Traduciamo un’analisi dell’ex vicepresidente della Bolivia (2006-2019) Álvaro Garcia Linera sullo stato in cui versa l’Europa oggi. Linera argomenta che la crisi economica e il disorientamento dei tradizionali partiti politici, in primis quelli socialdemocratici, hanno creato uno scollamento delle élite europee dalle classi popolari e aperto la strada alle destre reazionarie e autoritarie. Questo articolo è stato pubblicato il 5 dicembre 2025 in lingua spagnola su Diario Red.
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Un senso generale di malessere e sconforto sta dilagando in Europa. La socialdemocrazia e le destre “cosmopolite” che per 40 anni si sono alternate regolarmente al governo, da anni vengono sostituite da destre autoritarie, razziste, nazionaliste e anti-egualitarie. Non è semplicemente una falla nei “cordoni sanitari politici”. È il sintomo della condizione in cui versa la società attuale. O una parte di essa.
Se osserviamo l’andamento generale del reddito pro capite dell’Unione Europea negli ultimi 15 anni possiamo notare che non si registrano cali significativi. Anzi, si presenta una crescita stabile e sostenuta (BM, Statistiche 2025). Allo stesso modo, la spesa pubblica si è mantenuta tra il 45 e il 55% del PIL negli ultimi 25 anni (Our World In Data); questo dimostra che, sebbene il neoliberismo abbia smantellato alcune componenti dello Stato sociale, gli elementi essenziali della rete di protezione sociale sono rimasti intatti. In generale, le società europee hanno superato una soglia che garantisce a tutta la popolazione il soddisfacimento delle condizioni minime indispensabili per la vita materiale. Si può dire che negli ultimi 60 anni gli europei non hanno vissuto un brusco calo del loro reddito e un peggioramento delle loro condizioni di vita. Eppure, negli ultimi anni è cresciuta una sensazione collettiva di insoddisfazione e rabbia.
Qualcosa di simile è accaduto alla fine degli anni ’60 e ’70 del XX secolo, nel momento in cui si è verificato il declino del capitalismo di Stato e del modello fordista-taylorista. I redditi in quegli anni non hanno subito una contrazione significativa; tuttavia, la crisi della mobilità sociale e del capitalismo di Stato hanno generato le condizioni di quella trasformazione che, alla fine, ha portato al neoliberismo.
Oggi è chiaro che anche in Europa vi sono un ordine economico e un sistema istituzionale in declino, senza che all’orizzonte si scorga alcun segno e di ciò che li sostituirà. Questa incertezza di fondo è all’origine delle “passioni oscure” che opprimono il continente.
Ci sono alcuni indicatori che aiutano a comprendere questo clima deprimente. Il primo è la crisi della crescita economica dell’UE. I dati della Banca Mondiale mostrano un continente che da oltre un decennio è entrato in un periodo di “lunga stagnazione”. Se intorno agli anni 2000 la ricchezza continentale aumentava tra il 2% e il 3% all’anno, dal 2010 ad oggi oscilla tra una crescita dell’1 e dell’1,8%. Nel caso della Germania, di gran lunga l’economia più importante del continente, possiamo registrare già due anni consecutivi di recessione. Inoltre, rispetto al 2017, l’industria ha subito un calo del 20% (El País, 2024). L’unica eccezione a queste cifre deplorevoli è la Spagna.
Una crescita rachitica del PIL europeo per così tanti anni non getta la sua popolazione sulla soglia della povertà, ma blocca i meccanismi di mobilità sociale ascendente già rallentati dall’aumento della disuguaglianza continentale. Nel 1980, il 10% più ricco possedeva il 29% del reddito nazionale totale; nel 2024 ne possiede il 37% (Wid.World, 2025). La conseguenza di tutto ciò è che il divario tra aspettative e realtà è aumentato notevolmente, dando luogo a un clima generale di frustrazione.
Inoltre, l’Europa nel suo complesso sta assistendo a un regresso dello status generale che la sua popolazione occupava nella posizione globale dei redditi. Come mostra B. Milanovic nel suo ultimo libro, la rapida ascesa delle economie asiatiche, in particolare della Cina, sta creando una classe imprenditoriale e una classe media orientale che sta contendendo, e in alcuni casi soppiantando, gli europei nella gerarchia mondiale insidiando il posto di rilievo in cui si erano stabilizzati negli ultimi 200 anni (comprese le loro classi lavoratrici e medie). Ad esempio, nel 1988, la parte della popolazione italiana che occupava il decile di reddito più basso (lavoratori precari) nel proprio Paese, occupava a livello globale il terzo decile, ovvero quello delle “classi medio-alte”. Trent’anni dopo, la stessa componente è scesa al quinto decile della posizione globale di reddito, al di sotto delle classi medie asiatiche che ora occupano in massa il secondo, terzo e quarto decile. Non sorprende quindi che molte persone provino una sensazione di “perdita” e di regresso.
Sebbene gli europei non pratichino il consumo compulsivo come meccanismo di coesione sociale, come invece fanno gli americani, negli ultimi 20 anni il gradiente ascendente di accesso a nuovi fattori materiali di stabilità e riconoscimento sociale per le classi medie e lavoratrici europee si è appiattito, soprattutto per quanto riguarda l’accesso ai servizi sanitari, ai trasporti, all’alloggio e al risparmio.
Tutti questi dati e stati d’animo collettivi sono i sintomi di un modello di sviluppo continentale che, secondo quanto affermato la scorsa settimana a Francoforte dalla presidente della Banca centrale europea Christine Lagarde, “sta gradualmente scomparendo”. Naturalmente, la crescita e la stabilità europee si basavano su quattro pilastri: energia da gas abbondante e a basso costo; libera circolazione di merci e capitali che garantivano surplus di esportazione e l’esternalizzazione efficiente delle imprese europee; sistema bancario europeo come supporto alla globalizzazione finanziaria; e, infine, la protezione militare gratuita degli Stati Uniti.
Ora questi quattro elementi non esistono più. Il gas russo che garantiva energia a basso costo per tutte le attività, in media 3-5 dollari per MBTU, dopo l’invasione russa dell’Ucraina è stato sostituito da gas, in gran parte statunitense, a 11,5 dollari per MBTU. In alcuni frangenti, come nel 2022, il prezzo è arrivato a 40 dollari (Statista, 2025). La libera circolazione globale delle merci ha lasciato il posto alle guerre dei dazi. Gli Stati Uniti hanno imposto dazi del 15% sulle importazioni europee, che nel caso dell’industria siderurgica arrivano al 50%. A sua volta, l’UE ha stabilito dazi del 25-45% sulle importazioni di automobili cinesi e del 20-70% sui lavorati in acciaio; ha vietato la vendita di macchine per la produzione di semiconduttori e ora tasserà i milioni di pacchi che arrivano da Shein e Temu. Oltre ad essere un grande esportatore di macchinari e automobili, oggi l’Europa è il grande acquirente di questi prodotti fabbricati in Cina.
Per quanto riguarda gli elementi che hanno garantito la globalizzazione finanziaria, nel 2008 le banche europee gestivano il 62% dei flussi. Nel 2021 ne gestiscono solo il 35%, mentre le banche asiatiche, con logiche di sviluppo non liberali, ne controllano già il 43% (BIS, 2023). Infine, l’ombrello militare statunitense corrispondeva alla sua indiscussa leadership economica e politica globale. Ma anche questo è cambiato. Non esiste più il grande soggetto egemone che organizza verticalmente e “generosamente” l’ordine mondiale. Ci sono molteplici potenze egemoniche, tutte impegnate a contendersi un posto di primo piano in un pianeta policentrico e geoframmentato. Oggi, il PIL della Cina, calcolato in termini di parità di potere d’acquisto (PPA), è superiore a quello degli Stati Uniti e il 35% della produzione industriale mondiale è nelle mani della Cina. Secondo l’Organizzazione delle Nazioni Unite per lo Sviluppo Industriale, entro il 2030 la Cina sosterrà il 45% dell’attività industriale, mentre gli Stati Uniti solo l’11% e l’Europa tra il 6-7% (UNIDO, Database, 2025). Per questo motivo, l’America First di Trump è lo slogan di una potenza che si preoccuperà solo di sé stessa nella sua disputa con la Cina e che lascerà a ciascun Paese il compito di proteggersi come può in un mondo brutale in cui la legge del più forte guiderà la riconfigurazione geopolitica.
Nel complesso, le basi materiali sulle quali si fondava “l’ordine basato su regole certe” sono scomparse e con esse quell’orizzonte di speranze sul quale gli europei hanno organizzato le loro scommesse sul futuro, i loro sforzi e le loro speranze negli ultimi quattro decenni. Si tratta di un’uscita di scena che al momento non prevede sostituti. È come se il procedere regolare del tempo storico, cioè la fiducia nel passaggio che da un punto si vada a quello successivo, si fosse interrotto. E con la sospensione del tempo sociale, il tempo fisico corre sfrenato, ma privo di senso o di promesse. Con ciò, le certezze che tenevano coese i popoli e le loro élite dirigenti si diluiscono generando una sensazione esistenziale di vuoto, disperazione e apatia, interrotta di tanto in tanto da slanci effimeri che vengono presto sostituiti da nuove delusioni. È il tempo limite. In mezzo a questa incertezza generalizzata, le élite politiche divergono le une dalle altre. I partiti tradizionali e le loro idee perdono consenso, vedendosi costretti a corrompere i loro vecchi principi o a lasciare il posto a nuove leadership e a proposte più radicali, siano esse di sinistra o di destra. È il momento “populista” per eccellenza. Se la sinistra governa e promuove riforme progressive, potrà resistere nel tempo. Ma se fallisce nei suoi tentativi di superare la crisi strutturale, contribuirà al rafforzamento dell’estrema destra che annuncia un rinnovamento attraverso correttivi autoritari di una società deviata dal mercato, dalla fede e dalla purezza razziale. Cercheranno di ribaltare l’esperienza del declino dello status sociale e della paralisi della mobilità sociale in un panico morale nei confronti dei più deboli, dei migranti, degli “islamisti” o dei “comunisti”, considerati come agenti patogeni esterni che attentano alla salute pubblica. Ma nemmeno questa è la soluzione. Questa strategia non fa che intensificare l’entropia sociale.
Le élite politiche europee sono sensibili al cambiamento globale, ma mancano del carattere necessario per affrontare con fermezza e spregiudicatezza la sfida di costruire il nuovo ordine di accumulazione economica e legittimazione politica. La socialdemocrazia è la parte più conservatrice. Riesce solo ad aggrapparsi malinconicamente ai vecchi tempi globalisti, che condisce con un’agenda verde sbiadita e moralizzatrice. I “verdi”, dimostrando enorme cinismo, incorporano nella loro agenda “amica dell’ambiente” le guerre e l’energia nucleare. La destra “flessibilizza” il suo liberalismo accettando di infrangere i limiti costituzionali al deficit fiscale, purché sia per acquistare armi. E i sovranisti all’opposizione diventano ferventi atlantisti quando arrivano al governo.
Il risultato di tutto ciò è l’insieme contraddittorio e tiepido delle politiche promosse dalla Commissione Europea da Bruxelles. Proclama la difesa del libero commercio al Forum di Davos, ma accetta, inchinandosi ossequiosamente, l’imposizione unilaterale del 15% di dazi americani sulle esportazioni europee. Von der Leyen afferma che “l’Europa deve difendersi da sola”, ma Rutte, segretario generale della NATO, in un gesto di vergognoso servilismo, chiama Trump “papà” per aver mantenuto “la sicurezza dell’Europa”. Vuole un ordine mondiale “basato su regole” uguali per tutti, ma le seppellisce quando si tratta di accettare il genocidio del popolo palestinese. Denuncia la perfidia cinese di concedere generosi prestiti ai Paesi in via di sviluppo in cambio della possibilità di entrare in nuovi mercati e di materie prime, ma, d’altro canto, l’UE è disposta aprire il libretto degli assegni, “senza limiti”, per finanziare una guerra su commissione in Ucraina.
Certamente, sono state varate misure per rafforzare la coesione continentale, come il “Next Generation EU”, per sostenere la riconversione economica; il “Repower EU” e il “Piano industriale del Patto verde” per ridurre l’importazione di combustibili fossili; la “Legge europea sui chip” per raddoppiare la quota di produzione di semiconduttori; il “Programma per l’industria della difesa europea” per sostenere la produzione regionale di armi, etc. Ciascuna di queste iniziative promuove una timida “politica industriale” regionale. Di fatto però queste misure sono in continuità con un tipo di capitalismo vassallo, accettando di investire 600 miliardi di dollari negli Stati Uniti e di acquistare altri 750 miliardi di dollari in combustibili nei prossimi tre anni, ovviamente per rafforzare l’industria americana. Se a ciò aggiungiamo l’irrilevanza europea nel controllo delle due tecnologie – oggi controllate dagli Stati Uniti e dalla Cina – che sosterranno l’economia globale nei prossimi decenni: l’intelligenza artificiale con i suoi centri dati e l’elettrico, da cui dipende non solo l’industria convenzionale (automobili, elettrodomestici, energia), ma anche la guerra nelle sue forme più moderne (droni, satelliti), il panorama si fa veramente deprimente.
In generale, oggi le élite europee puntano su tutto contemporaneamente, ma non si impegnano veramente su nulla. Vogliono il libero mercato, ma applicano politiche protezionistiche tiepide. Vogliono rafforzare il loro sistema finanziario, ma gli europei preferiscono investire negli Stati Uniti perché la redditività è cinque volte superiore. Vogliono agire come un unico corpo, ma ogni investimento richiede l’armonizzazione con 27 regolamenti diversi.
Sono prigioniere della gabbia che loro stessi hanno costruito. Centralizzano le decisioni come se fossero presidenti di 27 nazioni, ma non sono autorità elette. Questo meccanismo può funzionare quando non c’è crisi. Ma oggi c’è, ed è veramente profonda. Bisogna prendere decisioni audaci per superare il crepuscolo continentale, ma non c’è la legittimità democratica in ogni paese per attuarle. E le istituzioni nazionali che possiedono questo livello di consenso soffrono dell’effetto vincolante a livello continentale. Un quadro istituzionale paralizzante e l’assenza di una volontà storica vigorosa sono le ancore che stanno spingendo l’Europa verso la periferia globale.
Dove sta andando l’Europa? Per ora, da nessuna parte. Dà segni di voler andare ovunque, ma in realtà le sue élite non hanno la convinzione e la forza morale per raggiungere davvero una destinazione. Cambierà qualcosa? Per ora, no.



