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Me-Ti

Una nuova offensiva imperialista in America Latina

Maurizio Coppola

Dottrina Donroe

Gli eventi si stanno susseguendo molto velocemente in America Latina e nei Caraibi. È di giovedì 13 novembre la notizia dell’avvio della missione militare Southern Spear da parte degli Stati Uniti nel continente. Si tratta però solo dell’ufficializzazione di un processo che non si è mai interrotto negli ultimi 200 anni e che ha solo vissuto variazioni d’intensità a secondo della lotta di classe e degli equilibri geopolitici. Perché la Dottrina Monroe – ribattezzata Dottrina Donroe con riferimento all’attuale presidente Donald Trump – fa parte del DNA della politica statunitense indipendentemente da chi guida il governo del Paese. 

La designazione di Marco Rubio, figlio di genitori cubani esiliati a Miami, a Segretario di Stato nel governo Trump 2.0, è stata il simbolico preludio di questo riorientamento verso quello che gli Stati Uniti hanno sempre considerato il proprio “cortile di casa”. Il dispiegamento della portaerei più potente a sua disposizione, la USS Gerald R. Ford, nel Mar Caraibico ha però inaugurato un cambio di passo: la portaerei Ford è una nave a propulsione nucleare che conta un equipaggio di oltre 4500 uomini e riesce a portare più di 75 caccia. Negli ultimi mesi l’aviazione statunitense ha ucciso oltre 70 persone nelle acque pacifiche e caraibiche con l’argomento che si trattava di narcotrafficanti. In mancanza di prove del loro legame con il contrabbando di droga, si tratta piuttosto di esecuzioni extragiudiziali da parte degli USA.

L’intensità di questa nuova offensiva statunitense ci fa capire che non si tratta affatto semplicemente di un’operazione contro i cartelli della droga. Infatti, non esiste nessuna evidenza dell’esistenza del Cártel de los Soles, organizzazione venezuelana definita responsabile per il traffico della droga verso gli USA. La presunta lotta al “narcoterrorismo” proveniente dall’America Latina ricorda le presunte prove di armi di distruzione di massa in mano all’allora presidente iracheno Saddam Hussein che dovevano solo convincere l’opinione pubblica che l’unico modo per difendere il “mondo libero” era un’invasione militare.

Gli obiettivi di Trump

Ma gli obiettivi di Trump in America Latina nel contesto della guerra generalizzata a livello mondiale – commerciale, mediatica, politica, ma appunto anche quella guerreggiata – sono perlopiù tre: 

1. Impedire che la presenza della Cina in America Latina continui a crescere. Negli ultimi 20 anni i rapporti commerciali tra i diversi Paesi del continente latinoamericano e la Cina sono cresciuti in modo esponenziale per arrivare a quasi 500 miliardi di dollari all’anno, avvicinandosi così “minacciosamente” alle somme statunitensi. Inoltre, per alcuni Paesi come Brasile, Cile e Perù la Cina è diventata il primo partner. La realizzazione dei progetti infrastrutturali della Cina andrebbe a modificare i rapporti nel continente, come nel caso della linea ferroviaria in Amazzonia tra il Brasile e il nuovo megaporto di Chancay in Perù, entrambi progetti che vedono importanti finanziamenti cinesi e che rappresentano una linea di collegamento strategica tra Asia e Sud America.

2. Accaparrarsi le risorse presenti nel continente. L’America Latina è un territorio dalle fondamentali risorse energetiche e materie prime al mondo, dal petrolio venezuelano al litio boliviano e cileno, alle immense riserve d’acqua dolce in Brasile, Argentina, Paraguay; inoltre, il continente latinoamericano è diventato il “magazzino del mondo” per quel che riguarda la produzione agricola. In una lotta sempre più aspra per l’accaparramento di queste materie prime, Trump sta imponendo ai suoi partner latinoamericani una serie di accordi unilaterali. A metà novembre il governo statunitense ha annunciato quattro nuovi accordi politico-commerciali con Argentina, Ecuador, Guatemala e El Salvador (Paese già trasformato in un carcere per i migranti latinoamericani espulsi da Trump). Questi non sono il risultato di una negoziazione tra uguali (egemonia), bensì uno strumento per imporre il proprio dominio sui governi di questi Paesi e accedere così ai loro mercati e ai loro prodotti.

3. Intensificare gli attacchi e provare a dare “il colpo finale” alle esperienze socialiste del continente. Cuba e Venezuela sono gli obiettivi principali di Trump. L’intensificarsi del bloqueo contro l’isola cubana, le continue minacce al presidente venezuelano Maduro e gli attacchi contro i governi progressisti negli altri paesi sono volti a porre fine a ogni alternativa al dominio statunitense nel continente.

L’imperialismo ha molte facce

Gli sviluppi degli ultimi mesi costituiscono una nuova tappa nella lunga storia dell’ingerenza statunitense in America Latina. Il ricorso, ancora una volta, all’intervento militare non deve essere erroneamente interpretato come ultima ratio, bensì come uno dei tanti strumenti a cui l’imperialismo ricorre a seconda dell’urgenza a difendere i propri interessi. La rapidità con cui la portaerei più potente al mondo è stata spostata dal Mediterraneo al Mar dei Caraibi ne è una dimostrazione, così come la riapertura della vecchia base militare in Puerto Rico, la Roosevelt Roads, chiusa nel 2006. Già a settembre di quest’anno l’esercito statunitense ha asfaltato le piste di partenza e atterraggio e trasferito vari caccia F-35.

La militarizzazione però non si limita al semplice dispiegamento di soldati, navi e aerei nelle basi già esistenti, il governo Trump sta esercitando una forte pressione sui suoi alleati per ampliare la propria presenza nel continente. Per fare ciò, è anche disposto a capovolgere le costituzioni e limitare fortemente la sovranità dei Paesi. Un tentativo è stato fatto in Ecuador, dove il presidente Daniel Noboa – un giovane 38enne nato a Miami, Florida, USA, figlio di una famiglia di imprenditori che si è arricchita con il commercio di banane – ha indetto un referendum volto a eliminare l’esplicito divieto costituzionale di aprire basi militari straniere sul suolo ecuadoriano. Il referendum del 16 novembre è stato però rifiutato: grazie a una forte mobilitazione dei settori popolari e indigeni e una partecipazione di oltre l’80%, più del 60% degli aventi diritto hanno detto no alla riforma costituzionale.

Se in Ecuador l’imperialismo ha dovuto incassare una sconfitta, in altri Paesi invece l’ultradestra imita i metodi trumpiani. È successo a fine ottobre a Rio de Janeiro, in Brasile, dove il governatore dello Stato di Rio, Claudio Castro, ha condotto un’operazione militare in alcune favelas della città uccidendo oltre 120 persone. Anche a Rio l’argomento è la lotta al narcotraffico, nello specifico alla banda criminale Comando Vermelho, e anche a Rio, come nel Pacifico e nei Caraibi, a morire sono innocenti, poveri, lavoratori. Anche a Rio, come a Chicago, a Los Angeles e in tante altre città degli Stati Uniti, il target sono perlopiù persone razzializzate. Non si tratta, però, semplicemente di imitare Trump. L’operazione militare di Castro a Rio è stata anche un appello a Trump per intervenire direttamente in vista delle prossime elezioni presidenziali dell’ottobre 2026 – intervento che può essere militare, politico o economico-finanziario, a secondo dell’esigenza del momento.

E infatti Trump è sempre disposto a dare una mano ai suoi alleati dell’internazionale reazionaria. Come, per esempio, qualche settimana prima delle elezioni parlamentari di fine ottobre in Argentina, quando il segretario del Tesoro statunitense Scott Bessent è venuto in soccorso al presidente di ultra-destra Javier Milei con l’acquisto di pesos argentini e l’accordo per uno scambio di valuta con la Banca Centrale argentina per un valore di 20 miliardi di dollari. Questa iniezione di dollari ha tranquillizzato i mercati argentini, ma si tratta di una stabilizzazione a breve termine che non risolve i problemi strutturali del Paese (crollo della produzione industriale, insicurezza alimentare, povertà dilagante, smantellamento del welfare etc.). 

I ricatti di Trump, però, hanno funzionato, ed è proprio questo l’elemento inquietante. Qualche decennio fa, i piani statunitensi avrebbero provocato un’ondata di indignazione da parte delle classi popolari disposte a difendere la sovranità del proprio Paese contro l’ingerenza imperialista. Esattamente 20 anni fa, nel 2005, a Mar del Plata in Argentina durante la IV Cumbre de las Américas l’alleanza tra i presidenti argentino (Néstor Kirchner), brasiliano (Lula) e venezuelano (Hugo Chávez) aveva ancora rigettato il progetto di Area di libero scambio delle Americhe (ALCA). Oggi, le reazioni vanno in senso opposto: si accetta, anche se tappandosi il naso, di votare un presidente che taglia il welfare e precarizza il lavoro solo perché si spera in una stabilizzazione economica (che non avverrà mai).

Bolivia, Colombia, Messico, Honduras, Cile… la lista degli attuali interventi di destabilizzazione nei Paesi dell’America Latina da parte dell’imperialismo statunitense è interminabile. L’intensificazione dei conflitti in Medio Oriente, dove da ottobre 2023 Israele sta conducendo una guerra totale su ben sette fronti (Gaza, Cisgiordania, Iran, Iraq, Siria, Libano e Yemen), aveva richiesto una temporanea concentrazione delle forze militari USA in quell’area geografica. Con il “piano di pace” per la Palestina, Trump sembra voler attaccare su un nuovo fronte.

Le delusioni di alcuni governi progressisti (Cile, Bolivia, Argentina), la forte frammentazione politica che il continente sta vivendo (lontani sono appunto i ricordi del rifiuto dell’ALCA) e l’aggressività dell’imperialismo statunitense stanno rendendo più difficile la resistenza popolare. Un rinnovo del nostro impegno internazionalista e antimperialista è più urgente che mai.

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