La Francia attraversa una nuova ondata di mobilitazioni sociali che, innescata inizialmente dagli studenti delle scuole superiori, si è estesa a ampi settori della gioventù e del movimento sindacale. In questa intervista realizzata dal Comitato di redazione di Jacobin Grecia, il filosofo marxista Stathis Kouvelakis, membro del consiglio scientifico dell’Institut La Boétie legato a La France Insoumise, analizza le caratteristiche di questa nuova rivolta, la risposta repressiva del governo di Emmanuel Macron e il ruolo della France Insoumise. Riflette inoltre sull’emergere di una «Nuova Francia» multirazziale e popolare e sulle sfide strategiche che la sinistra deve affrontare per trasformare questa mobilitazione in un’alternativa politica.
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Jacobin Per cominciare, parliamo un po’ di ciò che sta accadendo attualmente in Francia. In che situazione si trova il movimento e qual è l’atteggiamento del governo?
Stathis Kouvelakis Vorrei chiarire, innanzitutto, che il movimento non è cominciato il 17 ottobre, ma almeno un mese prima, con le mobilitazioni degli studenti delle scuole superiori e la loro progressiva estensione alle università, ai genitori e agli insegnanti in una prima fase, e successivamente ai settori più combattivi del movimento sindacale. Ciò a cui abbiamo assistito il 17 ottobre è stato un cambiamento nella composizione del movimento e un ampliamento del suo carattere di massa, con l’irruzione di praticamente tutti i sindacati, della gioventù lavoratrice e dei nuovi «gilet gialli». Il 17 ottobre segna un punto di svolta perché quel giorno la mobilitazione ha assunto i tratti di un’insurrezione popolare. Abbiamo visto attacchi contro edifici pubblici, saccheggi in 3000 negozi e una parte dei manifestanti, minoritaria ma tutt’altro che trascurabile, decisa a scontrarsi con la polizia.
Questi episodi di violenza dal basso, ai quali i mezzi di comunicazione hanno dato, come al solito, una copertura enorme e sproporzionata, vanno intesi anzitutto come una risposta alla violenza dall’alto. Ossia, come una reazione, da un lato, a una repressione poliziesca senza precedenti da più di cinquant’anni e, dall’altro, come una manifestazione della violenza sistemica che una parte della società subisce quotidianamente e con particolare intensità, in particolare la gioventù emarginata dei sobborghi popolari multietnici.
Per comprendere la portata della repressione, vediamo alcune cifre. In meno di un mese, anche prima del 17 ottobre, ci sono stati 8000 fermi, più che durante i primi sei mesi delle mobilitazioni dei gilet gialli (2018-2019). L’85% dei fermati era minorenne, 2700 dovranno affrontare procedimenti giudiziari e a 2300 sono state inflitte «pene alternative». Il 17 ottobre si sono registrati 2700 fermi, circa 1000 persone sono state condotte davanti ai tribunali e 217 hanno già ricevuto condanne al carcere. Sono cifre spaventose.
A ciò si aggiunge la brutalità con cui la polizia ha risposto alle azioni degli studenti delle scuole superiori fin dal primo momento. La dottrina adottata dal governo è consistita nel negare che si trattasse di un movimento sociale con rivendicazioni concrete e nel presentarlo, invece, come una serie di «disordini» (violences urbaines), semplici episodi di «turbamento dell’ordine pubblico» di fronte ai quali l’unica risposta appropriata sarebbe la repressione. Il risultato sono state quelle incredibili scene di violenza poliziesca che abbiamo visto davanti alle scuole, ma anche al loro interno, e nelle strade di città grandi e piccole.
Il bilancio è paragonabile a quello della repressione contro i gilet gialli nel 2018-2019, solo che ora il bersaglio principale sono giovani tra i 14 e i 18 anni. Finora, almeno tre persone hanno subito l’amputazione di una mano a causa di granate GMD, cinque hanno perso un occhio per i proiettili di gomma sparati con armi LBD e decine, forse centinaia, hanno riportato altre lesioni fisiche irreversibili. Il 3 ottobre il ministro dell’Interno, Laurent Nunez, ha dichiarato in un canale televisivo di non aver dato «nessuna istruzione di moderazione» alla polizia e ha sottolineato che le forze di sicurezza «utilizzeranno tutto l’armamento di cui dispongono». Già il 9 ottobre, in un comunicato, l’Ufficio dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani ha affermato di seguire «con preoccupazione» gli eventi legati al movimento di protesta e ha chiesto alle autorità francesi di porre fine all’«uso sproporzionato della forza da parte delle forze dell’ordine», sottolineando che «il diritto di riunione pacifica deve essere rispettato».
J Come hanno reagito Macron e il governo all’esplosione del 17 ottobre? Stanno intensificando la repressione, facendo marcia indietro o restano inflessibili perché ritengono che il movimento finirà per perdere forza?
SK La portata delle mobilitazioni e gli episodi di violenza che ne sono seguiti hanno provocato uno shock nel governo. Era evidente che avevano sottovalutato la dimensione delle manifestazioni (550mila persone secondo la polizia, 800mila secondo i sindacati), per cui era stato mobilitato un dispositivo di polizia relativamente limitato. Secondo numerose testimonianze, mentre quelle forze facevano un uso generalizzato della violenza contro i manifestanti, mantenevano un atteggiamento passivo o si tenevano a distanza dai luoghi in cui avvenivano i saccheggi. Questa constatazione ha alimentato varie speculazioni del tipo «i danneggiamenti fanno comodo al governo perché legittimano la repressione e snaturano il senso del movimento». Questo è in parte vero, ma non significa che i saccheggi siano stati istigati da provocatori. In ogni caso, la brutalità della polizia ha finito per ritorcersi contro il governo. Da un lato, la ferocia della repressione ha agito come fattore di radicalizzazione ed estensione delle mobilitazioni, screditando la narrazione governativa tanto tra le famiglie quanto nella società in generale.
Dall’altro lato, tuttavia, l’escalation repressiva a cui assistiamo da un decennio abitua una parte della società all’uso indiscriminato della violenza statale e alimenta reazioni favorevoli al ripristino della «legge e ordine» con ogni mezzo, di cui trae vantaggio politico l’estrema destra, soprattutto quando la situazione sembra sfuggire al controllo dello Stato.
Ciononostante, questa ondata repressiva non è riuscita a piegare il movimento. Nonostante il divieto di manifestare in quaranta città e l’imposizione quotidiana di restrizioni alla circolazione in numerosi punti centrali, il 24 ottobre l’entità dei raduni e delle manifestazioni è stata paragonabile a quella del sabato precedente (420mila persone secondo le cifre ufficiali, 800mila secondo i sindacati). In molte città, in particolare a Parigi, i cortei sono stati addirittura più grandi della settimana precedente. E tutto questo in piena stagione di vacanze scolastiche e universitarie, con l’esercito a presidiare gli edifici pubblici e le forze speciali antiterrorismo a pattugliare le strade. Per il 31 ottobre, Macron ha annunciato che le manifestazioni sarebbero state consentite solo nelle «periferie» delle città, lontano non solo dai centri, ma persino dalle stesse zone urbanizzate. Questo atteggiamento provocatorio e questa fuga in avanti in materia repressiva sono sintomi della debolezza di un potere vacillante, che sente il terreno scivolare sotto i piedi.
Questa debolezza spiega anche il cambiamento parziale del discorso governativo, che ora tenta gesti di apertura e simula una negoziazione. Dopo il bastone, e insieme ad esso, ora offrono un po’ di carota o, meglio, appena qualche buccia di carota. Sebbene si rifiutino ostinatamente di incontrare i sindacati degli studenti universitari, Macron, e poi alcuni ministri, hanno incontrato rappresentanti degli studenti delle scuole superiori, ma le loro risposte alle rivendicazioni sono state vaghe. Soprattutto, hanno fatto promesse per il 2028, cioè per dopo le elezioni del prossimo anno, che non hanno alcuna possibilità di vincere. È una presa in giro. In ogni caso, quelle organizzazioni non hanno una vera rappresentatività, dato che il movimento degli studenti delle scuole superiori è completamente autonomo e orizzontale. Le organizzazioni universitarie, che sono un po’ più rappresentative, hanno incontrato funzionari del governo, ma il quadro non è cambiato. È significativo che persino i loro settori più moderati chiamino a proseguire la lotta.
Caratteristiche e dinamica del movimento
J Vediamo che l’occupazione delle scuole superiori e la dinamica dei loro studenti sono centrali e occupano un posto in prima linea. Si tratta di un fenomeno nuovo? Come lo spieghi?
SK Che la gioventù dia l’impulso iniziale a una mobilitazione più ampia non è una novità in Francia. È qualcosa che abbiamo visto ripetersi molte volte dopo il Maggio ’68, per esempio nel 2006 con il movimento contro il CPE (Contratto di primo impiego), ma anche, per quanto possa sembrare paradossale, nelle grandi mobilitazioni contro le riforme pensionistiche del 2010 e del 2023. In un certo senso, il grado di convergenza tra la gioventù e i lavoratori è la chiave dei grandi movimenti che periodicamente scuotono la società francese e della radicalità che li caratterizza. La novità è che, come giustamente sottolinei, questa volta in prima linea ci sono le scuole superiori e non le università. Gli universitari si sono uniti dopo, così come i genitori, gli insegnanti, gli altri settori della gioventù e i sindacati dei lavoratori.
La seconda novità di questo movimento è che nasce dalle periferie più svantaggiate e non, come accade di solito, dalle scuole superiori dei centri cittadini. Ciò significa che in prima linea ci sono gli studenti dei settori popolari e dei sobborghi, dove una parte importante della popolazione discende da immigrati provenienti dalle ex colonie. Non è un caso che le prime occupazioni siano avvenute nelle scuole superiori dei territori francesi d’oltremare (Mayotte, Antille e Guyana), dove persiste una situazione profondamente coloniale. Abbiamo quindi una doppia dimensione, di classe e razziale, che riguarda direttamente una gioventù che sperimenta sulla propria pelle le conseguenze del rullo compressore neoliberista e del razzismo strutturale che permea le istituzioni statali, il mercato del lavoro e i rapporti sociali in generale. Possiamo dire che questo movimento è, fin dall’inizio, profondamente antirazzista e pienamente consapevole del nesso inscindibile tra razzismo e disuguaglianza di classe.
Credo che qui si trovi anche la chiave per comprendere la terza novità di questo movimento studentesco: il suo livello di politicizzazione e radicalità. A tale proposito condividerò una testimonianza personale. Dall’inizio degli anni Ottanta, quando ho cominciato i miei studi in Francia, ho partecipato a praticamente tutte le mobilitazioni giovanili o le ho seguite da vicino. Ciò a cui ho assistito il 6 ottobre, nella prima grande marcia, con una partecipazione più ampia, non ha precedenti. Ciò che mi ha commosso è stata la capacità degli studenti delle scuole superiori che avevano inondato le strade di collegare le loro rivendicazioni immediate per migliori condizioni di studio con i grandi problemi dell’attualità. C’erano bandiere e kefiah palestinesi dappertutto, slogan contro l’estrema destra e la violenza poliziesca, rifiuto del militarismo che avanza nelle scuole, il tutto in un clima di enorme combattività. Ho sentito migliaia di studenti, che non necessariamente appartenevano a organizzazioni di sinistra, scandire ritmicamente «jeunesse déter’ et révolutionnaire» (gioventù determinata e rivoluzionaria). Una cosa del genere sarebbe stata impensabile non solo per la mia generazione, quella del deprimente decennio degli anni Ottanta — soprattutto in Francia — ma anche per le generazioni successive.
Ciò si spiega nel carattere globale della politicizzazione giovanile su scala internazionale e nel peso particolare che hanno acquisito in queste generazioni i settori con origini recenti nei paesi del Sud globale, principalmente nelle ex colonie. Per questo la Palestina occupa un posto così centrale. Non si tratta semplicemente di solidarietà con una causa lontana, per quanto importante. Nell’oppressione subita dai palestinesi, questa gioventù riconosce il razzismo che essa stessa affronta. E la resistenza incrollabile del popolo palestinese costituisce una fonte di ispirazione per la propria resistenza e per il proprio modo di affrontare la vita. Voglio sottolineare che è la prima volta che, tra i rappresentanti riconosciuti di un movimento sociale — in questo caso quello degli studenti delle scuole superiori — vediamo, anche nei grandi mezzi di comunicazione, giovani donne che indossano l’hijab e rivendicano così la propria identità musulmana. La causa palestinese e l’opposizione radicale al razzismo, all’islamofobia, al sessismo, all’estrema destra e all’ingiustizia sociale sono fattori che uniscono questa generazione e le permettono di collegarsi con settori più ampi e con diverse correnti radicali della società.
J Quali altre forze si sono unite al movimento degli studenti delle scuole superiori?
SK Sebbene la dinamica di espansione, come ho detto prima, fosse presente fin dall’inizio, il salto qualitativo si è prodotto il 17 ottobre. Due fattori hanno svolto qui un ruolo decisivo. Il primo è stato l’appello dei nuovi gilet gialli, che ha cominciato a circolare sui social network all’inizio di settembre, persino prima che scoppiassero le occupazioni delle scuole superiori. L’anno scorso c’era stato un tentativo simile, con l’appello al «Bloquons tout!» del 10 settembre, che ebbe una certa risonanza ma non riuscì ad avere continuità. Questa volta la preparazione è stata migliore e, soprattutto, più radicata socialmente. Sappiamo, da diverse fonti, che l’iniziativa è nata da giovani, principalmente uomini non bianchi dei sobborghi popolari delle grandi città, un universo molto diverso da quello dei gilet gialli «storici». Neppure la scelta della data è casuale. Cade di sabato, come le giornate di azione del movimento del 2018-2019, ma coincide inoltre con il 17 ottobre 1961, quando, durante la guerra d’Algeria, la polizia sparò contro una manifestazione di algerini nel centro di Parigi, uccise decine di persone e gettò i loro corpi nella Senna.
La somiglianza con il movimento del 2018-2019 risiede nella forma completamente orizzontale di diffusione della convocazione, nel repertorio delle azioni (con raduni e cortei dispersi non notificati alle autorità), ma anche nelle rivendicazioni, incentrate sul costo della vita. La benzina costa ormai 2,5 euro al litro, il che rappresenta un peso enorme per i settori popolari, che in genere vivono lontano dai luoghi di lavoro. Naturalmente, il rincaro della vita è un fenomeno più ampio, dato che i salari reali sono stagnanti e la qualità e l’accessibilità dei servizi pubblici si sono deteriorate drasticamente.
Nei giorni precedenti il 17 ottobre, in mezzo al clima di scontro generato dal movimento studentesco e dalla brutale repressione che ha affrontato, la convocazione ha trovato una risposta considerevole tra la gioventù lavoratrice, soprattutto tra chi ha impieghi precari e vive nei sobborghi multietnici, ma anche tra settori di lavoratori che sono fuori dall’ambito d’azione dei sindacati. Nonostante le riserve iniziali, è riuscita infine a mobilitare una parte minoritaria ma significativa dei gilet gialli «storici». Possiamo dire che l’esperienza del 2018-2019 fa ormai parte del patrimonio comune dei movimenti sociali francesi. Abbiamo persino visto studenti delle scuole superiori indossare quei gilet nei blocchi delle scuole occupate e, in misura minore, nelle manifestazioni.
Il secondo fattore è la partecipazione del movimento sindacale. I settori più combattivi, principalmente le unioni locali della CGT e di Solidaires e, in alcuni luoghi, di Force ouvrière, si erano già uniti alla lotta all’inizio di ottobre, proteggendo e accompagnando le occupazioni e le manifestazioni studentesche. A Tolosa e in altre città abbiamo visto anche studenti delle superiori e universitari avvicinarsi ai luoghi di lavoro per invitare i lavoratori a scendere in strada. Il 17 ottobre la partecipazione sindacale si è generalizzata, trascinando persino la estremamente moderata CFDT.
Possiamo dire che ora nelle strade c’è un potente blocco popolare che si scontra con «Macron e il suo mondo», cioè con la compressione neoliberista e la sua deriva autoritaria. È il momento di cristallizzazione e convergenza di tutti i movimenti parziali dell’ultimo decennio. La sua forza motrice è la gioventù, portatrice di una coscienza politica qualitativamente nuova che, insieme alle rivendicazioni materiali legate alle condizioni di studio (mancanza di docenti, degrado delle infrastrutture scolastiche, sistema competitivo di accesso all’istruzione superiore), mette in primo piano l’opposizione al razzismo, alla guerra, al genocidio, alla violenza poliziesca e alla logica del profitto. È la prima volta, nei 43 anni che vivo in Francia, che vedo emergere in modo massiccio una rivendicazione di trasformazione sociale più generale, e proprio tra le nuove generazioni.
Il ruolo della France Insoumise
J Vediamo che La France Insoumise appoggia le mobilitazioni e torna a essere nel mirino del governo, dell’estrema destra e dei mezzi di comunicazione, che l’accusano di istigarle. Come valuti il ruolo di LFI in questa fase? Qual è, in termini generali, la posizione degli altri partiti di sinistra?
SK In effetti, il primo ministro Sébastien Lecornu ha dichiarato il 1° ottobre che dietro le occupazioni delle scuole superiori c’erano «LFI e i suoi agenti (proxies) dell’ultrasinistra (ultragauche)». Le parole hanno un significato importante: proxies è il termine che i mezzi di comunicazione e il discorso dominante usano per riferirsi a Hamas e Hezbollah, che considerano strumenti dell’Iran. Da parte sua, «ultragauche» non designa tanto le organizzazioni della sinistra extraparlamentare quanto ciò che in greco chiameremmo «anarchici autonomi», cioè gruppi o individui che agiscono al di fuori dei quadri istituzionali e, talvolta, anche di quelli legali. Questo vocabolario rivela l’immaginario che domina i governanti. Una società in movimento è trattata in termini puramente bellici. È significativo che, per preparare l’apparato repressivo in vista delle mobilitazioni di questo sabato 31 ottobre, Macron abbia convocato un «Consiglio di difesa nazionale», come fa quando prende decisioni su interventi militari o partecipazione a conflitti armati.
LFI è da anni nel mirino del blocco del sistema, cioè dell’estremo centro e dell’estrema destra, ma spesso anche con la complicità della vecchia sinistra di governo (socialisti, Verdi e Partito comunista francese, almeno nei loro vertici). La ragione è che LFI è l’unica forza politica di peso che rompe il consenso su questioni decisive, come il sostegno allo Stato genocida sionista, la violenza poliziesca, l’islamofobia e il razzismo strutturale, nonché l’allineamento con l’imperialismo statunitense e occidentale. È, in sostanza, l’unica vera opposizione all’ordine costituito e alla crescente oppressione che subiscono i settori popolari. Per LFI, appoggiare le mobilitazioni è qualcosa di ovvio, e questo appoggio si traduce in forme concrete e pratiche, come la partecipazione massiccia ai cortei, anche se senza colonne proprie, e la protezione delle occupazioni e delle manifestazioni da parte dei suoi militanti di base, deputati e sindaci. La scena emblematica è quella di Bally Bagayoko, il carismatico sindaco da poco eletto di Saint-Denis, che ha accompagnato gli studenti nelle scuole superiori occupate della sua città e ha ricevuto ripetuti colpi di manganello dalla polizia quando, durante la manifestazione successiva, ha cercato di proteggere le colonne studentesche dagli attacchi di poliziotti pesantemente armati.
All’interno del movimento, nei cortei e nei blocchi delle scuole occupate, LFI si muove come un pesce nell’acqua. I grandi mezzi di comunicazione restano paralizzati ogni volta che vedono Mélenchon, a 75 anni, ricevere gli applausi entusiasti dei giovani e, in generale, dei partecipanti al movimento. E questo non si deve semplicemente alla sua posizione di fronte a queste mobilitazioni. LFI è la forza che, oltre a essere l’unica, è riuscita a sintetizzare politicamente le questioni che oggi mobilitano chi scende in strada. In altre parole, ciò a cui assistiamo è un rapporto dialettico tra i movimenti e LFI. Houria Bouteldja considera LFI il nostro «bottino di guerra», il frutto delle lotte e dei processi di elaborazione politica dell’ultimo decennio.
Quanto agli altri partiti della sinistra, intesa nel senso francese, che include la socialdemocrazia, direi che occupano a malapena un posto tra le preoccupazioni della società. L’unica eccezione, in un certo senso, è il candidato dei socialisti e dei suoi alleati, Raphaël Glucksmann, che rappresenta ciò che di più destrorso, bellicista e subordinato agli Stati Uniti esista in quello spazio. È fischiato a ogni apparizione pubblica, soprattutto dai giovani, e si premura di tenersi ostentatamente lontano da tutte le mobilitazioni. Nelle sue ultime dichiarazioni ha elogiato le presunte concessioni del governo. In realtà, non è altro che una variante di Macron. Ricordiamo anche che Macron non ha nemmeno una maggioranza relativa all’Assemblea nazionale e che i successivi governi che nomina sopravvivono esclusivamente grazie ai socialisti, che si rifiutano di sostenere le mozioni di sfiducia presentate da LFI, dai Verdi e dai comunisti.
La «Nuova Francia» e la Marsigliese dei giovani
J Che cos’è quella «Nuova Francia» di cui parla LFI? È emerso un nuovo soggetto multirazziale di lotta e rivendicazione?
SK La «Nuova Francia» è al tempo stesso una constatazione e un progetto o, meglio, un appello. Si riferisce, in primo luogo, ai profondi cambiamenti che la società francese ha vissuto negli ultimi decenni. Spesso il primo cambiamento che si sottolinea è quello della posizione delle donne e dei rapporti di genere. È una specie di rivoluzione, accompagnata da altre due trasformazioni radicali: la fine del mondo rurale tradizionale e, con essa, dei contadini come categoria sociale di peso, e la migrazione interna che ha fatto seguito a quel processo e che continua fino ad oggi, anche se in modo diverso. Attualmente, un abitante su due vive in un dipartimento (département) francese diverso da quello in cui è nato. Ma, naturalmente, l’aspetto centrale della «Nuova Francia» riguarda il peso della popolazione che proviene dall’immigrazione straniera, che oggi nella sua stragrande maggioranza è composta da cittadini francesi. Se risaliamo di tre generazioni, un terzo della popolazione ha almeno un antenato non francese. La Francia è un paese con una lunga tradizione di accoglienza di immigrati, che risale agli albori della Rivoluzione industriale e si intensifica dalla fine dell’Ottocento. Tuttavia, a partire dagli anni Sessanta si è verificato un cambiamento nell’origine di questa popolazione, che è passata dal provenire principalmente dall’Europa meridionale e orientale al provenire dai paesi del Sud globale, in particolare dalle ex colonie del Nord Africa e dell’Africa subsahariana. Oggi il 20% dei minori di 18 anni è discendente di immigrati e, tra questi, l’84% ha origini extraeuropee.
Come sappiamo, tuttavia, questa parte della popolazione, pur essendo composta da cittadini francesi, subisce un regime permanente di discriminazione razzista, che si è intensificato negli ultimi anni con l’avanzata sfrenata dell’islamofobia. Inoltre, fino a poco tempo fa, la sinistra francese, con l’eccezione parziale dei sindacati, si era ostinatamente rifiutata di riconoscere questa popolazione come parte organica della propria base sociale, nonostante costituisca il «nocciolo duro» della classe lavoratrice. Per questo, quando LFI riconosce il razzismo non come una colpa morale individuale, ma come un meccanismo di dominio e sfruttamento che attraversa tutti i rapporti sociali, o quando parla apertamente del carattere razzista della violenza poliziesca, del mercato del lavoro e di tutto un impianto legislativo che ha come bersaglio i musulmani, apre una nuova pagina nella storia della sinistra francese, e forse anche europea, e nel suo rapporto con le classi popolari. Un primo risultato sono le percentuali elettorali schiaccianti che ottiene nei quartieri operai multietnici delle grandi città, dell’ordine del 60-70%. Secondo le stime, il 70% dei musulmani ha votato per Mélenchon al primo turno delle elezioni presidenziali del 2022, ed è molto probabile che questa percentuale sia ancora più alta alle prossime elezioni.
Dall’inizio dell’anno scorso, la «Nuova Francia» occupa un posto centrale nel discorso di Mélenchon e di LFI. La constatazione si combina ora con un appello: coloro che sono oggetto di razzismo non sono (solo) vittime, ma prima di tutto soggetti politici chiamati a partecipare in prima linea alla lotta per una trasformazione radicale della società. Nell’imponente evento del 7 giugno a Saint-Denis (26mila persone), che ha inaugurato la campagna elettorale di LFI, la folla variegata e in gran parte giovane scandiva spontaneamente «Nuova Francia» mentre agitava bandiere francesi. L’evento si è concluso, come di consueto, prima con la Marsigliese e poi, per iniziativa del pubblico, con l’Internazionale.
Tuttavia, il «battesimo del fuoco» della «Nuova Francia» nella pratica di massa è stato, senza dubbio, l’attuale movimento. Nelle strade, e specialmente nelle colonne di studenti delle superiori e davanti alle scuole occupate, la bandiera francese è stata molto presente, spesso accanto a quella palestinese o a quelle di altri paesi in cui la generazione Z si sta sollevando. Tra gli slogan si sentivano «Nuova Francia» e persino «Siamo francesi e vinceremo». Questa presenza della bandiera tricolore è accompagnata da numerosi riferimenti alla Rivoluzione francese e ai suoi simboli. Avevamo già visto qualcosa di simile, cioè l’appropriazione dei riferimenti nazionali e del loro contenuto rivoluzionario da parte dei settori popolari, con i gilet gialli. Quando ciò avviene tra gli studenti delle superiori, e specialmente nelle scuole dei sobborghi multietnici, assume una dimensione nuova e ancora più radicale. Vediamo le combinazioni più inaspettate, come la bandiera francese accanto a quella palestinese, ma anche accanto alla A cerchiata (simbolo dell’anarchismo) e ai riferimenti al Maggio ’68.
Di fronte al razzismo e allo sciovinismo dell’estrema destra, la gioventù contrappone un’altra Francia, quella che corrisponde al suo popolo, alle sue tradizioni rivoluzionarie, al popolo così com’è e come si trasforma costantemente attraverso le sue lotte. La congiuntura attuale segna l’incontro tra la forza politica della «Nuova Francia» e un movimento di massa che riunisce un blocco popolare emergente, con potenziale maggioritario e un orientamento di sinistra radicale. Siamo di fronte a un momento storico: quello in cui emerge una nuova idea di nazione attraverso l’azione stessa delle classi subalterne.
J Come viene accolta la proposta della «Nuova Francia» dalla sinistra radicale al di là di LFI?
SK Questa evoluzione ha disorientato una parte della sinistra radicale, specialmente le organizzazioni extraparlamentari tradizionali e lo spazio libertario. Per esempio, Philippe Poutou, rappresentante del piccolo e in declino Nuovo Partito Anticapitalista, di orientamento trotskista, ha dichiarato che si tratta di una «rinascita del nazionalismo» e di «collaborazione di classe». Queste correnti sono incapaci di comprendere ciò che sta accadendo sotto i loro occhi. Ripetono un vocabolario stereotipato e rifiutano qualsiasi riferimento positivo alla nazione, che considerano reazionaria e incompatibile con qualsiasi prospettiva di classe. Trascurano la lezione fondamentale di Gramsci: che la nazione costituisce il terreno centrale di contesa nella lotta per l’egemonia e che qualsiasi progetto egemonico deve avere un carattere nazional-popolare, che naturalmente varia a seconda della congiuntura e del luogo. Un paese del centro capitalistico storico, con un lungo passato coloniale e un carattere imperialista, come la Francia, e un paese della periferia europea, come la Grecia, o un paese del Sud globale con un passato coloniale, non sono ovviamente la stessa cosa.
La «Nuova Francia» non solo non contraddice una politica di classe, ma, al contrario, apre la strada alla sua ricostruzione in termini egemonici, per una ragione molto semplice: è l’unica proposta capace di spezzare la divisione razziale all’interno delle classi lavoratrici e popolari e di unirle in un nuovo «blocco storico», in un soggetto capace di dirigere la società e di darle un orientamento radicalmente nuovo. È inoltre evidente che si tratta del contrario del nazionalismo e della nostalgia coloniale. Ciò che vediamo oggi nelle strade francesi è la bandiera tricolore accanto alle bandiere della Palestina e di altri paesi (Algeria, Marocco, Albania) che simboleggiano lotte di liberazione nazionale o recenti sollevazioni della generazione Z. Del resto, il fenomeno non è inedito né costituisce una particolarità francese. L’abbiamo visto di recente sia con i gilet gialli sia in altre esplosioni della generazione Z, senza dimenticare, ovviamente, le piazze greche e spagnole del 2011.
Quanto a LFI, una delle sue posizioni fondamentali è che la «Nuova Francia» significa una Francia «de-occidentalizzata» (désoccidentalisée), con una politica estera indipendente, in rottura con il quadro imperialista della NATO e in alleanza con le forze progressiste del Sud globale. Significa anche fare i conti con il passato coloniale francese e riconoscere immediatamente il diritto alla piena autodeterminazione del popolo di Kanaky/Nuova Caledonia. Il progetto della «Nuova Francia» esprime il «patriottismo internazionalista» difeso da Houria Bouteldja, la figura più importante dello spazio radicale «decoloniale» e antimperialista in Francia.
Movimento e prospettiva politica
J Come influisce l’insurrezione sul panorama politico più ampio?
SK È ancora presto per avere un quadro chiaro, ma una stima ragionevole è che questa evoluzione intensificherà la polarizzazione sociale e politica già esistente. LFI appare come la rappresentanza politica naturale del blocco popolare mobilitato, ma, d’altro canto, vediamo anche consolidarsi un blocco della «legge e ordine», la cui principale espressione è l’estrema destra di Le Pen. Due France si scontrano frontalmente. L’estrema destra e i suoi sostenitori, che oggettivamente si estendono a settori dell’estremo centro, si scagliano contro i «disordini», che considerano frutto dell’azione degli «arabi», dei «neri» e degli «islamo-sinistrorsi», cioè della presunta alleanza contro natura tra gli islamisti e LFI.
Gli incidenti del 17 ottobre, in particolare i saccheggi, hanno offerto il pretesto al discorso dell’estrema destra per denunciare l’azione dei «barbari», cioè della gioventù non bianca dei sobborghi popolari. La conseguenza tragica di questa logica è stato l’attacco mortale del 23 ottobre a Trappes, un sobborgo popolare della periferia parigina, dove un fascista di 39 anni, che circolava in automobile, ha cominciato a sparare contro i passanti non bianchi che hanno avuto la sventura di incrociare la sua strada, uccidendo un giovane e ferendo gravemente altre sette persone, tra cui una bambina di undici anni. L’aggressore, lettore del pamphlet hitleriano Mein Kampf, di cui è stata trovata una copia nella sua abitazione, ha dichiarato di aver preso di mira «neri, arabi e musulmani» per «vendicare i commercianti che hanno perso le loro proprietà il 17 ottobre». Il sindaco di Trappes, Ali Rabeh, membro di Génération.s, il partito fondato dall’ex candidato presidenziale socialista Benoît Hamon, ha denunciato il clima di «guerra civile» fomentato dall’estrema destra, che chiama costantemente la sua città «Trappistan» e la paragona a una «repubblica islamica in miniatura».
Un’altra dimostrazione della crescente polarizzazione si è avuta il 24 ottobre, quando gruppi di picchiatori di estrema destra hanno attaccato manifestanti in diverse città con la complicità aperta della polizia. I video degli incidenti hanno circolato ampiamente su internet e una serie di inchieste giornalistiche ha raccolto prove schiaccianti della collaborazione tra quei gruppi e le forze di polizia.
Una prima risposta all’escalation dell’estrema destra è stata la serie di raduni e cortei che si sono svolti negli ultimi giorni nei sobborghi popolari, per iniziativa di sindaci e organizzazioni locali. Ma la risposta più efficace è la presenza massiccia nelle strade nei prossimi giorni e, sul piano politico, il potenziale egemonico racchiuso nell’appello della Nuova Francia.
J Qual è, secondo te, la principale sfida ora per La France Insoumise?
SK Finora, LFI è riuscita a stabilire un rapporto organico con il movimento sul piano delle sue rivendicazioni, del suo discorso politico generale e del contributo diffuso ma sostanziale della sua base. La sfida ora è offrire una prospettiva politica che non si limiti alla mobilitazione elettorale di massa per ottenere la vittoria di Mélenchon alle elezioni presidenziali del prossimo anno. Questo è assolutamente cruciale perché il movimento ha già smentito quella che finora era considerata una legge inviolabile: che i periodi pre-elettorali sono momenti di calma sul fronte sociale. Ciò significa che la società sta prendendo coscienza del fatto che il problema che deve affrontare non può essere risolto esclusivamente per via elettorale. Occorre articolare un movimento di massa, un’alternativa politica e una possibilità realistica di vittoria elettorale.
In una prima analisi, possiamo dire che la strategia di LFI riunisce fino a un certo punto questi elementi. Anche grazie al riferimento alle esperienze sudamericane, combina una concezione conflittuale della politica e una comprensione del protagonismo delle masse con il riconoscimento dell’importanza decisiva del terreno elettorale, come unica possibilità realistica di porre la questione del potere di governo.
Tuttavia, qui compare una difficoltà. LFI non è un partito classico, ma un «movimento». In pratica, ciò significa che non esistono iscritti formali: basta registrarsi via internet perché chiunque possa partecipare a un «gruppo d’azione» locale, che gode di una grande autonomia nelle questioni pratiche. La struttura organizzativa resta molto flessibile, anche se da tre anni esistono organi e articolazioni sul livello territoriale. Questa struttura porosa facilita la comunicazione con i movimenti e il rispetto della loro autonomia. Tuttavia, non consente un intervento coordinato al loro interno. Tutto è affidato all’impegno delle basi, che naturalmente varia da un luogo all’altro. È, certo, perfettamente comprensibile e giusto evitare la nota pratica per cui le autoproclamate «avanguardie» e gli apparati burocratici cercano di controllare i movimenti. Ma, d’altro canto, questo non aiuta nemmeno a superare il limite contro cui i movimenti sbattono lungo tutta la storia recente, e non solo in Francia: la costruzione di un’organizzazione che dia loro continuità, coesione e capacità di autonomia strategica.
Si rischia così di riproporre una concezione della politica che ricorda quella della Seconda Internazionale, con la separazione tra partito e ambito elettorale, da un lato, e sindacato e organizzazione sociale, dall’altro. La differenza è che, al posto del sindacato, abbiamo qualcosa di più ampio e al tempo stesso più amorfo: la molteplicità dei movimenti. Come conciliare l’autonomia dei movimenti con il necessario intervento differenziato dei soggetti politici? Il problema è tutt’altro che nuovo, ma resta uno dei nodi più importanti che deve sciogliere non solo LFI, ma la sinistra radicale a livello internazionale, tenendo presente che tutte le formule sperimentate finora sono fallite.
J Quali sono le prospettive dell’insurrezione da qui in avanti? Quali saranno le prossime date decisive e quali sono gli obiettivi politici immediati?
SK È fondamentale che il movimento abbia un esito diverso da quello del 2023, quando milioni di persone scesero in strada contro una riforma delle pensioni che alla fine fu approvata, anche se resta tuttora un sassolino nella scarpa per tutti i governi successivi. È necessario rompere in modo decisivo con la sensazione di impotenza, e questo accadrà solo se il governo sarà costretto a fare marcia indietro di fronte a rivendicazioni fondamentali. Per esempio, se accetta di destinare alle scuole i 10 miliardi di euro aggiuntivi che chiedono gli studenti mobilitati, nonché di eliminare l’attuale sistema di accesso all’istruzione superiore, che ha provocato l’esclusione di centinaia di migliaia di giovani, ha trasformato le scuole superiori in centri d’esame permanente e ha approfondito la disuguaglianza di classe. È necessario inoltre soddisfare almeno alcune delle rivendicazioni relative al costo della vita, ai salari e ai redditi popolari.
Questo è il minimo. Se la prossima settimana il movimento si estende ancora di più tra i lavoratori salariati, nessuno sa fin dove possa arrivare. Lunedì prossimo, 2 novembre, riaprono le scuole e le università, e con ciò si apre anche la possibilità di riprendere le occupazioni. La data chiave è il 5 novembre. Tutti i sindacati hanno convocato uno sciopero di 24 ore e manifestazioni in tutto il paese. E le confederazioni più combattive (CGT, Solidaires e Force ouvrière) hanno chiamato alla «generalizzazione dello sciopero» e alla realizzazione di assemblee nei luoghi di lavoro, cioè alla sua trasformazione de facto in uno sciopero a tempo indeterminato. Mélenchon ha dichiarato, a ragione, che «per il governo l’opzione è cedere o andarsene». Ma che cosa significa andarsene? Se il movimento passa a un livello superiore, entreremo in un territorio ancora sconosciuto.
In ogni caso, l’«autunno caldo» della Francia ha aperto una nuova pagina e la sua ripercussione ha già varcato i confini del paese. Il suo esito avrà conseguenze decisive per i rapporti di forza non solo in Francia, ma anche a livello europeo e internazionale.