Il movimento di protesta degli studenti delle scuole superiori, partito da Créteil, a sud-est di Parigi, lo scorso 17 settembre, si caratterizza per la sua diffusione, determinazione e soprattutto per la capacità di esprimere nuove soggettività politiche nella gioventù contestatrice. Al di là delle rivendicazioni, è proprio la comparsa momentanea di un nuovo soggetto collettivo, un “noi” costruito dal basso, a partire dalla Generazione Z, a sconvolgere in parte gli schemi analitici “classici” delle mobilitazioni sociali e a sventare i tentativi del potere di dividere il movimento. Resta da capire come caratterizzare proprio ciò che si sta attualmente esprimendo nella lotta e come dargli continuità, nel momento in cui si sta scatenando un’ondata di repressione e di reazioni razziste senza precedenti.
Traduciamo questa riflessione di Nicolas A.H. Say, insegnante e militante sindacale, pubblicata il 26 ottobre 2026 su QG Decolonial.
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La scena si svolge a Lille durante la manifestazione del 17 ottobre 2026. Vicino al corteo, lungo e compatto a causa del numero impressionante di manifestanti (la stampa ha parlato di 50.000 partecipanti, un record che non si vedeva dai tempi delle mobilitazioni contro il CPE [contratto di primo impiego per gli under 26 che prevedeva la possibilità di licenziare senza giustificazione durante i primi due anni di prova, ndt]), un’auto si ferma in mezzo alla carreggiata. Al volante ci sono due giovani arabi (un ragazzo e una ragazza). Il ragazzo sale sul tetto del veicolo con una kefiah al collo e, in una mano, una bandiera francese. Si rivolge ai manifestanti: “Noi siamo i francesi e vinceremo!”. Al volante, la ragazza indossa il velo. Sporge dal finestrino un cartello nel quale la lettera A è sostituita dalla A cerchiata (il simbolo degli anarchici): “Ottobre 2026 is the new Maggio ’68”.
È necessario soffermarsi un istante su ciò che questa scena rappresenta per qualsiasi militante di più di 40 anni. È a dir poco sbalorditiva. Indecifrabile. Quasi destabilizzante, perché la simbologia utilizzata attinge a registri che sono stati a lungo considerati o antagonisti (la bandiera francese e la A cerchiata / la bandiera francese e il velo), o patrimonio di comunità chiuse, se non del tutto ignare l’una dell’altra (il velo e la kefiah / la bandiera francese e la A cerchiata).
In quel momento, in quel luogo, le vecchie categorie di analisi vanno in frantumi. Va in frantumi tanto il monopolio bianco della piazza quanto l’amara constatazione disfattista [in riferimento a un pezzo del rapper Kery James, ndt] che per vent’anni ha accompagnato i discorsi sulla gioventù indigena [termine utilizzato nel senso politico e provocatorio legato al passato coloniale della Francia, ndt]. E allo stesso tempo tutto ciò è di una bellezza abbagliante. Come lo sono i cartelli che fanno a gara di genialità (“Tasty Crousty Antifascisti” [“tasty crousty” si riferisce a un piatto fast food molto in voga tra i giovani, ndt]), “17 ottobre 1961, algerini nella Senna, 17 ottobre 2026, algerini in strada” [si riferisce alla manifestazione pacifica a Parigi del ‘61 che la polizia francese represse con estrema violenza annegando oltre 200 algerini, ndt]), le bandiere palestinesi, francesi, marocchine, congolesi e algerine che si intrecciano, Naruto e Spider-Man che accompagnano il corteo.
In questa esplosione di rabbia si manifesta il risultato combinato di diversi movimenti di ricomposizione della sinistra di rottura e del movimento sociale. In primo luogo, l’impronta ancora forte del movimento dei Gilet gialli, il cui ricordo ispira ormai una generazione troppo giovane per avervi partecipato, ma sufficientemente matura per averne percepito lo slancio e per rivendicarne l’eredità (e ciò, sorprendentemente, nonostante la bianchezza che caratterizzava il movimento dei Gilet gialli nel 2018-2019). Qui si apre la via per un processo difficilmente prevedibile: la riappropriazione dei Gilet gialli da parte di una fetta della gioventù indigena che, pur non avendo potuto prendervi parte nel 20181, va oltre questo dato e li integra nel proprio repertorio di contestazione, tanto nei metodi di azione diretta quanto nell’assenza di una leadership riconoscibile. Resta da vedere se sarà possibile il movimento inverso: i “piccoli bianchi” saranno in grado, a loro volta, di appropriarsi delle mobilitazioni per Nahel [ragazzo franco-algerino ucciso dalla polizia il 27 giugno 2023 a Nanterre, ndt] e per la Palestina? Si commuoveranno per la strage razzista che ha appena gettato nel lutto la città di Trappes?
Altre condizioni che rendono possibile questo raduno della Gen Z al di là della barriera razziale è il lavoro dell’antirazzismo politico e il ruolo ormai importante che la lotta contro l’islamofobia e la denuncia del genocidio in Palestina rivestono all’interno della sinistra di rottura. A ciò va aggiunto il fatto che le problematiche affrontate dai giovani dei quartieri popolari siano ormai prese sul serio dalla sinistra di rottura: già il 21 settembre, Clémence Guetté e Louis Boyard [due deputati di La France Insoumise, ndt] erano presenti al blocco del liceo di Créteil. Dietro questa nuova capacità di unirsi si manifesta infine la proposta politica della “Nuova Francia”, in questo momento possiamo vedere quanto questa proposta trovi riscontro tra i giovani.
Ne deriva l’espressione di una forza e di una gioia collettiva che accelerano le convergenze, anche all’interno della sinistra autonoma: “Abbiamo provato più o meno gli stessi brividi del 16 marzo 2019 sugli Champs-Élysées. Ma questa volta non eravamo solo tra ‘piccoli bianchi’ e questo fa piacere. Ieri, lo ammetto, per la prima volta ho cantato la Marsigliese. E non credevo a ciò che dicevate un anno fa sul patriottismo internazionalista e tutto il resto. Non pensavo che si potessero recuperare quei simboli. E, francamente, cantare la Marsigliese con la bandiera francese, quella palestinese e quella congolese è stato bellissimo”, ha affermato una compagna dei Soulèvements de la Terre in occasione dell’incontro Uscire dall’epoca contemporanea del 18 ottobre.
Nonostante tutto, difendere la scuola pubblica
Come è noto, la scuola repubblicana ha, sin dalla sua creazione, una funzione ambigua di controllo e di indottrinamento patriottico e borghese. Attraverso la superiorità che attribuisce alle attività intellettuali rispetto al lavoro manuale nell’assegnazione dei meriti, essa costituisce il luogo in cui si perpetua la pretesa borghese di dominare e organizzare il lavoro. Resta comunque il fatto che la scuola continua ad essere un terreno fertile per creare unità, poiché tutti sono passati per la scuola e la fede nella meritocrazia scolastica rimane estremamente forte in Francia, anche tra gli indigeni. Diversi commentatori divertiti, come ad esempio gli stand-up comedian della cerchia di Akim Omiri, hanno osservato che gli studenti delle scuole superiori si stavano mobilitando in parte per avere “più insegnanti”, mentre la generazione precedente non aspettava altro che gli insegnanti si assentassero. Al di là della battuta, occorre quindi concordare su ciò che questo movimento esprime concretamente e su ciò che non esprime: ciò che chiedono gli studenti delle scuole superiori, ai quali si sono rapidamente uniti gli studenti universitari, è un “diritto al futuro” nell’ambito di un servizio pubblico di istruzione secondaria e superiore che funzioni correttamente, nonostante il ruolo assimilazionista che la scuola repubblicana ha storicamente svolto e continua a svolgere in un contesto coloniale e postcoloniale. Ciò che gli studenti delle scuole superiori difendono è quindi fondamentalmente un ritorno a condizioni di studio e a regole del gioco accettabili per la maggioranza, senza che il gioco sia truccato sin dall’inizio. Non per ripristinare un ordine antico e immaginario, ma per ristabilire quel minimo di uguaglianza grazie al quale un popolo può accettare di vivere insieme .
Su questo punto, il movimento liceale ha avuto successo laddove, per decenni, il sindacalismo degli insegnanti (prevalentemente orientato alla cogestione e cieco di fronte alla questione delle discriminazioni razziali) ha fallito: è riuscito a far luce sullo stato deplorevole in cui versa il servizio pubblico dell’istruzione e sulla portata delle discriminazioni geografiche e razziali che caratterizzano il sistema scolastico nazionale. Soprattutto (ma non esclusivamente) negli istituti professionali, numerose rivendicazioni degli studenti si sono levate contro il controllo dell’abbigliamento da parte dei presidi (“Occupatevi dello stupro [viol] piuttosto che del velo [voile]”, si legge regolarmente sui cartelli), mentre tra il personale docente le voci a favore dell’abrogazione della legge del 15 marzo 2004 [legge che vieta l’uso di simboli o capi di abbigliamento con cui gli alunni manifestino la propria appartenenza religiosa nelle scuole pubbliche, ndt], sono ancora estremamente minoritarie, se non addirittura impercettibile. Allo stesso modo, mentre gli studenti delle scuole superiori hanno ampiamente denunciato la mancanza di tempo libero a loro disposizione a causa di orari scolastici sovraccarichi, è ironico constatare che, nel momento in cui si scrivono queste righe, sul sito del Ministero dell’istruzione nazionale figuri ancora l’articolo relativo all’“accoglienza estesa dalle ore 8 alle 18”, dedicato esclusivamente agli istituti classificati come “Rete di istruzione prioritaria”. Dietro questa formula si nasconde una messa in quarantena dei giovani dei quartieri, che l’amministrazione ha sperato per un certo tempo di trattenere a scuola per evitare che bighellonassero fuori, cosa che, secondo il ministero, “favorisce comportamenti a rischio”. Se, come tanti altri, questo progetto è rimastolettera morta, almeno il movimento liceale avrà chiarito che nessun alunno vuole rimanere così a lungo in un istituto scolastico. E poi, soprattutto, c’è Parcoursup, la piattaforma soprannominata “la macchina che spezza i sogni” dagli studenti delle scuole superiori, e riguardo alla quale il sindacato Sud Éducation sottolinea che “uno studente con un nome dal suono africano ha otto volte meno probabilità di accedere all’istruzione superiore con Parcoursup”. Attraverso la propria denuncia, ciò che questo movimento mette in discussione è il ritorno a una logica scolastica in cui la nascita determina un destino ineluttabile, in cui la riproduzione sociale opera a pieno regime, senza alcuna possibilità di sfuggirvi. Una logica diseguale, alimentata e al tempo stesso occultata dalle forme di segregazione geografica, razziale, di classe e algoritmica.
Shock repressivo e riassegnazione razzista
In materia di strategia di divisione, il potere ha rispolverato i buoni vecchi classici discorsivi: opposizione tra i “manifestanti buoni” e quelli “cattivi”; “studenti delle scuole superiori con rivendicazioni legittime” e “coloro che vengono a distruggere e che non sono nemmeno studenti delle scuole superiori”; l’assimilazione dei blocchi degli studenti delle scuole superiori alle “violenze urbane”; il ricorso a discorsi razzializzanti sui “delinquenti”, confusioni volutamente alimentate tra “violenze” e “danni”, etc. Per il momento, queste strategie di divisione sono state, almeno in parte, sventate tra i liceali,come dimostrano i blocchi (altra novità) che hanno toccato perfino istituti prestigiosi come il Liceo Henri IV a Parigi, Assas e l’École alsacienne , con l’espressione di solidarietà nei confronti dei territori emarginati della Repubblica2. Un fenomeno senza precedenti, che ci deve rallegrare, ma che rimane estremamente fragile. Perché i blocchi organizzati nei territori ultra-privilegiati della capitale parigina avvengono in contesti in cui nessuna necessità materiale spinge a prolungare tali mobilitazioni.
Ma proprio perché riesce temporaneamente laddove altri hanno fallito, il movimento liceale costituisce anche un fattore di accelerazione dell’antagonismo sempre più irreversibile tra, da un lato, la sinistra di rottura, che si schiera al fianco degli studenti e difende la legittimità delle loro rivendicazioni, e, dall’altro, la coalizione dell’estremo centro e dell’estrema destra che riunisce figure da Lecornu [l’attuale primo ministro, ndt] a Bardella [presidente del Rassemblement National, ndt] attorno a una strategia di terrorizzazione dei manifestanti (mutilazioni, fermi preventivi, processi per direttissima) e dell’opinione pubblica: saturazione di immagini e discorsi allarmistici sui danni e sui saccheggi dei negozi avvenuti durante la manifestazione del 17 ottobre, al fine di giustificare la fuga in avanti repressiva. A questo proposito, sorge un’ipotesi: forse è proprio perché la forza degli studenti delle scuole superiori è senza precedenti e perché, attraverso la Gen Z, si profila un momentaneo allineamento tra la gioventù bianca e quella indigena, che la polizia sta agendo con tanta durezza.
Giudicate voi la brutalità (agenti che utilizzano i propri veicoli come arieti, mutilazioni di studenti delle scuole superiori con proiettili flashball o granate antisommossa, fermi di polizia umilianti, procedimenti giudiziari) nei confronti di un’intera generazione di minori che la polizia terrorizza nei commissariati dimenticando che, in teoria, sono tutelati dalla legge in quanto minori. Giudicate e ricordate: la negazione dello status di minore è una delle costanti dei sistemi di dominio coloniale e razzista, sia per brutalizzare i corpi (si pensi, ad esempio, al trattamento riservato dalla polizia ai corpi di adolescenti e giovani uomini neri) che per trascinare gli adolescenti in tribunale (la situazione coloniale in Palestina fornisce qui innumerevoli esempi). Giudicatelo anche alla luce del disegno di legge “chi rompe paga” presentato dal governo lo scorso 13 ottobre, che mira a introdurre, come ai tempi delle colonie (ma anche come negli stadi di calcio), un principio di corresponsabilità in caso di presenza in un assembramento all’interno del quale vengono commessi atti di vandalismo: E del resto la mancata individualizzazione delle pene era al centro del Codice dell’indigenato [insieme di leggi e regolamenti eccezionali applicato dall’Impero coloniale francese nei territori d’oltremare, ndt]. Giudicate infine il ritorno del coprifuoco decretato da Lecornu a partire dal 19 ottobre, un metodo che deriva direttamente dall’amministrazione coloniale.
Questa logica si estende progressivamente a chiunque protesti. Sul piano penale, Darmanin [attuale Ministro della giustizia, ndt] ha trasmesso direttamente ai pubblici ministeri direttive pensate per essere “esemplari”, e di fatto senza precedenti: sospensione del diritto di voto, segnalazione ai datori di lavoro in caso di condanna. A queste si aggiunge il progetto di Lecornu di bloccare l’accesso ai social network. Si tratta chiaramente di un progetto, appena velato, di fascistizzazione della società.
E la repressione giudiziaria dei manifestanti è solo all’inizio ed è molto probabile che, nella sua applicazione concreta, diventi l’occasione per riaffermare la gerarchia razziale e coloniale tra i “manifestanti legittimi” dei centri urbani e i “manifestanti barbari” dei quartieri popolari. Parallelamente, la presenza sempre più frequente, a partire dai saccheggi del 17 ottobre, di gruppuscoli fascisti – ampiamente tollerati dalla polizia – nonché la comunicazione irresponsabile del governo, che esorta i commercianti a ricorrere all’autodifesa per proteggere i propri negozi, fanno temere una dinamica di radicalizzazione razzista e una strategia della tensione pienamente consapevole. Secondo diversi media, Kevin T., il sospettato della strage di Trappes che ha causato la morte di Pengo Bossio Wangi, ha dichiarato alla polizia di aver voluto “vendicare i commercianti” i cui negozi erano stati saccheggiati durante le violenze del 17 ottobre 2026. Una dimostrazione, se mai ce ne fosse bisogno, dell’escalation dei pericoli e delle azioni fasciste tollerate dal potere per reprimere le proteste.
Ciononostante, le mobilitazioni non stanno scemando e i cortei del 24 ottobre sono stati almeno altrettanto imponenti di quelli della settimana precedente. Caratterizzate da un’età media molto bassa, queste manifestazioni costituiscono il luogo di una fulminea socializzazione politica della Gen Z, che potrebbe benissimo tornare a mobilitarsi al rientro dalle vacanze autunnali [il 3 novembre, ndt], concedendosi così un’ulteriore possibilità di trasformare questo “noi” inaspettato in qualcosa che vada oltre il semplice allineamento congiunturale di interessi.
- Sabrina Waz [di cui abbiamo tradotto un importante intervento sulla “Nuova Francia”, ndt] nella trasmissione La Perm di lunedì 19 ottobre ha ricordato, ad esempio, come lei e un’amica musulmana fossero state esplicitamente escluse dal movimento dei Gilet gialli sin dai suoi inizi. ↩︎
- Ciò è tuttavia molto meno vero, ad esempio, nelle sale professori e tra i dirigenti scolastici, alcuni dei quali collaborano attivamente alla repressione amministrativa e di polizia nei confronti degli studenti delle scuole superiori mobilitati. Si veda in particolare il comunicato del sindacato Sud Education 59, che traccia un quadro allarmante dello stato delle discussioni nelle sale professori delle scuole medie e superiori. ↩︎