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Me-Ti

Cuba è una prova morale e politica per tutti

Inna Afinogenova

Pubblichiamo qui l’editoriale della giornalista Inna Afinogenova di La Base América Latina del 1° aprile 2026 sull’arrivo della petroliera russa a Cuba che pone la questione dell’ipotetico emergere di un mondo multipolare e soprattutto della reale possibilità di un nuovo mondo di fronte all’immenso capitale simbolico e politico di Cuba.

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La nave petroliera russa Anatoly Kolodkin è arrivata lunedì [30 marzo 2026] al largo delle coste di Cuba con oltre 700.000 barili di greggio. Si tratta della prima spedizione significativa di petrolio da quando, lo scorso 29 gennaio, Donald Trump ha avviato il blocco energetico totale contro l’isola. In questo modo, la Russia sfida il bloqueo criminale che gli Stati Uniti impongono a Cuba da ormai sette decenni e che negli ultimi due mesi ha raggiunto un livello di asfissia ancora più brutale. 

Il percorso della nave è stato una vera e propria dichiarazione politica: è salpata dalla Russia all’inizio di marzo, ha attraversato lo stretto della Manica scortata da una nave da guerra russa, ha solcato l’Atlantico ed è entrata nelle acque dei Caraibi fino ad arrivare al porto di Matanzas. Intere settimane di speculazioni sulla sua destinazione e su cosa avrebbe fatto Washington di fronte a un’imbarcazione che si dirigeva a rompere apertamente un bloqueo senza mandato internazionale, senza alcuna legalità e sostenuto unicamente dalla forza e dalla minaccia.

E quando finalmente la nave è entrata nelle acque cubane, è arrivato anche il solito spettacolo mediatico. Abbiamo appreso, prima dai media statunitensi e poi da quelli in lingua spagnola – ovviamente in quest’ordine – che in realtà sono stati gli Stati Uniti ad aver allentato il proprio bloqueo. Proprio così! Come se il problema riguardasse permessi amministrativi e non una politica criminale, come se Washington avesse la legittimità di autorizzare qualsiasi cosa in acque territoriali che non le appartengono.

Ecco il contorsionismo mentale coloniale nella sua massima espressione: presentare una sfida all’illegalità statunitense come una dimostrazione della buona volontà degli Stati Uniti.

Ora, questi 700.000 barili, o se si preferisce quelle 100.000 tonnellate di greggio, da soli non risolveranno il dramma energetico cubano. Non bastano a invertire una crisi strutturale indotta deliberatamente. Ma alleviano, anche se solo per un po’, l’agonia a cui la Casa Bianca ha sottoposto l’isola di fronte alla passività del resto del mondo.

E soprattutto, hanno un peso simbolico enorme, perché dimostrano che la solidarietà reale esiste quando smette di essere un comunicato, o una foto, o una donazione puntuale e si trasforma in un atto politico con conseguenze. Questo è ciò che conta in fondo: per rompere l’assedio non bastano le belle parole né i gesti umanitari, che sono necessari sì, ma insufficienti.

Ci vuole volontà politica, sovranità e capacità di assumersi il costo di sfidare il potere che impone il bloqueo. La Russia lo ha fatto perché può farlo, perché ne ha i mezzi. Ma la domanda scomoda è un’altra: e gli altri? E i paesi che ogni anno votano all’ONU contro il bloqueo? E quelli che hanno sempre definito illegali il bloqueo e l’embargo? Davvero non possono fare altro che alzare la mano a New York?

Appena pochi mesi fa, per la 33ª volta, 165 paesi hanno ancora una volta chiesto alle Nazioni Unite la fine del bloqueo contro Cuba. 165! Una maggioranza schiacciante del pianeta. Eppure, la politica criminale rimane intatta.

Allora la scena della Anatoly Kolodkin costringe a pensare a qualcosa di molto semplice: se una sola nave ce la può fare, cosa succederebbe se ne arrivassero altre? Cosa succederebbe se accanto a una petroliera russa comparissero imbarcazioni di altri paesi, di altre potenze, di altri alleati reali o potenziali di Cuba? Bombarderebbero tutti? Aprirebbero un altro fronte di guerra? O ricorrerebbero agli stessi argomenti di adesso, per cui tutto è stato possibile solo grazie alla benevolenza dell’Impero?

Questo è il punto: se davvero si parla di un nuovo ordine mondiale, questo non può consistere solo in discorsi, vertici e dichiarazioni altisonanti. Di fronte alle aggressioni concrete, deve tradursi in atti concreti.

Cuba è una prova morale e politica per tutti, perché il presente dell’isola dipende sempre meno dall’eroica resistenza del suo popolo, e sempre più dalla capacità dei suoi alleati di passare dalla retorica all’azione.

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