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Che cosa succede in Francia e che cosa possiamo fare noi?

Francesco Tirro

Che cosa succede in Francia e che cosa possiamo fare noi?

Nel nostro paese si galleggia verso una fine legislatura che non si sa ancora quando arriverà, il Governo Meloni cerca di assicurarsi una nuova vittoria politica tra una legge elettorale liberticida e un rapido spostamento ancora più a destra allo scopo di limitare Vannacci. Il campo largo non ha ancora deciso leader e programma, il malcontento è diffuso, specialmente per il carovita, e il mese di Ottobre vedrà certamente la manifestazione promossa dalla CGIL, “La via maestra”, il 17 Ottobre, e soprattutto lo sciopero internazionale dei porti promosso da USB per il 30 Ottobre. Non c’è ancora una chiamata allo sciopero generale, mentre al di là delle Alpi, la rentrée politique si è manifestata con un’esplosione di lotte inaspettata, che ha iniziato a diffondersi dai licei delle periferie per estendersi a diverse centinaia di scuole e università. I numeri degli istituti bloccati sono di gran lunga superiori a quelli dell’ultima mobilitazione contro la riforma delle pensioni, 2023. Martedì 6 Ottobre c’è uno sciopero generale e il governo mostra gravi difficoltà. Cerchiamo di capire che cosa succede e quali scenari si aprono per tutta Europa.

La crisi economica

La Francia attraversa una crisi economica profonda. Secondo l’INSEE, il deficit pubblico si attesta al 5,1% del PIL nel 2025 (152,5 miliardi di euro), dopo il 5,8% nel 2024 e il 5,4% nel 2023. Il debito pubblico raggiungerà circa il 120% del PIL nel 2026.

La crescita, invece, rimane anemica: 0,5% nel 2026, secondo il governo, una cifra che colloca la Francia alla coda delle grandi economie europee. Questo dato è insufficiente per arrestare quella che gli economisti chiamano la “valanga del debito”: il carico degli interessi, passato da 30 miliardi di euro nel 2020 (1,3% del PIL) a 66 miliardi nel 2025 (2,2% del PIL), 91 miliardi nel 2027, fino a raggiungere circa 120 miliardi nel 2030 (3,5% del PIL), diventando il primo motore del deficit pubblico.

In questo contesto, i governi che si sono succeduti, sempre sotto la presidenza liberista di Emmanuel Macron, hanno avviato tagli di bilancio massicci. Il progetto di bilancio 2026 prevede in particolare 43 miliardi di tagli, di cui:

  • 2 miliardi di euro di prelievo sugli organismi HLM (edilizia popolare), mentre 2,6 milioni di famiglie sono in attesa di un alloggio sociale; 
  • riduzione del deficit della Sécurité sociale a circa 12 miliardi contro i 21 di quest’anno; 
  • 5,5 miliardi di tagli alle pensioni, attraverso lo stop alla rivalutazione automatica delle pensioni superiori a 1260 euro (non saranno più indicizzate all’inflazione);
  • blocco della rivalutazione dei salari della Pubblica Amministrazione;
  • soppressione di oltre 1200 posti di insegnanti;
  • 5,4 miliardi di tagli agli enti locali;
  • congelamento delle somme destinate ai contributi alloggio (Aide Pour le Logement, APL);
  • riduzioni nell’istruzione superiore e nella ricerca (una spesa di circa 13 miliardi, nominalmente superiore agli anni passati ma in realtà erosa dall’inflazione, al 2,1%).

La crisi politica permanente dalla rielezione di Macron

La rielezione di Emmanuel Macron nel 2022 ha aperto un periodo di instabilità politica senza precedenti sotto la Quinta Repubblica. Il suo partito, Renaissance (ex-La République En Marche!), ha perso la maggioranza assoluta alle legislative del 2022, poi la maggioranza relativa dopo le elezioni anticipate convocate da Macron nel 2024.

Da allora, la Francia conosce una successione di governi di minoranza, costretti a negoziare caso per caso con Les Républicains o a ricorrere all’articolo 49.3 per far passare le proprie riforme, come accadde nel 2023 con le pensioni. Questa paralisi istituzionale coincide con una polarizzazione estrema del panorama politico, dove da un lato l’estrema destra del Rassemblement National di Marine Le Pen domina tutti i sondaggi per il 2027; dall’altro la sinistra “di rottura” rappresentata da La France Insoumise di Jean-Luc Mélenchon consolida il proprio radicamento popolare; il blocco centrale crolla, coi candidati macronisti (Gabriel Attal, Édouard Philippe) faticano a superare il 13-19% nei sondaggi.

La riforma delle pensioni imposta con la forza e lo stato di salute delle lotte in Francia

Durante il quinquennio, il Governo Élisabeth Borne (maggio 2022-gennaio 2024) ha imposto con la forza, nel 2023, una riforma delle pensioni che innalza l’età pensionabile da 62 a 64 anni, con un requisito di 43 anni di contribuzione per una pensione a tasso pieno entro il 2027. Contro il milione di manifestanti sceso in piazza il 19 gennaio 2023 e scioperi prolungati nei trasporti, nelle raffinerie e nei servizi pubblici, la riforma è passata utilizzando il famigerato articolo 49.3 della Costituzione, una sorta di fiducia rafforzata che taglia ogni dibattito parlamentare. Questa sconfitta dei movimenti risulta relativamente inedita in una storia, anche recente, di successi degli scioperi e delle proteste, con ricadute anche sugli anni successivi (vedi anche il relativo insuccesso dello sciopero della funzione pubblica del dicembre 2024 o sostanziale fallimento del bloquons tout del 2025), fino ad arrivare ad oggi, dove i segnali al momento sono francamente più positivi.

I movimenti sociali francesi presentano una caratteristica particolare in Europa: appaiono all’esterno come fenomeni quasi “carsici”, perché alternano esplosioni massive e violente e periodi di silenzio apparente. Questa dinamica l’abbiamo osservata, come dicevamo, nelle recenti mobilitazioni. Negli ultimi anni, in particolare, i governi hanno inasprito la repressione dura e pura: solo nel mese di settembre 2025 quasi mille persone sono state arrestate, e in questi giorni migliaia di studenti sono stati condotti in custodia e i prefetti hanno dichiarato zone rosse, interdicendo le manifestazioni, tutte le aree intorno ai principali licei bloccati. Il ministro dell’interno minaccia di rivalersi sulle famiglie per i danni materiali e nel frattempo viene agitato lo spettro dei casseurs (vandalo) infiltrati, un grande classico delle strategie governative di tutta Europa.

A spegnere le proteste degli ultimi anni non ha influito solamente la repressione poliziesca. L’uso del 49.3 e l’approvazione forzata dei provvedimenti hanno bloccato le ambizioni di cambiamento degli ultimi anni, portando le lotte in un’impasse politica. Esattamente come in Italia, poi, la maggiore attitudine al compromesso di alcune sigle sindacali, come la CFDT, ha indebolito il fronte, anche se la capacità mobilitativa dei sindacati francesi resta di gran lunga più alta della nostra, complici una serie di arretramenti strategici del sindacalismo confederale italiano, in primis della CGIL. Queste situazioni hanno determinato la diffusione di un sentimento di frustrazione che in parte ha stancato le lotte. Tuttavia il livello di mobilitazione diffusa in Francia continua a non avere confronti con quasi tutto il resto d’Europa, ad eccezione, forse, della Spagna.

L’anomalia francese: perché le lotte sono più avanzate che altrove?

La Francia, infatti, rimane un’eccezione europea per intensità e frequenza delle sue mobilitazioni. Diversi fattori spiegano questa specificità:

A differenza di Italia, Spagna, Grecia o Portogallo, che hanno subito cure di austerità drastiche già dal 2010-2012, la Francia ha beneficiato di un “ammortizzatore” legato alla sua dimensione economica e al suo status nella zona euro. I tagli arrivano quindi con un ritardo, e la presa di coscienza è più recente – dunque più viva.

La Francia conserva un tessuto sindacale e politico più strutturato di molti suoi vicini. Anche se il tasso di sindacalizzazione rimane basso (circa 10%), organizzazioni come CGT, FO, FSU o Solidaires dispongono di una capacità di mobilitazione nazionale che pochi paesi possono eguagliare.

Il movimento dei Gilet Gialli ha segnato una svolta: prima rivolta popolare di ampio respiro del XXI secolo in Francia, ha dimostrato che una mobilitazione fuori dalle cornici sindacali tradizionali poteva tenere in scacco il governo per mesi. La sua eredità si vede nella sfiducia accresciuta verso le istituzioni e nella volontà di “bloccare l’economia” come mezzo di pressione.

Il “battage ideologico” contro gli scioperi – frequente nei media anglosassoni, nord-europei, italiani – trova meno eco in Francia, dove il diritto di sciopero è stato meno attaccato che altrove (meno che da noi sicuramente) e dove la strada rimane percepita come un luogo legittimo di espressione politica. L’Italia, per fare un confronto, ha una delle peggiori leggi sul diritto di sciopero in Europa (approvata col consenso del sindacalismo maggioritario) da ben 36 anni, e nemmeno la recente condanna in sede europea ha determinato il sorgere di un movimento per chiederne la modifica.

Un altro elemento che spiega l’anomalia francese è la persistenza relativa di un modello di stato sociale, frutto delle conquiste del dopoguerra, ancora sostanzialmente solido nell’impianto o, quantomeno, meno smantellato di altri. Di conseguenza risulta maggiore il livello di condizioni salariali e di welfare da difendere.

A ciò si unisce una struttura sociale del paese con alcune differenze significative rispetto al nostro. A fronte di circa 25 milioni di occupati italiani, il numero francese è di oltre 28 milioni, e il tasso di occupazione è di quasi il 70% contro il nostro 63%. La maggior parte dei contratti, in entrambi i paesi, è a tempo indeterminato, ma i livelli salariali, anche grazie allo SMIC, sono migliori in Francia, così come le tutele economiche in caso di perdita del lavoro. La precarietà, in entrambi i paesi, è diffusa tra gli under 25, ma le forme di subordinazione precaria al lavoro sono minori come numero e varietà in Francia. Per quanto riguarda i NEET, proprio nel 2026 l’Italia ha portato la sua percentuale al 16% dal 30% di un decennio fa, ma la Francia, benché in crescita, si ferma al 13,1. Non trascurabile, infine, il fattore demografico: benché anche in Francia inizi un rallentamento, il paese è ancora l’unico in lieve crescita (+0,14%) in Europa occidentale, con un’età mediana di poco più di 42 anni, contro gli oltre 48 dell’Italia, la cui popolazione diminuisce costantemente da diversi anni.

Interessante è anche il confronto sulle spese per istruzione e ricerca. I dati più solidi a nostra disposizione, OCSE 2023, mostrano che mentre la spesa per studente è lievemente maggiore, in dollari e a parità di potere d’acquisto, in Italia, la spesa per la formazione superiore e la ricerca è del 58% superiore in Francia rispetto all’Italia. Le spese in percentuale sul PIL e spesa pubblica sono sistematicamente inferiori in Italia. Gli insegnanti italiani, poi, sono i più precari e i peggio pagati d’Europa. Sostanzialmente, i tagli previsti per l’istruzione nel budget francese 2027 vanno a toccare un sistema sistematicamente più finanziato del nostro, nonostante abbia già subito tagli.

Dal confronto complessivo emergono alcuni aspetti.

Prima di tutto, la Francia ha più da perdere: il tasso di occupazione più alto (69,3% contro 62,9%) e una maggiore percentuale di contratti a tempo indeterminato (i cosiddetti CDI) creano una base più ampia di lavoratori con diritti acquisiti da difendere. L’Italia, con un debito più alto, ha un mercato del lavoro più frammentato e un tasso di occupazione inferiore. Inoltre la Francia mantiene protezioni più universali (il sussidio economico minimo RSA, il salario minimo SMIC, un sistema pensionistico pubblico) e spende molto di più in istruzione e ricerca. L’Italia ha smantellato progressivamente il reddito di cittadinanza, non ha un salario minimo legale e investe meno della metà in termini assoluti nel sistema universitario. C’è dunque più da difendere in Francia, e molto più da recuperare in Italia.

La precarietà giovanile è simile: in entrambi i paesi, i giovani sotto i 25 anni sono la categoria più esposta. In Francia il 56% ha un lavoro precario, ma in Italia la percentuale di NEET è superiore.

L’Italia ha un tasso di sindacalizzazione molto più alto (35% contro il 10%), ma la Francia si mobilita di più. Questo è dovuto essenzialmente alla trasformazione di fondo del sindacato maggioritario italiano, che è diventato un erogatore di servizi, gestore di fondi pensione, centro di assistenza fiscale ma sempre meno uno strumento di lotta. Le tessere, quindi, non sono comparabili, dal momento che quelle italiane sono più che altro considerabili come delle quote di adesione a centri di assistenza fiscale.

Infine, l’Italia ha un debito più alto (137,1% contro 115,7%), ma un deficit inferiore (3,1% contro 5,1%). Questo significa che la Francia sta vivendo una crisi più acuta nel presente, mentre l’Italia porta un fardello storico più pesante. Entrambi i paesi sono sotto procedura d’infrazione UE.

Questo quadro mostra una Francia a due velocità: una maggioranza di salariati protetti dai contratti a tempo indeterminato, ma una precarietà crescente tra i giovani e nei settori esternalizzati. È precisamente questa minaccia di declassamento che alimenta la mobilitazione: chi ha ancora acquisiti li difende a denti stretti, sapendo che la loro perdita sarebbe irreversibile.

La novità: la mobilitazione dei liceali delle periferie, la presenza di La France Insoumise

La mobilitazione studentesca delle scuole superiori di settembre-ottobre 2026 segna un’evoluzione significativa. Secondo France Info e ICI, le rivendicazioni vertono sul definanziamento, la mancanza di docenti titolari e supplenti, gli edifici fatiscenti, il classismo e il razzismo che si esplicitano sia nella differenza di risorse tra centro e periferia, sia nei percorsi di accesso alle facoltà, il famigerato Parcoursup o il programma Mon master. 

Questa mobilitazione è relativamente nuova per il suo radicamento nelle condizioni materiali dei quartieri popolari. Non è più solo una lotta strettamente studentesca, ma una rivolta della gioventù delle periferie che lega degrado delle infrastrutture, abbandono dell’istruzione nazionale e discriminazioni sistemiche. L’altro elemento di novità è la presenza delle e dei militanti, elette ed eletti di La France Insoumise al fianco di chi lotta, coi loro corpi, le fasce tricolori, nei cortei e nelle piazze. Questo è un elemento di oggettiva novità che fa acquisire alla forza politica una certa “rispettabilità” all’interno dei movimenti.

La presenza di una forza politica organizzata di sinistra radicale nelle piazze non è un elemento di novità assoluta. LFI ha dimostrato di essere in grado di intercettare e catalizzare le proteste fin dall’epoca dei Gilet Gialli, ed è in grado anche di essere accettata, come forza politica, all’interno di movimenti storicamente refrattari alla rappresentanza. Il fatto nuovo è la forte polarizzazione della società e del panorama politico in vista dell’appuntamento elettorale del 2027. I sondaggi danno in forte crescita LFI, che macina decine di migliaia di nuovi aderenti e gruppi d’azione. Questi fattori spaventano enormemente il centro liberale, la destra e, a guardar bene, la quasi totalità dell’arco parlamentare, sinistra riformista compresa, e gettano un fascio di luce sulle sfide racchiuse nelle prossime presidenziali.

2027: un appuntamento elettorale fondamentale

I sondaggi per le presidenziali dell’aprile 2027 concordano nel riconoscere una grande probabilità di vittoria al Rassemblement National di Marine Le Pen, con la presenza di Jean-Luc Mélenchon come unico in grado di contenderle la vittoria e di rappresentare l’underdog che ribalta le previsioni. Qualora dovesse vincere la Le Pen, la Francia si unirebbe al vento di destra che spira in tutto il continente, diventando l’anello più pesante di un asse nazional-populista e autoritario europeo. Se, al contrario, vincesse Mélenchon, si aprirebbe uno scenario politico inedito per tutta l’Europa, con esiti assolutamente imprevedibili ma potenzialmente importanti, se non fondamentali, per la sinistra radicale del continente. La Francia e, forse, la Spagna diventerebbero degli “avamposti” per la difesa del continente contro la forma dominante di autoritarismo neoliberale che mantiene le apparenze democratiche svuotando però la sovranità popolare del suo contenuto.

Un tale scenario aprirebbe un periodo di confronto maggiore con le istituzioni europee, la BCE e i mercati finanziari. Ma rappresenterebbe anche la prima alternativa di sinistra “di rottura” al potere in un grande paese europeo da decenni.

Conclusioni provvisorie

La Francia si presenta oggi come un laboratorio delle contraddizioni del neoliberismo.

Il paese ha ancora abbastanza protezioni sociali perché valgano la pena di essere difese, ma non abbastanza prosperità perché siano finanziate senza conflitto. È questa tensione che alimenta la rabbia. Ai fattori oggettivi si aggiunge l’elemento soggettivo di cui abbiamo già parlato e che oggi fa la differenza in Francia: la capacità di LFI di essere dentro il movimento, egemone nella sinistra e contemporaneamente partito di rappresentanza. È ciò che è stato teorizzato e chiamato col nome di révolution citoyenne, rivoluzione cittadina, che non è un “dateci il voto e cambiamo le cose”, bensì la sinergia tra stare nelle lotte, nei territori, provando a rispondere ai bisogni concreti della popolazione (banco alimentare, picchetti antisfratto, sportelli di assistenza su vari temi) e ambire a rappresentare tutte queste istanze su un piano politico.

Il 2027 dirà se la Francia scivola verso l’estrema destra, o riesce un rilancio con la sinistra di rottura.

In ogni caso, ciò che si gioca in Francia supera i suoi confini. Come spesso nella storia europea, il laboratorio francese prefigura le tensioni che guadagneranno l’intero continente. Ciò che non possiamo permetterci è di restare a guardare.

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