Pubblichiamo l’intervista a Mohammed el-Kurd realizzata da Tamara Taher all’interno della presentazione del suo libro Vittime perfette, organizzata dallo Spazio Catai a Padova il 5 ottobre 2026. Poeta, scrittore e giornalista palestinese, Mohammed el-Kurd è nato nel 1998 a Sheikh Jarrah, quartiere di Gerusalemme Est. Dal 2009 la sua famiglia, insieme a decine di vicini, è diventata simbolo della lotta contro gli espropri israeliani.
Tamara Taher Vittime perfette è un libro capace di parlare a persone con posizioni molto diverse: si rivolge a palestinesi di orientamenti diversi, agli alleati e anche a chi produce le narrazioni dominanti sulla Palestina e sul popolo palestinese. Da un lato turba e scuote il lettore, perché lo mette di fronte a una serie di decostruzioni di concetti e di parole. Dall’altro lo inquieta, nel senso che cerca di allontanarlo dai presupposti coloniali che stanno alla base di molte narrazioni.
Per avviare la conversazione, però, vorrei richiamare alcuni elementi storici. Il presente che viviamo è il risultato di una lunga storia di colonialismo d’insediamento in Palestina, ma anche del colonialismo a livello globale, inteso come struttura politica ed economica che ha permesso l’espansione globale del capitalismo, nelle sue dimensioni militare, digitale e industriale.
E quando guardiamo agli ultimi decenni della storia palestinese, ci troviamo anche dentro narrazioni di pacificazione. Mi riferisco innanzitutto agli Accordi di Oslo, che negli ultimi trent’anni hanno allineato i territori palestinesi al sistema economico e politico neoliberista globale. Ne sono derivati approcci umanitari alla questione palestinese, un’economia palestinese intrappolata in una struttura di aiuti e di dipendenza, forme di collaborazione tra l’Autorità Palestinese e l’occupazione, e così via. E se guardiamo a Gaza oggi, siamo immersi in un’attualità in cui viene presentato un piano di pace che, ancora una volta, mette a tacere la voce dei palestinesi, le loro riflessioni e le loro prospettive su ciò che desiderano per il proprio futuro.
Dico tutto questo perché in questo libro, come nella tua opera precedente, parli dal punto di vista di chi ha vissuto questi processi sulla propria pelle, nella vita quotidiana. Vorrei quindi partire dalla tua esperienza, dai tuoi sentimenti, da ciò che ti ha spinto a scrivere questo libro, per contestualizzare l’opera.
Mohammed el-Kurd Sono nato in una famiglia e in un quartiere minacciati di espulsione, di violenza da parte dei coloni e di pulizia etnica. Dagli anni Settanta le nostre famiglie lottano per sopravvivere a Gerusalemme contro organizzazioni di beneficenza registrate negli Stati Uniti, che rivendicano le nostre case come proprie per decreto divino: sostengono che Dio gliele abbia donate. E tutto questo avviene, come sapete, sotto una magistratura israeliana estremamente complice, un sistema giudiziario creato dai coloni per i coloni, in cui ci si ritrova senza alcun ricorso legale e senza alcuna prospettiva per il futuro.
Poi, nel 2008, metà della nostra casa è stata occupata da un colono israeliano di Long Island, New York – per quanto assurdo possa sembrare – con l’aiuto dell’esercito, della polizia, dei tribunali, del governo e di chi più ne ha più ne metta. Per quanto assurdo e bizzarro possa sembrare, questa è la realtà per molte migliaia di palestinesi in Cisgiordania, a Gerusalemme, a Gaza. E proprio per l’assurdità della nostra situazione abbiamo attirato moltissimi giornalisti americani, occidentali, europei, moltissimi diplomatici, attivisti, curiosi: persone informate e solidali, persone male informate e maliziose, persone gentili e persone non proprio gentili. Tutti venivano a casa nostra ad ascoltare la nostra storia, e la nostra casa è diventata una sorta di punto di riferimento dove rendersi conto di ciò che accade a Gerusalemme: un microcosmo della più ampia Nakba palestinese.
Ma quando si ha costantemente davanti un pubblico di diplomatici, giornalisti e simili, ci si accorge di recitare per loro, per i loro sguardi. Uno dei miei primi ricordi è quello di mia nonna, che all’epoca aveva ottant’anni, mentre parlava con questi giornalisti a casa nostra e chiamava i coloni ebrei che vivevano in casa nostra semplicemente «gli ebrei». E io la interrompevo: «No, non chiamarli “ebrei”, chiamali coloni», perché non volevamo che pensassero che fossimo antisemiti. Era più importante chiarire che non eravamo antisemiti che parlare della spoliazione, della casa che ci era stata sottratta dai coloni israeliani, della violenza e della brutalità che stavamo subendo.
E crescendo lo si percepisce su vasta scala, in particolare nel contesto del genocidio a Gaza. Mentre le persone bruciano, mentre subiscono violenze, mentre le bombe cadono sui campi profughi e gli ospedali vengono ridotti in cenere, noi restiamo intrappolati in discussioni teoriche, astratte. Parliamo ancora dei sentimenti degli ebrei e dei sionisti, di antisemitismo, degli studenti: se gli studenti siano abbastanza educati, se possano dire «dal fiume al mare», se «dal fiume al mare» sia un appello al genocidio, che cosa si intenda per «Palestina libera». Ci concentriamo esclusivamente sul linguaggio anziché su ciò che è davvero rilevante e moralmente urgente; ci concentriamo su qualcosa di moralmente insignificante, sull’astratto.
Per questo ho voluto offrire una visione d’insieme del discorso sulla nostra causa. La maggior parte dei libri sulla Palestina è eccellente, alcuni sono anche divertenti, ma per lo più sono del tipo: «l’ONU dice questo, il diritto internazionale dice quello, secondo le mie ricerche le cose stanno così». Tutte osservazioni necessarie. Ma credo servisse anche una critica del discorso stesso, per guardarlo da una prospettiva più ampia, perché in gran parte di ciò che facciamo restiamo intrappolati in un angolo, costretti a difenderci dalle accuse. Devo prima dimostrarvi che sono degno di compassione, degno dei diritti umani, che sono educato e gentile e che non odio gli ebrei, perché mi permettiate di raccontare la mia storia. Ho pensato che fosse importante rompere questo schema.
La tesi del libro è molto semplice, quasi elementare: indipendentemente da ciò in cui credono, i palestinesi meritano i diritti umani, perché tutti meritano i diritti umani. A prima vista è estremamente semplice, ma quando la si approfondisce diventa un po’ più complicata. Quello che sto cercando di dire è che, indipendentemente dal fatto che i palestinesi siano istruiti, colti e comprendano l’antisemitismo europeo, meritano gli stessi diritti. E anche se Hamas avesse costruito tunnel sotto gli ospedali, questo non giustificherebbe il bombardamento di un ospedale: è a quel punto che per il lettore l’empatia diventa più difficile. Ed è proprio questo il tipo di tesi che volevo approfondire.
Tamara Taher Trovo molto interessante anche il fatto che tu insista, nei tuoi scritti, nel parlare non solo dal punto di vista di un palestinese, ma di un uomo palestinese, rivendicando la possibilità e l’importanza di scrivere usando il pronome maschile. Vorrei chiederti di approfondire questo aspetto: che cosa significa per te scrivere al maschile e rivendicare il pronome maschile per i palestinesi?
Mohammed el-Kurd Di solito l’approccio consiste nel concentrarsi in modo particolare sulle donne e sui bambini palestinesi. È un’enfasi eccessiva, che produce due effetti. Il primo è che priva queste donne e questi bambini della loro capacità di agire: le donne palestinesi sono state le artefici della prima Intifada, hanno contribuito a plasmare la nostra storia, e lo stesso vale per molti bambini palestinesi.
Il secondo effetto è che l’iperconcentrazione su donne e bambini condanna a morte gli uomini palestinesi. L’implicazione è che tutti gli uomini palestinesi siano combattenti e che tutti i combattenti meritino di morire. Scrivendo con il pronome maschile volevo costringere il lettore a confrontarsi con l’uomo palestinese: non solo con il padre palestinese, ma anche con il combattente palestinese. Volevo che fosse chiaro che cosa intendo quando dico che i palestinesi meritano i diritti umani, la giustizia, la liberazione: intendo anche i combattenti, chi pratica la resistenza armata e così via.
Ma la decisione di usare solo pronomi maschili è solo una delle tante scelte, a mio avviso politiche, che ho fatto nel libro. Se guardate le note a piè di pagina, per esempio, ci sono molte battute; cito anche proverbi, detti tradizionali, quelli delle anziane palestinesi. Ciò rappresenta per me una sorta di ribellione contro l’immagine dell’accademico palestinese: l’idea che si debba essere seri, in giacca e cravatta, altezzosi e molto istruiti per essere presi sul serio.
Credo che la saggezza dei proverbi sia davvero profonda. Faccio una piccola digressione: nel 1936, durante la rivolta palestinese contro gli inglesi, i proverbi hanno avuto un ruolo determinante nel plasmare la cultura. Per un certo periodo la maggior parte dei proverbi palestinesi era profondamente disfattista. Uno dice, per esempio: «Metti la testa tra le altre teste e canta per il boia», cioè sottomettiti a chi taglia le teste, lasciati uccidere. Un altro ancora: «Cammina rasente al muro a testa bassa e spera per il meglio», cioè rassegnati al fatto che non puoi fare nulla per cambiare la tua situazione.
I proverbi hanno quindi avuto un ruolo fondamentale nel portare il popolo palestinese a rassegnarsi alla logica coloniale. Poi è emersa un’altra corrente di proverbi, in un certo senso rivoluzionari. Non dico che fossero orchestrati: erano semplicemente un riflesso dell’epoca. Il mio preferito è quello in cui chiedono al re: «Chi ti ha nominato re?», e il re risponde: «Nessuno me l’ha impedito». È un proverbio che esorta le persone a ribellarsi, a lottare.
Insomma, queste due scelte editoriali sono state una sorta di ribellione contro le aspettative nei confronti dello studioso palestinese. Allo stesso modo, c’è anche una ribellione contro l’autorevolezza della vittima palestinese; parlo della mia esperienza personale solo a partire dal sesto capitolo, non subito. Perché nel dibattito pubblico ai palestinesi si dice che, per essere ascoltati, devono aver subito o essere sopravvissuti a violenze eclatanti. Gli israeliani, nel frattempo, possono essere semplicemente esperti, registi, analisti, medici, accademici o qualsiasi altra cosa. A noi, per avere il permesso di parlare, tocca aver preso un colpo in testa e aver visto la nostra famiglia distrutta, e così via. Anche questa scelta editoriale è quindi una ribellione contro tutto ciò.
Tamara Taher Quello che hai detto mi fa pensare all’analisi organica di Ghassan Kanafani sulla rivolta del 1936–1939, alla sua attenzione per la cultura popolare e orale; e a come quella cultura rifletta le tensioni materiali e sociali della società palestinese dell’epoca.
La prossima domanda riguarda più in particolare la tua esperienza e le tue opinioni sulla posizione che ti è stata assegnata e sull’attenzione che hai ricevuto per la tua produzione intellettuale e culturale. Sei sempre stato molto critico e riflessivo sulla tua esperienza, sottolineando che non cerchi né condividi l’idea dell’eroe individuale, della voce palestinese eccezionale che viene riconosciuta proprio perché spesso si trasforma in una forma di cooptazione. Vorrei che approfondissi questo punto e lo collegassi a un’altra domanda: come possiamo pensare la solidarietà con i palestinesi senza riprodurre forme di strumentalizzazione?
Che cosa suggeriresti alle persone solidali con la Palestina per evitare, da un lato, una solidarietà fondata sul razzismo e sulla razzializzazione dei palestinesi e, dall’altro, il saviourism, l’atteggiamento di chi continua a voler dettare legge ai palestinesi o a salvarli, o addirittura a dire loro cosa pensare, invece di stare in un rapporto orizzontale e reciproco?
Mohammed el-Kurd Credo che chi sale su un palco debba, almeno a livello inconscio, “amare” l’attenzione. Penso sia importante ammetterlo, anche perché è qualcosa che accelera la possibilità di raggiungere le persone, di far arrivare le proprie idee nelle loro tasche, attraverso i telefoni o i libri. Sono d’accordo con la tua posizione, ma vorrei complicarla leggermente. Credo che nel corso della storia abbiamo imparato l’importanza delle icone. Non sto dicendo di considerarmi tale. Ma nella storia c’è stato bisogno di Martin Luther King – che non era solo un uomo, era un intero movimento, eppure c’era bisogno di lui. C’è stato bisogno di Anna Frank, c’è stato bisogno di Malala. C’era bisogno di quelle persone per comunicare e rendere comprensibili movimenti di massa. È incredibilmente importante e, al tempo stesso, incredibilmente pericoloso riassumere un intero movimento in una sola persona, come dicevi tu, per il rischio di cooptazione e di depoliticizzazione.
Ma se ci si trova in quella posizione, credo sia intelligente sfruttarla a proprio vantaggio. Per esempio, nel 2021 io e mia sorella siamo stati informati via e-mail che saremmo stati inseriti nella lista delle cento persone più influenti al mondo della rivista Time. Ti chiedono però se accetti o rifiuti di essere inserito nella lista. Subito ho fatto finta di non vederla e ho preparato una dichiarazione da diffondere prima della pubblicazione. Poi è uscito l’annuncio e ho pensato: questo significa ridurre un’intera causa a un unico individuo, è problematico, eccetera. Così ho usato la piattaforma che mi offriva Time per mettere in discussione la piattaforma stessa e per far luce sulla questione più ampia: all’epoca la pulizia etnica, oggi il genocidio. Non la definirei necessariamente una buona intuizione politica; è piuttosto un buon istinto mediatico.
Ora, come si evita la strumentalizzazione? Credo evitando il riduzionismo identitario, gli schemi identitari. Questa, secondo me, è la cosa più importante. Non si dovrebbero sostenere i palestinesi solo perché sono palestinesi. Non perché sono brave persone, né perché a Gaza hanno dato un contributo alla medicina, né perché facciamo falafel e hummus, né perché siamo bravi a cantare o a ballare. No: dovreste sostenere i palestinesi perché subiscono un genocidio, e il genocidio è un male. Perché affrontano il colonialismo, e il colonialismo è un male.
Anche perché moltissimi palestinesi sono essi stessi persone cattive: se si desse un microfono a ogni palestinese, molti direbbero cose orribili, razziste e stupide. E questo non vale solo per i palestinesi: vale per la lotta dei neri, per le lotte femministe. Non si tratta dell’identità della vittima, ma dell’ingiustizia che subisce. Quando si passa da un quadro di riferimento tribale, che sostiene qualcuno solo sulla base dell’identità, a un quadro fondato sui valori non solo si evita di trasformare i palestinesi in un simbolo, ma si costruisce una prospettiva del tutto nuova da cui guardare il mondo intero, e si possono applicare quei valori a ogni lotta: le lotte di classe, i sindacati, il dibattito di oggi sul turismo e l’abitare, il cambiamento climatico e così via.
Credo tuttavia che i nostri movimenti siano comunque esposti alla cooptazione, alla presa di potere da parte delle élite, all’essere ridotti a una questione di identità e nient’altro. È un pericolo enorme. So che le intenzioni sono buone: le persone vogliono dare spazio ai palestinesi, sostenere le voci palestinesi. Ma bisogna sempre puntare sul valore del discorso, non solo sull’esperienza vissuta.
Tamara Taher Credo che quello che dici sia molto importante anche perché questo tipo di relazione permette a chi è solidale con la causa palestinese di comprendere i palestinesi nella loro natura, nella loro molteplicità, senza ridurli a una causa astratta. Significa riconoscere anche i conflitti interni, le differenze interne e i diversi progetti politici che i palestinesi propongono. Non andiamo tutti nella stessa direzione solo perché siamo palestinesi: abbiamo classi sociali diverse, progetti politici diversi, esperienze diverse della nostra frammentazione. Questo è fondamentale per metterci tutti su un piano di reciprocità, anziché raccontare un’unica identità.
La prossima domanda vuole darti spazio per parlare delle due tensioni presenti nel libro: la disumanizzazione e l’umanizzazione. Da un lato analizzi la disumanizzazione all’interno delle strutture dell’islamofobia, dell’orientalismo e soprattutto della «guerra al terrore», con tutte le sue narrazioni e le sue strutture materiali; dall’altro sottolinei anche la violenza dell’umanizzazione. Questo, a mio avviso, è l’aspetto più originale e importante del tuo lavoro in questo libro. Puoi dirci di più su entrambe queste forme di violenza, sia materiale sia epistemica?
Mohammed el-Kurd In sostanza, quello che sostengo è che negli ultimi decenni, dopo la prima e la seconda Intifada, forse dopo l’11 settembre e altri eventi, palestinesi, musulmani e arabi sono stati razzializzati come «altri», in particolare come terroristi. E tutti capiamo quanto questo sia razzista e disumanizzante. Così, in reazione a quella demonizzazione, a quella definizione del palestinese, dell’arabo, del musulmano, i nostri amici e alleati – giornalisti e attivisti ben intenzionati – hanno creato un quadro di riferimento, una serie di strumenti. E anche noi palestinesi, per necessità, ne abbiamo creati, per spostare il palestinese dalla cornice del terrorista a quella della vittima: per contrastarne la demonizzazione, umanizzandolo. Ma l’umanità attraverso cui definiamo il palestinese è in sé un’umanità estremamente appiattita, estremamente limitante, estremamente disumanizzante.
Perché afferma che il palestinese, per essere considerato un essere umano, debba aderire a standard etnocentrici di civiltà. Deve attenersi a un certo modo di essere. Deve avere un certo passaporto, magari europeo o americano. Deve esercitare una professione nobile: magari è un medico, magari un giornalista. Deve essere sopravvissuto a una violenza eclatante, oppure avere nel cuore una straordinaria capacità di perdono. Solo allora è un essere umano. In pratica, non basta dire: «Quest’uomo è stato ucciso dall’esercito israeliano». Si dice: «Quest’uomo è stato ucciso dall’esercito israeliano mentre andava a eseguire un intervento salvavita su una ragazza a Ramallah». Bisogna cucirgli sulla schiena le ali di un angelo, mettergli in testa l’aureola di Gesù Cristo, per renderlo comprensibile e simpatico al lettore, allo spettatore, all’ascoltatore.
E secondo me questo è altrettanto disumanizzante e altrettanto violento, perché esilia e cancella da questa equazione tutto il resto del popolo palestinese. Ci parlate continuamente dei padri palestinesi gentili e di quanto amino i loro figli. E i padri assenti? I padri orribili? I padri pieni di odio che non pagano gli alimenti? Dovrebbero essere bombardati? Evidentemente no. La vostra solidarietà dovrebbe essere onnicomprensiva. Il problema dell’umanizzazione è che suggerisce che ai palestinesi sia consentito un solo insieme di emozioni: generosità, educazione, clemenza. E se un palestinese prova a manifestare altre emozioni umane, come la rabbia, l’odio, il disprezzo, o tendenze e sentimenti violenti, allora quel palestinese non è più umano. Ma «umano» non è un aggettivo: è qualcosa di complesso e onnicomprensivo.
E se posso soffermarmi ancora un po’ su questo punto: credo che oggi moltissime persone siano molto consapevoli di questa dicotomia tra terrorista e vittima. Ma anche la nuova reazione a questa dicotomia è problematica, perché dal terrorista e dalla vittima si è passati all’archetipo dell’eroe. Per ribellarsi alla figura della vittima e allo schema del terrorista, si dipinge il palestinese come un eroe sovrumano, impenetrabile, imbattibile, capace di sopportare tutto: «Oh mio Dio, la resilienza del popolo di Gaza non ha eguali!». Come se non fossero semplicemente persone che cercano di sopravvivere, proprio come voi e me.
Tutti e tre questi modelli interpretativi, a mio avviso, sono disumanizzanti. Se si vuole essere davvero solidali con i palestinesi, o con qualsiasi popolo emarginato, bisogna pensare a un approccio onnicomprensivo, che abbracci l’intero spettro degli affetti, delle emozioni, dei modi di essere, delle convinzioni. Un esempio concreto: la gente dice «piangiamo i giornalisti di Gaza». Ma se il giornalista lavorava per un’organizzazione finanziata da Hamas, cioè per un organo di stampa finanziato dal governo di Gaza – esattamente come un giornalista britannico lavora per la BBC –, allora quel giornalista meritava di morire. È una follia. Il livello di razzismo normalizzato in Europa e in America è assurdo.
Tamara Taher In questo contesto parli anche della storia di Shireen Abu Akleh1. Racconti di come, quando Shireen è stata uccisa, l’unico modo che molti hanno trovato per protestare contro la sua morte violenta sia stato sottolineare che era cittadina americana, titolare di un passaporto statunitense. In un certo senso questo trova eco nei casi dei giornalisti di Gaza di cui parlavi, che non hanno quel tipo di rapporto con l’impero: un documento che li legittimi e conferisca loro una posizione che li avvicini al pubblico occidentale.
Con la prossima domanda vorrei passare dalla parte di decostruzione e critica a quella su come possiamo immaginare e pensare il mondo secondo i nostri termini. Per farlo vorrei leggessi uno dei punti principali delle note dell’autore, dove lo dici in modo molto chiaro.
Mohammed el-Kurd
Le critiche non fanno male. Non intendo l’autoflagellarsi o il colpevolizzare le vittime: le critiche fatte in buona fede dovrebbero essere affrontate in buona fede. Tuttavia, non considero Vittime perfette una critica di per sé. Né lo considero un manifesto o una monografia. È piuttosto un’analisi critica delle strategie e delle tattiche, delle ideologie e degli impulsi, delle ipotesi e delle convinzioni, un’infiltrazione nei discorsi dominanti. Provo a iniettare la dimensione locale e la sua autorità epistemica – entrambe ignorate in modo macroscopico – nella dimensione globale: nel globale autocratico e arrogante. In questi giorni va di moda definire questo momento storico “senza precedenti”, ma è piuttosto un momento esistenziale. E a dargli incessantemente forma sono le persone che rischiano la vita, che si sacrificano in modo volontario (e più spesso involontario) e che producono cultura, eloquente o meno; persone che non verranno trattate da protagoniste, ma come semplici siti antropologici di assoggettamento e miseria, o scadute epifanie del passato. Con questo libro cerco di ricollocare le classi annientate e rese invisibili come artefici della storia, anziché come oggetti storicizzati: a queste classi va la mia lealtà. Oltre a tentare di colmare l’abisso tra la Palestina e il mondo, voglio anche affrontare la tensione tra la terra natia e la diaspora.2
Comunque, il resto del libro non è così noioso, il resto è divertente.
Tamara Taher Credo sia un punto rilevante, ed è per questo che volevo che lo leggessi. Mi tocca da vicino: parlo qui da palestinese della diaspora, da musulmana italiana, e così via. Questo passaggio mi tocca profondamente e risuona con un appello più ampio, con l’urgenza e il bisogno che molte persone oppresse e razzializzate esprimono da tempo, e soprattutto negli ultimi tempi. Da un lato ci rifiutiamo di condannare, ci rifiutiamo di continuare a dare spiegazioni, a scusarci per ciò che siamo e a umanizzarci per poter essere ascoltati. Ma una volta fatto tutto il lavoro e la fatica di criticare il sistema in cui siamo invischiati, sentiamo anche l’urgenza di riappropriarci dei nostri termini, dei nostri modi di fare, delle nostre storie e della nostra visione del mondo.
Questa seconda parte mi interessa molto, e mi ricorda l’approccio di Frantz Fanon alla decolonizzazione: per lui la critica era solo l’inizio, e il suo obiettivo principale era rivolgersi non al colonizzatore ma al colonizzato, con l’obiettivo della liberazione e della costruzione di un nuovo essere umano. La domanda è quindi: secondo le riflessioni contenute nel libro, come possiamo noi palestinesi, e ovviamente altri gruppi oppressi, rivendicare i nostri termini? Quali parole sarebbero significative per te per parlare di noi stessi in modi che non riproducano la logica coloniale in cui siamo intrappolati, in cui o ci rappresentiamo attraverso quel linguaggio oppure gli opponiamo resistenza, ma senza avere lo spazio per riappropriarci delle nostre parole e della nostra lingua?
Mohammed el-Kurd Innanzitutto, è una domanda molto difficile a cui rispondere. Ma è davvero ottima. In secondo luogo, forse io sono più orientato all’analisi del discorso. Il fatto di presentarci in un certo modo è qualcosa che non possiamo evitare: è nella natura umana mettersi in scena. L’umanità nel suo complesso è una recita: la propria mascolinità, il proprio lavoro, il proprio status, gli abiti che si indossano, è tutto una recita. E credo che questo valga anche per i palestinesi: siamo sul palcoscenico mondiale, riceviamo un’attenzione sproporzionata e siamo costretti a recitare. E allora credo sia meglio mettere in scena la soggettività della dignità e del rispetto di sé piuttosto che quella della sottomissione, della vittimizzazione e così via.
Ma ci vuole anche un equilibrio, e credo che sul piano discorsivo bisogna opporsi alla disonestà. Vi racconto una storia. C’era un medico palestinese che è stato ucciso dall’esercito israeliano a Jenin. Quando è stato ucciso, la notizia diffusa a livello locale era che un medico palestinese era stato ucciso dall’esercito israeliano mentre soccorreva i feriti sul campo. La verità, però, era che di giorno faceva il medico e di notte il combattente: faceva parte di un gruppo paramilitare.
E poiché nel nostro movimento manca un ecosistema sano, il suo atto di resistenza, invece di essere un atto di accumulazione, un atto collettivo, orientato al futuro, è diventato iper-individuale. Perché l’ecosistema che lo circondava – le organizzazioni della società civile, le testate giornalistiche, gli attivisti, gli influencer di Instagram – ha nascosto la testa sotto la sabbia invece di dire, con sincerità: «Mio Dio, che eroe. Difendeva la sua comunità. Come faceva ad avere l’energia per essere medico di giorno e combattente per la libertà di notte?». Invece di raccontarlo in un modo che lo valorizzasse, che ne facesse un eroe, come sarebbe accaduto in qualsiasi altro contesto – pensate all’Ucraina, per esempio –, nascondiamo la testa sotto la sabbia e facciamo finta di non sapere cosa stia succedendo.
Ed è proprio lì che si apre il divario: l’atto di resistenza diventa iper-individualizzato, e noi lavoriamo a posteriori cercando di spiegare. Come dico nel libro, passiamo il tempo a spiegare che gli israeliani ci accusano di attacchi con il coltello, anche se noi non abbiamo mai portato un coltello. Ed è vero: il più delle volte sono loro a mettere i coltelli accanto ai corpi delle persone che uccidono, per dire che stavano per compiere un accoltellamento. Ma perché non ci fermiamo a chiederci perché qualcuno dovrebbe voler impugnare un coltello, in primo luogo?
Qualche anno fa c’era un ragazzo, un giovanissimo, di nome Odai, che veniva da un campo profughi di Gerusalemme. Credo che un giorno ne abbia avuto abbastanza di vivere sotto occupazione, di dover affrontare i soldati in ogni momento, le perquisizioni corporali, le umiliazioni, la violenza e la brutalità dei coloni. Ne aveva abbastanza e, in qualche modo, si è procurato una pistola e ha sparato contro un posto di blocco militare israeliano che, secondo il diritto internazionale, non avrebbe nemmeno dovuto trovarsi lì. E miracolosamente è riuscito a sfuggire all’esercito israeliano; di solito queste persone vengono uccise sul posto. La polizia israeliana ha diffuso un comunicato in cui si diceva che un individuo era latitante, con la testa rasata e vestito tutto di nero. E nel giro di poche ore, anzi di pochi minuti, sembrava che ogni singolo ragazzo di Gerusalemme si fosse rasato la testa e vestito di nero, per rendere più difficile alla polizia trovarlo. Ed è stato davvero molto più difficile rintracciarlo.
Uso questa storia vera come metafora di come dovrebbe essere il nostro ecosistema. Dovremmo incarnare quello stato di rifiuto, quello stato di resistenza: non possiamo limitarci a difenderci dalle accuse, non possiamo semplicemente prendere le distanze dalla resistenza. Dobbiamo essere in dialogo con essa. Se il martire è solo un martire, senza il poeta che ne racconti il martirio e lo spieghi alla gente, senza il giornalista che illustri le motivazioni del combattente, allora restano solo individui che compiono atti di violenza inspiegabile, insensata. È nostro dovere, in quanto produttori di conoscenza, renderli comprensibili al resto del mondo.
Tamara Taher Un’ultima domanda che ci riporta all’inizio dell’incontro, alla Palestina come microcosmo del mondo. La Palestina mostra al mondo intero, in forma concentrata e accelerata, qualcosa che non è affatto esclusivo della Palestina, ma che permea le società di tutto il mondo.
E le persone che negli ultimi anni hanno manifestato per la Palestina, anche in Italia, hanno davvero messo in luce questo nesso. Come ci dicevano poco fa, chi qui manifesta per la Palestina è diventato più consapevole e attento anche ai problemi, alle catastrofi e ai disastri che le persone devono affrontare in Italia e nel mondo. La domanda è quindi: che cosa possono imparare le persone dalla Palestina, soprattutto in termini di resistenza, ma anche di fronte alle catastrofi? I palestinesi vivono una Nakba “permanente”, una catastrofe che dura da un secolo, eppure trovano il modo di continuare a esistere in modo significativo e concreto. Che cosa si può imparare da queste forme di esistenza palestinese che diventano, in sostanza, forme di resistenza? E, d’altra parte, come si può opporre resistenza a ciò che accade in Palestina opponendola al tempo stesso a ciò che accade nel proprio contesto, considerando le complicità e le interconnessioni tra i sistemi di oppressione in Europa e nel mondo, in questo caso in Italia?
Mohammed el-Kurd Credo sia innegabile che la Palestina, e in particolare il genocidio a Gaza, abbia galvanizzato la sinistra e i progressisti, anche a loro vantaggio. Non lo dico con giudizio né in tono sprezzante: è oggettivamente vero che senza Gaza Zohran Mamdani non avrebbe vinto le elezioni a New York, e che i Verdi nel Regno Unito non farebbero tanto rumore. Gaza, l’osservazione di Gaza e il genocidio a Gaza hanno permesso al mondo di ritrovare nuova energia e alle persone di mobilitarne altre: si è radicalizzata un’intera nuova generazione. Si può muovere una critica – e io la muovo – all’uso della causa come semplice strumento per ottenere vantaggi politici, per poi abbandonarla. Ma anche al netto di questo, è oggettivo che c’è nuova linfa nei nostri movimenti e che le persone stanno unendo le forze.
Sì, mi sta a cuore che siate consapevoli della disumanizzazione e dell’umanizzazione, che sappiate cos’è la rappresentazione, che leggiate il libro. Ma se c’è una cosa da portare con voi, è che dovreste unirvi a un’iniziativa. Dovreste aderire a un’organizzazione, entrare in un collettivo, partecipare a una campagna, fare volontariato, lavorare in qualunque modo. Non basta avere le intenzioni giuste. Non basta condividere infografiche. Dovete impegnarvi in prima persona. Dovete pensare a voi stessi come protagonisti della storia, non come persone a cui la storia semplicemente accade.
Credo sia la cosa più importante, e l’Italia ne è un ottimo esempio. Sapete cosa succede? La gente qui dice: «Non possiamo fare nulla, saranno i palestinesi a liberarsi da soli». I palestinesi rispondono: «No, noi non possiamo fare nulla, sarà Biden a liberarci». E Biden risponde: «Ho la demenza». La gente di Gaza pensa: «Sarà Hezbollah a liberarci», e Hezbollah pensa: «Sarà l’Iran a liberarci». Tutti indicano da qualche altra parte. Credo siano dibattiti futili. Il luogo più importante in cui chiunque può agire è proprio qui, dove si trova, a livello locale.
E l’Italia è un luogo ideale per farlo. C’è il porto di Venezia, da cui partono verso Israele carichi di armi provenienti dalla Germania e dall’Italia. Ci sono aziende produttrici di armi che da qui inviano a Israele componenti fondamentali di elicotteri e di aerei da combattimento. C’è qualcosa che si può fare, ed è lì che tutti, qui, dovrebbero rivolgere la propria attenzione a livello locale.
Dal pubblico
Intervento 1 Vorrei tornare a quando parlavi di icone, magari spostandomi un po’ sulla creazione delle icone, e uso il tuo esempio di Shireen Abu Akleh per approfondire l’argomento. Mi chiedo se a volte non possa essere un utile strumento mediatico per contrastare la narrazione sionista liberale che sta permeando ogni ambito – la convivenza, la pace, eccetera. Non potrebbe essere un buon strumento mediatico dire: guardate Shireen Abu Akleh, che tra l’altro è una cristiana palestinese, appartiene a quella minoranza, è una cittadina americana a tutti gli effetti, una professionista affermata, eppure per l’occupazione sionista non è degna di vivere?
Mohammed el-Kurd C’è un valore in queste icone, nel mostrare stati estremi di brutalità, perché dimostrano che anche persone così vengono uccise dall’occupazione israeliana. In linea di principio sono d’accordo. In effetti, la reazione all’uccisione di Shireen Abu Akleh è stata più intensa: innanzitutto perché era una figura molto amata, tutti la conoscevano, era come un’immagine delle nostre vite. Ma anche perché era una donna, cristiana, che indossava elmetto e giubbotto stampa e aveva un passaporto americano. Di nuovo, si può ragionare a breve termine: la metto in prima pagina e ottengo più attenzione. Ma nel lungo periodo tutte queste strategie rafforzano l’idea che alcune vite valgano più di altre. Forse funzionano sul momento, ma è un investimento migliore, a lungo termine, cercare di smantellare l’intera struttura secondo cui la vita di un americano vale più di quella di un palestinese. Questa è, in un certo senso, la mia crociata, ciò in cui credo. E non solo per ragioni morali: non penso che sia strategicamente sostenibile. Perché che cosa ha ottenuto Shireen Abu Akleh, se non un necrologio sul New York Times titolato «Giornalista palestinese muore a 51 anni»? Ecco, questa è la mia opinione.
Intervento 2 In questi giorni è uscito il documentario Naza. La mia domanda riguarda le recensioni del film, perché ci sono state critiche dalla destra, che ci aspettavamo, ma anche dalla sinistra. Si dice: va bene, è un bel film, ma è stato presentato in un festival mainstream, è raccontato da una posizione di potere e la voce dei palestinesi non è presente. Vorrei sapere cosa ne pensi.
Mohammed el-Kurd Qui fuori mi ha avvicinato un giornalista e mi ha chiesto del film. Gli ho risposto semplicemente: «Non mi interessa, non ho visto il film e non rispondo a domande al riguardo». C’è una valutazione a breve termine e una a lungo termine. Quella a breve termine è questa: certo, forse il film può raggiungere persone che io, in quanto palestinese, non riesco a raggiungere. Forse, come esempio di giornalismo d’accesso, ha accesso a informazioni che io non potrò mai ottenere: non mi siederò mai accanto a un israeliano qualunque a chiedergli quanti bambini abbia fatto saltare in aria. Sono cose importanti, che forse mettono a disagio gli israeliani: il governo israeliano ha pubblicato la propria versione del film3, quindi è evidente che non ne sono affatto contenti. Questo gli fa guadagnare qualche punto.
Il mio problema è che in un certo senso abbiamo perso la testa. È solo un film, un documentario di un’ora e mezza, non una bomba atomica, e lo trattiamo come la seconda venuta di Gesù Cristo. Come se vincesse l’Oscar e la statuetta, lanciata contro i militari, li facesse esplodere. Dobbiamo essere più lucidi e ragionevoli. Il nostro entusiasmo per un film che ripete letteralmente ciò che i palestinesi dicono da tre anni è strano: è uno strano impulso esaltarsi così e fingere che sia rivelatore, pieno di epifanie e di scoperte, quando i palestinesi lo dicono e lo documentano da anni e anni.
Ed è qui che entra in gioco il lungo termine. Nel breve termine si può ricorrere a Ehud Barak4 per parlare all’opinione pubblica israeliana o agli ebrei italiani, si possono usare questi strumenti; ma finché non si affronta il problema alla radice, cioè il fatto che l’opinione pubblica è in gran parte razzista e non è in grado di ascoltare i palestinesi, resteremo al punto di partenza. Perché dare troppo peso alle testimonianze israeliane ed ebraiche non fa che rafforzare l’idea che le loro voci contino più delle nostre. Non sto dicendo che si debbano ascoltare solo le voci palestinesi, né che non si debbano ascoltare quelle israeliane. Ma se citate Ilan Pappé solo perché è uno storico israeliano, e non perché ha qualcosa di valido da dire, allora è problematico e razzista. Se citate un’organizzazione per i diritti umani solo perché è ebraica, e non perché si occupa di diritti umani, è razzista. E questo rafforza la gerarchia delle testimonianze che esiste e che ci ha portato a questa situazione fin dall’inizio. Ecco cosa intendo.
E non sto dicendo che gli ebrei non debbano esprimersi. Il mio amico ebreo – ne ho uno? – può andare a cena con la famiglia e parlare con i suoi parenti; io non potrei mai andare a casa sua e parlare con la zia sionista. E invece se sei ebreo e giri un film sulla Palestina, dovresti sempre affrontare l’argomento scomodo. Usa pure la tua autorità per parlare del tema, ma dillo al tuo pubblico. Rimproveralo. Digli: «Mi state ascoltando solo perché sono ebreo e israeliano, e dovreste invece ascoltare le voci palestinesi». Così si crea, in quel pubblico, un momento educativo che permette alle persone di mettersi davvero in discussione. Dovremmo pensare al nostro pubblico, ai nostri lettori e ascoltatori, come a partner, come a pari: persone intelligenti, critiche, capaci di cambiare ed essere flessibili, non come persone stupide a cui mentire e a cui passare informazioni di nascosto perché ci ascoltino. Spero che questo chiarisca cosa penso di quel film, o di quel tipo di cinema in generale.
Intervento 3 Vorrei sapere come è stato accolto il tuo libro negli Stati Uniti e qui in Europa. E in generale, come ti sei sentito qui in Italia? Sei stato in altri paesi europei? Quale ti ha accolto con più calore? Certo, ami l’Italia, l’hai detto. Scherzo. Ma vorrei saperne un po’ di più, su com’è andata e come ti senti.
Mohammed el-Kurd Onestamente il libro ha superato le aspettative. Non pensavo che lo avreste letto, e il mio editore non pensava affatto che avrebbe venduto: mi dicevano che a nessuno interessa questa roba. Ovviamente è dovuto al momento che stiamo vivendo: penso che sia un buon libro, ma è anche vero che oggi le persone hanno voglia di leggere di queste cose. Devo dire però che il libro non ha ricevuto alcuna recensione sui principali media. Nessuna. Pur avendo venduto decine di migliaia di copie, non ha avuto nemmeno una recensione, neanche dal Guardian. Conosco molte persone che l’hanno proposto al New York Times, al New Yorker, alla Los Angeles Review of Books, alla New York Review of Books, e tutte le proposte sono state respinte. Per me è un motivo di orgoglio che l’élite non voglia confrontarsi con questo.
Intervento 4 Vorrei fare una domanda da una prospettiva araba. Sono siriana, nata e cresciuta in Siria. Siamo cresciuti in un sistema scolastico che ci insegnava continuamente che facciamo parte di un’unica nazione araba. Da palestinese, come percepisci la costante normalizzazione da parte del mondo arabo negli ultimi tempi, in particolare nei paesi del Golfo? Personalmente, vivendo in Italia, credo di aver incontrato meno sionismo qui che parlando con un arabo del Golfo. Purtroppo è così, e la cosa mi fa davvero arrabbiare, come quando, parlando della causa siriana, incontro qualcuno che all’epoca stava dalla parte del regime di Assad.
Vorrei quindi sapere come voi palestinesi percepite oggi gli arabi: a livello individuale o a livello di governi? Riuscite a distinguere e a dire «questa è una decisione del governo, gli arabi non sono così», cioè le persone che vivono sotto quei governi?
Mohammed el-Kurd Ovviamente, sul piano personale e interpersonale, la normalizzazione da parte dei paesi arabi è straziante, fa infuriare, ed è disgustoso che la parola «rifugiato» venga trasformata in un insulto da alcuni emiratini e alcuni sauditi su internet: ci chiamano rifugiati e ci disprezzano per questo. Tuttavia credo che ci sia una responsabilità intellettuale e politica nel contrastare la frammentazione, la frammentazione coloniale. Certo, in Palestina e nel mondo arabo viviamo vite molto diverse. Io e una persona che vive a un’ora da me, a Gerusalemme, viviamo vite completamente diverse, e lo stesso vale per il mondo arabo. Le condizioni materiali sono diverse. Gli Emirati Arabi Uniti, per esempio, hanno un ruolo di primo piano in altre atrocità nel mondo. La Giordania critica pubblicamente l’occupazione, mentre al tempo stesso reprime con durezza l’attivismo al suo interno.
C’è però una tendenza, simile all’eccezionalismo del sionismo, a dire: noi siamo eccezionali e la nostra sofferenza è eccezionale, tutti ci hanno abbandonato e a nessuno importa di noi, e così via. Questo ci isola da potenziali alleati e ci instilla un complesso di superiorità che ci porta a essere distaccati dal mondo e da una comunità internazionalista, ed è molto problematico. Credo che la nostra responsabilità sia essere un po’ più onesti. La gente guarda a Londra e dice: guardate le proteste, ci sono centinaia di migliaia di persone. Ma quelle proteste sono autorizzate dal governo; non che ci sia nulla di sbagliato in questo. Se invece, da egiziano, provi a sventolare la bandiera palestinese nel centro del Cairo, vieni arrestato. Ed è vero: dopo il 7 ottobre alcuni attivisti egiziani sono scomparsi per aver sventolato la bandiera palestinese per strada, e nessuno sa dove si trovino. Lo stesso accade in altri paesi arabi, negli Emirati, in Arabia Saudita.
È importante non cedere alla risposta facile secondo cui i palestinesi sono stati semplicemente abbandonati dal mondo intero, e accettare invece che Israele è una minaccia e un problema regionale. Israele è una delle ragioni, forse a mio avviso la ragione principale, per cui nel mondo arabo non c’è prosperità e non c’è libertà di espressione. La causa palestinese diventa per i governi un modo per controllare le popolazioni arabe e reprimere dissidenti, attivisti e così via.
Quindi, come studenti, scrittori e produttori di conoscenza, non possiamo essere ingiusti nei confronti della questione araba. Bisogna tenere presente che anche l’arabo – l’egiziano, il giordano, il siriano – affronta le proprie difficoltà: lotta per mettere il pane in tavola, deve fare i conti con stati di polizia, sorveglianza e così via. Non siamo il centro dell’universo, a mio parere. Ed è importante opporsi a queste divisioni coloniali per rivendicare un’identità araba, un’identità araba inclusiva.
Intervento 5 Più un commento che una domanda. Sono di Gaza, sono arrivato qui nell’ottobre del 2025. Ho visto 35 tra amici e parenti uccisi dall’occupazione sionista. Quello che voglio dire, con tutto il dolore che porto nel cuore, è che possiamo liberarci da soli, perché ne abbiamo la capacità, non perché siamo eroi. Ma l’Europa, gli Stati Uniti, il Regno Unito devono lasciarci in pace. Allora potremo farcela.
Mohammed el-Kurd Grazie per il commento. Sono d’accordo con te; ma perché questi paesi ci lascino in pace, al loro interno deve nascere un movimento che li costringa a farlo. Donald Trump non ci lascerà in pace di sua spontanea volontà.
- Shireen Abu Akleh era una nota giornalista palestinese, reporter per Al Jazeera. Per anni è stata un’icona del giornalismo palestinese grazie ai suoi reportage dai territori occupati. È stata uccisa dall’esercito israeliano a Jenin, l’11 maggio 2022, mentre era in servizio. Durante il suo funerale, al quale hanno partecipato migliaia di persone, l’esercito israeliano ha assalito il corteo funebre, rubato la bandiera palestinese che ricopriva la bara, aggredito i necrofori rischiando di far cadere il feretro. ↩︎
- Vittime perfette, Fandango 2025, p.4 ↩︎
- Naza – The real story è un “documentario” propagandistico israeliano, volto a confondere lo spettatore usando lo stesso titolo del film originale. Oltre al titolo, il film si avvale di riprese, tagline e montaggio simili a quelli del documentario Naza, ma racconta la versione ufficiale dell’IOF. ↩︎
- Ehud Barak è un politico e generale israeliano ed è stato primo ministro di Israele dal 1999 al 2001. ↩︎



