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Guardando passare il cadavere dei BRICS

Josué Veloz Serrade

Guardando passare il cadavere dei BRICS

Il 12 e 13 settembre 2026, a Nuova Delhi si è tenuto il 18° vertice annuale dei BRICS. Josué Veloz Serrade ha analizzato la Dichiarazione finale, giudicandola severamente: la timidezza delle sue proposte politiche sono l’espressione della morte di una cosa forse mai nata, il mondo multipolare. 

Questa (giusta) critica è fortemente condizionata dalla congiuntura politica cubana: con l’inasprimento del bloqueo contro l’isola, l’inazione di chi si pone come alternativa all’imperialismo USA rivela una nuda verità, cioè che Cuba è lasciata sola da praticamente tutti i governi dei paesi del Sud globale.

L’autore Josué Veloz Serrade è uno psicologo, ricercatore e saggista cubano. È inoltre membro del comitato editoriale della rivista cubana online La Tizza e della Cattedra Gramsci presso l’Istituto Juan Marinello per la Ricerca Culturale di L’Avana.

L’analisi è stata pubblicata sul sito di La Tizza il 15 settembre 2026. Due giorni dopo, il 17 settembre, è stata pubblicata una versione rivista in lingua inglese sul sito della rivista Communis da cui è tratta la traduzione italiana.

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[…] non spetta ai rivoluzionari stare seduti sulla soglia di casa ad aspettare che passi il cadavere dell’imperialismo.

Seconda Dichiarazione dell’Avana: Dal popolo di Cuba ai popoli delle Americhe e del mondo, 4 febbraio 1962

Un quotidiano di Budapest critica Che Guevara, figura patetica e, a quanto pare, irresponsabile, e plaude alla posizione marxista del Partito [Comunista] cileno, che adotta un approccio pratico alla pratica. Quanto mi piacerebbe arrivare al potere, se non altro per smascherare codardi e lacchè di ogni genere e sbattergli la loro sporcizia proprio in faccia.

Ernesto Che Guevara, Diario boliviano, 8 settembre 1967

Ci sono documenti che si leggono e basta, e ci sono documenti che vanno sezionati come in un’autopsia. La dichiarazione finale dell’ultimo vertice dei BRICS tenutosi a Nuova Delhi il 12 e 13 settembre – con la partecipazione dei suoi membri fondatori, ovvero Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica, ai quali si sono aggiunti altri sei paesi, tra cui l’Iran – appartiene a quest’ultima categoria. L’ho letta dall’inizio alla fine – sembrava quasi infinita – come chi cerca la causa del decesso su un certificato di morte, ma non ho trovato altro che uno spazio vuoto grande quanto un emisfero.

Per il resto, il documento copre ogni argomento: commercio, finanza, governance, clima e – come tocco finale – accordi sugli sforzi congiunti per promuovere… le piante medicinali. La fitoterapia cooperativa come orizzonte dell’integrazione. Ho sfogliato pagina dopo pagina, avvicinandomi sempre più alla conclusione scoraggiante, convinto che dopo tanta retorica sulla carta – senza nemmeno la più flebile o sommessa ombra di qualcosa che assomigliasse a una tigre – sarebbe finalmente emerso ciò che contava di più: misure concrete e incoraggianti. Ho trovato un catalogo. La dichiarazione non era vuota; anzi, era piena di tutto tranne che di ciò che stavo cercando.

Il nome mancante

L’elenco dei nomi citati la dice lunga. Il nome “Gaza” compare, avvolto nella solidarietà. Il nome “Cuba” compare, avvolto nella solidarietà. “Israele” compare, con nome e cognome. Viene menzionato anche il conflitto israelo-palestinese; l’unica cosa che ci mancava era che, per amor di imparzialità, anche la Palestina fosse indicata come aggressore.

Ciò che manca nella discussione su queste crisi è il nome dell’artefice della violenza che il documento sostiene di voler contenere: gli Stati Uniti d’America, oggi più che mai “il grande nemico dell’umanità”, come scrisse il Che. Il testo accenna sì al blocco contro Cuba e condanna l’imposizione di sanzioni unilaterali; ma quando arriva il momento di identificare la parte responsabile dell’escalation, il suo nome svanisce.

Si può parlare pagina dopo pagina di conflitti da evitare, di linee da non oltrepassare, di multilateralismo e multipolarismo, senza mai pronunciare il nome di chi provoca o alimenta quei conflitti o di chi oltrepassa i limiti di ogni diritto. Già conosciamo il trucco: la secolare abitudine di rifiutarsi di nominare l’aggressore, per finire poi per parlare al passivo. Conflitti che vanno evitati. Da chi? Confini che non vanno oltrepassati. Da chi? La parte responsabile o chi ripara al danno: a quanto pare, nessuna delle due.

Il documento assume la forma di una ritirata. Le vittime sono citate con la precisione dei necrologi, ma il nome dell’autore del reato è vistosamente assente, fluttuando come una sorta di significante represso che struttura l’intero testo proprio attraverso la sua assenza.

Menzionare la vittima senza nominare l’autore della violenza non può essere considerata una denuncia: una tale menzione, di per sé, si riduce a un atto di carità.

Una dichiarazione fantasma

Confesso di aver aspettato fino alla fine. Dopo tanta retorica, pensavo che la conclusione avrebbe offerto quattro misure concrete che dessero sostanza a tutta questa verbosità misurata e timida.

Ho provato ad abbozzarle, in anticipo, nella mia mente:

1. Un corridoio umanitario protetto dalle forze dei paesi BRICS disposti e in grado di farlo a beneficio della popolazione di Gaza, e una forza di protezione nel Libano meridionale contro ulteriori bombardamenti sionisti. Mi sono ritrovato a cadere nella stessa trappola che critico nella variegata combriccola che costituisce i BRICS: separare il potere dalla volontà. Non c’è nulla che la Cina – o la Russia, o l’India, o persino il Brasile, se è per questo – voglia fare che non possa fare, né più né meno degli Stati Uniti: il limite non è né militare né finanziario né tecnologico; è mentale – la più assoluta mancanza di immaginazione politica.

2. Un procedimento legale e una richiesta di risarcimento che stabiliscano la responsabilità degli Stati Uniti – e li chiamino a rispondere – per gli attacchi contro le popolazioni civili in Iran e altre flagranti violazioni del diritto internazionale.

3. Una richiesta di immediato rilascio di Nicolás Maduro e Cilia Flores, catturati dalle forze statunitensi il 3 gennaio e trasferiti illegalmente e in modo ostentato negli Stati Uniti.

4. Una flotta che trasporti quantità sufficienti di petrolio, protetta dalle marine di diversi paesi del BRICS, in rotta verso Cuba; e un meccanismo finanziario alternativo che consenta alla nazione caraibica di accedere ai flussi commerciali globali a parità di condizioni.

Questo, tanto per cominciare: gesti minimi per segnalare che abbiamo davvero a che fare con un nuovo polo di potere. Sono arrivato alla fine della dichiarazione. Nessuna delle quattro misure era presente. Né quelle né nulla che le assomigliasse.

Esaminiamo cosa avrebbero in comune quelle quattro misure che propongo.

In primo luogo, tutte e quattro ci costringerebbero a pronunciare il nome assente. Due di esse dovrebbero indicarlo direttamente come parte responsabile o imputata, mentre le altre due potrebbero descrivere gli effetti delle sue azioni, ma in nessun caso una delle quattro potrebbe essere formulata senza dire “gli Stati Uniti”.

In secondo luogo, tutte e quattro hanno un costo – navi, aerei, armi, protezione militare, tribunali internazionali, accordi finanziari alternativi – e non è che una solidarietà che non costa nulla non valga nulla; vale molto meno.

In terzo luogo, le quattro misure riguardano le vittime che il documento nomina espressamente – Gaza, Libano, Iran, Venezuela, Cuba – e trasformano le parole virtuose della dichiarazione in azioni concrete: proteggere, perseguire, esigere, garantire.

La dichiarazione nomina le vittime; le misure le avrebbero difese. Nominare non equivale a difendere. E che ne è di un blocco che sa solo nominare?

I fatti omessi

La questione più grave è che il vertice non era privo di un’agenda. È stato convocato per discutere di resilienza in un contesto segnato dalla disputa sul controllo del petrolio venezuelano e da una guerra contro l’Iran che si è inasprita, di nuovo, mentre i negoziati erano ancora in corso.

L’intervento degli Stati Uniti nel settore petrolifero venezuelano non solo mina la sovranità del Venezuela, ma ha anche ripercussioni minacciose per la sovranità dell’intera regione. E se il controllo statunitense sul petrolio venezuelano viene considerato in relazione alla guerra contro l’Iran, emerge una struttura di potere che la Dichiarazione di Nuova Delhi avrebbe dovuto, come minimo, mettere in discussione. Il nesso tra questi due eventi non è dimostrato dalla loro mera simultaneità. Ecco perché è ancora più preoccupante che il documento non lo metta nemmeno in discussione.

Quelle cose – proprio quelle – erano ciò che il documento avrebbe dovuto nominare. Nessuna di esse appare con la precisione politica che la situazione richiede. Al suo posto compare il termine “resilienza”: ovvero l’atteggiamento di chi si adatta a un fatto compiuto. La “resistenza” è l’atteggiamento di chi si rifiuta di accettarlo. La parola “resilienza” è stata scelta perché “resistenza” non poteva più essere pronunciata. La resilienza può anche piegarsi o cedere senza spezzarsi. Parliamo dunque di resilienza e chiudiamo la questione con la coscienza pulita e in pace.

I due alibi della pazienza senza rabbia

Due alibi sono alla base di questa ingegneria dell’inazione. Il primo si chiama ritirata strategica. Un eufemismo concepito per mascherare una resa graduale. Il suo meccanismo è semplice: ogni linea rossa che il predatore supera viene ridisegnata – una volta ceduto quel terreno – con solenne dignità. Si chiama ritirata perché fare marcia indietro senza dire che si sta facendo marcia indietro suona meglio.

I BRICS non sono mai stati un’alleanza militare. Non sono vincolati da alcuna clausola di difesa comune. La loro cautela è strutturale. Concordo pienamente su questo punto. Non rimprovero al blocco di non avere un proprio esercito. Lo rimprovero di crogiolarsi nel vocabolario di un presunto polo – confini, multipolarismo, ordine – e di rifiutarsi di usarlo all’imperativo quando è giunto il momento. Le quattro misure della mia lista immaginaria – nella mia dichiarazione personale – non costituivano un’agenda esterna alla Dichiarazione; erano la traduzione, in senso stretto, delle stesse parole del documento. Un polo che non stabilisce confini è un mercato. Ciò che è stato seppellito al vertice di Delhi non è stato il forum commerciale, ma la stessa pretesa di essere un polo. Cominciamo a contrastare quella che sembra essere la nuova malattia del nostro tempo: la polomania.

Il secondo alibi si chiama declino. Non passerà un mese, e neppure una settimana, senza che appaia un’analisi approfondita a ribadire che gli Stati Uniti sono una potenza in declino. Questa teoria è la scusa perfetta per ritirarsi: se il predatore sta morendo da solo, non c’è bisogno di nominarlo, affrontarlo o rischiare alcunché; basta aspettare, con la pazienza di un erede, l’eredità di chi sta per morire.

Il multipolarismo ha da tempo smesso di essere una questione politica ed è semplicemente diventata una speranza messianica nel crollo dell’altro. Ecco perché la Dichiarazione di Nuova Delhi può permettersi di omettere il nome di chi è sull’orlo del decesso; in quella teologia, quel nome è già tra quelli dei morti.

Il genere vanta mezzo secolo di necrologi falliti. Già nel 1987, Paul Kennedy annunciava il declino dell’America. Il declino è reale. Si misura in base alla quota del PIL globale: un calo da circa il 40% a meno di un quarto negli ultimi sei decenni. Ma l’egemonia su un emisfero può essere esercitata con molto meno: bastano una marina militare, il dollaro e una macchina per imporre sanzioni. La potenza in declino ha appena rapito il presidente del Venezuela e si è impadronita della sua risorsa più preziosa. Il suo declino è una questione per gli storici del XXII secolo; il suo potere è una questione per questo pomeriggio.

L’eccezione che ha messo un respiratore a un paziente in coma autoindotto

Se i BRICS non sono ancora stati sepolti, non è grazie ai meriti o alle virtù della Dichiarazione. È perché l’Iran non ha fatto propria – il giorno stesso in cui è stato invaso – la strategia della ritirata strategica che domina il documento… e l’organizzazione stessa. Tra i membri del blocco, l’Iran è quello che, in questo frangente, ha portato più avanti l’idea che la sovranità richieda una risposta in grado di fermare l’avidità imperialista; è quello che ha preso sul serio la retorica di un ordine multipolare attraverso le proprie azioni.

Se la presidenza di turno fosse un indicatore di chi sostiene veramente il blocco, tale carica dovrebbe essere trasferita a Teheran. Il blocco sta praticamente vivendo con i giorni contati. Si nutre della tensione tra ciò che proclama e ciò che è effettivamente disposto a fare, tra la sua presunta posizione alternativa e la sua pomposa banalità. Quanto a lungo un blocco può reggersi sulla fede di coloro che non la professano?

Mentre metà del pianeta sta redigendo il necrologio di una potenza che si rifiuta di morire, al vertice nessuno ha voluto firmare il certificato di morte di una promessa che è già perita. È questo il cadavere che ci è passato davanti, e non quello che tutti stanno guardando; non quello di Washington, che gli analisti piangono da mezzo secolo, ma quello del multipolarismo come promessa. Morto di nominalismo. Morto di passività. Morto – è triste dirlo e confermarlo – a causa delle piante medicinali.

Non disperate, lettrici e lettori, se questo mese e il prossimo saranno pieni di analisi approfondite sul declino. Io l’ho già pianto. A volte mi ritrovo a pensare che, quando gli Stati Uniti avranno completato il loro declino, saremo tutti morti. E il nostro cadavere sarà quello della promessa che nessuno ha osato difendere.

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