Queste pagine sono state scritte all’indomani delle incredibili manifestazioni per la Palestina che tra fine settembre e inizio ottobre hanno attraversato e bloccato tutta l’Italia, dai piccoli centri alle grandi metropoli. Ci interessa qui rispondere alla domanda spesso capziosa: “Ma perché per le “cose nostre”/per le “cose importanti” in piazza non si scende mai?” in riferimento ai salari, alla compressione del welfare, etc..
La domanda è spesso animata da un certo benaltrismo, dal tentativo di sminuire o addirittura di tentare di far cadere in contraddizione chi si sta mobilitando. Ma, secondo noi, è importante provare a accennare una risposta politica su come e perché in Italia si sia prodotta una tale attivazione, sul modo in cui essa è legata alle politiche di gestione del dissenso dell’attuale Governo, all’assenza di una reale opposizione e al peggioramento complessivo delle nostre condizioni di vita.
Perché restituire questo quadro significa anche provare a capire a partire da quali leve e da quali meccanismi non solo proseguire la mobilitazione in solidarietà al popolo palestinese, ma anche per i diritti di tutti noi, persone sfruttate, marginalizzate, oppresse, nel nostro Paese.
La spinta etica che ci ha portato in piazza ha un profondo valore politico.
Non solo perché non c’è un’opposizione tra questioni internazionali, di carattere generale, di giustizia nel suo senso più alto e lotta per il miglioramento dei salari, del sistema sanitario scolastico, della democrazia sui posti di lavoro (e non solo), perché i piani di lotta possono rafforzarsi reciprocamente: la coscienza e i livelli organizzativi prodotti e consolidati nel corso di questa mobilitazione possano essere utilmente impiegati per rafforzare anche tutti gli altri fronti di lotta per tutte le altre questioni che hanno a che fare con la giustizia e i diritti sociali e civili, e viceversa.
[L’immagine di copertina è di Luca Profenna]
Le mobilitazioni per la Palestina delle ultime settimane hanno fatto emergere alcuni aspetti sui quali vale la pena riflettere. In primo luogo, la grande partecipazione alle manifestazioni e agli scioperi, che ha superato per qualità (dei contenuti, dei livelli di coscienza espressi) e quantità anche le più rosee aspettative degli organizzatori; il carattere particolarmente capillare e diffuso delle mobilitazioni (che non hanno riguardato solo Roma, Milano, Napoli etc. ma anche centri più piccoli, meno collegati); la connessione con gli scioperi generali e con il mondo del lavoro; una partecipazione trasversale dal punto di vista anagrafico e la massiccia presenza, quando non dominate, di persone giovani e giovanissime; il ruolo centrale svolto dal tessuto delle organizzazioni di base.
Questi aspetti certamente denotano un elemento di sensibilità diffusosi tra la popolazione rispetto al genocidio. Tuttavia, per interpretarne il valore e svolgere un’analisi corretta occorre inserire questi aspetti nel contesto politico, ideologico ed economico italiano. Innanzitutto, occorre analizzare il ruolo e l’attività del Governo Meloni.
Letti da questa angolazione i dati di cui sopra hanno una valenza del tutto particolare: ossia l’incrinarsi, almeno potenziale, del “metodo gestionale meloniano”. Per anni il governo ha infatti attivamente lavorato per svuotare sul nascere ogni potenziale di critica sociale o di tensione etico-politica, attraverso meccanismi che vanno dal controllo dell’informazione, all’inquinamento ideologico (volto a dimostrare l’inutilità e velleitarietà di qualsiasi prassi partecipativa attiva), alla minaccia repressiva (si veda ad esempio il DL Sicurezza), alla denigrazione di ogni critica, alla pedagogia del ritrarsi nel privato, alla sollecitazione di istinti di “chiusura”, di “sindromi da assedio”, di “desiderio d’ordine” – e in generale una ideologia dell’istintuale (difesa del “proprio”, sollecitazione delle più becere tendenze alla conservazione e alla guerra contro il più debole, l’“indecoroso”, lo straniero, etc.) tipica di quella tradizione. Nel suo complesso, il “metodo gestionale meloniano” è caratterizzato dal tentativo di passivizzare la popolazione, plasmarla o disciplinarla con tecniche multiformi affinché in essa emerga una propensione di “affidamento” passivo a chi li governa.
Gli esorbitanti tassi di astensione elettorale avvantaggiano necessariamente questa strategia. In rapporto a questo “metodo”, le grandi manifestazioni di questi giorni, anche se non sono state le prime, per le loro caratteristiche hanno avuto una funzione di dissolvimento, un effetto da “rottura di incantesimo” e hanno aperto una breccia. Non ne consegue però che la breccia sia necessariamente destinata ad allargarsi. Ritenere che il “metodo” della “costruzione dell’affidamento” potesse funzionare anche di fronte ad un patente genocidio e all’inerzia malamente giustificata del Governo, è stato certamente un errore di Meloni, un eccesso di sicurezza, una sottovalutazione della tensione etica che può generarsi nella società (di cui la Flotilla è stata il “catalizzatore”) e una sopravvalutazione dei propri dispositivi. Una breccia però si è momentaneamente aperta. Non sappiamo però se questo “varco” resterà aperto, per quanto tempo o se saprà rigenerarsi: dipende anche da noi.
Nel frattempo, è necessario notare che esiste certamente una spinta solidaristica per Gaza. Tuttavia, il vero dato è che questa si è trasformata in critica all’inerzia governativa, all’atteggiamento collaborazionista del Governo, ed alla sua strategia mistificatoria, e ciò costituisce un dato politico di notevole rilievo. È appunto questo primo, inequivocabile, fallimento del “metodo dell’affidamento” che spiega il nervosismo di Meloni e Salvini, la loro incapacità di contenersi e dominarsi di fronte alla riuscita degli scioperi e delle manifestazioni.
Il dato della diffusione anche locale e decentrata delle manifestazioni, anche se numericamente “proporzionata”, è forse da questo punto di vista ancor più significativo: nei centri piccoli e medi, infatti, la dinamica volta a ricondurre ogni contraddizione ad un semplice “problema gestionale”, e a far apparire “anomalo” o “deviante” chiunque prenda la parola, assume spesso un carattere di omologazione indotta quasi “oppressivo”.
La solidarietà nei confronti della popolazione palestinese è inoltre andata ad intaccare la pedagogia de-solidarizzante governativa, volta a saldare la chiusura internamente ripiegata del Paese (“contro i migranti”, “gli stranieri”, le persone di religione islamica, etc.) ad una visione “occidentalistica” bellicista altrettanto chiusa sul piano internazionale.
Il colpo è stato particolarmente duro, perché la tensione generatasi ed espressasi nelle mobilitazioni è andata ad impattare sul posizionamento radicale a livello internazionale del nostro Paese (la palese complicità con Israele), rivelando tra l’altro che la capacità del governo di imporre o “far passare” la sua strategia di lungo periodo di gestione della crisi globale non è assolutamente scontata. Per questi due aspetti le mobilitazioni hanno avuto un effetto politico di grande rilievo, che può aprire “contraddizioni” anche nella compagine di interessi (classi e frazioni di classi) che Meloni punta a tenere saldata a proprio sostegno.
Ci sembra importante precisare, a questo punto del discorso, che parlare di tensione etica è cosa diversa dal ricondurre tutto ad una semplice espressione emotiva. Anzi per certi versi è l’opposto.
La destra (e non solo la destra) è specializzata nel suscitare, controllare, deviare, manipolare “emozioni”, contrapporle tra loro, ricondurle in un modo o nell’altro al dispositivo dell’“affidamento”. La tensione etica è altra cosa. Essa rompe esattamente con il gioco politicamente sterile o funzionalmente gestibile delle “emozioni”, è il contrario dell’affidamento o dell’idea che la realtà sia immodificabile, perché coincide con un lucido esigere che “si faccia qualcosa” e con la determinazione a voler “fare qualcosa”. Ed è appunto questo aspetto che per almeno un attimo ha frantumato il “metodo gestionale meloniano” e la strategia dell’“affidamento passivo” indotto.
E bisogna aggiungere che questa necessità di “fare qualcosa” è di per sé, in nuce, l’antitesi della “passivizzazione” e il punto debole che può mettere in crisi questo metodo anche su altre questioni. In proposito occorre non dimenticare che il “fare qualcosa” chiama sempre in causa, direttamente o indirettamente, la politica, il “fare politica”, l’incidere, l’organizzarsi, il partecipare a livello collettivo.
Qui veniamo ad un altro punto essenziale e squisitamente politico. Quella tensione etica non avrebbe potuto esprimersi come si è espressa, se non avesse trovato un tessuto di attivisti, militanti, organizzazioni sindacali e non sindacali, che pur tra mille difficoltà, hanno saputo con grandi sacrifici tenere viva la dimensione del “fare qualcosa” sul terreno politico e sociale. Questo dato ha ulteriormente scompaginato il quadro, dimostrando che realtà abitualmente considerate minoritarie sono in grado di rivelarsi strategiche e con grande potenziale di crescita: l’effetto (e il timore dei nostri avversari) potrebbe infatti prodursi e alimentarsi anche in relazione ad altre questioni più specificamente economico-sociali o di carattere interno.
Agevolare una tale generalizzazione del “fare qualcosa” rispetto anche ad altre “tensioni” e questioni sarebbe appunto la funzione di quel tessuto, funzione che non solo il Governo teme.
Il protagonismo e la presenza, in gran parte spontanea, di persone giovani e giovanissime nelle piazze di queste settimane fa emergere alcuni altri importanti elementi di riflessione: si tratta di un pezzo di società che gli artefici della strategia passivizzante (che ovviamente non inizia oggi né con questo Governo, ma va avanti da decenni) avevano dato sostanzialmente per “acquisiti” al loro paradigma di “chiusura nel privato”, assenza di alternative (“There is no alternative”) e ricorso alla retorica della sicurezza, nel caso specifico alimentando una sorta di “terrore meritocratico”, individualismo estremo come antidoto apparente all’ansia per il proprio futuro, timore di misure repressive che potrebbero comprometterlo. La disponibilità a partecipare dimostrata da queste generazioni (già condizionate nel loro sviluppo e formazione dall’esperienza pandemica), è un segnale che va colto da molteplici angolazioni: a) gli effetti di “gestione” delle giovani generazioni in realtà comprimono certo, ma non sopprimo né potrebbero sopprimere un bisogno essenziale di orientamento e “presa di parola” che resta latente e occorre saper interpretare e supportare nella sua espressione; b) per farlo emergere e svilupparlo si rivelano efficaci strumenti di partecipazione tradizionali (manifestazioni, assemblee, etc.) che erano stati raccontati come superati e definitivamente tramontati. Questi andrebbero potenziati, integrati e non semplicemente sostituiti dai mezzi “digitali” che evidentemente non sono in grado di garantire piena soddisfazione a quel bisogno di espressione, riconoscimento, relazioni, organizzazione collettiva.
Da questo punto di vista, il livello di concentrazione della tensione etica e dunque del “fare qualcosa” ha prodotto una esondazione del “fare” dal virtuale al reale, una fuoriuscita da quella dimensione privata (e virtuale) entro cui la “gestione disciplinante” vorrebbe confinare qualsiasi partecipazione, funzionalizzandola alla rigida riproduzione della gerarchia sociale (inquadramento reale a scuola/sul lavoro, “sfogo” in ambiente virtuale dopo la scuola/il lavoro). È estremamente importante rilevare il bisogno di orientamento, di riferimenti reali, di interazione, di “un fare che incida”. Lo è, perché coincide con il punto in cui la tensione etica può tradursi in tensione e formazione propriamente politica di una nuova generazione, la “Generazione Palestina”, che si è formata e socializzata a partire dalle immagini trasmesse in diretta social di un genocidio, ma anche e soprattutto della reazione ad esso, della resistenza del popolo palestinese e della risposta internazionale, dal basso, a questa enorme e terribile ingiustizia.
Un’attenzione del tutto particolare è poi da riservare al fatto che entrambe le giornate di mobilitazione legate agli scioperi generali (22 settembre e 3 ottobre) hanno oggettivamente riscontrato un tasso di adesione più alto delle precedenti medie comparabili.
L’Italia non è la Francia e il fatto che questa “associazione” abbia comunque, almeno parzialmente, funzionato – con date peraltro ravvicinate – è certamente un aspetto centrale. Qui occorre distinguere analiticamente con attenzione due punti: a) l’aspetto sociale; b) il ruolo delle realtà organizzate.
Per quanto riguarda il primo punto, occorre partire da queste domande: come mai, nonostante gli sforzi e le fosche previsioni dei sostenitori dell’“economicismo” più volgare, su una piattaforma “etico-politica” abbiamo registrato un incremento del tasso di adesione? Come mai lo sciopero ha di nuovo, di fatto, pur con grandi limiti, funzionato come catalizzatore di mobilitazioni più ampie? Rispondere a queste domande ipotizzando una maggiore sensibilità “emotiva” di chi lavora sarebbe una semplificazione e un errore. Il dato è invece molto probabilmente da spiegare con il fatto che le lavoratrici e i lavoratori (almeno nella gran parte) si trovano strutturalmente in una posizione nella quale sperimentano costantemente lo scarto tra la “pretesa di affidamento”, con i suoi dispositivi passivizzanti e capillarmente conformistici, e la realtà concretamente vissuta nella dinamica reale delle relazioni sociali e del lavoro, che ha aspetti economici (peggioramento in termini reali) e non economici (dequalificazione, compressione nelle relazioni di potere nei luoghi di lavoro).
La tensione etica ha quindi trovato un terreno favorevole già fertilizzato dall’esperienza dello scarto tra “domanda di affidamento” e la dinamica concreta della realtà materialmente vissuta.
Il medesimo meccanismo si è attivato per diversi strati sociali e con riferimento alle condizioni di vita più generalmente intese, rispetto alle quali la “domanda di affidamento” propone in cambio una malintesa “sicurezza”, spesso condita da vere e proprie stimolazioni fobiche – sia chiaro non intendiamo sottovalutare l’efficacia di questo meccanismo che si ripropone costantemente nella costruzione di consenso, non solo a Destra, e in particolare nei momenti di crisi sociale e economica.
C’è uno strato di lavoratrici e lavoratori, spesso composto da persone giovani e qualificate, che rifiuta in generale la “sterilizzazione conformista” delle relazioni sociali e delle relazioni di lavoro anche se viene “economicamente incentivata” ed è disposto a prendere la parola più facilmente.
Le ultime settimane evidenziano l’importanza e la funzione dello sciopero e del diritto di sciopero, e in generale della partecipazione. Queste sono state più facilmente riscoperte in quei settori in cui – nonostante gli attacchi governativi – i relativi diritti sono più facilmente esercitabili.
Questi aspetti ulteriori rivelano, allo stesso tempo, anche alcune problematicità rispetto all’insieme più ampio – che in Italia hanno consistenza peculiare – e devono pertanto essere sintetizzati in una più ampia strategia da parte delle forze di classe, volta al superamento comune e generalizzato di ogni rassegnazione (il Governo punta invece costantemente a giocare un settore contro l’altro per riprodurre una stasi mortifera di tutti).
Per quanto riguarda il ruolo delle realtà organizzate vorremmo richiamare alcuni elementi. Innanzitutto, sono stati ricompensati gli sforzi di quelle realtà sindacali e non che hanno lottato costantemente, contro ogni rassegnazione, in un’ottica conflittuale e non concertativa. In questa mobilitazione, grazie alla loro credibilità e alla riproducibilità, in vari settori e luoghi, della pratica del “blocco”, le realtà di base hanno saputo ricavarsi uno spazio che da molti commentatori è stato considerato inaspettato. Unendo rivendicazioni politiche e rivendicazioni sociali ed economiche, già nei mesi precedenti tali realtà hanno potuto constatare che nell’attuale congiuntura esistono punti di potenziale crisi nella strategia del Governo di affidamento e promessa di sicurezza e che delegittimare l’“affidamento disciplinato” sul terreno di rivendicazioni politiche può aprire la strada al rafforzamento delle rivendicazioni economiche che sono ampiamente compresse dal medesimo “meccanismo”.
Veniamo alle domande: questo momento si può sviluppare in movimento? Può durare? Tutto dipenderà dalla possibilità e dalla capacità di operare un consolidamento e appunto una generalizzazione della rottura del “paradigma” sfiducia-affidamento, unificando così questioni (internazionali e locali, ideali e materiali) che sono solo apparentemente diverse e disgiunte.
La necessità di opporsi alla guerra, al tentativo di stornare risorse per l’industria bellica, e alla riconversione bellicista dell’economia sarà molto probabilmente un terreno strategico per questa generalizzazione politico-sociale e per dare continuità alle mobilitazioni. In ogni ipotesi, nelle attuali condizioni italiane, qualsiasi possibilità di espansione passa per il rafforzamento e il consolidamento del ruolo svolto dal tessuto organizzativo-orientativo (ancora esile, ma diffuso) del sindacalismo di base, delle organizzazioni politiche di classe, così come delle loro attiviste e dei loro attivisti.
Una volta constatato che le mobilitazioni in corso non hanno alcuna rappresentanza istituzionale, e che assisteremo, da un lato, al tentativo governativo di riaffermare, probabilmente anche in forme più aggressive, il “paradigma gestionale dell’affidamento” e, dall’altro, al tentativo di assorbire le mobilitazioni, depurandole e dividendole, nel meccanismo della rappresentanza istituzionale di “opposizione” (una vuota rappresentazione più che una rappresentanza); una volta preso atto di questo, occorre acquisire un dato ulteriore, che proviene anch’esso dall’esperienza concreta di questi giorni: nelle attuali condizioni del nostro Paese, considerati i lunghi anni di “sterilizzazione” e di stasi, nonché il funzionamento consolidato di dispositivi sociali e istituzionali affermatisi nel tempo, l’ulteriore sviluppo delle mobilitazioni dipenderà da un parallelo e relativamente proporzionato sviluppo del tessuto delle soggettività organizzate che hanno reso possibili le mobilitazioni.
Il peso da attribuire a questo fattore soggettivo, la definizione di questo ruolo e la capacità di svolgere effettivamente i compiti che ne discendono è un punto essenziale che richiede la massima attenzione. Non mancano infatti persone che all’interno delle organizzazioni politiche e sindacali sono istintivamente propense a riprodurre vecchi schemi (già peraltro rivelatisi perdenti) anche in condizioni storiche completamente mutate. Si può portare come esempio quello dell’eterna proposta di un fronte largo, politicista e moderato, di alleanze elettorali o, su un altro versante, quello della teoria della spontaneità e dell’“eccedenza sociale”, destinata di per sé a radicalizzarsi se opportunamente tutelata con un’azione di supporto e spinta “in negativo”.
Con ogni probabilità, invece, tutto dipenderà dalla forza che saprà esprimere il tessuto delle soggettività organizzate e radicali che hanno dato impulso alle iniziative di questi giorni. L’attuale congiuntura testimonia che, se quelle soggettività avessero anche un’autonoma e coerente rappresentanza istituzionale, potrebbe instaurarsi una dialettica di rafforzamento cumulativo tra i tre elementi che in tal modo verrebbero a configurarsi: tessuto organizzativo anche sindacale, sviluppo delle mobilitazioni in movimento, punti di autonoma rappresentanza istituzionale.
Non si tratta di ricadere nell’altro schema obsoleto della “pretesa egemonica”, si tratta di constatare che senza sponde e senza riferimenti stabili difficilmente le mobilitazioni potranno svilupparsi e generalizzarsi in un movimento capace di rompere la cappa del silenzio mediatico e di irrompere nella scena politica con effetti tangibili.



