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Dead M5S Walking. Breve storia triste di chi voleva aprire le scatolette di tonno ma poi è diventato il tonno

Francesco Tirro

Dead M5S Walking. Breve storia triste di chi voleva aprire le scatolette di tonno ma poi è diventato il tonno

Abbiamo letto i venti punti di Nova, il “programma” che il Movimento 5 Stelle porterà al tavolo delle trattative con le altre componenti del cosiddetto “campo largo”. Ciò che emerge è l’archiviazione definitiva della postura “di rottura” dei grillini, ormai definitivamente diventati i cosplayer del PD. Iniziamo.

Il primo punto è sulla sanità, ed è una novità rispetto agli anni precedenti, dove – stupite – non era centrale. C’è stato il Covid, certo, ma la scelta di portare l’attenzione principale su questo risponde a due esigenze: dare risposte ad un elettorato potenziale più anziano (ciao giovani!) e inseguire Schlein, che ha fatto della sanità il suo cavallo di battaglia, o pony da torneo amatoriale se preferite.

Non c’è più traccia dell’accesso universale gratuito ai livelli essenziali di assistenza (LEA), presente nel 2013, e c’è sempre l’attacco alla devolution sanitaria senza il coraggio di promettere il ritorno a un servizio sanitario davvero nazionale: anche ora, benché si parli di modifica del titolo V, non c’è intenzione di toccare i poteri delle Regioni, tant’è che si dice che lo Stato deve “coordinare meglio”. Coordinare, cioè quello che già è previsto.

Il secondo punto è sul lavoro. Ci aspettavamo di trovare l’altro tema che ha caratterizzato l’opposizione al Governo Meloni, cioè il salario minimo legale a 9 euro l’ora, e infatti troviamo subito il salario minimo legale a…attenzione, è scomparsa la cifra. E prima ancora di incontrare Renzi! Dopo essersi intestati la battaglia e prima ancora di vincere le elezioni, tornano ad una proposta ancora più moderata di quelle di PD e M5S della scorsa legislatura, limitandosi a chiedere che il salario minimo sia coordinato col CCNL più rappresentativo. Che può significare anche meno di 9 euro, a fronte di una perdita cumulata di potere d’acquisto negli ultimi anni a doppia cifra percentuale.

Anche sulla precarietà c’è un arretramento. Nel 2018 volevano abolirla, insieme alla povertà, ora si limitano a chiedere “causali chiare per i contratti a termine”. Quando erano al Governo (Conte 1) effettivamente ridussero l’abuso di contratti a termine, ora arretrano e, ricordiamo ancora, prima di andare a trattativa con i loro alleati. Figuriamoci dopo.

Resta il reddito, 2.0, senza dettagli su forma ed entità e, ironicamente, c’è la revisione del codice dei contratti pubblici per maggiore trasparenza, quando sono stati proprio loro ad alzare la soglia degli acquisti senza gara, regalando uno spazio enorme alla corruzione.

C’è poi un punto innovativo davvero: la riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario. Bene, siamo d’accordo. Ma scommettiamo che, una volta al Governo, scopriremo che sarà lo Stato, quindi i fondi pubblici, quindi le vostre tasse, quelle di chi lavora, a finanziare questo terribile affronto ai poveri imprenditori che altrimenti non sapranno dove sbattere la testa? Scommettiamo che la parità di salario la andiamo a pagare comunque noi? Scommettiamo.

Noi sappiamo che vinceremo la scommessa, perché abbiamo imbrogliato e abbiamo già letto il punto 5, il cui titolo inizia con: “Meno tasse sul lavoro”, aka “riduzione del cuneo fiscale”. Già sentita? Certo, lo hanno fatto o annunciato tutti negli ultimi anni. Peccato si tratti di un’operazione di maquillage contabile, che per far risultare un netto in busta più alto va a minare la capacità dello Stato di garantire servizi, visto che diminuisce il prelievo fiscale. Detta in altri termini: una briciola in più di salario diretto, una fetta in meno di salario indiretto. Tassare le rendite finanziarie, gli extraprofitti, etc.? Sì, ma sin prisa, come diceva Benitez, piano piano, non facciamo arrabbiare nessuno. Tutto il punto, comunque, è interessante, perché rivelatore della visione economica del movimento: favorire il cosiddetto capitale “reale” contro quello “fittizio”, gli investimenti produttivi contro le speculazioni, aiutare le PMI a resistere e diventare grandi. Una visione, irrealistica, del funzionamento del sistema, che potremmo definire, parafrasando il barbuto di Treviri, “capitalismo feudale”. Il ritorno al bel capitalismo di una volta, quello che produceva, il boom economico, le lambrette e le vespe, ma dammi indietro la mia seicento, i miei vent’anni e una ragazza che ci sta. Anche qui si rivela che l’età media del grillino si è alzata, e i sogni sono invecchiati. Male.

Le piccole e medie imprese sono indubbiamente il soggetto di riferimento della parte economica del programma. Uno slittamento interessante per un partito che raccolse il grosso dei voti nel pubblico impiego, tra precari e disoccupati, specialmente al sud. Forse sapendo che quei voti non li ritroveranno, cercano di coprire un settore che, elettoralmente, in Italia conta comunque molto. Come? Come dice Mahmood: coi soldi. Riecco quindi il ripristino del programma Transizione 4.0, già fallito ma perché non riprovare, quindi ancora soldi alle imprese ma senza rogne quindi semplificazione amministrativa, sportello unico, meno burocrazia, agevolazioni fiscali, meno controlli, non vorrete mica “disturbare chi lavora”? Oddio chi l’ha detto? Ah già…

Chi ha scritto la parte sull’energia ha fatto bene i compiti: il paragrafo è serio e dettagliato, al netto della condivisione del merito. Anche qui però non c’è più traccia di quegli slanci di gioventù, va certo stimolata la produzione di energia pulita ma con calma e senza spaventare i monopoli dell’energia, quelli che nel 2018 volevano addirittura abolire. E poi per tranquillizzare proprio tutti tutti compare anche la parola “nucleare”, come aggettivo vicino a “fusione”. Un filone di ricerca, lo scriviamo per gli appassionati, dove se tutto va bene si iniziano a produrre watt nel 2040, dopo aver risolto due o tre problemini da niente su cui gli scienziati si arrovellano da tempo. Del resto perché dirigere ora e subito la produzione di energia verso tecnologie pulite ed efficienti se puoi mettere nel programma un punto degno delle scie chimiche? Premio nostalgia canaglia.

Il punto 10 è sulla casa. Limitazioni agli affitti brevi, ai BnB, tetto agli affitti, case popolari? Macché. Chi ha scritto questo punto era stanco: trovate solo un improbabile gestione pubblica di immobili temporaneamente prestati da privati. Ma perché un privato dovrebbe prestare il suo immobile per affrontare temporaneamente l’emergenza abitativa? Non si sa, a meno che, anche qui, lo Stato non offra una ricompensa allettante, coprendo parte dell’affitto o altro…

Ad ogni modo c’è poco o niente, come poco o niente, anzi meglio niente, sta nel punto successivo, sulla scuola, benché il M5S abbia espresso una ministra dell’Istruzione (che ha espresso i banchi a rotelle, in effetti tutto torna): niente sui salari di docenti e personale ATA, niente sulle ultime riforme dei tecnici e del 4+2, niente sull’obbligo scolastico. Ci sono scuole aperte, asili nido gratuiti (che non è il punto centrale, data la disparità dell’offerta sul territorio), chiacchiere sull’educazione digitale (già prevista dall’attuale ministro), piccoli aggiusti al PCTO (almeno potevano chiamarlo col nome aggiornato) e basta. Forse ce l’hanno con insegnanti e ATA perché non li hanno più votati? Certo così non li riconquisti.

Sull’ambiente c’è una bellissima idea di marketing: un albero a persona! Peccato che il piano su terra, acqua, aria, clima sia trentennale: chissà che clima avremo nel 2056! E peccato, soprattutto, che sia scomparsa l’acqua pubblica, con buona pace di quel famoso referendum del 2011 che di fatto li lanciò nell’agone politico nazionale. Ingrati.

Passando alle questioni internazionali il quadro non migliora. Il punto sulla guerra è un capolavoro di tatticismo: no al riarmo ma sì alla difesa comune europea; manca lo stop all’invio di armi all’Ucraina, sostituito con un più morbido “continuare a inviare le armi significa allontanare la pace”. Lo vediamo già, Conte, in un futuro ipotetico governo, scuotere il dito indice di fronte all’ennesimo pacchetto di aiuti militari, dicendo “non si fa”.

Anche sull’immigrazione vogliono cambiare senza cambiare. Superare la Bossi Fini – che lega il permesso di soggiorno a un contratto di lavoro – con “ingressi programmati esclusivamente sulla domanda reale di lavoro”. No al modello Albania, ma sì a “centri di assistenza presso paesi sicuri, di origine o transito”, solo sotto l’egida dell’ONU. Esternalizziamo le frontiere, sì, ma con la copertina del diritto internazionale.

Insomma, se vi aspettavate di rivedere Conte vestito da Grillo che va in trattativa streaming con Schlein vestita da Bersani, poi si alza e rovescia il tavolo beh, crediamo che rimarrete delusi. Lo diciamo anche ai fini tatticisti della sinistra cosiddetta radicale, quelli che pensavano di poter usare il M5S per far emergere contraddizioni e interessi popolari e poi si sono ritrovati, quando è andata bene, a lavorare per loro, male, a sbattere il muso contro i decreti sicurezza.

Più che Conte vestito da Grillo vedrete Conte vestito da Lucio Corsi: voleva essere un duro, ma si è addolcito ancora prima di andare a vedere le carte. Una normalizzazione che, lo confessiamo, ci mette anche un po’ di malinconia, ma di certo non ci stupisce. L’abbiamo vista arrivare, e non da ora, ma potevamo desiderare un finale meno scialbo.

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