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Teologia della piena automazione. La sinistra e la tentazione di delegare la liberazione alle macchine

Martina Maccianti

Nel 2026 le quattro grandi piattaforme del cloud (Alphabet, Microsoft, Meta, Amazon) hanno messo a bilancio circa settecento miliardi di dollari di investimenti, dei quali larga maggioranza destinati all’intelligenza artificiale. È una cifra che supera la spesa militare della quasi totalità degli Stati del pianeta, e per sostenerla i colossi hanno iniziato a indebitarsi. Zuckerberg ha riassunto l’operazione promettendo “super intelligenza personale a miliardi di persone”. Wall Street ha tradotto la stessa frase in una parola sola: crescita.

Accanto alle grandi piattaforme, vorrei approfondire una lettura che invece viene da sinistra, quella che si dichiara radicale, rivoluzionaria, allergica al riformismo. In questa lettura le forze produttive corrono più veloci dei rapporti di produzione, il costo marginale dell’abbondanza tende a zero, e prima o poi tutto questo cadrà nelle mani giuste. Il nome ufficiale della speranza è comunismo del lusso completamente automatizzato. Il nome ufficioso è attesa.

Aaron Bastani1 immagina un mondo in cui l’energia solare quasi illimitata e l’automazione del lavoro spingono verso lo zero il costo di produrre quasi ogni cosa, fino a dissolvere la scarsità, e con la scarsità quella “funzione disciplinare” che il capitalismo erige sul bisogno, tenendo i lavoratori costretti a vendere il proprio lavoro per vivere. Nick Srnicek e Alex Williams, in Inventare il futuro, spingono più a fondo sul piano strategico: la sinistra deve smettere di rifugiarsi nella folk politics, il localismo dell’orto sociale e della manifestazione simbolica, e tornare a pensare in grande. Le loro parole d’ordine sono il reddito di base universale e la settimana lavorativa più corta; la posta vera, però, è la conquista di un’egemonia sul futuro, là dove la sinistra ha imparato soltanto a resistere nel presente. C’è del vero, e c’è del coraggio. In un panorama in cui la sinistra si è spesso rassegnata a fare da reparto reclami, chi rivendica il diritto di immaginare mondi interi merita ascolto.

Sotto la seduzione, però, lavora un assunto che viene esplicitato raramente. L’assunto è che la tecnologia sia uno stock, ovvero una massa di macchine, di algoritmi, di infrastrutture accumulata dal capitale, politicamente incolore, in attesa soltanto di cambiare proprietario. Espropriare i mezzi di produzione diventa allora un’operazione quasi contabile – si prende ciò che c’è, lo si intesta a un soggetto diverso, e la stessa macchina che ieri estraeva profitto oggi produce tempo libero. La forma resta, cambia il segno.

Le macchine non aspettano un padrone migliore

Nel 1961 Raniero Panzieri2 scrive, sui Quaderni Rossi, un saggio sull’uso capitalistico delle macchine. La sua tesi afferma che l’uso capitalistico non distorce uno sviluppo tecnologico che sarebbe altrimenti neutro e razionale, quello sviluppo lo determina. Le macchine nascono già come sviluppo del capitalismo – quella forza produttiva, scrive citando Marx, è “posseduta dal capitale per natura” – e il substrato tecnico neutro che si vorrebbe ereditare non è mai esistito. Il comando del capitale sul lavoro vivo non affianca la tecnologia come un padrone accanto a un attrezzo: l’abita, e le dà forma dall’interno.

Proviamo ad applicarlo all’oggi. Un magazzino della logistica non è un capannone neutro riempito di scaffali, è un dispositivo progettato perché ogni gesto del lavoratore sia misurabile e cronometrabile, e per ciò stesso comparabile a una media, e quindi perché il lavoratore stesso sia sostituibile senza attrito. Un modello linguistico addestrato per massimizzare il tempo di permanenza dell’utente non è una biblioteca che aspetta bibliotecari migliori, la sua funzione di estrazione dell’attenzione è iscritta nei dati con cui è stato nutrito e nell’obiettivo per cui è stato ottimizzato. Cambiare il proprietario di questi oggetti lascia intatta la cosa che li rende quello che sono. Chi li socializza eredita una forma-comando, con dentro tutte le scelte di chi l’ha costruita. Come ogni altra gabbia che è stata costruita anche questa può essere disfatta, ma disfarla vuol dire lavorare sulla costruzione, non cambiare la targhetta all’ingresso.

Chi pensa di ereditare la tecnologia del capitale intonsa e di riprogrammarla domani sta scambiando la targhetta per la gabbia. Il bug che il capitale ha nascosto nelle sue macchine è la funzione stessa, e la funzione non si eredita per poi convertirla, si smonta o si riscrive. È quello che Panzieri, chiudendo il saggio, chiamava sottometterla “a un nuovo uso: all’uso socialista delle macchine”. Tutt’altro mestiere, e molto meno esaltante di un’attesa.

Guardare nella crepa

E fino a qui abbiamo tenuto il piano teorico, ma la crepa più larga si vede guardando cosa sia, concretamente, l’automazione di cui parliamo. Perché la parola promette la scomparsa del lavoro, e la realtà consegna qualcosa di molto diverso: un lavoro degradato, disperso, reso invisibile, spedito altrove.

Prendiamo il caso più eclatante, quello di tutti quei sistemi di intelligenza artificiale che dovrebbero rendere obsoleto il lavoro umano. Dietro ogni modello che sembra rispondere da solo c’è un continente sommerso di persone che etichettano dati, moderano contenuti, correggono gli errori della macchina, insegnano al sistema a distinguere un gatto da un tumore o un insulto da un complimento. Mary Gray e Siddharth Suri hanno chiamato questa forza lavoro ghost work, lavoro fantasma indispensabile e progettato per non vedersi, che le piattaforme spezzettano in micro-compiti pagati a cottimo e lo re-impacchettano come prodotto dell’automazione. Il punto è che ogni problema che la macchina risolve ne apre un altro che richiede di nuovo mani umane, così l’automazione ricrea lavoro ai propri margini – frammentato, privo di un nome collettivo, collocato dove nessuno lo cerca.

Astra Taylor ha coniato per un fenomeno affine la parola fauxtomation, falsa automazione, indicando il lavoro che sembra scomparso perché è stato scaricato gratis su di te. La cassa automatica del supermercato non ha eliminato la cassiera, ha trasformato ogni cliente in cassiere non pagato. Il centralino che ti fa digitare sei opzioni prima di parlare con un umano non ha ridotto il lavoro, lo ha travasato sul tuo tempo.

Poi c’è la materia, che la retorica del post-lavoro tende a dimenticare come se il cloud stesse davvero in cielo. I settecento miliardi di capex3 del 2026 diventano litio, cobalto, rame, terre rare estratte da miniere spesso in modo brutale; diventano acqua per raffreddare i server e corrente per alimentarli, sottratte a reti e falde che qualcun altro abitava prima. Il post-lavoro di una parte dell’umanità è il pre-lavoro estrattivo di un’altra parte, e – lo sappiamo bene – la seconda non è mai invitata a firmare il manifesto.

L’automazione realmente esistente, insomma, non ci sta portando fuori dal lavoro. Ci sta portando dentro un lavoro peggiore, più solo, più difficile da vedere e quindi più difficile da contrastare. Chi promette di ereditarla per liberarcene sta prendendo per orizzonte proprio il meccanismo che intanto ci sta rendendo la vita più fragile.

Automatizzare cosa?

Ora, anche concedendo che un giorno le macchine automatizzino davvero quasi tutto, resta una domanda che la speranza del lusso automatizzato non mi sembra saper affrontare: con quale forza, esattamente, la sinistra dovrebbe strappare al capitale questa tecnologia?

Il potere di appropriarsi di qualcosa non nasce dal desiderarla, e nemmeno dal dimostrare che sarebbe giusto averla. Nasce da una leva materiale. E il primo a nominarla, nel dibattito che ci riguarda, non è un teorico americano della logistica, è ancora Panzieri. In un paragrafo intitolato I salari e la schiavitù politica porta un ragionamento che sembra scritto per oggi: quanto più rapido è l’aumento del capitale, tanto più migliora la condizione materiale di chi lavora e tanto più peggiora la sua condizione politica, il divario di potere che lo separa dal capitale. 

È la strozzatura prima che si chiamasse strozzatura. Quello che Panzieri intuisce nel 1961, la sociologia del lavoro lo sistematizza decenni dopo: Beverly Silver, in Forces of Labor, chiama potere contrattuale sul posto di lavoro la leva di chi occupa un punto strategico del flusso produttivo, là dove un blocco fa un danno sproporzionato e il just-in-time mostra la sua fragilità. Lo sciopero conta perché il lavoro vivo, ritraendosi, lascia un vuoto che il capitale non sa colmare da solo, un vuoto che la letteratura sulla logistica chiamerà poi strozzatura, choke point.

Ora osserviamo cosa fa invece l’automazione dentro il rapporto di capitale. Automatizza contro la strozzatura. Il suo scopo politico, prima ancora che produttivo, è rendere il lavoro vivo superfluo come soggetto – non solo come costo. Ogni nodo che diventa automatico è un punto in cui lo sciopero perde la sua leva, in cui il ritiro del lavoro smette di lasciare un vuoto perché il vuoto è già stato riempito da una macchina che non si ammala, non si organizza, non chiede. La piena automazione, condotta sotto comando capitalistico, è la demolizione programmata della sola forza che potrebbe un giorno impadronirsene.

Da qui il paradosso: più la piena automazione avanza, meno esiste il soggetto capace di espropriarla. La speranza del comunismo automatizzato presuppone come precondizione ciò che dissolve il proprio agente, chiedendo che il lavoro scompaia perché i lavoratori possano ereditare il mondo, e nel farlo cancella i lavoratori come forza collettiva prima ancora che come funzione produttiva. È come una rivoluzione che si mangia il rivoluzionario. Attende la propria vittoria dalla stessa dinamica che le sta togliendo l’esercito.

Credo che la piena automazione come speranza funzioni da escatologia: delega la liberazione al compimento di una tendenza storica, sposta l’agire dal presente conflittuale a un futuro che arriverà da sé, purché le forze produttive continuino a correre. È un millenarismo travestito da materialismo. E come ogni millenarismo, il suo effetto pratico più immediato è smobilitante, perché se la salvezza sta nel compiersi dello sviluppo tecnologico, l’organizzazione qui e ora diventa un dettaglio, un accompagnamento pio dell’inevitabile. Chi attende il Regno smette di costruire il partito.

Chi impugna la piena automazione come arma crede di rovesciare lo strumento del nemico contro il nemico, sta ricopiando, con entusiasmo militante, l’autobiografia che il capitale scrive di sé.

Come interrogarci di più e meglio?

Lo so, fin qui ho demolito, e la demolizione da sola è un mestiere sterile, perché ciò che mi interessa non è arrendersi alla macchina né rimpiangere il lavoro, ma accorgersi che tutta questa discussione è stata impostata sulla domanda sbagliata. Persino Bastani, chiudendo il libro, si affaccia su questa stessa domanda4. La direzione delle nuove tecnologie, ammette, “sarà il risultato della politica”: decisioni collettive e vincolanti che sceglieremo di prendere. Nomina la decisione, e lì si ferma. Resta aperto il passo che segue – chi possiede il potere di rendere vincolante quella decisione. Quel potere ha un nome, ed è la leva; ed è proprio la leva che l’automazione, sotto il comando del capitale, sta smontando pezzo per pezzo.

La domanda “a chi appartengono i robot?” presuppone che la posta sia la proprietà di uno stock già dato, e bastasse cambiarne l’intestazione. La domanda che conta è un’altra, e riguarda una decisione anziché un possesso: “chi stabilisce che cosa meriti di essere automatizzato? Chi tiene quindi la mano sull’interruttore per decidere, caso per caso, cosa accendere, cosa lasciare al gesto umano, cosa rendere reversibile?

Esiste un insieme di decisioni che stabilisce che cosa cada sotto la macchina e che cosa resti al lavoro vivo, e che finge di essere una constatazione tecnica quando è un atto di potere. “Questo si può automatizzare” suona come un fatto sul mondo ma dice chi comanderà su cosa. E spostare l’asse dalla proprietà alla finalità cambia l’intero problema. 

Se la questione è la decisione, allora esistono già tradizioni di pensiero che hanno provato a costruirla, e vale la pena riattivarle contro l’attesa.

André Gorz, che il post-lavoro l’ha pensato molto prima che diventasse una hashtag, distingue tra una sfera eteronoma, ovvero il lavoro socialmente necessario, governato dalla funzione e dall’efficienza, che va comunque svolto, e una sfera autonoma, fatta delle attività che valgono come fini in sé, scelte per il valore dell’atto più che per ciò che producono. Gorz non attende che l’abbondanza cada dal cielo tecnologico, chiede una decisione collettiva su quanto lavoro necessario esista davvero e su come distribuirlo. La liberazione, per lui, è un atto politico sul necessario, non un premio dello sviluppo. È il rovescio esatto dell’escatologia.

Una tesi solida si misura dalle obiezioni che sa reggere, e ce ne sono almeno due che meritano più di essere affrontate apertamente.

La prima è il lavoro di cura, e va affrontata nella sua versione migliore, non nella caricatura. Helen Hester, in After Work, prende sul serio la questione femminista e riconosce che gran parte del lavoro riproduttivo è invisibile e non pagato, e cerca nell’automazione una via per socializzarne il carico anziché lasciarlo cadere di nuovo sulle donne. È un’argomentazione che appoggio e va citata. La riflessione da aggiungere qui la offre proprio la cura. Buona parte del lavoro di cura è lavoro il cui contenuto è la relazione umana: automatizzarlo non lo alleggerisce, lo distrugge, perché sostituisce alla presenza la sua imitazione. Ci sono compiti attorno alla cura – logistica, coordinamento, fatica materiale – che si possono e si devono ridurre. Ma il nucleo relazionale della cura mostra che l’automazione totale, come principio, o rimuove ciò che non sa fare o lo svaluta fingendo di replicarlo. La cura è la prova che il “piena” era la parola sbagliata dall’inizio.

La seconda obiezione è rivolta a me: difendere la leva dei lavoratori significa difendere il lavoro, e difendere il lavoro significa romanticizzare la fatica, cantare la nobiltà del sudore mentre si potrebbe abolirlo. Qui la distinzione voglio che sia netta. Difendo il potere di chi lavora, che è cosa radicalmente diversa dal difendere la sofferenza del lavoro. La fatica va ridotta ovunque sia riducibile – su questo Gorz ha ragione contro ogni operaismo nostalgico. Quello che va conservato, e anzi accresciuto, è la capacità collettiva di decidere: la leva, la strozzatura, la presenza organizzata che sola trasforma un desiderio in una conquista. Chi confonde le due cose regala al capitale un ricatto perfetto – o ami il tuo lavoro, o accetti che te lo tolga chi decide al posto tuo. Rifiuto entrambi i corni. Non voglio il lavoro. Voglio il potere di chi lavora, anche e soprattutto sul come e sul se automatizzarlo.

Proviamo a disinnescare l’incanto

Torniamo al deserto, alla buca di fondazione, ai settecento miliardi che diventano acciaio, rame e corrente. Alla luce di tutto il percorso, la scena suona diversa. Non è l’alba di un’abbondanza che aspetta soltanto padroni migliori. È il capitale che scrive, in cemento e silicio, la storia che racconta di sé – l’ultima delle molte in cui le macchine avanzano e il lavoro finisce e la liberazione arriva da sola, purché nessuno si organizzi troppo nel frattempo.

La sinistra che assume la piena automazione come speranza si sta impadronendo di un’immagine, e per giunta dell’immagine che il nemico ha di se stesso. Scambia l’attesa per strategia proprio mentre l’automazione reale dissolve la leva materiale che sola potrebbe piegarla. Attende la super intelligenza personale per miliardi di persone come si attendeva un tempo il Regno, con gli hyperscaler5 promossi al ruolo un tempo riservato alla Provvidenza.

C’è un’altra strada: smettere di chiedere quando arriveranno le macchine e a chi apparterranno, e cominciare a contendere la decisione su cosa meriti di essere automatizzato, come, e con quale possibilità di tornare indietro. La domanda non è teologica ed è meno esaltante di una profezia, il che è precisamente il suo pregio, perché si può cominciare a rispondere adesso.


  1. Aaron Bastani è un giornalista, autore e commentatore politico britannico. È cofondatore e presentatore di Novara Media, una delle testate mediatiche di sinistra più seguite nel Regno Unito. Ha conseguito un dottorato presso la Royal Holloway, University of London.Bastani è noto per aver coniato il termine “Fully Automated Luxury Communism” (FALC), che descrive una società post-capitalista in cui l’automazione e le energie rinnovabili riducono radicalmente la quantità di lavoro umano necessario. ↩︎
  2. Raniero Panzieri è stato uno studioso e dirigente socialista nel dopoguerra in Sicilia che ha partecipato alla rivista “Mondo Operaio” e ha fondato i “Quaderni rossi”, rivista politica italiana che ha dato inizio al movimento dell’operaismo. ↩︎
  3. Per Capex (da capital expenditure, spesa in conto capitale) si intende il denaro che un’impresa investe per acquisire o potenziare beni durevoli – impianti, hardware, immobili, qui i data center e i processori che li riempiono – distinto dalle spese correnti di gestione (Opex). ↩︎
  4. A. Bastani, Fully Automated Luxury Communism: A Manifesto, Verso Books, 2020. ↩︎
  5. Un hyperscaler è un fornitore di servizi cloud in grado di offrire risorse di calcolo, storage e rete su scala massiva. Gestiscono reti globali di data center progettati per crescere rapidamente e soddisfare la domanda di milioni di utenti, distinguendosi per affidabilità, elevata efficienza energetica e prestazioni. ↩︎

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