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“No a la mina”: estrattivismo e giustizia ecologica in Argentina

Gea Scolavino Vella

Quando sono arrivata in Argentina un mese e mezzo fa per svolgere un periodo di ricerca all’estero ho trovato un Paese immerso in una crisi economica profonda. Una crisi che non si esaurisce nei parametri macroeconomici ma che si manifesta concretamente nell’aumento incessante del prezzo dei beni alimentari e nell’erosione quotidiana delle condizioni di vita. L’inflazione galoppante ha trasformato la quotidianità in una lotta costante: il costo dei beni alimentari cresce senza tregua, il potere d’acquisto si riduce settimana dopo settimana e le fasce più marginalizzate della popolazione pagano il prezzo più alto. A Buenos Aires, ogni mercoledì, migliaia di persone scendono in piazza contro i tagli alle pensioni, al welfare e ai servizi pubblici promossi dal governo di Javier Milei. Sono proteste che denunciano l’impoverimento sociale, ma anche la ridefinizione radicale del ruolo dello Stato. Spesso queste manifestazioni vengono represse con violenza dalle forze dell’ordine, in uno scenario che rende evidente la tensione tra governabilità economica e diritti sociali.

Eppure, tra i cartelli contro l’austerità e contro la precarizzazione, una scritta compare con sorprendente frequenza: “No a la mina”. Non è uno slogan marginale, né una rivendicazione isolata. Dai muri della capitale fino alle province del nord e del sud, il rifiuto dell’espansione mineraria attraversa il Paese come una delle grandi questioni politiche contemporanee. In un momento in cui l’Argentina ha urgente bisogno di valuta estera, investimenti e stabilità finanziaria, perché una parte così ampia della popolazione si oppone a uno dei settori considerati più promettenti per la crescita nazionale?

La risposta si trova nel sottosuolo. Insieme a Bolivia e Cile, l’Argentina possiede circa il 60% delle riserve mondiali di litio1, minerale strategico per batterie, auto elettriche e transizione energetica globale. In altre parole, il Paese occupa una posizione centrale nella nuova economia verde. Il litio argentino è diventato una risorsa geopolitica, corteggiata da governi, multinazionali e investitori stranieri. Durante l’incontro “Argentina: nuove opportunità nel settore energetico e della transizione produttiva”2, tenutosi il 25 giugno 2024 e promosso da ministero degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale, Promos Italia, Ice, Camera di Commercio Italiana in Argentina, il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, intervenuto in video conferenza, ha affermato: “Io conto di andare in Argentina nei prossimi mesi con una delegazione di imprese, dobbiamo fare di più e ce lo dicono proprio le nostre imprese” e ancora: “Le materie prime e le terre rare sono fondamentali per un Paese come il nostro, perché dobbiamo competere con la Cina che, di fatto gestisce tutto il settore delle materie prime e delle terre rare come il litio”.

Negli ultimi anni, e con rinnovata intensità dall’ascesa di Javier Milei, l’Argentina ha progressivamente ridefinito la propria postura economica proponendosi come spazio privilegiato per l’afflusso di capitali internazionali. La direttrice politica è semplice: deregolamentazione, liberalizzazione dei mercati e riduzione degli ostacoli burocratici, secondo una strategia volta a rendere gli investimenti più rapidi e competitivi. In questa cornice, il territorio nazionale viene sempre più rappresentato come una nuova frontiera di opportunità economiche, aperta alla valorizzazione intensiva delle proprie risorse. Ma proprio qui emerge il nodo centrale. Ciò che rende semplice investire è spesso anche ciò che rende più fragile la tutela delle popolazioni locali e la tutela dei territori. Dietro l’attrattività economica si nasconde infatti una struttura normativa frammentata, in cui la promozione dello sviluppo estrattivo convive con meccanismi deboli di controllo, consultazione e responsabilità diretta delle imprese.

I territori in cui si concentra l’espansione dell’estrattivismo coincidono, in larga misura, con aree storicamente abitate da comunità indigene. Secondo i dati ufficiali, quasi il 3% della popolazione argentina si riconosce come indigena o discendente di popoli originari3, con una presenza particolarmente significativa proprio nelle province strategiche per lo sfruttamento minerario e delle risorse naturali, come Jujuy, Salta, Neuquén e Río Negro. Per queste comunità, la terra trascende la dimensione puramente economica: rappresenta identità, memoria collettiva, spiritualità e continuità storica. Di conseguenza, la riduzione del territorio a mera risorsa produttiva o a asset strategico, propria delle politiche estrattive, si scontra frontalmente con una concezione culturale, collettiva e relazionale dello spazio, generando un conflitto che non è soltanto ambientale o giuridico, ma profondamente politico e di stampo colonialista.

Sebbene il quadro giuridico preveda, almeno sul piano formale, una pluralità di strumenti destinati alla tutela dei territori e dei diritti delle popolazioni indigene, la distanza tra riconoscimento normativo ed effettività della protezione resta profonda. Il problema non risiede tanto nell’assenza assoluta di regole, quanto nella loro struttura, nella loro applicazione frammentata e, soprattutto, nella persistente incapacità di incidere direttamente sulla responsabilità delle imprese transnazionali coinvolte nei processi estrattivi. Tanto sul piano interno quanto su quello internazionale, infatti, la responsabilità giuridica continua a gravare prevalentemente sullo Stato, considerato il principale soggetto obbligato a prevenire, regolare e sanzionare le violazioni, mentre le imprese restano spesso collocate entro meccanismi di soft law4, standard volontari o forme indirette di accountability. Ne deriva una configurazione di “responsabilità elusiva”, nella quale il soggetto economico che materialmente realizza attività ad alto impatto ambientale e sociale raramente diventa il principale destinatario dell’azione giudiziaria.

Sul piano del diritto internazionale, la Convenzione n. 169 dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro5 rappresenta il principale strumento giuridicamente vincolante per la protezione dei popoli indigeni e tribali. Ratificata anche dall’Argentina, essa riconosce non solo il valore identitario, storico e culturale dei territori ancestrali, ma soprattutto il diritto fondamentale alla consultazione previa, libera e informata (CLIP/FPIC). Tale principio impone agli Stati l’obbligo di garantire alle comunità indigene una partecipazione sostanziale ai processi decisionali relativi a progetti, politiche o attività suscettibili di incidere sui loro territori, sulle risorse naturali e sulle condizioni di vita. Gli articoli 6 e 7 della Convenzione chiariscono che tale consultazione deve essere condotta in buona fede, attraverso procedure culturalmente appropriate, mediante istituzioni rappresentative e con l’obiettivo concreto di influenzare il processo decisionale. Non si tratta, dunque, di un mero adempimento informativo, ma di uno strumento di autodeterminazione. Tuttavia, la principale criticità risiede nell’attuazione poiché nella pratica, le consultazioni risultano spesso tardive, incomplete o puramente formali, quando non del tutto assenti. In molti casi, le comunità vengono coinvolte solo quando i progetti sono già in fase avanzata, senza possibilità reale di incidere sulle decisioni. Il divario tra standard internazionali e applicazione concreta produce così una frattura strutturale tra riconoscimento dei diritti e loro effettiva esigibilità.

Nel diritto interno argentino, tale ambivalenza si riflette chiaramente nella Legge n. 26.737 sulle terre rurali6. La normativa nasce con l’obiettivo dichiarato di preservare la sovranità territoriale e limitare la concentrazione fondiaria, soprattutto rispetto ai capitali stranieri, ma conserva una logica prevalentemente statocentrica e mercantile. La terra è concepita principalmente come bene strategico nazionale ed economico, mentre rimane marginale la sua dimensione socio-culturale, spirituale e identitaria per le comunità indigene. Pur limitando formalmente l’accesso straniero alla proprietà rurale, la legge non affronta in modo strutturale la concentrazione interna della terra, né integra efficacemente il dettato dell’articolo 75, comma 17 della Costituzione argentina7 che riconosce la preesistenza etnica e culturale dei popoli indigeni e il loro diritto alla proprietà comunitaria. Ancora più rilevante è l’assenza di procedure obbligatorie di consultazione previa, libera e informata in caso di operazioni che incidano sui territori ancestrali. Il risultato è una normativa che regola il mercato fondiario, ma non costruisce giustizia territoriale, né interviene sulle disuguaglianze storiche prodotte da processi di espropriazione e marginalizzazione.

A questa architettura si aggiunge il recente Piano d’Azione Nazionale su Imprese e Diritti Umani (PNAEDH), approvato nel 2023 come recepimento dei Principi Guida ONU8. Il Piano rappresenta un tentativo di sistematizzare il rapporto tra attività economiche e tutela dei diritti fondamentali attraverso oltre 280 linee d’azione in materia di due diligence, coordinamento istituzionale e accesso ai rimedi. Tuttavia, anche in questo caso emergono limiti significativi. Il PNAEDH resta infatti uno strumento essenzialmente programmatico e non vincolante: non introduce obblighi giuridici immediatamente esigibili per le imprese, non prevede sanzioni robuste, né istituisce un’autorità indipendente di monitoraggio. La due diligence in materia di diritti umani viene configurata più come buona pratica che come obbligo coercitivo. Inoltre, pur richiamando formalmente la partecipazione delle popolazioni indigene, il Piano non istituzionalizza in modo vincolante il principio del consenso libero, previo e informato, lasciando la partecipazione spesso confinata a una dimensione procedurale piuttosto che sostanziale. In un Paese caratterizzato da forti conflitti legati a estrattivismo, agroindustria e sfruttamento energetico, tale lacuna risulta particolarmente significativa. Inoltre, questi strumenti, anziché convergere in una strategia integrata di tutela territoriale, operano spesso in modo parallelo e disarticolato.

Le crepe di questo sistema diventano particolarmente evidenti quando le popolazioni indigene subiscono danni concreti da parte di società transnazionali, chiedono giustizia e si confrontano con un accesso ai rimedi lungo, costoso e profondamente asimmetrico. Le violazioni dei diritti umani, in questo contesto, non rappresentano una possibilità astratta, ma una realtà attuale che attraversa l’intero territorio nazionale.

Il caso di Andalgalá, nella provincia di Catamarca, costituisce uno degli esempi più emblematici di questo modello. Qui, i progetti minerari Bajo La Alumbrera prima, Agua Rica poi e, successivamente, la loro integrazione nel progetto MARA sotto il controllo di Glencore, hanno progressivamente trasformato una regione strategica in un laboratorio politico, giuridico e sociale della tensione tra sviluppo economico, sfruttamento delle risorse naturali e tutela dei diritti umani. Le origini del conflitto risalgono agli anni Novanta, con l’avvio di Bajo La Alumbrera, una delle più grandi miniere a cielo aperto dell’Argentina. Fin dalla sua implementazione, il progetto si è imposto come simbolo delle ambivalenze del paradigma estrattivo: da un lato promessa di crescita, investimenti e modernizzazione; dall’altro fonte di crescenti preoccupazioni per il massiccio consumo di acqua, per i rischi di contaminazione e per l’impatto sugli ecosistemi locali. In una regione caratterizzata da un equilibrio ambientale fragile e da una forte dipendenza dalle risorse idriche, la scala dell’attività mineraria ha rapidamente alimentato sfiducia e opposizione sociale. Questo scenario si intensifica ulteriormente con il successivo sviluppo del progetto Agua Rica, destinato allo sfruttamento di nuovi giacimenti situati in prossimità della città di Andalgalá. La localizzazione del progetto, in un’area particolarmente sensibile per la vicinanza al centro abitato e per la pressione esercitata sulle risorse idriche, trasforma il conflitto in una questione non più soltanto ambientale, ma direttamente territoriale ed esistenziale. A partire da questo momento, la mobilitazione delle comunità locali, incluse le popolazioni indigene, si struttura attorno a una duplice linea di denuncia in cui si evidenziano i rischi ambientali e sanitari derivanti dall’espansione mineraria e la contestazione della mancata applicazione del diritto alla consultazione previa, libera e informata (CLIP).

Intorno al 2010 il conflitto raggiunge il suo punto di massima intensità. Proteste, blocchi stradali, mobilitazioni popolari e azioni collettive si moltiplicano, mentre la risposta delle autorità assume frequentemente caratteri repressivi. Andalgalá diventa così il paradigma di una struttura tripolare segnata da profonde asimmetrie di potere: da una parte le imprese transnazionali, dotate di capitale, competenze tecniche e strumenti legali sofisticati, dall’altra lo Stato, oscillante tra funzione di garanzia costituzionale e promozione dello sviluppo economico e da ultime le comunità territoriali, costrette a difendere accesso all’acqua, salute e integrità ambientale affrontando ostacoli economici, politici e probatori profondamente diseguali9.  La controversia approda nel 2016 alla Corte Suprema argentina10. La Corte riconosce la centralità costituzionale delle questioni ambientali sollevate e dispone il riesame della controversia, segnando un passaggio importante nel riconoscimento giudiziario della rilevanza del conflitto. Tuttavia, pur rappresentando una vittoria significativa sul piano procedurale, la decisione non si traduce in un accertamento diretto della responsabilità dell’impresa, ma si concentra prevalentemente sul controllo dell’operato statale e sulla correttezza delle autorizzazioni amministrative. Si conferma così una delle principali criticità strutturali di questo tipo di contenzioso: la difficoltà di trasformare il riconoscimento dei diritti violati in una responsabilità giuridica immediatamente imputabile agli attori economici centrali.

Negli anni successivi, il progetto Agua Rica evolve ulteriormente fino a confluire nel progetto integrato MARA, che combina i nuovi giacimenti con le infrastrutture di Alumbrera sotto il progressivo consolidamento del controllo di Glencore. Le comunità locali denunciano gli effetti cumulativi delle attività estrattive, la crescente vulnerabilità ambientale dell’area e l’intensificazione della pressione sulle risorse idriche in un contesto già segnato da fragilità ecologica.

La retorica dominante presenta oggi l’estrazione del litio come una straordinaria opportunità strategica: motore di sviluppo nazionale, leva per l’integrazione nei mercati globali e contributo essenziale alla transizione energetica e alla decarbonizzazione planetaria. In questa narrazione, il litio diventa il simbolo di una modernizzazione inevitabile, capace di trasformare Paesi come l’Argentina in attori centrali dell’economia verde del futuro. Tuttavia, dietro questa promessa di progresso si colloca una realtà assai più complessa. L’estrazione mineraria su larga scala comporta infatti un consumo intensivo di risorse idriche, l’alterazione di ecosistemi fragili, la produzione di residui tossici e profonde trasformazioni sociali nei territori coinvolti. In molte aree, soprattutto quelle caratterizzate da equilibri ambientali delicati, i costi ecologici e culturali risultano elevatissimi. Le promesse occupazionali e di crescita, frequentemente enfatizzate nel discorso politico ed economico, non compensano gli impatti strutturali sostenuti dalle comunità locali. Si delinea così un paradosso sempre più evidente: tecnologie progettate per mitigare la crisi climatica globale possono produrre, nei territori di estrazione, nuove e acute crisi ecologiche locali. In Argentina, questa contraddizione assume una forma particolarmente netta. Da un lato, il Paese viene spinto a consolidarsi come potenza estrattiva, valorizzando il proprio sottosuolo come asset strategico in un contesto di crescente domanda internazionale; dall’altro, numerose comunità denunciano di essere sacrificate in nome di un modello di sviluppo che redistribuisce benefici e costi in modo profondamente diseguale. Se i profitti e i vantaggi geopolitici tendono a concentrarsi su scala nazionale o transnazionale, i danni ambientali, sociali e sanitari ricadono con maggiore intensità sui territori direttamente interessati.

In questo contesto, il “No a la mina che attraversa piazze, assemblee territoriali e mobilitazioni sociali non rappresenta un rifiuto ideologico o astratto dello sviluppo, bensì una critica politica radicale a un modello di crescita percepito come fondato su deregolamentazione, fragilità normativa, responsabilità diffuse e sacrificio territoriale. È la contestazione di un sistema in cui l’attrazione degli investimenti diventa tanto più efficace quanto più risultano deboli o incompleti i meccanismi di tutela ambientale, sociale e giuridica.

Le popolazioni indigene sono oggi il primo fronte del costo politico dell’estrattivismo. I territori più ricchi di risorse coincidono spesso con quelli più esposti a espropriazione, marginalizzazione e compressione dei diritti. È qui che si consuma una delle contraddizioni più profonde dell’Argentina contemporanea: mentre il sottosuolo promette crescita e investimenti, la superficie restituisce conflitto, disuguaglianza e resistenza.

Per questo la lotta contro “la mina” non è una questione separata dalla crisi economica e sociale, ma uno dei suoi campi più radicali. Nel conflitto sulle risorse non si decide soltanto chi beneficia dello sviluppo, ma soprattutto chi ne paga il prezzo.


  1. https://www.fides.org/it/news/73891-AMERICA_ARGENTINA_Il_litio_il_nuovo_petrolio_L_Argentina_tra_i_primi_produttori_mondiali_ma_vi_sono_rischi_ambientali ↩︎
  2. https://www.ice.it/it/area-clienti/eventi/dettaglio-evento/2019/G1/111 https://www.ilsole24ore.com/art/dal-litio-idrocarburi-ecco-perche-l-italia-ora-guarda-all-argentina-milei-presto-missione-imprese-AF8NIa6B ↩︎
  3. Instituto Nacional de Estadística y Censos (INDEC), Censo 2022 República Argentina https://censo.gob.ar/index.php/el-29-de-la-poblacion-en-viviendas-particulares-se-reconocio-indigena-o-descendiente-de-pueblos-indigenas/ ↩︎
  4. Atti e strumenti normativi privi di immediata efficacia vincolante o coercitiva in senso tradizionale, ma comunque idonei a produrre effetti giuridici e pratici significativi, orientando condotte, decisioni e standard di comportamento dei soggetti destinatari. ↩︎
  5. Convenzione n.169 dell’Organizzazione internazionale per il lavoro (ILO) sui diritti dei popoli indigeni e tribali, adottata il 27 giugno 1989 ed entrata in vigore il 5 settembre 1991 ↩︎
  6. Legge N. 26.737 “Régimen de Protección al Dominio Nacional sobre la Propiedad, Posesión o Tenencia de Tierras Rurales” ↩︎
  7. https://www.argentina.gob.ar/noticias/la-constitucion-nacional-incorpora-el-articulo-75-inc-17 ↩︎
  8. Plan Nacional de Acción sobre Empresas y Derechos Humanos (2023-2026), Ministerio de Seguridad Nacional, Decreto 216/2026, Ciudad de Buenos Aires, 31/03/2026. ↩︎
  9. Argentina. Andalgalá: la resistencia al modelo minero extractivista”, Resumen Latinoamericano, 7 mayo, 2021https://www.resumenlatinoamericano.org/2021/05/07/argentina-andalgala-la-resistencia-al-modelo-minero-extractivista/; “Andalgalá contra la minería: cronología de una lucha por la vida”, Tiempo Judicial, 25 de mayo de 2021 https://tiempojudicial.com/2021/05/25/andalgala-cronologia-de-una-lucha/; “Andalgalá de pie frente a la megaminería” Tierra Viva, abril 13, 2021 https://agenciatierraviva.com.ar/andalgala-de-pie-frente-a-la-megamineria/ ↩︎
  10. Corte Suprema de Justicia de la Nación, Minera Agua Rica LLC y otros s/ acción de amparo, CSJ 140/2011 (47-M) / RH1, 2016. ↩︎

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