Eccoci qui.
Sento la necessità di partire, ma forse è una cosa tutta mia, con una premessa. Sì, stiamo per commentare il finale di una delle serie più commerciali della storia della TV (in streaming), con un budget con cui in Italia potremmo farci cose SERIE tipo pagare più o meno 1/3 della penale per la futura mancata costruzione del Ponte sullo Stretto, con attori con posizioni sul Medio Oriente più “discutibili” di quelle di Saviano e il boss finale più scarso della storia. Ma questo non deve impedirci di analizzare la questione per qualche pregiudizio di sorta. D’altronde, se Eduardo Galeano ci ha regalato momenti di poesia inarrivabili in El fútbol a sol y sombra parlando delle partite del Nacional di Montevideo, perché non dovremmo provarci anche noi con Stranger Things?
Parliamoci chiaro: la quinta stagione ha l’andamento di una vecchia Panda a metano in salita. Fa molta fatica a prendere ritmo, ma alla fine ce la fa e non sai nemmeno tu come, al punto che ti viene quasi da festeggiare di fronte a un ultimo episodio (due ore, un vero film) che, innanzitutto: intrattiene. E lo fa bene. Poi ci torneremo.
Proverò a mettere in ordine i pensieri che ho in testa in tre grandi PRO e tre grandi CONTRO di questo che oggi verrebbe definito “fenomeno pop” per dedicargli un intero padiglione in quelli che un tempo erano festival del fumetto.
PRO
1. È un’opera generazionale e fortemente metaforica
Non è la nostra opera generazionale se, come me, siete millennial, nonostante la scenografia, e ci torneremo tra poco, possa trarre in inganno. A chi è nato dopo il 2000 mancava quello che per noi sono state opere come La Storia Infinita, I Goonies, Pagemaster, in cui un gruppo di ragazzini, dove ognuno era un archetipo in cui identificarsi, superava grazie all’amicizia e in senso ampio all’idea di comunità: draghi e mostriciattoli e bestie che altro non erano che la metafora delle battaglie che ognuno combatte nella propria intimità, dal lutto alla depressione. E nessuna generazione quanto questa ne aveva bisogno.
2. Gli anni ’80 non sono una serie di citazioni ma la scenografia di una campagna
Se tutte le peripezie di questi ragazzini, prima in bici, poi in BMW 733i (a proposito, pace all’anima della macchina di Steve) sembrano svolgersi tra Alien, E.T., Jurassic Park e quelli che abbiamo citato prima, forse c’è qualcosa in più del fanservice. Anche perché, come ci dicevamo, noi vecchiotti siamo un cluster di mercato, sì, per questa serie, ma secondario. Forse c’è la necessità di giustificare bambini che girano liberi senza un GPS nel telefono, mostri i cui avvistamenti oggi sarebbero su dirette TikTok e in generale un senso di rottura che, come ci insegnano Twin Peaks e Fargo, rende molto di più se il punto di partenza è una piccola cittadina che odora di legno e cannella.
3. Intrattiene
Eccoci, ci siamo già tornati e ci torneremo ancora alla fine. L’ultima puntata è un film a sé. Ha un bel ritmo, ci sono tutti i grandi tòpoi dei film d’azione degli anni ’80 che non si capisce perché a un certo punto sono stati fatti fuori per cedere il passo a un mondo iper-liberista dove anche la narrazione deve essere sempre funzionale a qualcosa e non può prendersi licenze poetiche fantastiche come un protagonista che quasi cade giù da un burrone, prova a tenersi, perde la presa e, ormai destinato a morte certa, viene afferrato sull’avambraccio da un personaggio secondario che così completa la sua parabola di redenzione. Queste cose, le inutili esplosioni epiche, il nemico che è morto e nella scena finale stringe il pugno per dire “tornate a vedere il seguito”, sono cose che GENUINAMENTE ci intrattengono e che abbiamo preso il brutto vizio di inserire in quella odiosa categoria dei “guilty pleasure” per giustificarci con gli altri quando proviamo emozioni e ci divertiamo per cose banali e grossolane. Ripetiamolo insieme: se a Galeano piaceva il pallone, tu puoi ammettere di piangere quando il Gladiatore passa la mano sulle spighe di grano prive di glifosato e pesticidi.
CONTRO
1. Ci sono dei buchetti di trama
Alcuni personaggi scompaiono, poi ricompaiono. Nessuno va a trovare quel povero dio del padre di Mike che, come la madre, sta accartocciato su un letto di ospedale. La polizia e l’esercito, dopo che la paranza dei nostri amici distrugge un universo parallelo e mezza città, se li scorda e li fa pure diplomare. I demogorgoni che durante la battaglia finale se la prendono di malattia e devono restare a casa perché non sia mai che passi il medico fiscale del Sottosopra. Certo, i problemi ci sono. Ma niente di diverso dalle opere di questo tenore: anche nei Goonies e nei Gremlins i protagonisti dovrebbero uscirne con più capi d’accusa di Pacciani, eppure finisce a tarallucci e vino perché è giusto così. La cosa rappresenta un problema solo alla luce del punto successivo: le reazioni sui social.
2. Film, serie TV, sport: un’esperienza orizzontale (purtroppo)
Devo ammetterlo: l’altro giorno, rimproverando un cuginetto che su YouTube assisteva a un tizio che giocava ai videogiochi, mi sono sentito un po’ reazionario. Rimproveravo lui, come i più grandi rimproveravano me perché giocavo ai videogiochi e non con dei sani giocattoli in latta. Loro che probabilmente, a loro volta, si sono sentiti dire che erano meglio i tempi in cui si giocava tirandosi sassi sulle tempie. Un problema attuale però c’è: le esperienze di fruizione delle opere narrative sono profondamente orizzontali. Creator, youtuber e “persone su Twitch” (non so come si dice) reagiscono e trasformano la reazione in una performance a sé stante. Atti performativi che più sono estremizzati, più hanno possibilità di attirare visibilità. Le persone fingono di gradire film, odiare serie TV, fingono persino di tifare (povero Galeano), accecati dall’efficacia del più grande male di quest’epoca: il ragebait. E questo Netflix lo sa. E mette il coming out di Will in un momento strategico che forse, sotto sotto, questo meccanismo sa di alimentarlo. Lasciandolo in balia di trend, meme e reaction che ne affogano il potenziale narrativo. Un peccato.
3. Un finale un po’ manicheo e non realmente “aperto”
Vecna sembra avere una redenzione, o meglio: mentre nella grotta rivive come in una seduta di EMDR il suo trauma, ci appare all’improvviso come l’ennesima vittima di un sistema di potere che lo ha soggiogato e sfruttato (in questo mi ricorda molto Sean Penn in Una Battaglia dopo l’Altra). La cosa mi piace, ma dopo due minuti la mamma di Will gli taglia la testa, lasciandomi un po’ interdetto. E questo gli sceneggiatori lo sapevano, ne sono sicuro, perché ci buttano in mezzo un best of delle malefatte del brutto e cattivo Vecna e gli fanno persino ripetere fuori campo una frase in cui ammette le sue colpe, pronunciata appena prima. Se il Mindflayer, un po’ come Pennywise e “Bob” di Twin Peaks (non a caso c’è una bellissima teoria del complotto che collega David Frost a Stephen King) usa i corpi come simulacri da controllare, un po’ come fa questo preciso sistema economico esternalizzando ogni suo male, la morte di Vecna più che a una vittoria finale somiglia più a un blitz della Polizia nel Parco Verde di Caivano.
Il finale mi ha sinceramente commosso ma faccio fatica a definirlo aperto. Ci sono tanti, troppi elementi, visivi, sonori e in ogni caso espliciti che ci suggeriscono che Undi è davvero in Islanda con WeRoad e che non sia mai morta davvero. Non siamo di fronte a Bret Easton Ellis che non ci fa capire se Patrick Bateman ha davvero fatto a pezzi chiunque o l’ha solo immaginato né di fronte alla trottola di Nolan che non smette di girare. Forse per non rischiare, i Duffer Brothers decidono esplicitamente di farci credere. E alla fine è pure giusto così.
In sostanza, siamo di fronte, al netto di tutti i limiti di un’operazione così mainstream, a un’opera che degli anni ’80 ha solo le scenografie e che vive profondamente nel presente, dai messaggi alla fruizione. Qualcosa in cui dobbiamo ritrovare innanzitutto una cosa: la voglia di intrattenerci E BASTA.
Senza trasformare ogni nostra reazione in un atto performativo, senza sezionare trame, personaggi, color correction solo perché in un reel un tizio con 200.000 follower che una volta ha acceso una lampadina sul set di Cento Vetrine ci ha detto che era tutto sbagliato. Se non vogliamo parlare di rito collettivo, ritroviamo almeno il piacere di un divano, patatine, popcorn, una pizza che doveva arrivare mezz’ora fa e qualche amico con cui vedere una cosa che semplicemente: è godibile. Ti rende euforico, poi triste, poi malinconico, poi di nuovo contento, perché il personaggio che sopravvive ti ricorda un fratello. Nella pedagogia emotiva più semplice: quella dell’intrattenimento.
Come le partite di pallone che piacevano a Galeano.



