Il 30 ottobre 2026 l’Unione sindacale di Base ha indetto uno sciopero generale sui temi di guerra, riarmo, carovita e salari reali, ma quali sono gli effetti concreti degli scioperi sulla vita dei lavoratori?
L’economia neoliberale prova a convincerci che i nostri salari dipendano esclusivamente dalla nostra produttività propinandoci una visione puramente tecnica, individualista e meritocratica.
Secondo questa prospettiva le rivendicazioni salariali sindacali causerebbero aumenti del costo del lavoro con conseguente aumento di disoccupazione ed inflazione. Nel medio periodo l’inflazione neutralizzerebbe le eventuali conquiste salariali e quindi l’effetto sui salari reali sarebbe sostanzialmente nullo.
Altre scuole di pensiero ritengono che il potere contrattuale fra le parti giochi un ruolo decisivo sulla ripartizione della ricchezza prodotta e sui salari reali. Secondo questa impostazione fenomeni come: la globalizzazione, la disoccupazione, la deindustrializzazione, la copertura sindacale e la normativa sul lavoro, hanno degli effetti diretti e sostanziali su queste variabili.
Un recente studio scientifico (Angelone, Brancaccio, Canale e De Cristofaro, 2026) su 14 paesi dell’Europa Occidentale – Italia compresa – nel periodo 1971-2019, mostra che il livello di conflitto sindacale – inteso come il numero di giorni di lavoro persi per sciopero annualmente in relazione alla dimensione del paese – determina generalmente, anche nel lungo periodo, una ripartizione più favorevole ai lavoratori della ricchezza prodotta ed un aumento dei salari reali.

Note: Le variabili sono rappresentate come media algebrica annuale dei 14 paesi. La quota salari (in azzurro) è rappresentata al costo dei fattori, quindi complementare alla quota profitti ed è rappresentata in termini percentuali sull’asse destro. Gli scioperi (in rosso), asse sinistro, indicano il rapporto dei giorni di lavoro persi a causa di uno sciopero ed i giorni di lavoro complessivamente svolti annualmente, il rapporto è poi moltiplicato per mille.

Note: Le variabili sono rappresentate come media algebrica annuale dei 14 paesi. La crescita dei salari reali (in azzurro) è determinata in modalità logaritmica rappresentata sull’asse destro in valori percentuali. Gli scioperi (in rosso), asse sinistro, indicano il rapporto dei giorni di lavoro persi a causa di uno sciopero ed i giorni di lavoro complessivamente svolti annualmente, il rapporto è poi moltiplicato per mille.
Lo studio evidenza che la semplice grandezza e diffusione dei sindacati perde di rilevanza quando si considera anche il numero degli scioperi effettivamente svolti. Questa conclusione dovrebbe far riflettere i grandi sindacati che negli ultimi decenni hanno seppellito l’ascia di guerra assumendo un approccio neocorporativista sacrificando il conflitto a favore di una pacificazione delle relazioni industriali, una condizione macroeconomica più stabile e posizioni di rilievo e di potere. Questa impostazione ha contribuito a indebolire il potere contrattuale dei lavoratori.
Per quanto riguarda il nostro paese il periodo di picco di conflitto sindacale, negli anni ’60 e ’70 corrisponde agli anni di maggiore aumento dei salari reali. La stagnazione salariale che sta vivendo il nostro paese, così come il crollo della quota salari nella ripartizione della ricchezza prodotta, coincidono con i periodi di riduzione della conflittualità negli anni ’80 e di totale stagnazione a partire dagli anni ‘90.

Note: i dati sono fino al 2009 perché è l’ultima rilevazione pubblica sulla quantità di scioperi. Le ore perse per sciopero (in rosso) sono espresse in migliaia sull’asse sinistro, la fonte è l’ISTAT. La quota salari (in azzurro) è rappresentata al costo dei fattori, quindi complementare alla quota profitti ed è rappresentata in termini percentuali sull’asse destro.

Note: i dati sono fino al 2009 perché è l’ultima rilevazione pubblica sulla quantità di scioperi. Le ore perse per sciopero (in rosso) sono espresse in migliaia sull’asse sinistro, la fonte è l’ISTAT. Per i salari reali (in azzurro) la fonte è AMECO, questi rappresentano la remunerazione lorda complessiva annuale media per ogni lavoratore dipendente, comprensiva di contributi e oneri a carico del datore, è rappresentata in migliaia di Euro del 2015 sull’asse destro.

Note: i dati sono fino al 2009 perché è l’ultima rilevazione pubblica sulla quantità di scioperi. Le ore perse per sciopero (in rosso) sono espresse in migliaia sull’asse sinistro, la fonte è l’ISTAT. Per la crescita dei salari reali (in azzurro) la fonte è AMECO, questa è espressa in termini percentuali sull’asse destro.
In Italia nel 1990 con la legge 146 sono state introdotte fortissime limitazioni al diritto di sciopero nei settori considerati come servizi essenziali, come la necessità di preavviso di almeno 10 giorni della durata dello sciopero, l’intervallo di almeno 10 giorni fra uno sciopero e l’altro ed il mantenimento di alcune fasce di garanzia per il funzionamento dei servizi. Recentemente, il 13/03/2026, in seguito ad un ricorso presentato dal sindacato USB, il Comitato Europeo per i Diritti Sociali (CEDS) ha dichiarato che questa legge viola il diritto di sciopero e la Carta Sociale Europea per tre motivi: il concetto di servizio essenziale è troppo ampio, sono eccessivi i periodi dell’anno nei quali non si può scioperare e l’obbligo di indicare la durata già al momento della proclamazione indebolisce eccessivamente l’impatto dello sciopero.
Ciò nonostante, gli scioperi fanno ancora paura, lo dimostra l’azione degli ultimi governi che continuano a portare avanti l’attacco contro il diritto allo sciopero soprattutto nel settore dove negli ultimi anni sono state ottenute le maggiori conquiste: quello della logistica. Infatti, prima il governo Conte I e poi quello Meloni, con i decreti sicurezza, hanno inasprito le pene per picchetti e blocchi stradali e recentemente la Commissione di Garanzia sugli Scioperi ha stabilito che il settore della logistica sostanzialmente rientra fra i servizi pubblici essenziali e quindi sono applicabili le limitazioni della legge 146. A ciò vanno aggiunti l’allargamento dell’applicazione della legge 146 al settore dei beni culturali con il decreto Franceschini del Governo Renzi ed i ripetuti tentativi di precettazione del Ministro Salvini.
In conclusione, da questo quadro risulta evidente che la lotta paga e per questo fa ancora paura.