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Germania anno zero. Verso un allontanamento dei due fronti: cinema e politica

Sofia Buttarelli

Alla 76ª edizione del Festival del Cinema di Berlino 2026 guidata dalla direttrice Tricia Tuttle, il primo incontro della stampa con la giuria presieduta da Wim Wenders è stato segnato da una domanda. 

Un giornalista ha chiesto al famoso regista tedesco, autore di film storici come Paris Texas, Alice nelle città, Buena Vista Social Club, di esprimersi sulla situazione politica a Gaza. Wenders qui decide di dare una risposta netta e di  non voler portare la questione sul piano politico perché: “I film possono cambiare il mondo, ma non in senso politico. Nessun film ha mai cambiato davvero le idee di un politico. Ma si possono cambiare le idee delle persone su come dovrebbero vivere. Il cinema ha un incredibile potere di compassione ed empatia. Siamo l’opposto della politica. Dobbiamo fare il lavoro delle persone, non quello dei politici”.

Questa parole hanno suscitato un certo dibattito (ma non tanto quanto sarebbe stato necessario!), provocando la reazione di  alcune artiste che hanno rinunciato a presentarsi al Festival, tra cui la scrittrice indiana Arundhati Roy che ha dichiarato: “Ciò che è accaduto a Gaza, ciò che continua ad accadervi, è un genocidio del popolo palestinese perpetrato dallo Stato d’Israele (…). Se i più grandi cineasti e i più grandi artisti del nostro tempo non possono alzarsi per dirlo, sappiano che la storia li giudicherà.”

Direi uno spiraglio di luce per chi crede ancora che il cinema debba avere un ruolo politico, soprattutto in questo momento storico. In ogni caso la risposta di Wenders è passata anche troppo inosservata: non ci stiamo rendendo conto della sua gravità e in che sabbie mobili stiamo sprofondando.

Non so se sia vero che nessun film abbia fatto cambiare idea a un politico, ma è certo che la politica la fanno soprattutto le persone, forse anche più di quelli che identificano come “politici”. Forse Wenders si dimentica o non conosce il significato della parola politica, quello classico aristotelico inteso come “fare il bene di tutti” cioè orientato alla pratica del bene comune e alla costruzione della comunità. Facendo un taglio netto tra cinema e politica, scollega al cinema la sua stessa forza e lo snatura, riducendo, tra l’altro, il significato di politica a un concetto astratto.

Certo, è vero, forse l’occidente è al suo tramonto e ha sempre meno storie da raccontare. Questo Wenders lo sa bene e conosce anche la posizione politica della Germania rispetto alla guerra, l’escalation e i miliardi che il suo Paese – così come il nostro – sta investendo nella produzione di morte. Snobbando un giornalista, con poco stile, tenta di sbiadire gli orrori indelebili di una nazione che nasce sulle ceneri di un genidocio passato e che è complice di un genocidio in corso.

Separando in due fronti, quello del cinema e quello della politica, il regista cancella anche la storia del cinema e la funzione dell’artista, compresa quella dell’intera cultura cinematografica tedesca di cui egli stesso è erede, che per altro era profondamente influenzata dai registi russi, che erano tutt’altro che distanti dalla politica, anzi per loro la politica era il linguaggio stesso attraverso cui costruire le immagini.

Il cinema delle avanguardie e quello espressionista da cui nasce anche Wenders affonda le sue radici nel montaggio politico di Dziga Vertov. Il cinema per il cineasta russo era destinato alle masse, pensato davvero per le persone e aveva l’obiettivo di far risvegliare la coscienza sociale. L’obiettivo della macchina da presa coincideva con l’occhio della denuncia marxista del mondo. Smantellare questo e l’impatto di una generazione di cineasti significativi vuol dire ignorare figure come Harun Farocki, che riprendendo la lezione di Bertolt Brecht sul cinema, costruì una politica visiva volta a svelare e mostrare ciò che le immagini tradizionali nascondono: la divisione sociale, l’alienazione del lavoro, gli effetti del  processo di industrializzazione.

Significa svuotare di senso un film come Germania anno zero di Roberto Rossellini, ambientato nell’atmosfera apocalittica di una Germania postbellica, distrutta dalle macerie, in cui un bambino viene negata la sua infanzia. Un film di un bianco e nero straziante, portatore di un messaggio politico che non basterebbe un pomeriggio ad analizzare.

Allo stesso modo la Nouvelle Vague, con Jean-Luc Godard in prima linea, ha prodotto un cinema intriso di politica fino all’ultimo fotogramma. Uno degli ultimi esempi Film Socialisme racconta proprio del declino dell’occidente.

Sicuramente erano altri tempi, nel maggio 1968 Godard non solo cercò di disertare il Festival del Cinema di Cannes ma di farlo direttamente chiudere. Alla prima domanda di un giornalista riguardo uno dei suoi film,  rispose a brutta faccia di voler parlare della condizione degli operai e non di cinema. Era lo stesso che aveva detto “per quanto mi riguarda, devo al cinema la mia formazione politica”1.

La risposta di Wim Wenders non finisce per negare questo passato intreccio tra cinema e politica, ma, cosa anche più grave, chiude la porta alla generazione di cineasti militanti di oggi. Pensiamo al regista Nader Ayache, militante e autore del documentario La guerre des centimes, realizzato per denunciare la situazione di sfruttamento dei riders. Proprio lui che questo inverno è stato costretto a intraprendere uno sciopero della fame per ottenere il permesso di soggiorno, dormendo in una tenda davanti all’edificio del Centro nazionale di Cinema a Parigi. 

E se il cinema si separa dalla sua essenza, soprattutto quella di un reale che resiste alla rappresentazione, cosa possiamo dire del film No Other Land? Documentario co-realizzato, nato dallo slancio dell’attivista palestinese Basel Adra che ha deciso di documentare la distruzione del suo popolo, la cancellazione della sua terra e della sua memoria? Cosa possiamo dire della vittoria di un Oscar che ha potuto portare se non la dignità, almeno un momento di attenzione internazionale per il popolo palestinese? E cosa dire del fatto che uno dei quattro collaboratori del film sia stato aggredito da coloni israeliani e successivamente arrestato dall’esercito israeliano (IDF) nella Cisgiordania occupata?

Wenders quindi pensa di preservare il cinema, ma lo fa dalla sua bolla di vetro, rinunciando al suo compito di confrontarsi con il presente, allo sguardo del regista davanti allo stato delle cose e alla rielaborazione critica del contesto storico.

Purtroppo questa presa di posizione non è isolata, altri episodi hanno mostrato di voler allontanare il cinema dalla politica, anzi è la maggioranza a gridare “non bisogna parlare politica, ma di cinema” pensando così di preservarlo. Finiscono invece per snaturarlo, avvicinarlo alla sua versione più becera, quella di un’arte elitaria e cinica, che in realtà non guarda in faccia e non si interessa a niente e a nessuno.

È un atteggiamento che osserviamo anche in altri festival, come lo scorso anno a Venezia – con le manifestazioni per Gaza al di fuori del Lido –, come a voler allontanare i due luoghi. Le dichiarazioni di Paolo Sorrentino sono simili a quelle di Wenders, alla domanda di un giornalista rispetto al boicottaggio degli artisti che appoggiano lo stato di Israele risponde: “mi rifiuto di voler scivolare nell’emotività e nel dover boicottare”. Questo atteggiamento finisce per essere complementare a quello del ministro Giuli, che in Italia sta portando allo smantellamento di produzioni e di un cinema indipendente.

L’idea allora è che vinca il migliore e che ognuno resti nella propria bolla di vetro, quella del capitale, dove si può filmare all’interno di Paesi che soffrono, ma poi non si costruisce una riflessione a posteriori. Perché quello che importa è la fama e il premio.

Cosa ne è dei festival internazionali di cinema se non si può discutere della situazione attuale? Se non si possono accendere i riflettori sul periodo storico che attraversiamo? Ovvero quello in cui la Germania spende 900 miliardi per potenziare le infrastrutture e le forze armate? Quello in cui un Paese come Cuba viene ridotto alla fame come punizione, privato di elettricità, eppure allo stesso tempo i cinema restano aperti come forma di resistenza?

Come scriveva Godard nella cartella stampa de La Cinese nel 1967: “Non c’è molto da aggiungere a questo stato di fatto. Tranne che, al nostro modesto livello, dobbiamo creare anche noi due o tre Vietnam all’interno dell’immenso impero Hollywood-Cinecittà-Pinewood-eccetera, tanto dal punto di vista economico quanto da quello estetico; cioè, lottando su due fronti, creare dei cinema nazionali, liberi, fratelli, compagni e amici”2.


  1. Jean-Luc Godard, Due o tre cose che so di me. Scritti e conversazioni sul cinema, a cura di Alain Bergala e Orazio Leogrande, Minimum Fax, 2018, p. 116. ↩︎
  2.  Ivi, p. 122. ↩︎

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