” al fronte Mercosur

L’accordo UE–Mercosur è il tassello mancante del disegno che già si rendeva evidente: una ristrutturazione “verde” delle catene globali del valore in cui l’Europa tenta di garantirsi accesso privilegiato alla natura a buon mercato – carne, mangimi, agro-carburanti – scaricando l’impatto ecologico sulle periferie latinoamericane e quello sociale sulle periferie agricole europee.

Dopo 26 anni di negoziati, la Commissione ha firmato il testo nel 2024; a gennaio 2026 una maggioranza di Stati membri ne ha dato il via libera, nonostante il voto contrario di Francia, Irlanda, Polonia, Ungheria e Austria e l’annuncio di Macron di opporsi in Consiglio. Il passaggio chiave è stato il sostegno dell’Italia, con la Meloni che ha dichiarato “Abbiamo avviato una trattativa sul bilancio UE per la PAC per altri 45 miliardi di euro. Alla luce di queste garanzie per i nostri agricoltori abbiamo dato l’ok all’accordo”.

La logica è chiara: qualche miliardo in più per compensare, almeno a parole, i tagli annunciati alla PAC per il periodo 2028–2034 e per smussare la rabbia, in cambio dell’apertura strutturale del mercato europeo alle esportazioni agricole del blocco sudamericano. Già oggi, Bruxelles propone una PAC più “snella” e con meno vincoli di destinazione, dentro un bilancio pluriennale che integra agricoltura e coesione e riduce la quota relativa destinata ai sussidi agricoli; non stupisce che una delle parole d’ordine a Bruxelles il 18 dicembre 2025 fosse proprio “una PAC forte e ben finanziata dopo il 2027”.

Sul piano materiale, l’Accordo UE-Mercosur significa flussi addizionali di carne bovina, pollame, zucchero, etanolo, riso, miele e soia verso il mercato europeo, prodotti in sistemi agro-industriali che si reggono sulla deforestazione dell’Amazzonia e del Cerrado, sull’espansione delle monocolture e sullo sfruttamento di lavoro contadino, proletario e indigeno.

È la conferma dell’ipotesi che abbiamo provato a tracciare: la “transizione verde” europea non intacca il cuore del modello agro-estrattivo, ma lo delocalizza e lo ricompone su scala continentale. L’Europa si presenta come campione dell’agricoltura sostenibile, mentre importa mangimi e carne a prezzi compressi da salari bassi, pesticidi vietati qui, terreni espropriati altrove.

Nel panorama dell’eco-marxismo uno dei concetti cardine è la “frattura metabolica”: la rottura, prodotta dal capitalismo, del metabolismo tra società e natura. L’UE–Mercosur è il perfezionamento di questa frattura: fertilità del suolo, acqua, foreste e corpi viventi dell’America Latina entrano nel metabolismo europeo sotto forma di commodity agricole a basso costo; in cambio, l’Europa esporta macchine, auto, chimica, regimi di proprietà intellettuale. La stessa terra che brucia nel Pantanal o nel Gran Chaco appare, depurata, sugli scaffali dei supermercati europei.

Il punto è che questa frattura non è un effetto collaterale: è il modo in cui si tiene insieme la ristrutturazione verde del capitalismo europeo. Mentre si tagliano i fondi PAC, si precarizzano ulteriormente i lavoratori e si impone una “semplificazione” che va unicamente a favore dei grandi gruppi multinazionali. L’accesso a nuove zone di “cheap nature” diventa l’assicurazione sulla vita del blocco industriale che conta: automotive, chimica, agro-business.

Un nuovo ciclo di trattori: Bruxelles, Parigi, Athlone, Milano

In questo contesto è esploso un nuovo ciclo di mobilitazioni. Il 18 dicembre 2025 quasi un migliaio di trattori e circa ottomila contadini hanno bloccato il quartiere europeo di Bruxelles in coincidenza con il Consiglio europeo: al centro delle rivendicazioni c’erano proprio l’accordo con il Mercosur e i tagli alla PAC. Contadini da Belgio, Italia, Spagna, Francia e Germania chiedevano “una politica agricola forte e ben finanziata”, “commercio equo e trasparente”, “vera semplificazione”.

Pochi giorni dopo, l’8 gennaio, decine di trattori organizzati dalla Coordination Rurale hanno aggirato i blocchi di polizia e sono arrivati sotto la Tour Eiffel e l’Arc de Triomphe, paralizzando Parigi contro un accordo che, nelle parole degli stessi agricoltori, è l’ennesima prova del fatto che “ci stanno abbandonando”. Macron ha confermato che il governo francese voterà contro, consapevole dell’ostilità trasversale del mondo agricolo, ma il voto contrario di Parigi non sarà sufficiente a fermare un’intesa sostenuta da Germania, Spagna e, appunto, Italia.

Il 10 gennaio migliaia di agricoltori irlandesi hanno riempito le strade di Athlone con centinaia di trattori. Sugli striscioni si leggeva “Don’t sacrifice family farms for German cars” e “Our cows follow the rules, why don’t theirs?”, a sintetizzare bene l’intreccio tra concorrenza intra-europea e dumping ambientale: i contadini irlandesi percepiscono chiaramente che la loro carne è negoziata in cambio dell’export industriale tedesco e italiano, e che l’accordo affida il futuro dell’allevamento europeo a una competizione al ribasso sui costi e sugli standard.

Infine in Italia, il 9 gennaio oltre un centinaio di mezzi agricoli hanno bloccato il traffico attorno alla Stazione Centrale di Milano e poi si sono diretti sotto il Pirellone. A convocare il presidio sono stati il Movimento Riscatto agricolo Lombardia e il Coordinamento Agricoltori e Pescatori Italiani (Coapi), che si definiscono movimento “spontaneo”, giovanile, apolitico. Davanti al palazzo della Regione sono state scaricate balle di fieno e latte, mentre le bandiere tricolori e gli slogan contro Bruxelles e il Mercosur facevano da sfondo all’intervento di esponenti della Lega come Silvia Sardone e Gian Marco Centinaio.

Nelle loro parole d’ordine c’è tutta l’ambiguità di questo nuovo ciclo di protesta: da un lato la denuncia di un accordo che “favorisce la speculazione e punisce agricoltori e cittadini europei e sudamericani”, che chiede “un prezzo giusto per produttori e consumatori” e norme contro il trust e la speculazione; dall’altro la difesa del “Made in Italy” come identità nazionale, la richiesta di più sovvenzioni, meno vincoli ambientali, più sovranità commerciale senza una messa in discussione reale del potere della grande distribuzione, delle multinazionali dei semi e della chimica, dei gruppi della logistica che spremono la filiera.

In mezzo, quasi completamente invisibili, restano i soggetti che già nel 2024 indicavamo come il vero “proletariato agricolo”: i braccianti stagionali, spesso migranti, che raccolgono arance in Calabria o uva in Puglia, i lavoratori sottopagati delle cooperative, le comunità delle aree interne del Sud – proprio quelle che in questi anni hanno visto calare più drasticamente le unità di lavoro in agricoltura, come raccontava già allora l’ISTAT. La nuova ondata di proteste non li mette automaticamente al centro: al contrario, rischia di ricompattare un blocco di “produttori nazionali” che continua a scaricare verso il basso i costi sociali ed ecologici del modello agro-industriale.

Chi prova a egemonizzare il malcontento?

Se guardiamo a come si sono mossi i partiti, il quadro è coerente con quello che vedevamo già nel 2024, ma più nitido. In Francia, la maggioranza presidenziale si è scoperta minoranza sociale nelle campagne: Macron è costretto a dire no al Mercosur mentre prova a rinegoziare condizioni di salvaguardia; allo stesso tempo, il governo viene attaccato sia da destra (Rassemblement National) sia da sinistra (France Insoumise) e finisce nel mirino di nuove mozioni di sfiducia direttamente collegate alla partita sull’accordo.

In Italia il governo Meloni ha scelto di collocarsi nel fronte favorevole al trattato, presentando le concessioni ottenute in sede europea come una vittoria a difesa dei nostri agricoltori. In piazza, però, è la Lega a salire sui trattori, accusando Bruxelles di “ammazzare il settore agricolo” e fingendo di dimenticare che il via libera italiano al Mercosur è stato decisivo per il raggiungimento della maggioranza qualificata. È lo schema già visto: i partiti di governo usano la doppia faccia – dura verso l’UE in patria, disciplinata in Consiglio – per capitalizzare sulla rabbia sociale senza intaccare i rapporti di forza reali.

Nel frattempo, una parte dei partiti socialdemocratici e verdi continua a muoversi su un crinale strettissimo: da un lato provano a rappresentare gli interessi dei piccoli agricoltori, dall’altro difendono un quadro di liberalizzazione commerciale e “transizione verde” che li mette oggettivamente in contraddizione con quei settori.

In Spagna, il governo Sánchez annuncia un piano per facilitare l’accesso alla terra ai giovani, mettendo a disposizione 17.000 lotti rurali di proprietà statale e proponendo di destinare il 10% dei fondi PAC al ricambio generazionale, ma le organizzazioni agricole ricordano che il problema non è solo la terra: sono i margini bassissimi, la burocrazia, l’incertezza legata a trattati come il Mercosur.

Anche sul piano sindacale ritorna una tripartizione: i grandi sindacati agricoli corporativi – da Coldiretti alla FNSEA, alla IFA irlandese – partecipano alle mobilitazioni ma spesso per difendere il proprio ruolo nelle negoziazioni di PAC e bilancio europeo; i coordinamenti più radicali o “spontanei” contestano sia i governi sia i sindacati tradizionali, ma flirtano con un discorso anti-ambientalista e nazionalista; le organizzazioni realmente di rottura – quelle che provano a tenere insieme contadini, braccianti, movimenti climatici, femministe, lotte contro la grande distribuzione – restano minoritarie e poco visibili, anche se sono proprio loro ad avere una proposta che vada oltre il “no Mercosur” puramente difensivo.

Sovranità alimentare o sovranismo agro-industriale?

Il punto decisivo per comprendere quello che sta succedendo è chiarire che la contesa non è tra “città” e “campagna”, né tra “produttori” e “ambientalisti”, ma tra progetti antagonisti di sovranità alimentare.

Da un lato, l’UE con il Mercosur e con la nuova architettura della PAC propone una “sovranità” delle catene del valore: l’obiettivo è garantire alle imprese europee – industriali, agro-alimentari, della logistica – continuità nei flussi di merci e profitti in un mondo instabile, anche a costo di sacrificare interi segmenti di produzione composti da micro-imprese e aziende agricole a conduzione familiare, ossia la forma-impresa prevalente nelle periferie rurali europee; oltre che territori e comunità latinoamericane.

Dall’altro, le destre provano a costruire un sovranismo agro-industriale che difende simbolicamente (un’operazione per lo più ideologica) il latte “italiano” o la carne “francese”, ma in concreto tutela la competitività dei grandi gruppi nazionali, chiede meno vincoli ambientali, più fondi pubblici e controlli più morbidi, e continua a basarsi sullo sfruttamento di braccianti autoctoni e migranti. La loro idea di “sovranità alimentare” è un capitalismo agricolo con bandiera nazionale: confini chiusi e nessuna democratizzazione su terra e filiere.

La terza opzione– quella eco-marxista – resta minoritaria ma è l’unica che prende sul serio la convergenza tra giustizia sociale e giustizia climatica, per dire no al Mercosur non per salvare le rendite di un “made in” nazionale, ma per rompere un modello di agro-estrattivismo che mette uno contro l’altro contadini europei e latinoamericani. Significa, quindi, reclamare la sovranità alimentare dei popoli, non degli Stati-nazione né delle filiere; significa socializzare le decisioni su cosa produrre, come e per chi, riducendo i volumi complessivi di carne e monocolture, promuovendo agroecologia e filiere corte, colpendo i profitti della grande distribuzione e delle multinazionali chimiche.

In questo quadro, il nuovo ciclo di proteste non è né da romanticizzare né da liquidare come puro riflusso reazionario. È, di nuovo, un campo di battaglia. L’esito non è scritto: gli stessi trattori che oggi possono fare da scenografia alle passerelle della destra possono diventare domani il veicolo di un’altra alleanza, se e solo se le forze sociali e politiche che si muovono sul terreno della trasformazione ecosociale sapranno entrarci, non come consulenti, ma come parte in causa.

Significa portare nelle piazze agricole le ragioni dei braccianti, dei lavoratori della logistica, delle comunità delle aree interne che subiscono la desertificazione economica e sociale, dei movimenti climatici che chiedono di smettere di bruciare il futuro in nome dell’agrobusiness. Ma significa anche portare nei movimenti climatici urbani le ragioni dei piccoli agricoltori, spesso schiacciati da debiti, regolamenti pensati per le multinazionali e prezzi imposti dalla GDO.

Se è vero – come scrivevamo allora – che sulla “rivolta dei trattori” si gioca il senso stesso di sovranità alimentare, oggi quella tesi è ancora più netta. L’approvazione dell’UE-Mercosur, le mozioni di sfiducia a Parigi, i trattori davanti al Pirellone e alle istituzioni europee, i piani per i giovani agricoltori spagnoli sono tasselli di una stessa storia: o la crisi agricola diventerà il terreno su cui si consolida un blocco reazionario agro-industriale, o sarà il punto di avvio di una vera rottura ecosociale. Dipende da chi, dentro e fuori quei trattori, avrà la forza di imporre un’altra narrazione e un altro programma.


  1. https://jacobinitalia.it/il-campo-agricolo-di-battaglia/ ↩︎

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