Nell’anno del centenario della nascita di Fidel Castro, proporremo articoli e riflessioni sul pensiero del leader della Rivoluzione cubana.
Iniziamo con la traduzione di un intervento di uno degli intellettuali cubani più eterodossi: Fernando Martínez Heredia (1939-2017). Heredia ha fatto parte del Movimiento 26 de Julio e dopo il trionfo della rivoluzione ha lavorato come professore di scienze sociali. Di seguito è diventato ricercatore della realtà cubana e latinoamericana all’Università di L’Avana e all’Università nazionale autonoma del Messico. Ha lavorato presso l’Istituto cubano di ricerca culturale Juan Marinello, dove è stato presidente della cattedra di studi “Antonio Gramsci”. Tra il 1967 e il 1971 ha pubblicato la rivista Pensamiento Crítico.
In questo intervento, presentato all’incontro“Paradigmi Emancipatori a partire dall’America Latina e dai Caraibi. Nuovi scenari di lotte egemoniche tra emancipazione e dominio” tenutosi a L’Avana l’11 gennaio del 2017, a due mesi dalla morte di Castro e solo pochi mesi prima della sua, Heredia mette al centro l’urgenza di recuperare criticamente l’eredità di Fidel analizzando i rapporti di forza tra imperialismo e progetti emancipatori. Malgrado siano passati 9 anni dalla pubblicazione, le riflessioni di Heredia rimangono di estrema attualità. Abbiamo aggiunto una suddivisione in paragrafi per facilitare la lettura.
Imparare da Fidel
Il primo omaggio che Fidel ha ricevuto alla sua morte è stato uno slogan attualissimo, un’invenzione dei giovani che l’intero popolo cubano ha fatto propria: “Io sono Fidel” (yo soy Fidel). In questo modo si è dimostrato che Fidel appartiene al XXI secolo e che, quando un popolo intero si mobilita con coscienza rivoluzionaria, è invincibile. In quei giorni di lutto, Fidel ha combattuto la sua prima battaglia postuma ed è tornato a indicare a tutti, come nel 1953, il vero cammino.
Oggi, nel momento in cui ci apprestiamo a condividere riflessioni sui percorsi di lotta – perché ciò che conta davvero sono le lotte –, è naturale iniziare dall’aiuto che ci dà Fidel, ed emulare le sue idee e le sue azioni per trarne insegnamenti, senza imitarle meccanicamente, ma traducendole nelle nostre necessità, nei nostri contesti, nelle nostre pratiche.
Per trarre davvero beneficio da Fidel dobbiamo evitare di ripetere all’infinito luoghi comuni e slogan. Conoscere più a fondo le trovate e le ragioni che lo hanno portato alle sue vittorie, le difficoltà e i contraccolpi che ha dovuto affrontare, ciò che pensava dei problemi e le sue azioni concrete può offrirci moltissimo. In questo modo, il suo lascito sarà ancora più grande.
Nel corso della sua vita si possono distinguere tre aspetti: Fidel il giovane rivoluzionario; il leader della Rivoluzione cubana; il leader latinoamericano, del Terzo Mondo e mondiale.
Fidel offre un gran numero di insegnamenti, sia per il singolo individuo che per le lotte politiche e sociali. Vorrei elencare molto brevemente alcune caratteristiche del suo lascito che considero rilevanti per i nostri obiettivi:
1. Partire dall’impossibile e dall’impensabile, per trasformarli in possibilità attraverso la pratica consapevole e organizzata e il pensiero critico; guidare queste possibilità effettive verso la vittoria mentre si formano ed educano fattori umani e sociali capaci di affrontare situazioni future; e, mediante le lotte, i trionfi e i consolidamenti, convertire le possibilità in nuove realtà.
2. Non accettare mai la sconfitta. Fidel non ha mai convissuto con la sconfitta, piuttosto l’ha combattuta incessantemente. Mi soffermo su cinque momenti chiave della sua vita in cui questo atteggiamento è stato evidente: 1953, 1956, 1970, il processo di rettificazione e la battaglia delle idee.
Nel 1953 ha risposto alla sconfitta del Moncada [la caserma militare a Santiago de Cuba da dove doveva iniziare la presa del potere] con un’analisi lucida della situazione per orientare l’azione. Quando tutti lo consideravano un illuso, si è rivelato invece un vero visionario.
Nel 1956, di fronte al disastro del Granma [allo sbarco a Las Playas de las Coloradas, degli 82 combattenti imbarcatisi solo una ventina erano sopravvissuti], rispose con una straordinaria determinazione personale e con una fede incrollabile nel continuare la lotta intrapresa, sicuro che fosse quella giusta.
Nel 1970 aveva constatato quanto fosse estremamente difficile ottenere avanzamenti economici del Paese, allora fece appello ai protagonisti con uno slogan rivoluzionario: “Il potere del popolo, quello sì che è potere”.
Nel 1985 è stato praticamente il primo a rendersi conto di ciò che l’URSS stava facendo, e che avrebbe portato Cuba alla solitudine, al disastro economico e a un pericolo ancora maggiore di diventare vittima dell’imperialismo. Ma la sua risposta è stata di ribadire che il socialismo è l’unica soluzione per i popoli, l’unica via efficace e l’unica bandiera popolare; ciò che occorre è assumerlo correttamente e approfondirlo. Così ha ripreso a mobilitare il popolo, a rafforzare la coscienza collettiva e a sostenere con fermezza il potere rivoluzionario.
Nel 2000, di fronte all’offensiva mondiale del capitalismo e agli arretramenti interni della Rivoluzione cubana, nella lotta per la sopravvivenza lanciò e guidò la battaglia delle idee con azioni in difesa della giustizia sociale, una mobilitazione popolare permanente e l’esaltazione del ruolo della coscienza.
Non avrò il tempo di sviluppare ogni punto, nemmeno brevemente, quindi mi limiterò a menzionarli, con l’intento di stimolare l’interesse per lo studio di Fidel.
3. La determinazione a lottare in ogni situazione. Sarebbe molto utile considerare la determinazione personale come un concetto centrale nello studio di coloro che si propongono di realizzare trasformazioni sociali. La prassi è decisiva.
4. Organizzare per Fidel è stato una costante, quasi una febbre. Vorrei che questo fosse uno dei temi principali di questo incontro.
5. La comunicazione costante, con ogni essere umano e con le masse, nel quotidiano come nei momenti decisivi, è una delle dimensioni fondamentali della sua grandezza ed è uno dei requisiti essenziali della leadership.
6. L’uso di tattiche altamente creative e di strategie impensabili, ma tuttavia praticabili.
7. Lottare per il potere e conquistarlo. Mantenere, difendere ed espandere il potere. Si può discutere quasi all’infinito del potere in termini astratti, ma solo le pratiche rivoluzionarie riescono a trasformarlo in un problema concreto e risolvibile.
8. Creare gli strumenti e i protagonisti. Prendere le istituzioni per metterle al nostro servizio, non per metterci al servizio di esse.
9. Essere più determinati, più consapevoli e organizzati, e più aggressivi dei nemici.
10. Insegnare e imparare allo stesso tempo con i settori del popolo che partecipano o che simpatizzano, e poi con l’intero popolo. Avanzare verso forme di potere popolare.
11. Il grande risultato cubano è stato unire la liberazione nazionale alla rivoluzione socialista.
12. Essere sempre un educatore. Fare educazione su scala popolare. Sollevare spiritualmente e moralmente il popolo, affinché diventi un soggetto consapevole e capace di tutto, arricchisca le proprie idee e i propri sentimenti e migliori la propria vita.
13. Porre la formazione della coscienza al centro del lavoro politico, non solo per avanzare e migliorare, ma affinché la politica diventi davvero una proprietà di tutti.
Come può non essere difficile una rivoluzione?
Ritengo che la lezione più grande che Fidel offre a chi lotta nell’America Latina di oggi sia ciò che ha pensato e ciò che ha fatto tra il 1953 e il 1962.
Sarebbe molto prezioso metterci d’accordo per studiare, discutere e socializzare collettivamente quel periodo. Da circa un anno sentiamo ripetere che la situazione nel nostro continente è diventata sempre più difficile, sia per il susseguirsi di eventi sfavorevoli ai popoli, sia per l’offensiva dell’imperialismo e dei suoi complici di classe, che sono allo stesso tempo dominati da esso e dominanti nei rispettivi Paesi.
Anche se può sembrare che inizi dalla fine, vorrei cominciare con una riflessione sul rapporto tra difficoltà e rivoluzione.
Per i rivoluzionari, e nel corso dei processi rivoluzionari, esistono momenti felici e fasi positive; ma nelle vere rivoluzioni non esistono congiunture facili. Quando una situazione ci sembra facile è solo perché non abbiamo ancora colto le sue difficoltà. Questo accade perché le rivoluzioni, che amiamo e per le quali siamo disposti a tutto, sono le iniziative più audaci e rischiose intraprese dagli esseri umani: mirano a realizzare trasformazioni prodigiose, liberatrici delle persone e delle relazioni sociali, al punto che queste non vorranno più, né potranno più, tornare a vivere in società fondate sul dominio, sulla violenza e sul danno degli uni contro gli altri, sull’individualismo e sulla brama di profitto. Si tratta di rivoluzioni che aspirano a creare persone sempre più complete e capaci, e realtà sempre più ricche di libertà e giustizia, in cui il mondo e la vita vengano trasformati collettivamente. In altre parole, si tratta di creare persone nuove e realtà nuove.
Se quanto ho appena detto appare impossibile nel mondo esistente e alle credenze ancora dominanti in quella che è, di fatto, la preistoria dell’umanità; se appare irragionevole al senso comune e al consenso che tiene le società soggette al capitalismo, come potrebbe non essere estremamente difficile tutto ciò che facciamo e progettiamo? Se le classi dominanti non saranno mai disposte ad accettare che il popolo si sollevi, acquisisca dignità, orgoglio di sé e padronanza della situazione; che sviluppi una propria coscienza e organizzazioni efficaci al suo servizio; che conquisti il potere e lo trasformi in potere popolare, allora bisogna riconoscere che in questi periodi tutto diventa molto difficile per la causa del popolo. Il giovane Karl Marx lo aveva ben intuito quando scrisse che solo attraverso la rivoluzione i dominati possono uscire dal fango in cui sono rimasti immersi per tutta la vita, perché i cambiamenti e la creazione di nuove società richiedono anche liberazioni colossali dai nemici interiori che tutti portiamo dentro di noi. Come potrebbero non essere, allora, così difficili le rivoluzioni di liberazione?
Forza e debolezza del popolo
Ma se osserviamo con attenzione e non ci lasciamo scoraggiare, constateremo che il campo popolare dispone già di molti elementi a suo favore. Affrontiamo quindi, armati di questa consapevolezza, un problema immediato tutt’altro che secondario. La congiuntura attuale manifesta in modo evidente una carenza del campo popolare che si è accumulata negli ultimi decenni, proprio mentre smetteva di essere percepita come una grave debolezza: la mancanza di un pensiero veramente autonomo, capace di fondare la propria identità nel conflitto irrisolvibile con il dominio capitalistico, e al tempo stesso in grado di comprendere le questioni essenziali dell’epoca, le congiunture, i campi sociali coinvolti e le forze in lotta. Si tratta, dunque, di un pensiero forte, convincente e attraente, ma anche utile come strumento di mobilitazione e di unificazione di ciò che è diverso, e come mezzo efficace per orientare analisi e politiche corrette che contribuiscono all’azione e alla formulazione di progetti.
Questa assenza di sviluppo di un pensiero forte, critico e creativo del campo popolare si rivela nello stupore e nella mancanza di spiegazioni valide che recentemente hanno accompagnato molti eventi in diversi Paesi dell’America Latina. Paesi che, nel corso di questo secolo, hanno conosciuto crisi, sconfitte o arretramenti di processi che erano stati favorevoli alle popolazioni e all’autonomia rispetto all’imperialismo. Al posto di analisi coerenti, profonde e orientative, abbiamo ripetutamente ascoltato o letto commenti superficiali, mascherati di parole, concetti o dogmi che pretendevano di svolgere una funzione interpretativa.
Non si va da nessuna parte quando si accusano di ingratitudine settori poveri o poverissimi che hanno migliorato la propria alimentazione e i propri redditi, e che hanno avuto maggiori opportunità di salire uno o due gradini dal fondo di un ordine sociale terribile, solo perché non hanno difeso attivamente governi che li avevano favoriti, o addirittura hanno voltato loro le spalle in determinati momenti che hanno portato vittorie alle forze reazionarie. Si arriva persino a spiegare questi fenomeni con frammenti di una presunta teoria delle classi sociali, come quando si ripete l’assurda affermazione: “sono diventati classe media e ora si comportano come tali”. È molto più utile essere precisi di fronte ai fatti e partire sempre da essi. Come fa, ad esempio, João Pedro Stedile, dirigente del Movimento dei Senza Terra del Brasile, quando afferma: “Abbiamo molte sfide a breve termine per affrontare i golpisti. La classe lavoratrice resta a casa, non si è mobilitata. Si sono mobilitati i militanti, i settori più organizzati. Ma l’85 per cento della classe continua a guardare telenovelas in TV”.
La storia contro ogni riduzionismo
Non si arriva lontano nemmeno quando si elaborano e si discutono i più caldi eventi politici e ideologici della congiuntura ricorrendo esclusivamente a spiegazioni del tipo “fine dei cicli di prezzi alti delle materie prime”, nemmeno se economisti competenti forniscono dati seri e se aggiungono l’argomento del rallentamento dell’economia mondiale o altri fattori avversi.
Semplificando ulteriormente, si finisce per sostenere che avremmo avuto circa quindici anni di vittorie elettorali, governi definiti progressisti e importanti conquiste sociali, una forte autonomia di gran parte del continente rispetto agli Stati Uniti e progressi nelle relazioni bilaterali e nei coordinamenti regionali verso una futura integrazione solo perché si è verificato un lungo ciclo di prezzi alti delle esportazioni di materie prime, spiegabile con le oscillazioni dell’economia mondiale. E che ora, poiché l’economia globale si muove in senso opposto e i prezzi diminuiscono, si dovrebbe necessariamente concludere questo ciclo politico e sociale, permettendo alla “destra” di avanzare e recuperare, senza rimedio, la posizione dominante che aveva perso.
Chi ha buona memoria e poca credulità si chiederebbe subito perché, all’inizio degli anni Settanta del secolo scorso, nella nostra regione non sia accaduto ciò che è avvenuto all’inizio di questo secolo in termini di vittorie elettorali, buone politiche sociali, maggiore autonomia dei Paesi e prospettive di integrazione. Eppure, in quella congiuntura, i prezzi delle materie prime erano aumentate notevolmente e, in gran parte della regione, si era anche registrata una crescite più o meno consistente del settore industriale, favoriti dagli euforici trasferimenti del grande capitale in cerca di massimizzazione dei profitti che oggi tanto infastidiscono Donald Trump.
Ciò che accadde allora fu completamente diverso: dittature, repressioni che arrivarono fino al genocidio, una “conservatorizzazione” delle società e altri mali che non devono essere dimenticati. Di conseguenza, bisogna dedurre che non è vero che a una determinata situazione economica “corrispondano” necessariamente certi esiti politici e sociali, e non altri.
In questo caso siamo di fronte a una delle deformazioni e dei riduzionismi principali che hanno colpito il pensiero rivoluzionario, forse la più diffusa e persistente: attribuire una presunta causa “economica” a tutti i processi sociali. Dietro questa apparente logica si cela la reificazione della vita spirituale e delle idee sociali prodotta dal trionfo del capitalismo, accettata anche da coloro che pretendono di opporsi al sistema senza riuscire a uscire dalla prigione della sua cultura. Ne deriva l’incapacità di comprendere che sono gli esseri umani i veri protagonisti di tutti i fatti sociali.
Lezioni latinoamericane
Tre processi verificatisi nel corso degli ultimi quarant’anni hanno avuto un impatto enorme e conseguenze a lungo termine sul nostro continente. Il primo è stato il crollo fragoroso del sistema che veniva chiamato “socialismo reale” e delle sue costellazioni politiche nel mondo, con effetti profondamente negativi in numerosi ambiti. Il secondo è stata l’impossibilità, per la maggior parte dei Paesi del pianeta, di realizzare uno sviluppo economico autonomo senza uscire dal sistema capitalistico. La realtà, dura e implacabile, è stata la prosecuzione di regimi di sfruttamento, oppressione e neocolonialismo, senza che fosse possibile costruire economie nazionali autonome, capaci di crescere garantendo piena occupazione, maggiore produzione e produttività, servizi sociali sufficienti per tutti e una ricchezza propria da redistribuire. Il terzo processo è stato il compimento del dominio degli Stati Uniti su quasi tutto il nostro continente. Il capitalismo in America Latina ha attraversato un lungo percorso di evoluzioni neocoloniali, sovradeterminate dal potere statunitense, che lo hanno reso molto più debole e subordinato.
Le lezioni che questi tre processi ci offrono sono chiare e di grande valore. La prima: tutti i progressi delle società sono reversibili, anche quelli che venivano proclamati eterni. È indispensabile sapere che cosa sia davvero il socialismo e che cosa non lo sia. Occorre comprendere e organizzare la lotta per il socialismo partendo dalle complessità, dalle difficoltà e dalle insufficienze reali, senza concessioni, come processi di liberazione e di creazione culturale che si sviluppano in modo unitario. La seconda: il capitalismo è un sistema mondiale, oggi ipercentralizzato, finanziarizzato, parassitario e predatorio, che può sopravvivere solo continuando a essere tale; per questo non cambierà. Le classi dominanti della maggior parte dei Paesi sono costrette a subordinarsi e a rendersi complici dei centri imperialisti, perché non esiste per loro spazio né potere sufficiente per aspirare a un’autonomia reale. L’attività cosciente e organizzata del popolo, guidata da progetti di liberazione, è l’unica forza realmente efficace per trasformare la situazione.Per la maggior parte dei Paesi del pianeta, saranno le forze e i processi socialisti la condizione necessaria per porsi il problema dello sviluppo, e non lo sviluppo la condizione per porsi il problema del socialismo, come affermò Fidel nel 1969.
La terza lezione: gli Stati Uniti rendono questo continente vittima sia della loro forza che delle loro debolezze, imponendo una sovradeterminazione che ostacola l’autonomia degli Stati, la crescita sana delle economie nazionali e i tentativi di liberazione dei popoli. Lo sfruttamento e il dominio sull’America Latina sono elementi strutturali del sistema imperialista, e Washington agisce sempre per impedire che questa situazione cambi. Per questo motivo, l’antimperialismo deve necessariamente far parte di tutte le politiche del campo popolare e di tutti i processi di trasformazione sociale.
Come era prevedibile, il capitalismo è passato a un’offensiva generale per trarre il massimo vantaggio possibile da questi eventi e processi, e per stabilire il predominio planetario incontrastato del proprio regime e della propria cultura. L’obiettivo, al di là delle repressioni e delle politiche volte contro le ribellioni, era consolidare una nuova egemonia capace di smantellare le grandi conquiste del XX secolo, manipolare le inevitabili dissidenze e proteste, plasmare le identità, imporre l’oblio delle storie di resistenza e ribellione, e generalizzare il consumo dei propri prodotti culturali e il consenso verso il sistema di dominio.
Questa offensiva non si è mai interrotta, ma si è consolidata come un’attività sistematica che continua fino a oggi. È all’interno di questo quadro generale che, in un certo numero di Paesi dell’America Latina e dei Caraibi – la regione del mondo con il maggior potenziale che le contraddizioni si trasformino in azioni contro il sistema –, i movimenti popolari combattivi e le vittorie elettorali hanno prodotto cambiamenti generali molto significativi a favore di ampi settori della popolazione e aumentato la capacità di azione indipendente di una parte dei Paesi.
L’accesso al governo e la sua permanenza non sono avvenuti violando la legalità o le regole del gioco civico, ma all’interno di questo quadro istituzionale sono stati ottenuti progressi reali, che possono essere sintetizzati in sei aspetti: politiche sociali a beneficio di ampi settori delle classi popolari; un esercizio della cittadinanza più ampio e di migliore qualità; in alcuni Paesi, cambiamenti molto positivi dell’assetto istituzionale; un certo grado di autonomia nell’azione internazionale; un rafforzamento delle relazioni bilaterali latinoamericane; e, riconoscendo la necessità di un’integrazione continentale, avanzamenti nei rapporti e nei coordinamenti regionali.
Non mi soffermo su queste nuove realtà che hanno alimentato molte motivazioni e speranze di avanzare verso cambiamenti più profondi e fatto riemergere la nozione di socialismo come orizzonte da conquistare, solo a pochi anni dal suo presunto collasso definitivo. Voglio però sottolineare due questioni che ogni militante sociale e politico deve analizzare, conoscere e gestire nella propria pratica. La prima è che ogni Paese possiede caratteristiche specifiche, difficoltà, accumulazioni storiche e condizionamenti propri, che risultano decisivi. Allo stesso tempo, esistono tratti comuni e necessità condivise a livello regionale, che possono diventare una fonte di rafforzamento della forza e del potenziale di ciascun Paese, se siamo capaci di sviluppare cooperazione e internazionalismo. La seconda è che le forze costituite in questi Paesi affrontano enormi limitazioni, perché hanno un controllo molto ridotto sull’attività economica e subiscono l’ostilità di una parte degli stessi apparati statali e dei mezzi di comunicazione.
Facendo un bilancio del 2016, possiamo constatare la specificità di ogni caso nazionale. In Venezuela, la grande vittoria elettorale legislativa delle forze reazionarie non è riuscita a deporre Maduro, e oggi si trova priva di forza, unità e leadership sufficienti per tentare di farlo. In Brasile, invece, una banda di delinquenti ha ottenuto tutto ciò che voleva, senza che esistessero forze popolari organizzate in grado di opporre una resistenza minimamente efficace. I processi in Bolivia ed Ecuador si mantengono forti e stabili, pur nelle loro specificità, e in Nicaragua il FSLN ha vinto nuovamente le elezioni con largo margine. Alle elezioni del 2018 in Messico, una vittoria dei partiti di opposizione non sembra probabile, anche se il gruppo al governo ha perso d’autorevolezza e si registrano manifestazioni di protesta e resistenza non coordinate.
Potremmo continuare a elencare queste specificità – e molte altre, di diversa portata e significato –, ma resterebbe comunque aperto un problema di enorme rilevanza: gli Stati Uniti proseguono la loro offensiva generale per recuperare il pieno controllo neocoloniale sull’America Latina, inclusa una “offensiva di pace” contro Cuba. Il blocco formato da Washington e dai settori reazionari e subalterni di ciascun Paese continua a tentare di cancellare o indebolire i processi che si sono sviluppati negli ultimi quindici anni.
Sarà sufficiente il voto, l’espressione della volontà popolare nelle urne, almeno per difendere le politiche sociali, i funzionari eletti e la legalità esistente, senza che tutto ciò venga aggirato, spezzato o eliminato dalle forze reazionarie? Potranno continuare a esistere processi basati sull’istituzionalità senza cambiamenti nell’ambito del sociale e del politico, capaci di produrre trasformazioni a beneficio della popolazione e di aprire la strada a società più giuste e governi migliori? Oppure, in alcuni casi, questa via non farà che consentire una ricostituzione – a medio termine – del potere capitalistico nella regione, in forme apparentemente più avanzate rispetto al passato, ma che in realtà rappresentano solo un suo aggiornamento, senza intaccare l’essenza del sistema di dominio? Mentre in altri Paesi del continente si continuerà a rimanere sotto il controllo del sistema e delle cricche che detengono o amministrano il potere.
Politica e battaglia culturale
Nulla è deciso: né i nostri nemici né noi abbiamo la vittoria a portata di mano. Ma sono convinto che saranno le battaglie ideologiche e politiche a determinare l’esito dello scontro generale. Individuo tre direzioni principali per il lavoro di analisi: a) ricercare con rigore e senza omissioni tutti i dati, le percezioni e le formulazioni ideologiche che abbiano una qualche rilevanza – poiché tutte concorrono a costituire la realtà – analizzandole sia separatamente che nel loro insieme, individuando e formulando l’essenziale e descrivendo almeno gli aspetti secondari; b) esaminare e valutare i condizionamenti rilevanti per la nostra azione, siano essi istituzionali, economici, ideologici, politici o di altro tipo; c) analizzare e conoscere le identità, le motivazioni, le rivendicazioni, la capacità di mobilitazione e il grado di organizzazione di cui disponiamo, così come ciò che favorisce i nostri avversari negli stessi ambiti, cioè il rapporto di forze. Insisto sul fatto che sono le azioni degli esseri umani la materia prima degli eventi che domani diventeranno storici.
Le forze della reazione non stanno proponendo idee, ma stanno producendo azioni. Non fondano il proprio dominio su argomentazioni circa la centralità del mercato, la riduzione delle funzioni dello Stato, l’esaltazione dell’impresa privata o la convenienza di subordinarsi agli Stati Uniti. Non è attraverso il dibattito delle idee che intendono rafforzare ed estendere il proprio dominio ideologico e culturale. L’anticomunismo e la difesa dei vecchi valori tradizionali non sono più i loro cavalli di battaglia, né i vecchi partiti politici i loro strumenti principali.
Da vent’anni sostengo che lo sforzo principale del capitalismo contemporaneo è concentrato sulla guerra culturale per il dominio della vita quotidiana: far accettare a tutti che l’unica cultura possibile nella vita di tutti i giorni sia quella capitalistica, e controllare una vita civica svuotata di trascendenza e di organicità [la capacità del popolo organizzato di essere soggetto politico permanente, non solo massa mobilitata a intermittenza, ndt]. Devo purtroppo constatare che non siamo ancora riusciti a vincere questa guerra culturale.
Tralascio qui gran parte di quanto ho esposto sui suoi tratti, sui fattori a favore e contro, e sui suoi condizionamenti, e mi limito a ciò che è più direttamente legato al nostro tema. Il consumo ampio e sofisticato, presente in tutte le aree urbane del mondo ma accessibile solo a minoranze, è accompagnato da un complesso spirituale “democratizzato”, consumato da larghissimi settori della popolazione. In questo modo si tende a unificare l’identità di un numero di persone molto superiore a quello dei consumatori materiali, inducendole ad accettare l’egemonia capitalistica. La maggior parte degli “integrati” nello stile di vita mercantile capitalistico lo è più in modo virtuale che reale. Ma questi soggetti faranno parte della base sociale del blocco dell’attuale controrivoluzione preventiva? Il capitalismo raggiungerebbe questo obiettivo se riuscisse a far sì che la linea di divisione principale delle società passasse tra inclusi ed esclusi. I primi – reali e potenziali, proprietari e servitori, approfittatori e illusi – si allontanerebbero dai secondi, li disprezzerebbero e farebbero fronte comune contro di essi ogni volta che fosse necessario.
La riproduzione culturale universale del dominio è fondamentale per il capitalismo, soprattutto per compensare i gradi crescenti – e contraddittori – con cui si è sottratto alla riproduzione della vita di miliardi di persone a livello mondiale, appropriandosi al contempo delle risorse naturali e dei valori prodotti su scala globale. Per vincere la sua guerra culturale, il capitalismo deve eliminare la ribellione e prevenire le rivolte, omologare sentimenti e idee, uniformare i sogni. Se le maggioranze del mondo, oppresse, sfruttate o subordinate al suo dominio, non elaboreranno un’alternativa diversa e opposta, arriveremo a un consenso suicida, perché il capitalismo non ha un futuro in cui collocarci.
Ho chiarito a compagni che stimo molto che il capitalismo non cerca di imporre un pensiero unico, come talvolta si sostiene, ma piuttosto di indurre l’assenza di ogni pensiero. È in corso un processo colossale di smantellamento degli strumenti del pensare e dell’abitudine umana a farlo, di eliminazione delle inferenze complesse, fino a giungere a una sorta di appiattimento culturale (idiotización) di massa.
La situazione impone di rivedere e analizzare in profondità, con spirito autocritico, tutti gli aspetti rilevanti dei processi in corso, tutte le politiche e tutte le opzioni. Questo atteggiamento, e le azioni coerenti che ne derivano, sono possibili perché il campo popolare latinoamericano possiede ideali, convinzioni, forze organizzate reali e una cultura accumulata. Una lezione è chiarissima: distribuire meglio il reddito, migliorare la qualità della vita delle maggioranze, estendere servizi e prestazioni ai più indifesi è indispensabile, ma non sufficiente. Ottenere vittorie elettorali popolari all’interno del sistema capitalistico, amministrare meglio delle élite corrotte, e persino governare a favore del popolo controcorrente rispetto all’ordine sfruttatore e spietato del sistema, è un grande passo avanti, ma resta insufficiente. Si conferma così la validità di una tesi fondamentale di Karl Marx: la centralità di una nuova politica nell’attività del movimento degli oppressi, condizione necessaria per vincere e per consolidare la vittoria.
Liberazione: non c’è alternativa
Ci stiamo avvicinando a una nuova fase di eventi potenzialmente decisivi, caratterizzata da grandi sfide e scontri, ma anche da possibilità di cambiamenti sociali radicali. Una fase in cui prevarranno la prassi e il movimento storico, in cui gli attori potranno imporsi alle circostanze e modificarle in profondità, e in cui vi saranno vittorie o sconfitte.
Comprendere le carenze di ciascun processo è importante. Ancora più importante è agire. Formare consapevolezza, organizzare, mobilitare, utilizzare le forze disponibili: queste sono le parole d’ordine. Non sono ammissibili atteggiamenti di rassegnazione o di protesta timida: occorre rivedere vie e strumenti utilizzati, la loro portata, i loro limiti e i loro condizionamenti. Bisogna fare tutto ciò che è necessario affinché il campo popolare non venga sconfitto. L’efficacia nel garantire i diritti del popolo, nel difendere e orientare il suo cammino di liberazione, deve essere l’unica legittimità richiesta a vie e strumenti. Le istituzioni e le azioni avranno senso solo se serviranno ai bisogni e agli interessi supremi dei popoli, alla difesa delle conquiste ottenute e alla fiducia e speranza di milioni di persone. Questa deve essere la bussola dei popoli e dei loro attivisti, rappresentanti e dirigenti.
Nell’epoca che si apre sta emergendo una convergenza di forze molto diverse, persino divergenti, unite da necessità comuni, da nemici condivisi e da fattori strategici che vanno oltre identità, rivendicazioni e progetti. Solo una prassi intenzionale, organizzata e capace di gestire dati fondamentali, valutazioni, opzioni, pluralità di situazioni, posizioni e obiettivi, nonché i condizionamenti e le politiche in gioco, avrà possibilità di successo.
La radicalizzazione dei processi sarà una tendenza imprescindibile per la loro stessa sopravvivenza. Sarebbero suicidi gli arretramenti e le concessioni “disarmanti” di fronte a un nemico che sa essere implacabile. Ma soprattutto – dato il livello raggiunto dalla cultura politica dei popoli e dalle speranze di libertà, giustizia sociale e benessere per tutti –, i movimenti, i poteri e i leader audaci e credibili potranno moltiplicare le forze popolari e avere una reale possibilità di vittoria solo se la liberazione effettiva dai gioghi del capitalismo farà parte dei loro appelli alla lotta.
La politica rivoluzionaria non può accontentarsi di essere un’alternativa. La natura del sistema lo ha collocato in un vicolo cieco sul piano generale, ma il suo potere e le sue risorse attuali gli consentono un ampio ventaglio di risposte contro i processi in corso, e persino la possibilità di tollerare alcune alternative mentre combina induzione e attesa, fino al loro logoramento. Nella misura in cui otterremo vittorie e trasformazioni di noi stessi, trasformeremo le alternative in processi di emancipazione umana e sociale.
Finché esisteranno oppressione, sfruttamento e dominio capitalistico non esisteranno soluzioni in forma di regimi politici e sociali soddisfacenti e duraturi per le maggioranze. La liberazione degli esseri umani e delle società è ciò che aprirà le porte alla creazione di un mondo nuovo. Sembra un’ambizione eccessiva? Sì, certo. Ma è l’unica via percorribile.



