Una recensione al libro di Dario Guarascio (Laterza 2026)
Nel momento storico in cui le Big Tech attraversano la vita quotidiana di tutti noi e il loro coinvolgimento nelle operazioni di guerra è sempre più palese, anche l’economia dominante sente finalmente la necessità di parlarne con preoccupazione. È così che al prossimo Festival dell’Economia di Trento si vedranno “le leggi del mercato tramontare come punto di riferimento e l’affermarsi di nuovi poteri come le Big Tech e le autarchie”.
Dal nostro punto di vista la questione è: come se ne parlerà a quel Festival? Con gli stessi tecnicismi usati negli ultimi decenni per giustificarne il crescente potere economico? O con maggiore onestà intellettuale? Le Big Tech, infatti, così come prima i colossi farmaceutici o quelli petroliferi, hanno polarizzato il dibattito politico: le si odia o le si ama. Anche chi ne ha parlato in maniera critica, lo ha fatto con un approccio spesso ideologico; e, soprattutto, senza conoscere approfonditamente gli aspetti tecnici ed economici della loro rapida ascesa. Ma questa conoscenza approfondita dovrebbe sempre precedere le letture politiche della realtà economica in cui viviamo, per non rischiare di innamorarci di tesi preconcette e pronte a crollare a piccoli cambiamenti di scenario.
Il libro “Imperialismo digitale” di Dario Guarascio, recentemente pubblicato da Laterza, costituisce un ottimo strumento in questa direzione. L’obiettivo di lettura politica delle Big Tech è esplicito, fin dal titolo; ma il libro è soprattutto una raccolta ordinata di molteplici informazioni su come il dominio delle Big Tech si è venuto a formare, a partire dagli investimenti pubblici militari statunitensi della seconda metà del Novecento; e di come si è consolidato con strategie economiche pervasive negli ultimi 20 anni o poco più.
Il primo capitolo, ad esempio, mostra come il paradigma tecnologico attuale, emerso negli anni ‘80, sia fortemente connesso con logiche da guerra fredda nate a metà Novecento. Mentre il terzo capitolo, il più esteso del libro, dettaglia in profondità il rapporto fra digitalizzazione della guerra e militarizzazione del digitale: il “complesso militare-digitale” statunitense, e quello israeliano ad esso collegato, viene spiegato con molteplici informazioni derivanti sia da fonti giornalistiche sia dalla letteratura scientifica (economica e non solo).
Ma sono gli altri due capitoli il vero valore aggiunto del libro. Nel secondo capitolo gli aspetti più tecnici del potere delle Big Tech statunitensi vengono collegati alla teoria dell’imperialismo. Parlare di big tech significa parlare del rapporto stato-capitale e di come il primo nasconda la sua funzionalità al secondo: non a caso, Guarascio cita Marx ed Engels quando sostengono nel Manifesto che lo stato è il “comitato d’affari” della borghesia. Con questa chiave di lettura, i principali autori di testi su imperialismo e capitale monopolistico vengono richiamati: da Hobson e Lenin a Baran e Sweezy. Lo sforzo teorico – anche se nel libro declinato soprattutto in maniera divulgativa – è quello di aggiornare questa lettura che oggi ci parla di proprietà privata di tecnologie chiave (dal cloud, ai droni, alla intelligenza artificiale e così via) e di domanda pubblica a sostegno di tale accumulazione tecnologica privata; di colonialismo digitale e di una sostanziale “mutua dipendenza” fra stato e Big Tech.
Questa narrazione, che per i primi tre capitoli si concentra quasi esclusivamente sugli USA e su altri paesi occidentali, nel quarto capitolo sposta il focus su come stato e Big Tech si influenzino a vicenda in Cina. Anche in Cina i colossi tecnologici sono chiave per lo stato: “Huawei e le BAT (Baidu, Alibaba e Tencent) sono risorse essenziali per il PCC (Partito Comunista Cinese)”; e a sua volta “il PCC è in grado di richiamare efficacemente all’ordine le Big Tech”. Anche nel secondo colosso mondiale dei nostri tempi, quindi, esiste una mutua dipendenza fra stato e Big Tech; ma in forme diverse che Guarascio dettaglia. E anche in Cina ha ormai senso parlare di un “complesso militare-digitale”.
Tutto ciò porta quindi a una doppia conclusione politica. Una prima più concreta, quella dell’osservazione di uno “scontro tra imperi digitali” cui Guarascio accenna soltanto nelle conclusioni del libro; mettendo anche in risalto la marginalità dei paesi europei. E una seconda più astratta, sul senso che lo stato può avere oggi: se per questa accumulazione tecnologica di guerra o per i bisogni della popolazione mondiale. Una dualità che non è soltanto concetto tecnico (le cosiddette tecnologie “dual use”) né una vuota richiesta morale di quale delle due strade lo stato “dovrebbe imboccare”. È la dualità intrinseca alla merce e al capitale; è la verità della “grande tecnologia” intesa non solo come grande proprietà privata con nomi e cognomi (da Bezos e Musk a Xi Jinping e Jack Ma, e così via) ma soprattutto come rapporto sociale fra capitale (lavoro morto) e lavoro vivo. Di questo si dovrebbe tornare a dibattere politicamente e il libro “Imperialismo digitale” può essere un adeguato punto di partenza.



