Fra poche settimane si raggiungeranno i quattro anni di guerra fra Russia e Ucraina; anche se ovviamente la nostra speranza è che questo anniversario non venga raggiunto, preservando così la sopravvivenza di molte vite umane (sempre o quasi sempre appartenenti alle classi dominate). In questi quasi quattro anni, le voci dei nazionalismi contrapposti sono state amplificate in tutto il pianeta, dai tifosi dell’una e dell’altra parte. Da un lato – il nostro, quello che sentiamo ancora oggi in maniera martellante – risuonava il “Putin pazzo e criminale di guerra” che voleva ricostruire l’impero e annettere l’“innocente” Ucraina, dall’altro lato la propaganda sulla necessità di “denazificare l’Ucraina” o di tutelare le popolazioni russofone. E da qui lunghi e interminabili dibattiti a mezzo stampa, televisione e internet a confermare o confutare queste opinioni, politiche e geopolitiche. Che, sia detto chiaramente, hanno entrambe porzioni di verità: azioni belliche contrarie al diritto internazionale da un lato; presenza e crimini documentati di bande realmente neonaziste e sciovinismo ucraino dall’altro. Così come l’effettiva crucialità strategica, in un’ottica di scontro interimperialista, dell’entrata ucraina nella NATO o nella UE. Ma il problema è un altro.
Il problema di chi legge e scrive da un paese come l’Italia è l’aver perso ogni forma di distacco analitico. Quello che chiaramente non può più avere chi è in trincea da quasi quattro anni; né chi vive in zone in cui la guerra è arrivata. Ma chi vi sta lontano, un maggiore distacco lo dovrebbe avere. Per chi scrive, distacco è cercare la base economica, le motivazioni materiali della guerra.
In effetti, anche i commentatori geopolitici più in voga sui mezzi di comunicazione hanno spesso richiamato la base economica delle guerre, spesso declinandola in termini di aggressione per avere accesso a risorse naturali quali gas, petrolio o terre rare. Spiegazione che ha certamente del vero ma è parziale, se non si aggiunge che questo tipo di aggressione ha senso in quanto i “vecchi capitali” che gestivano quelle risorse possano essere soppiantati da “nuovi capitali” provenienti dai paesi vincitori delle guerre di aggressione oppure delle “operazioni di peace-keeping”, come abbiamo visto anni fa in Afghanistan, in Iraq o ancor meglio in Libia. Dove, solo come esempio, non si trattava di accedere a risorse petrolifere inutilizzate ma del sostituire o almeno del subentrare di “nuovi capitali” (leggasi Total o BP) laddove già operavano altri (leggasi ENI); in quella che più volte il giornalista Alberto Negri ha definito come la più grande sconfitta per l’Italia dalla Seconda guerra mondiale.
I suddetti commentatori geopolitici hanno poi chiaramente visto le cause economiche delle attuali guerre nel controllo strategico dei “corridoi economici”, soprattutto quelli che da Oriente vengono verso Occidente. Corridoi che sono stati però spesso raccontati solo come “commerciali”, una spiegazione che funziona bene quando si devono accusare gli Houthi dello Yemen come novelli pirati che danneggiano i commerci dei capitalisti occidentali, bombardando le navi di passaggio nel golfo di Aden e nello stretto di Bab el-Mandeb. Anche questa una spiegazione vera ma parziale, che dimentica come la posta in gioco sia molto più alta: i corridoi economici non sono solo vie di commercio ma soprattutto una catena di luoghi di produzione (di merci e quindi, soprattutto, di plusvalore); e rappresentano oggi la più aspra conflittualità economica, quella tra la “nuova via della seta” a controllo cinese e il corridoio alternativo IMEC, che dall’India arriva in Occidente attraverso Arabia Saudita e Israele.
Fra gli economisti più attivi, poi, nel fornire indicazioni sulle motivazioni economiche delle guerre, Emiliano Brancaccio ha in più sedi (a partire dal suo libro scritto con i colleghi Giammetti e Lucarelli, La guerra capitalista) presentato un’interpretazione basata sullo squilibrio debitorio statunitense come principale causa dei conflitti inter-imperialistici attuali. Pur nell’importante validità di tale elemento, chi scrive ritiene anche questa interpretazione soltanto parziale. Soprattutto perché in questi lavori, incentrati sul concetto marxiano di “centralizzazione di capitale”, è spesso assente un concetto marxiano se vogliamo molto più immediato: la “distruzione di capitale”.
Come possiamo leggere in maniera più completa, allora, queste motivazioni economiche della guerra? Un frammento di Marx ci può aiutare:
“Appena non si tratta più di ripartire i profitti ma di suddividere le perdite, ciascuno cerca di ridurre il più possibile la propria quota parte della perdita e di riversarla sulle spalle degli altri. La perdita per la classe nell’insieme è inevitabile, ma quanto di essa ciascuno debba sopportare, in quale misura debba assumersene una parte, diventa allora questione di forza e di astuzia e la concorrenza si trasforma in una lotta fra fratelli nemici […] Come si appianerà questo conflitto e come si ristabiliranno condizioni favorevoli ad un movimento «sano» della produzione capitalistica? La soluzione si trova già racchiusa nella semplice esposizione del conflitto che si tratta di appianare. Essa richiede l’inattività ed anche una parziale distruzione di capitale, per un ammontare corrispondente al valore di tutto il capitale supplementare o di una parte di esso” (K. Marx, Il Capitale, libro terzo, capitolo 15).
Di questi tempi, purtroppo, i testi dei classici non sono alla moda e ci si sforza poco di leggerli e rileggerli per capirne bene il contenuto. Oggi le masse sono indotte a comprendere grazie a brevi video. Ad esempio, quello ispirato dalle parole di Trump e che vedeva Gaza ricostruita come “Riviera di Gaza”: un paradiso per ricchi fatto di spiagge lussuose e grattacieli. Pur ritenendolo osceno, lo possiamo utilizzare per capire il senso dell’operazione: la distruzione di capitale fisso, di edifici e infrastrutture a Gaza, e soprattutto di “capitale variabile” (ossia di proletariato, anche se solo potenziale, come tanti bambini e giovani palestinesi) ha senso solo affinché poi ci possa essere ricostruzione. Ricostruzione che altro non è se non comando capitalistico sul lavoro di quei proletari sopravvissuti e di altri migranti che arriveranno lì, a guerra finita, per ricostruire e produrre plusvalore. Gli investimenti produttivi, quindi il comando del capitale produttivo proveniente da una certa area (in questo esempio, quella statunitense) sul lavoro vivo è, marxianamente, la prima causa materiale cui pensare. Ma le motivazioni economiche in Medio Oriente sono molteplici e richiamano quelle dette sopra e si intrecciano tutte fra loro: accesso a risorse naturali (il gas naturale nel mare di fronte Gaza); eliminazione di impedimenti e rischi al corridoio commerciale IMEC passante per Haifa; creazione di impedimenti alle potenze concorrenti (si pensi ancora alla nuova via della seta e ai rapporti economici dell’Iran con la Cina, che costituisce il primo partner in termini di import/export ma anche come investimenti lì delle proprie multinazionali).
Oltre ai video, oggi si preferisce capire anche soltanto leggendo dei brevi tweet su X. Allo stesso modo, quindi, possiamo usare il tweet di Volodymyr Zelensky del 27 dicembre 2025 per capire cosa significhi in Ucraina la distruzione di capitale:
“Stiamo collaborando con gli Stati Uniti alla definizione di una roadmap per la prosperità dell’Ucraina. La nostra visione, condivisa con gli Stati Uniti, si estende fino al 2040 e copre gli elementi chiave di un accordo sugli investimenti e sulla prosperità futura. Gli aspetti e gli orientamenti principali sono i nostri obiettivi nazionali, l’aspettativa di vita, il ritorno dei rifugiati, il PIL pro capite, i nuovi posti di lavoro, le garanzie di sicurezza, e poi l’orientamento dell’accesso ai mercati e l’adesione all’Unione Europea. Abbiamo obiettivi e strategie per la stabilità macroeconomica. Stimiamo che la ricostruzione richiederà circa 700-800 miliardi. Ciò che è importante è che abbiamo una visione condivisa con gli Stati Uniti, che avremo diversi fondi istituiti. Ci saranno un Fondo per la ricostruzione dell’Ucraina, una piattaforma di investimento sovrana dell’Ucraina, un Fondo per lo sviluppo dell’Ucraina e un Fondo per la crescita e le opportunità dell’Ucraina. Abbiamo in programma di continuare a sviluppare il Fondo di investimento per la ricostruzione USA-Ucraina. I gruppi di negoziazione stanno anche discutendo questioni relative al Fondo per il capitale umano e al sostegno ai rimpatri”.
Al netto dei pomposi richiami alla “prosperità futura dell’Ucraina” – ma di chi? Dell’intera popolazione? O solo di alcuni oligarchi in uno dei paesi più corrotti del mondo, secondo tante statistiche ufficiali? – da subito si parla di investimenti, di PIL e di posti di lavoro, di stabilità macroeconomica; poi di fondi per la ricostruzione, fondi di investimento congiunti con gli USA. E soprattutto di un piano di investimenti da 700-800 miliardi di dollari per un solo paese che, se confermato, equivarrebbe a più del triplo dell’intero piano Marshall e a quasi 50 volte, in valore attuale, rispetto ai fondi stanziati per un solo paese (in quel caso l’Italia) dagli USA 80 anni fa. Fondi che permetteranno definitivamente di sostituire “vecchi capitali” legati magari alla Russia, o alla Germania o ad altri paesi europei “volenterosi” – che stanno infatti oggi disperatamente cercando di salvare qualcosa dei loro interessi – con “nuovi capitali” più legati agli USA. A guardar bene, quindi, dietro le roboanti parole di Trump altro non c’è che la stessa strategia di Biden. O, forse, la sostituzione di “vecchi capitali USA legati a Biden” con “nuovi capitali USA legati a Trump”. Perché dobbiamo ricordare che nazioni e nazionalismi sono, in tempi di capitalismo globale, soltanto una copertura: gli interessi di un capitale proveniente da un paese possono tranquillamente essere in conflitto con quelli di un altro capitale proveniente dallo stesso paese.
Questa strategia statunitense è poi diventata massimamente evidente negli ultimissimi giorni, con l’attacco militare al Venezuela. Ancora con una forma comunicativa molto diretta – ossia una conferenza stampa di Trump in diretta TV e internet – ma con un’esplicitazione ancora maggiore delle radici economiche: “preleveremo enormi quantità di petrolio e una parte andrà agli Stati Uniti come rimborso per i danni causati dall’amministrazione Maduro” (quindi ancora accesso a risorse naturali); e “per quanto riguarda gli altri paesi che vogliono il petrolio, noi siamo nel settore petrolifero, glielo venderemo” (quindi ancora ricerca di un ruolo chiave nel commercio internazionale); ma soprattutto “avremo le più grandi compagnie petrolifere del mondo che investiranno miliardi e miliardi di dollari, preleveranno denaro, lo useranno in Venezuela” (quindi ancora motivazione di investimento produttivo, creazione di plusvalore, nei luoghi conquistati; il che è peraltro l’esatto opposto della richiesta alle multinazionali USA di tornare a investire in patria, con cui ci ha assillato negli ultimi anni…). Ovviamente senza dimenticare la copertura ideologica, ossia che “i maggiori beneficiari saranno il popolo venezuelano e, cosa che non potrò mai sottolineare abbastanza, le persone che sono state cacciate dal Venezuela e che ora si trovano negli Stati Uniti”.
Per sintetizzare, vogliamo ribadire che qui non si tratta di opinioni. Non si tratta di opinare su chi siano i buoni e i cattivi, i saggi e i pazzi. Si tratta di imparare a leggere i freddi numeri della produzione capitalistica. Parlare di guerra capitalistica significa parlare di distruzione di capitale produttivo di proprietà di alcuni e della sua sostituzione con i capitali produttivi di proprietà di altri. Distruzione di capitale perché solo così è possibile far ripartire l’accumulazione di nuovo capitale su scala mondiale. Accumulazione che manca da più di mezzo secolo.
Insomma, se seguiamo la teoria di Marx, quando guardiamo oggi Gaza, l’Ucraina o il Venezuela, così come ieri Afghanistan o Iraq, Libia o Siria, più che di geopolitica dobbiamo parlare della lunga crisi di capitale perdurante dall’inizio degli anni ‘70: “si tratta di una crisi – come sempre caratterizzata da un eccesso di sovraproduzione generale di merce, denaro e capitale – venuta a collocarsi epocalmente in coincidenza con l’avvio pratico della seconda grande rivoluzione industriale, quella informatica dell’automazione del controllo, con la fine dell’egemonia economica assoluta USA, con il conseguente crollo del sistema delle economie di comando del realsocialismo, e in sintesi con la presenza del deterrente nucleare che rende per ora impraticabile la strategia bellica generalizzata di distruzione del capitale, in tutte le sue forme, la quale soltanto può fornire la chiave della fuoriuscita dalla crisi stessa” (Gf. Pala, Perla Critica, postfazione).
Dati i molti, troppi richiami fatti in questi anni alle armi nucleari da tutti i fronti, davvero dobbiamo sperare che questa recente distruzione di capitale, con “solo” 4 anni di morti ucraini e russi, o 2 anni di morti gazawi, sia sufficiente a far ripartire l’accumulazione capitalistica. Oppure tornare a pensare di trasformare il mondo, prima che la deterrenza nucleare diventi azione di distruzione totale.
Approfondimento: 17 anni dopo, come il presente si lega al passato
Dalla rubrica “no – contro/in/formazione”, rivista “La Contraddizione”, numero 126, gennaio-marzo 2009
Distruzione…
Che la distruzione di ogni struttura presente nella striscia di Gaza sia stata infame e mostruosa, ormai è fatto accettato da tutti. Da questo punto di vista, però – secondo quanto sostiene l’architetto israeliano Eyal Weizman direttore del Centre for research architecture del Goldstmiths college dell’università di Londra – a subire il maggior quantitativo degli attacchi sono stati proprio i campi dei rifugiati della zona. Colpendo questi, di fatto, si è andata a devastare non solo la “semplice” residenza di un milione di persone (i due terzi degli abitanti dell’intera area) bensì il loro status giuridico, ossia quello di rifugiato. Da una parte, infatti, l’esistenza stessa dei rifugiati (da cosa?) è ciò che nega ad Israele legittimità al contempo reale e morale. Infatti, la continua richiesta di ritorno nelle proprie terre fatta legittimamente da questa grande massa di palestinesi in qualche modo rappresenta una minaccia continua per Israele e soprattutto ne colpisce fortemente l’immagine internazionale Di fatto, dunque, le pesanti offensive sui campi sono un modo per far sì, da una parte, che i rifugiati si stabilizzino definitivamente nelle città rinunciando al proprio status e dall’altro, per demolire ogni traccia di abitazione e rilanciare sùbito la ricostruzione di case, scuole e ospedali che però possano essere più controllabili. La striscia di Gaza, infatti, è composta da una miriade di campi di rifugiati e, per questa ragione, risulta essere pressoché incontrollabile politicamente – più che militarmente – per Israele. D’altra parte, questa strategia della devastazione per la ricostruzione non è nuova, ma è rintracciabile già nella condotta israeliana nella zona agli inizi degli anni settanta. Nel biennio 1971-72, Sharon, allora generale di comando nella “striscia”, accanto alle masse di corpi senza vita lasciò alle sue spalle tonnellate di macerie. In quel periodo Sharon prese di mira in particolare i campi dei rifugiati. Immediatamente dopo, fu lui stesso – in apparente contraddizione – fautore di enormi progetti abitativi per i rifugiati. Strategie simili sono state portate avanti successivamente anche in Giordania, Siria e in Libano (Nahr el-Bared).
…e ricostruzione
È probabilmente questa la ragione principale alla base del rapido slancio, apparentemente umanitario, che la “comunità internazionale” ha concretizzato nella conferenza di Sharm el Sheik, stanziando ben 4,5 mrd $ per la ricostruzione di ciò che la macchina militare ha raso al suolo in poche settimane. Non va dunque confusa la volontà degli 87 stati e di molte organizzazioni internazionali che, per di più in tempi critici per l’intero sistema capitalistico, hanno stanziato una cifra non indifferente. Hillary Clinton, una delle principali protagoniste dell’incontro, ha tenuto a sottolineare che il maxi-finanziamento è vincolato ad uno stato pacifico e, dei 900 mln $ donati dagli USA, solo un terzo sarà devoluto per la ricostruzione, mentre il resto sarà intascato da Abu Mazen. I … dubbi sulla finalità del gesto nascono quando si osserva che la proposta USA viene da chi dipende strettamente a doppio filo alle lobby ebraiche più potenti del mondo.
Oltretutto, in un momento in cui l’accumulazione a livello mondiale è ormai un sogno, in molti hanno approfittato dell’occasione per generare opportunità di valorizzazione di capitale: l’estrema distruzione di capitale variabile (e fisso) effettivamente pone le condizioni ideali per produrre neovalore anche se su base molto limitata e non continua. Berlusconi – offrendo a Gaza ben 100 mln $ per assecondare il capitale italiano e stanziando (senza spenderli, però) addirittura 18 mrd € per il famigerato ponte-sullo-stretto e altri 9 per “sussidiare” le imprese nel pagamento dei salari (sotto il falso nome di “ammortizzatori sociali”), non riesce a “trovare” neppure un euro da dare a salari, stipendi e pensioni per i bisogni dei lavoratori – ha definito adeguatamente la pseudo-donazione internazionale un “piano Marshall” per i palestinesi. L’obiettivo sembra dunque chiaro: ad una serrata pioggia di bombe, per lo più sporche e non convenzionali, segue una pioggia di dollari. Entrambe le “precipitazioni” servono, in fasi convenientemente successive, a sterilizzare quelle reali o potenziali sacche di dissenso che potrebbero infastidire il capitale mondiale, spaventato da un’eccessiva instabilità mediorientale che il problema palestinese comporta.



