Quando ad inizio ottobre del 2026 il poliziotto infiltrato nel Snapchat dei liceali francesi aveva utilizzato la formula “Bismillah, c’est les ténèbres” (in nome di Dio, arrivano le tenebre) con l’idea di ottenere delle informazioni sui blocchi delle scuole, non si poteva immaginare né che la frase sarebbe diventata uno slogan del movimento, né che qualche settimana dopo le tenebre sarebbero effettivamente calate sulla Francia, o, più precisamente, sulla sua classe dirigente.
Ma facciamo un passo indietro. Dopo la pausa estiva, il Paese sembrava entrare, in largo anticipo, in una campagna elettorale per le presidenziali di aprile/maggio 2027 che avrebbe arginato ogni mobilitazione sociale. A fare breccia in questa trincea di inizio ottobre ci ha pensato il movimento studentesco di licei e scuole professionali, che dalle periferie si è allargato solo di seguito nelle scuole del centro città, entrando di prepotenza nella quotidianità francese.
Hanno iniziato puntando il dito contro un sistema scolastico sempre meno capace di rispondere alle esigenze dei giovani (strutture fatiscenti, mancanza di professori, un sistema selettivo, classista e razzista), poi, molto velocemente, trasformandosi in un vero e proprio movimento politico che chiede la fine della macronie e tutto ciò che questo rappresenta (il genocidio contro il popolo palestinese, il riarmo e la guerra, le violenze poliziesche etc.).
Oltre alle quotidiane azioni di blocco degli istituti superiori, e molto velocemente anche delle università del Paese, ci sono state le mobilitazioni di massa del 6, 8 e 13 ottobre che confermano la forte polarizzazione politica e sociale della Francia, con mezzo milione di persone che hanno conquistato le strade di tutto il Paese. Un orizzonte sociale andato oltre la parte studentesca toccando i sindacati confederali, con degli scioperi settoriali nelle scuole, nelle strutture sanitarie e nell’amministrazione pubblica. Ad unire questi diversi settori della classe lavoratrice francese è il rifiuto del progetto di bilancio 2027 presentato, a metà agosto, dal premier Sébastien Lecornu che prevede tagli sociali pari a 54 miliardi di euro.
Il ritorno dei gilet gialli
Il governo francese aveva sperato che le vacanze scolastiche autunnali iniziate il 16 ottobre potessero spezzare l’ingranaggio della mobilitazione e permettere all’establishment di prendere una boccata d’aria, ma non aveva fatto i conti con il “ritorno dei gilet gialli”. Dalla fine dell’estate circolava un appello che convocava la data del 17 ottobre per “bloccare il Paese” e “prendersi l’Eliseo”, una chiamata ad azioni decentralizzate che aveva reso illeggibile le dimensioni che la giornata avrebbe potuto prendere.
Ben presto si è però capito che il 17 ottobre 2026 sarebbe diventata una data storica, un intreccio di grandi numeri e qualità delle proteste che parla all’Europa intera. La mattinata è iniziata con azioni preventive della polizia che ha tentato di impedire assembramenti, manifestazioni e azioni di blocco, applicando una feroce repressione, ma questo non ha impedito a centinaia di migliaia di persone di radunarsi nei diversi punti d’incontro di tutto il Paese.
Nella capitale francese, a Place de la République doveva partire il corteo autorizzato verso Place de Clichy, ma decine di migliaia di persone erano inizialmente rimaste fuori per causa dei primi scontri che avevano visto un utilizzo di gas lacrimogeno che molto velocemente si era diffuso nelle strade d’accesso della piazza. A un certo punto però la Nuova Francia si è messa in movimento: una composizione di giovani e giovanissimi, francesi di nascita e seconde generazioni, lavoratori e studenti si è presa la capitale, senza la partecipazione dei sindacati confederali che avevano disertato la chiamata dei gilet gialli.
Una composizione fatta di azioni dirette e solidarietà
Non è stata solo la giornata di chi era sceso fisicamente in piazza però. Durante tutto il corteo si era in dialogo con gruppi di persone al di fuori della manifestazione: passando davanti all’ospedale Larboisière su Boulevard Magenta, infermieri e medici si affacciavano dalla finestra per esprimere la loro solidarietà; dalle finestre dei palazzi le persone sventolavano bandiere della Palestina o cartelli con slogan come: ACAB o “La jeunesse emmerde le Front National” (la gioventù manda a fanculo il Front National), uno slogan antifascista nato alla fine degli anni Ottanta contro il partito di estrema destra, ora Rassemblement national; gli autista della metro parigina RATP suonavano il clacson in segno della loro adesione al corteo; al ritorno a casa, nella metropolitana, ragazze e ragazzi giovanissimi scrollavano i reel con le immagini della giornata mettendo like.
In diverse città si sono verificate però anche azioni dirette contro i palazzi di potere: a Marsiglia e Lille dei manifestanti hanno fatto irruzione nei municipi; a Limoges, un gruppo di manifestanti ha perfino messo fuoco al municipio che è stato quasi completamente distrutto; a Parigi centinaia di manifestanti si sono avvicinati all’Eliseo. Simili immagini le abbiamo viste a Lione, Bordeaux, etc.
La politica di palazzo
La classe politica al potere ha tentato, ancora una volta, di scaricare le responsabilità dei “disordini” su La France Insoumise, l’unico partito istituzionale ad aver aderito alla chiamata dei gilet gialli. Il suo leader Jean-Luc Mélenchon, a differenza dei politici della sinistra italiana, ha immediatamente preso parola condannando l’incapacità politica del governo di gestire le piazze, e postando le foto delle numerose e partecipatissime piazze che sono sfilate pacificamente in tutto il Paese.
Intanto il presidente Macron è distante anni luce dal paese reale e dalle sue rivendicazioni. Il 6 ottobre, durante la prima mobilitazione nazionale delle scuole, si è recato al largo della Bretagna per assistere al primo lancio di prova dal sottomarino a propulsione nucleare Le Vigilant del missile balistico M51.3 in grado di trasportare testate nucleare, commentando sui social: “Per essere liberi, bisogna essere temuti. E per essere temuti, bisogna essere potenti” (sic!). Alla vigilia del 17 ottobre ha preferito presenziare al concerto di Céline Dion invece di preoccuparsi delle istanze che le classi popolari portavano in piazza. Solo la sera del 18 il presidente si è rivolto “alla nazione” con un suo solito discorso vuoto di poco più di otto minuti.
L’azione repressiva
Perché l’unica lingua che il potere politico riesce a parlare è quella di febbrili atti di repressione. Dai primissimi giorni delle mobilitazioni nei licei, studenti e studentesse hanno riportato gravi danni fisici: la mutilazione di una mano per causa di una granata stordente, la perdita di un occhio per causa di un proiettile di gomma e la frattura della mascella causata dallo sparo di un lacrimogeno a distanza ravvicinata sono solo i casi più eclatanti delle numerose ferite riportate a causa degli interventi violenti per sciogliere i blocchi.
Questa violenza rimane invece fortemente sottorappresentata nei media, secondo un sondaggio dell’osservatorio dei media Acrimed, nei quattro giorni tra il 28 settembre e il 1° ottobre, il 75% dei servizi sulle proteste era dedicato alle “violenze e danni materiali” e il 12% alle accuse contro LFI contro solo l’8% alle rivendicazioni del movimento e il 3% alle violenze della polizia. Tendenza che va a confermarsi anche nelle settimane successive.
Ci troviamo di fronte a una classe dirigente profondamente in crisi, incapace di offrire perfino quello spazio di concertazione che aveva permesso di costruire un “compromesso di classe” nei decenni precedenti. Perché dall’alto non esiste più grande margine di ridistribuzione e quindi “non possono più governare come prima”, ma anche perché “quelli sotto” non si accontentano più delle briciole e “non vogliono più vivere come prima”.
Si tratta di una crisi che si sta perpetuando da anni ormai e che si è andata ad approfondire con le elezioni legislative anticipate del 2024, perse da Macron, senza che lo avesse mai riconosciuto e continuando a governare con una minoranza parlamentare. Il presidente si aggrappa al potere con un unico scopo: proseguire l’opera di tagli al salario diretto e indiretto della classe lavoratrice per garantire i profitti del capitale nazionale e transnazionale (ne avevamo scritto qui).
Uno spartiacque
Con la giornata del 17 ottobre, l’attuale ciclo di lotte in Francia sembra aver fatto un salto di qualità fondamentale, per due ragioni. La prima, storica: dall’emergenza del primo movimento di studenti liceali nel 1971, nessun governo francese è riuscito a sopravvivere senza cedere alle sue rivendicazioni. La determinazione della cosiddetta Generazione Z e la sua partecipazione nelle piazze del 17 ottobre non possono quindi che rafforzare il movimento e, così, approfondire la crisi di governo. La seconda, contingenziale: la forza dell’attuale movimento generale risiede nella capacità dialettica di combinare autonomia del movimento e rappresentanza politica, radicalità delle piazze e forza della proposta politica.
La prossima tappa ufficiale, lo sciopero generale del 5 novembre chiamato dai sindacati, sarà un passaggio determinante. Perché l’esito di questa profonda crisi politica in cui è sprofondata la Francia dipenderà anche dalla capacità della classe lavoratrice organizzata di integrarsi nel movimento generale.