Pubblichiamo il comunicato del Party for Socialism and Liberation (PSL) sulle elezioni di medio termine negli Stati Uniti.
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Il 3 novembre gli elettori hanno inflitto a Donald Trump e al Partito Repubblicano una sconfitta schiacciante. I Democratici hanno conquistato entrambe le camere del Congresso, ribaltando i seggi al Senato in Kansas, Iowa, Ohio, Maine, Carolina del Nord, Carolina del Sud e Texas, dove James Talarico è diventato il primo democratico eletto al Senato dal 1988. Pure l’Alaska e il Mississippi potrebbero essere assegnati ai Democratici. Stessa storia alla Camera, dove i democratici hanno vinto in circoscrizioni in cui Trump nel 2024 aveva ottenuto un vantaggio di 15 punti percentuali (come la sesta circoscrizione del Kentucky) e persino in circoscrizioni che erano state ridisegnate recentemente, in Carolina del Nord e in Alabama. Le previsioni dicono che il voto popolare nazionale alla Camera registrerà un margine di circa 13 punti per i Democratici, il più ampio registrato negli ultimi 50 anni (e prendendo in considerazione entrambi i partiti).
Le elezioni sono state un referendum non solo su Trump come persona, ma anche sull’agenda reazionaria del movimento MAGA, che punta a smantellare i diritti democratici e a mettere l’intero Paese a disposizione dei miliardari. Il Paese ha votato non solo contro l’aumento dei prezzi dei generi alimentari e del carburante, ma anche contro una guerra non provocata contro l’Iran. Nel sondaggio NBC News condotto all’uscita dalle urne, il 62% degli elettori ha affermato che Trump, dando inizio alla guerra, ha preso la decisione sbagliata, e circa tre quarti l’hanno definita un fattore cruciale o determinante nella loro scelta di voto. Anche la questione del “costo della vita” deve essere considerata in termini di classe per essere compresa correttamente. Il problema non è solo la difficoltà economica in astratto, ma anche che questa sofferenza si manifesti in un momento in cui la ricchezza dei miliardari è aumentata del 32% solo nell’ultimo anno. L’indice S&P 500 è cresciuto del 28% dall’elezione di Trump. Mentre la recessione è già reale per ampie sezioni della classe lavoratrice, i 977 miliardari del Paese se la passano meglio di sempre. Ed è chiaro a tutti che l’introduzione su larga scala dell’intelligenza artificiale non farà altro che approfondire queste tendenze.
Trump e Fox News hanno cercato di ridimensionare questa sconfitta, attribuendone la colpa ai singoli candidati repubblicani. Ma la mappa elettorale ci offre un’immagine univoca e indiscutibile. Secondo un’analisi del Washington Post, gli elettori si sono spostati di almeno 15 punti a favore dei Democratici in ogni tipo di contea: rurale, suburbana o urbana, etnicamente diversificata o a maggioranza bianca. Il presunto radicamento del movimento MAGA tra gli elettori neri, latini e della generazione Z – che molti avevano esagerato fin dall’inizio – si è rivelato essere un fenomeno di breve durata e passeggero. I cambiamenti sono stati netti nelle aree che nell’ultimo decennio erano state erroneamente definite “Trump Country”; ora questa etichetta può essere messa da parte. I Democratici hanno conquistato seggi al Senato in South Carolina, Iowa, Kansas e Texas, e potrebbero persino vincere in Mississippi; in ognuno di questi Stati nel 2024 Trump aveva vinto con un vantaggio compreso tra i 13 e i 23 punti. Ciò significa che in soli due anni si sono spostati tra i 17 e i 26 punti a favore dei Democratici: una svolta impressionante.
Il voto negli Stati e nelle regioni rurali richiede una particolare attenzione. Le aziende agricole in bancarotta sono aumentate dell’85% negli ultimi due anni, in gran parte a causa dei dazi di Trump, a cui si è unita la risposta maldestra e caotica data ai dazi di ritorsione imposti da altri Paesi nei confronti degli USA. Poi la guerra con l’Iran ha bloccato il traffico marittimo attraverso lo Stretto di Ormuz, facendo aumentare i prezzi del gasolio di quasi il 70%, seguiti da quelli dei fertilizzanti e delle attrezzature agricole, che sono gli altri costi di produzione fondamentali. “Rispetto all’anno scorso, la nostra fattura del carburante è aumentata di 50.000 dollari”, ha dichiarato all’Hastings Tribune l’agricoltore del Kansas Vance Ehmke. Quando i prezzi dei generi alimentari sono diventati un problema politico per i consumatori, Trump ha quadruplicato la quota di carne bovina argentina importata a dazio ridotto, colpendo per la seconda volta gli allevatori di bestiame.
I risultati elettorali più dettagliati consentiranno un’analisi locale più approfondita, ma già ora questi spostamenti di voti smentiscono la caricatura che rappresenta tutti gli elettori di Trump come una sorta di solido blocco fascista. Nel 2020, milioni di lavoratori hanno votato per Joe Biden nella speranza che rendesse la vita più sopportabile. Invece, i programmi di sostegno sociale dell’era Covid sono scaduti, i prezzi al consumo sono comunque aumentati e nel 2024 molti di quegli stessi elettori hanno dato a Trump una possibilità per mantenere le sue promesse di migliorare le loro vite. Ora anche lui li ha delusi.
I limiti del Congresso e del Partito Democratico
Chiunque fosse disgustato dal tentativo di Elon Musk di comprarsi le elezioni sarà deliziato dal suo fallimento. Chiunque abbia sofferto sotto questa amministrazione, o sia stato indignato dal razzismo estremo del movimento MAGA, si godrà lo spettacolo di Gina Hinojosa che spodesta il governatore del Texas Greg Abbott e della classe lavoratrice nera della Carolina del Sud che si presenta in massa alle urne per rimuovere Darline Graham, nominata al Senato dopo la morte di suo fratello Lindsey Graham. Il fatto che il Mississippi possa ritrovarsi con il suo primo senatore nero dal 1881 è storico e costituisce di per sé un feroce atto d’accusa contro la supremazia bianca. Ciò non può essere separato dalle recenti ondate di protesta in risposta all’uccisione da parte della polizia di Kohen Wiley (un anno di età), e a quello che sembra un insabbiamento nel caso di Nolan Wells.
Ma la soddisfazione di vedere il MAGA sconfitto non deve trasformarsi in illusioni sul ruolo del Congresso o del Partito Democratico che ora ne detiene la maggioranza. In parole semplici, non c’è alcuna indicazione che i Democratici abbiano né la volontà né il programma per lottare sulle questioni che hanno prodotto l’affluenza di massa alle urne: mettere fine alla guerra, abbassare i prezzi, allontanare dal potere la classe dei miliardari, difendere i diritti civili o fermare il terrore dell’ICE.
Non si tratta solo di politici democratici che “si vendono”. Gli ostacoli sono insiti nel sistema politico capitalista. Solo un terzo del Senato è messo di fronte agli elettori in ogni ciclo elettorale, proprio affinché questi difensori del sistema capitalista non possano essere spodestati da una singola “ondata” elettorale. L’ostruzionismo sopravvive come norma procedurale interna (non prevista dalla Costituzione), e la Corte Suprema, i cui membri sono nominati a vita, presiede a tutto questo meccanismo per lo stesso motivo. Inoltre, per queste elezioni di medio termine sono stati spesi quasi 12 miliardi di dollari – non solo per vincere la corsa, ma per acquistare influenza su chiunque entri in carica. I 50 maggiori donatori hanno contribuito con quasi 2,8 miliardi di dollari, e OpenSecrets ha rilevato che l’1% dei donatori ha fornito il 98% dei fondi destinati a gruppi esterni. I piccoli donatori hanno contribuito con meno del 10% dei fondi complessivi raccolti per le elezioni di medio termine. Il grande capitale prepara il terreno per il giorno delle elezioni e si rimette subito in moto il giorno successivo.
In due decenni, per tre volte un’ondata elettorale ha consegnato ai Democratici il controllo del Congresso: dopo le elezioni di medio termine del 2006, poi nel 2008, assicurando loro 59-60 seggi al Senato durante il primo mandato di Barack Obama, e infine di nuovo la Casa Bianca ed entrambe le camere nel 2021. Ogni volta hanno promesso un’assistenza sanitaria universale, una riforma dell’immigrazione, azioni per il clima, un salario minimo di 15 dollari, una legge a tutela del diritto all’aborto, per non parlare dell’assistenza all’infanzia universale, di un credito d’imposta permanente per i figli, della riduzione del debito studentesco, della tutela dei diritti di voto e così via. Ogni volta una frazione del partito ha messo il veto, su mandato dell’America delle grandi imprese.
Il sistema politico è pieno di questi “punti di veto”, precisamente al fine di contrastare il sentimento popolare a favore di un cambiamento radicale, e il Partito Democratico, in quanto partito della classe dirigente, produce sempre delle figure pronte a esercitare tali veti. È stato proprio questo ciclo di fallimenti e frustrazioni ad aprire la strada a Trump.
Anche uno sguardo più ampio alla storia conferma questa tendenza. Per 48 anni, dal 1933 al 1981, i Democratici hanno controllato entrambe le Camere del Congresso, ad eccezione di brevi intervalli dal 1947 al 1949 e poi di nuovo dal 1953 al 1955. Sì, quelle maggioranze approvarono il Wagner Act e il Social Security Act nel 1935, sulla scia degli scioperi generali del 1934 a Toledo, Minneapolis e San Francisco. Ma quelle stesse maggioranze permisero ai Democratici del Sud di affossare con l’ostruzionismo un disegno di legge contro il linciaggio nel 1938 e mantennero intatte le leggi Jim Crow per un’altra generazione, finché il movimento per i diritti civili non si impose sulla questione. Ciò che il Congresso ha realizzato in termini di riforme progressiste è sempre dipeso dalle forze che si sono formate al di fuori di esso, ed è un organo che non ha prodotto nulla di sostanziale in favore della classe lavoratrice in mezzo secolo.
Il voto di medio termine è stato un indicatore della coscienza delle masse e ha dato la misura della loro rabbia. Ma non ha trasformato magicamente questo sistema politico antidemocratico in qualcosa di nuovo. Su tutte le questioni, delle super-maggioranze vogliono che la guerra in Iran finisca, vogliono fermare la distruzione di posti di lavoro prodotta dall’intelligenza artificiale, vogliono ottenere l’assistenza sanitaria universale e si oppongono alla campagna di terrore dell’ICE. In un sistema democratico, l’affluenza di massa di queste elezioni si tradurrebbe in un immediato cambiamento politico. Ma ciò non accadrà. Nessun detenuto dell’ICE verrà rilasciato a causa di questo risultato. Trump può ancora ordinare attacchi contro l’Iran in ogni istante. I miliardari continuano a controllare tutti i consigli di amministrazione che stabiliscono prezzi, salari e l’introduzione di tecnologie che distruggeranno posti di lavoro. Quella che sembra una “democrazia” è in realtà la dittatura del capitale, e ciò è vero oggi come lo era prima delle elezioni di medio termine.
Questo quadro rende ancora più necessario che chi ha votato per il cambiamento inizi immediatamente a pretenderlo dal nuovo Congresso. La nuova maggioranza democratica dispone di poteri concreti, se decide di esercitarli. Potrebbe approvare il Medicare for All [proposta di riforma del sistema sanitario degli USA che mira a creare un sistema pubblico, ndt] e la regolarizzazione dei migranti privi di documenti, costringendo Trump a porre il veto pubblicamente. Anche se lo facesse, ciò creerebbe un vero slancio legislativo che il prossimo presidente non potrebbe ignorare. Il Congresso controlla i cordoni della borsa e potrebbe bloccare i bilanci fino a quando non recupererà i fondi che i repubblicani hanno fatto approvare tramite la procedura di riconciliazione a giugno e che finanziano l’ICE fino alla fine del mandato di Trump. Potrebbe avvalersi del proprio potere investigativo, come fece la Commissione Church con il COINTELPRO nel 1975 [programma segreto e in parte illegale di infiltrazione e controspionaggio interno condotto dall’FBI tra gli anni ‘50 e ‘70, ndt], per smascherare la sorveglianza degli attivisti e la deportazione di persone per le loro opinioni politiche da parte di questa amministrazione. Questo è solo un assaggio di ciò che si può esigere. La gente ha votato per un vero cambiamento, non per avere mille audizioni di commissione prive di significato, piene solo di discorsi teatrali destinati ai social media e ai video di raccolta fondi.
Sull’attrattività del socialismo
È da notare che gli spot anticomunisti di Trump non hanno fermato i candidati che si definiscono socialisti, né hanno allontanato gli elettori democratici. Questa linea di attacco è diventata sempre meno efficace e gli elettori ne sono stanchi. Un sondaggio del 2025 condotto dal Cato Institute e da YouGov ha rilevato che il 62% degli americani di età compresa tra i 18 e i 29 anni ha un’opinione favorevole del socialismo e, considerando tutte le fasce d’età, il numero totale di persone che condividono tale opinione ammonta ora a 100 milioni. La nebbia dell’anticomunismo si è diradata in modo significativo, anche se la definizione e la comprensione del socialismo rimangono piuttosto deboli – in parte a causa delle definizioni errate fornite da molti che si proclamano “socialisti”.
Neanche la questione palestinese ha allontanato gli elettori. Anzi, al contrario. Ciò che l’anno scorso era stato liquidato come un caso “eccezionale” a New York, quando Mamdani fu eletto, si è ripetuto altrove. Abdul El-Sayed ha sconfitto Mike Rogers nel Michigan, diventando il primo musulmano eletto al Senato, facendosi portatore dell’energia del movimento contro il genocidio di Gaza e contro l’ICE, e rispondendo allo stesso tempo alle preoccupazioni della classe lavoratrice. Il giorno delle elezioni, lo stesso Trump ha annunciato la fine degli aiuti militari statunitensi a Israele nel prossimo periodo. Si tratta solo di un trucco nella contabilità, pianificato con lo stesso Netanyahu e volto a nascondere il pieno sostegno allo Stato di apartheid, ma riflette il cambiamento di coscienza reale che ha avuto luogo in tutto l’elettorato, in gran parte grazie al lavoro del movimento di solidarietà con la Palestina. L’impegno incessante di questo movimento nell’organizzazione e nel sostegno alla Palestina, la sua presenza costante nelle strade e sui social media, ha creato un dibattito così potente da influenzare ormai anche la base repubblicana.
Anche se l’ala progressista e socialista democratica del Partito Democratico ha ottenuto importanti vittorie, la strategia di cambiare il Partito Democratico dall’interno non è affatto una novità. Nel corso della storia, il partito ha cambiato i propri ribelli con molta più facilità di quanto questi abbiano cambiato il partito. Eletti senza una base indipendente, devono attenersi alla disciplina imposta dai leader di partito e dai finanziatori, a cominciare dal voto a favore di Hakeem Jeffries come leader democratico. Il 1° novembre, il New York Times ha riportato che Alexandria Ocasio-Cortez sta esortando i colleghi socialisti democratici ad adottare una “cultura dell’accoglienza” piuttosto che i “test di purezza ideologica” del movimento per Gaza. Ciò è ridicolo. Ogni corrente politica, da destra a sinistra, deve tracciare delle linee. La domanda è se sostenere leader di partito che hanno armato un genocidio rientri in tali linee.
Operare all’interno di un partito che per definizione non vincola i propri membri al proprio programma è ciò che ha permesso a Manchin, Sinema e ora a John Fetterman e Haley Stevens di agire a loro piacimento. Dobbiamo inoltre riconoscere che il Partito Democratico, in quanto partito imperialista, è integralmente devoto all’idea dell’accerchiamento di Cina e Russia, al dominio statunitense sulle rotte commerciali e sulle forniture energetiche in Medio Oriente, allo sfruttamento dell’Africa per le sue risorse naturali e alla gestione dell’America Latina come “cortile di casa”. Sono stati i Democratici al potere a trascinare il Paese nella guerra di Corea, nella guerra del Vietnam e, più recentemente, nella guerra tra Russia e Ucraina istigata dagli Stati Uniti e dalla NATO, e nel genocidio a Gaza. Questo non è un aspetto secondario del Partito Democratico e, affinché i progressisti possano compiere delle avanzate a livello della politica interna, verrà loro chiesto innanzitutto di assecondare le esigenze dell’impero. È proprio in questa direzione che va in realtà il commento di AOC sul “test di purezza ideologica”.
Campagne indipendenti e la strada che ci attende
I candidati del PSL si sono opposti a quella macchina elettorale e hanno ottenuto risultati significativi tra la classe lavoratrice grazie a una campagna elettorale di base su larga scala, che ha portato il programma socialista a nuovi livelli di visibilità. Greg Levy, membro del PSL candidato al Senato in Ohio, ha ottenuto circa 94.500 voti, pari al 2% del totale, nonostante l’esclusione da ogni dibattito e una campagna diffamatoria orchestrata da un comitato d’azione politica (PAC) finanziato dai Repubblicani che lo ha promosso senza il suo consenso. Joe Tache, nel Massachusetts, ha subito la stessa esclusione dai dibattiti, pur registrando oltre il 10% nei sondaggi e soddisfacendo tutte le soglie di raccolta fondi. È comunque riuscito a costruire una campagna che aveva i tratti di un movimento sociale, ottenendo circa 55.000-60.000 voti dopo aver concluso la sua campagna con un comizio a Boston a cui hanno partecipato 700 persone. Andre Easton, candidato alla Camera nel Bronx, si avvicina al 9 per cento dei voti – la percentuale più alta mai ottenuta da un candidato alla Camera in rappresentanza di un partito socialista o comunista dall’inizio degli anni ’40. Nel frattempo, Frank Lara ha vinto le elezioni per il consiglio scolastico di San Francisco sud, conducendo una campagna sulla base di una piattaforma anti-miliardari per mettere al primo posto le esigenze degli studenti e degli insegnanti delle scuole pubbliche. Alexander Kraft del Peace and Freedom Party, sostenuto dal PSL, ha ottenuto un ottimo 39% nella corsa come sindaco di El Cajon, contea di San Diego, contro un repubblicano in carica.
I candidati del PSL si distinguono da quelli del Partito Democratico perché sono vincolati al programma e alla visione del partito; non è qualcosa che possono mettere da parte per una convenienza a breve termine.
Ciascuna di queste campagne è stata condotta con grande slancio e fornirà molti insegnamenti che ora devono essere studiati e discussi, cosa che faremo nei prossimi giorni.
In generale, decine di milioni di persone si sono recate alle urne per punire politicamente Trump, e hanno avuto successo. Ma sognavano anche pace, giustizia e un buon lavoro – un sogno che il sistema capitalista non realizzerà.
Ricostruire un movimento socialista nel cuore storico dell’anticomunismo non è un compito semplice. Ma proprio il divario tra ciò che vuole la maggioranza e ciò che questo sistema permette è dove il movimento socialista può crescere. Ed è proprio questo che il PSL continuerà a fare, 365 giorni all’anno.