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Prima Teheran che Caracas. Coordinate per la difesa della rivoluzione cubana

Frank Josué Solar Cabrales

Prima Teheran che Caracas. Coordinate per la difesa della rivoluzione cubana

Pubblichiamo un contributo di Frank Josué Solar Cabrales, storico dell’Università de Oriente, uscito il 21 ottobre 2026 nella rivista online La Tizza. Si tratta di un appello alla responsabilità e alla solidarietà con la Rivoluzione cubana perché, come scrive l’autore stesso, la sopravvivenza del progetto socialista cubano dipende anche dalla nostra capacità di iniziare processi di cambiamenti radicali nei nostri Paesi.

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Nel 1934, di fronte alla minaccia dell’ascesa del fascismo al governo, i lavoratori spagnoli avevano uno slogan, che usarono per insorgere con le armi, almeno nelle Asturie, nell’ottobre di quell’anno: “Prima Vienna che Berlino”. Rifletteva la determinazione a combattere fino alla morte: se Hitler aveva preso il potere praticamente senza resistenza, i fascisti austriaci per farlo dovettero reprimere nel sangue una ribellione popolare armata. Oggi dovremmo dire: “Prima Teheran che Caracas”.

La nostra arma principale contro un’azione violenta dell’imperialismo non è tanto la risposta militare che possiamo mettere in atto da un punto di vista istituzionale o convenzionale da parte dello Stato, quanto piuttosto la risposta che un soggetto rivoluzionario collettivo più ampio, che trascenda Cuba, può dare.

L’imperialismo teme soprattutto, più della quantità o della gittata dei nostri probabili droni, un processo di destabilizzazione nella regione e negli stessi Stati Uniti. Un’aggressione al simbolo che è Cuba potrebbe rappresentare un detonatore per una esplosione di rabbia popolare e una ribellione in tutto il continente. Magari lo Stato cubano non può farlo, perché deve attenersi a determinate norme internazionali, ma noi rivoluzionari cubani possiamo e dobbiamo farlo, e dobbiamo lavorare per realizzarlo: un appello perché a un’invasione di Cuba si risponda con rivolte insurrezionali e una paralisi totale dell’attività economica in questo continente. Che tutti coloro che si sentono o si dicono amici di Cuba dimostrino in questo modo la loro solidarietà militante e attiva.

Potrebbe sembrare utopico, ma l’impatto che un simile appello potrebbe avere in determinate circostanze, dato il prestigio e l’autorità morale di Cuba, non va sottovalutato. Possa la Guerra di tutto il popolo [riferimento alla dottrina militare cubana della Guerra de todo el pueblo che prevede che ogni cubano abbia un luogo, uno strumento e un metodo di combattimento, ndt] trascendere i nostri confini e diventare la Guerra di tutti i popoli contro l’imperialismo e i suoi alleati locali.

Il nostro nemico è uno solo, in tutto il mondo, e la Rivoluzione cubana è solo un’altra trincea in una battaglia dalle dimensioni planetarie. Dobbiamo moltiplicare le trincee aperte contro il nemico che abbiamo in comune. Le nostre lotte sono indissolubilmente unite. Coloro che ci impongono un blocco criminale, asfissiando la nostra economia con un genocidio quotidiano e sotto la costante minaccia di una aggressione militare, sono gli stessi che, entro i propri confini, condannano milioni di lavoratori, di giovani e oppressi alla miseria, alla precarietà e alla mancanza di futuro. È l’imperialismo, la borghesia globale, un’oligarchia parassitaria e corrotta che mercifica la vita umana, distrugge il pianeta e non esita a seminare il terrore globale per salvaguardare i suoi osceni privilegi.

A differenza di quello che significava la relazione con l’Unione Sovietica o il blocco socialista, o persino con il Venezuela, che era non solo un’alleanza economica, ma anche politica e ideologica, nel caso della Russia attuale, la Cina o i paesi BRICS in generale si tratta di Paesi amici che condannano il blocco e desiderano normali relazioni commerciali con Cuba. Tuttavia, questi Paesi operano secondo logiche capitalistiche e i loro affari e i loro interessi con Cuba non hanno propositi altruistici o umanitari; al contrario, mirano a ottenere benefici propri e vantaggi geopolitici. La crisi economica del capitalismo a livello internazionale limita inoltre qualsiasi tipo di opzione che possano significare i BRICS per Cuba. Senza la cooperazione russa e cinese, sarebbe stato più difficile per Cuba affrontare l’attuale crisi della produzione elettrica, causata dalla scarsità di petrolio e dalle precarie condizioni delle sue reti elettriche e centrali termoelettriche. Ma sarebbe una illusione aspettarsi qualche tipo di aiuto militare dai loro governi se Cuba fosse aggredita. Non rientra nei loro calcoli rischiare una terza guerra mondiale per difendere l’isola caraibica. La salvaguardia della sovranità nazionale e della Rivoluzione cubana dipende dai cubani stessi, e la sconfitta dell’imperialismo sarà garantita solo dal trionfo internazionale di processi rivoluzionari, socialisti, che si propongano una trasformazione radicale e rompano con il capitalismo. Nonostante le difficoltà materiali che sopportiamo per resistere con dignità, il popolo cubano non si arrenderà.

La principale via d’uscita alla crisi cubana è la solidarietà internazionale e l’avanzamento del movimento rivoluzionario mondiale. Il socialismo non si può costruire in un singolo paese isolato. Affinché il socialismo si realizzi pienamente, come transizione al comunismo, deve esistere su scala internazionale.

Mentre sopravviene la rivoluzione mondiale – una rivoluzione per la quale devono lavorare e che devono promuovere come garanzia fondamentale del loro stesso successo – le forze al potere socialiste racchiuse entro i confini nazionali possono solo resistere e avanzare per quanto possibile con le risorse a loro disposizione, nel mezzo del più feroce assedio della reazione e dell’imperialismo. Ciò le costringe, per necessità di sopravvivenza, a operare tagli, battute d’arresto e concessioni per adattarsi a un contesto di relazioni capitalistiche estremamente ostile.

Dobbiamo chiamare le cose con il loro nome, e non dire che sono misure volte a perfezionare il socialismo, quello che costituisce chiaramente un passo indietro adottato per poter sopravvivere. Il progetto in sé non viene macchiato. Gli insuccessi devono essere riconosciuti onestamente e non chiamare socialismo quello che non lo è: pratiche e dinamiche che non hanno nulla a che fare con esso e che non possono in alcun modo essere utilizzate in suo favore. La transizione può incontrare battute d’arresto, e questo deve essere riconosciuto apertamente. Il mercato non è uno strumento asettico che può essere utilizzato per costruire il socialismo, un cavallo selvaggio che può essere domato e imbrigliato, costretto a obbedire alla volontà del cavaliere.

Gli strumenti che si scelgono per generare ricchezza, crescita e sviluppo non sono neutrali; producono le proprie soggettività, logiche e relazioni sociali proprie, che puntano in una direzione o nell’altra e favoriscono un percorso o l’altro, a prescindere dall’obiettivo prefissato. A Cuba, abbiamo sopportato decenni di lotta interna tra capitalismo e socialismo, durante i quali il primo è stato costantemente rafforzato, soprattutto dopo le “Linee guida…” [documento strategico del Partito comunista cubano, ndt], mentre il secondo è andato progressivamente in ritirata. Una cosa è comprendere che molte delle trasformazioni economiche attualmente in atto possano essere necessarie per la sopravvivenza, tutt’altra cosa è trasformarle in virtù per il perfezionamento del socialismo. La possibilità di un’alternativa socialista, a mio avviso, non risiede in una politica abile, capace di orchestrare una “ritirata tattica”, di utilizzare le misure a proprio vantaggio e di sfruttare le armi scheggiate del mercato a beneficio del socialismo, cosa che ritengo impossibile, bensì in una politica che, dal basso, dalla base, dal controllo reale delle collettività, dei lavoratori e dei contadini, coordinati tra loro e dotati di potere decisionale, sia in grado di contrastarne gli effetti, limitarli e, quando possibile, invertirne il processo.

La difficile situazione che attraversa Cuba, aggravata negli ultimi anni fino a limiti insopportabili, deriva in primo luogo dall’isolamento del suo progetto socialista che non gli ha permesso di dispiegare tutte le potenzialità di efficienza e sviluppo di un’economia nazionalizzata e pianificata. Il socialismo è di gran lunga più efficiente del capitalismo, a condizione che sia gestito attraverso il controllo collettivo e democratico dei lavoratori e che si vada estendendo sempre più a livello internazionale.

Negli ultimi anni, abbiamo assistito all’ascesa dell’estrema destra in diversi Paesi, con un sorprendente sostegno elettorale. Significa questo una svolta a destra tra le popolazioni di questi Paesi? Come siamo arrivati a questo punto? La spiegazione fondamentale non si deve ricercare principalmente nell’impatto dei social media digitali, né nella guerra cognitiva, né nella mancanza di educazione e coscienza politica, né nella mancanza di contatto con i poveri, bensì nella profonda crisi del capitalismo e nell’assenza di un’alternativa di sinistra coerente, di massa, che rappresenti una rottura radicale con il sistema imperante. Il riformismo, con la sua pretensione inutile di gestire il capitalismo in modo più umano e giusto, è giunto a un vicolo cieco. L’alternativa all’ascesa di governi reazionari e di estrema destra non è la restaurazione della legittimità delle istituzioni e della democrazia borghese, bensì la sua distruzione.

Dobbiamo ricercare l’unità latinoamericana nella giustizia e nella libertà. L’esistenza della CELAC [Comunità degli Stati Latinoamericani e dei Caraibi, organismo intergovernativo regionale fondato nel 2011 a Caracas, ndt] o di qualsiasi altro meccanismo di integrazione ha dimostrato non essere una garanzia sicura per un’America Latina unita di fronte alle minacce che vengono dal Nord, non solamente perché diversi governi membri sono essi stessi espressione di questa ascesa internazionale dell’estrema destra, ma soprattutto perché gli interessi delle borghesie latinoamericane dipendono fortemente dall’imperialismo statunitense.

La vera unità della Nostra America, la sua reale e definitiva indipendenza, avverrà per mano della rivoluzione.

Cuba non è una minaccia per gli Stati Uniti o per il suo popolo. Cuba, sì, è un pericolo per la classe dominante statunitense, ma non perché possieda droni o missili in grado di raggiungerla, o per le operazioni di intelligence che si è vista obbligata a dispiegare per difendersi, bensì per la minaccia che il suo esempio rappresenta.

Per questo  si sono impegnati così a fondo per farla fallire. Se lo spettro del comunismo cammina oggi con una forza inusuale da un confine all’altro della nazione del Nord, terrorizzando Trump, Rubio e i miliardari della “classe Epstein”, non è per opera e grazia di questa piccola isola, bloccata e vittima di un genocidio, ma invece per le condizioni stesse di un capitalismo in crisi ed esausto, incapace di garantire un’esistenza degna a milioni di persone. Far fallire Cuba non è solo un’ossessione storica dell’imperialismo e della lobby cubano-americana, ma più che altro è una necessità vitale in chiave interna per l’establishment nordamericano, da usare come argomento ideologico per contenere il crescente malcontento popolare e il progressivo screditamento del capitalismo e delle sue istituzioni. Devono dimostrare l’insostenibilità del socialismo nella pratica per poterlo delegittimare. Che il fallimento sia causato dalla forza, dal totale strangolamento della sua economia, da un ginocchio sul collo che le impedisce di respirare, e non da cause naturali, è per loro un dettaglio secondario. L’importante è riuscire a presentare il socialismo come un sistema fallimentare e inefficiente, incapace di generare ricchezza e prosperità, il cui unico risultato, dopo 60 anni, è la miseria, la spazzatura per le strade e lunghi blackout. Che un Paese con risorse molto limitate come Cuba possa, attraverso il socialismo, compiere il miracolo di fornire istruzione, alloggio, sanità, cultura, sviluppo scientifico e qualità della vita a tutti in condizioni di parità – qualcosa di cui il capitalismo più potente non può nemmeno sognare – è un esempio insopportabilmente sovversivo che non possono permettersi a 90 miglia dalle loro coste.

Cuba non fomenta il comunismo negli Stati Uniti,  sono le stesse condizioni di vita della classe lavoratrice nordamericana a indicare il suo potenziale come società migliore, basata sulla giustizia e sulla dignità per tutti. Cuba offre semplicemente un potente esempio di ciò che un popolo può riuscire a raggiungere quando si libera dalle catene del capitalismo.

Ciò che realmente fa andare su tutte le furie la potenza egemone e spiega il suo accanimento contro Cuba è che in quest’isola si è sperimentata una forma di vita che ha dimostrato essere di gran lunga più giusta, umana e degna di quella che si vive in altre parti del mondo. È uno modello di vita dove si garantisce uguaglianza, assistenza sanitaria, istruzione e alloggio per tutti, nell’ambito di un modello socialista di economia nazionale pianificata. La stessa esistenza di Cuba, a 90 miglia dagli Stati Uniti, è un esempio pericoloso che l’impero cerca di distruggere a tutti i costi, affinché non si propaghi nel resto dell’America Latina e del mondo. Il semplice fatto che esista il blocco è la prova tangibile della superiorità dell’esempio cubano. Se il socialismo fosse così inefficiente, gli Stati Uniti potrebbero revocare il blocco e lasciare che la rivoluzione fallisca da sola.

La Rivoluzione cubana non è un patrimonio unicamente dei cubani, ma di tutti i rivoluzionari e dei popoli del mondo.

È simbolo di resistenza e speranza per gli oppressi di tutto il pianeta, la prova tangibile che l’utopia di una società migliore è possibile, che è possibile instaurare nuove relazioni tra gli esseri umani, con benessere per tutti, che è possibile sfidare con successo l’imperialismo e le potenti forze dominanti. La sconfitta della Rivoluzione cubana significherebbe non solo un enorme arretramento nelle condizioni di vita dei lavoratori cubani e la perdita per loro della sovranità nazionale, ma anche un colpo straordinario a tutte le cause e lotte popolari a livello internazionale. Pertanto, la sua difesa è un dovere imprescindibile per gli sfruttati e i ribelli del mondo. E oggi, più che mai, il suo destino si decide nell’esito della lotta di classe internazionale. La sopravvivenza e il trionfo definitivo del progetto socialista cubano sono determinati, in ultima analisi, dalla diffusione della rivoluzione socialista mondiale. Per questo motivo, la migliore solidarietà nei suoi confronti è lo scatenamento, in diversi Paesi, di processi rivoluzionari che si propongono il superamento del capitalismo.

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