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No, non ci sono due Italie diverse in rivolta. Ma una sola: quella degli oppressi

Davide DDL

No, non ci sono due Italie diverse in rivolta. Ma una sola: quella degli oppressi

Una delle narrazioni dominanti di questi giorni è che ci sarebbero due diversi paesi in rivolta: il primo, quello dei “maranza” che “rompono le vetrine” senza un’idea chiara di cosa vogliono, dall’altro i trasportatori, archetipo del working class hero, che combattono per il paese. Una narrazione che, per chi guarda al mondo come si guarda una vetrina di Kasanova, notando appena dei bei bicchieri colorati che in cucina ci starebbero benissimo, può anche sembrare solida. Ma che, facendo due passi indietro, si palesa per essere l’ennesima strategia per impedirci di superare questa crisi, come quei bicchieri colorati di Kasanova che intanto hai comprato, anche se non ti servivano.

I media tradizionali hanno usato in queste ultime settimane precisi strumenti di propaganda per restituirci un’immagine frammentata e divisiva delle proteste, con una strategia in tre fasi: oscuramento mediatico, sovra-rappresentazione e falsa dicotomia.

Oscuramento Mediatico – Fase 1

In una prima fase, quando a protestare c’erano solo i primi trasportatori del sud (dal 28 Settembre al 17 Ottobre)  la copertura mediatica è stata sostanzialmente assente. Dei primi blocchi stradali nel Foggiano a di quelli di Sicilia e Calabria si poteva scoprire qualcosa scrollando su tiktok, tra un video del matrimonio dei Me contro Te e la divertentissima crociera ipercalorica di Luca Della Rossa. Tra l’11 e il 14 ottobre nessuna delle sette reti nomina la protesta, nemmeno di passaggio. Per i primi sedici giorni la mobilitazione di autotrasportatori e agricoltori del Sud contro il caro gasolio non ha avuto un servizio in nessuno dei sette telegiornali serali: zero su 112 edizioni. Il 17 ottobre, su tutte e sette le reti, persino le piazze francesi hanno avuto più spazio della protesta italiana.

Sovra-ppresentazione – Fase 2

Con gli scontri nelle principali città italiane, con copertura principalmente a Milano, la storia cambia, in modo radicale. Gli scontri del 17 ottobre, a differenza dei blocchi stradali, hanno avuto una copertura prolungata ed estesa, con un racconto capillare dei disordini, funzionale a giustificare nell’opinione pubblica le decisioni repressive che il governo stava per prendere. Il dato più potente riguarda il 20 ottobre: tutti e sette i telegiornali nazionali hanno aperto con la vicenda degli scontri di Milano. Tutti!

Falsa Dicotomia – Fase 3

A questo punto è stato facile indurre nella gente una sensazione: siamo di fronte a due cose diverse. Questa strategia di propaganda in più fasi ha costruito consapevolmente una falsa dicotomia tra proteste legittime e proteste illegittime. Una dicotomia cavalcata senza sella, come cowboy che se ne fregano del varicocele, da telegiornali, media, podcast, creator, influencer, opinion leader e altre parole inglesi usate indifferentemente per tradurre la parola “sciacallo”, per galoppare con la demagogia una spaccatura che, sul piano pratico, non regge.

Se le vicende sembrano diverse, non lo sono né sul piano degli attori, né su quello delle vertenze e, sorprendentemente, nemmeno sulla “violenza”.

Se da un lato ci sono giovani, studenti, immigrati di seconda generazione e dall’altro agricoltori e trasportatori, tutti sono accomunati dall’essere classe oppressa. Le divisioni sono sostanzialmente narrative e si basano su razializzazione e infantizzazione delle piazze. Il colore della pelle, l’età, i nomi “poco italiani” sono tutti tasselli di un puzzle che una volta messo insieme crea l’immagine di Vannacci che dice “bravo, ci sei cascato anche stavolta”. Anche le vertenze, tra i due fenomeni, sono sostanzialmente le stesse. Spostandoci dal piano delle singole categorie, il dissenso parte dalla stessa direzione e mira allo stesso risultato. Si protesta contro carovita, economia di guerra, inflazione, ambiente, speculazione, genocidio. Si protesta per avere una redistribuzione più equa del benessere, poter prenotare una visita in tempo e arrivare a fine mese. Anche le modalità di protesta, su cui sembra esserci la differenza più evidente, non sono poi così distanti. Infine, se i decreti sicurezza di oggi, con orrori come l’art.420 bis che condanna l’uso di “fuochi d’artificio atti ad offendere”, mandandoti potenzialmente in galera per un babyshower, si dichiarano come necessari per combattere la violenza di chi rompe una vetrina, quelli di ieri, finiscono a reprimere anche i trasportatori. I DL sicurezza del 2018 e del 2025, infatti, rendono reato il blocco stradale con pene fino a 6 anni e tra ieri e oggi sono stati identificati 1338 trasportatori e denunciati 71, accusando di infiltrazioni malavitose una protesta, che, fino al giorno prima, il governo aveva usato come gold standard sulle corrette modalità di resistenza civile, su tutti i suoi canali di propaganda.

Non ci sono quindi due paesi diversi, ma uno solo, quello degli oppressi che con modalità, voci e storie diverse, chiede la stessa cosa, spinto per strada dalla stessa disperazione. Se la violenza di uno scontro in piazza è più didascalica per creare scandalo, quella di un blocco stradale resta accettabile solo finché la repressione non diventa necessaria per impedire che la situazione diventi troppo seria, “accelerando” il processo di aggregazione tra le persone. Il piano reale, fatto di DL, repressione e manganelli e quello narrativo della propaganda, si danno forza reciproca per la paura che l’aggregazione crei una cornice interpretativa comune (framing) in grado di unificare le diverse vertenze. Per questo, chiunque parli di “due Italie” sbaglia e bisogna sedersi al tavolo della rivoluzione con la faccia tosta di chi si siede in pizzeria di mercoledì consapevole che il nutrizionista di aveva messo pollo e fagiolini, e ordina pizza, birra e pure le fritture. Perché se la rivoluzione non è un pranzo di gala, forse, è una pizzeria di quartiere dove sgarri con la scusa del compleanno di tua cugina.


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