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Restare barbari – la nostra solidarietà a Louisa Yousfi

Me-Ti, Sofia Buttarelli

Restare barbari – la nostra solidarietà a Louisa Yousfi

“Il critico è legato da un rapporto vitale e diretto con i suoi contemporanei; un rapporto che, solo in determinate epoche, costituisce al tempo stesso un privilegio e un pericolo.” Diceva il saggista e poeta Franco Fortini.

È a Louisa Yousfi, autrice delle opere “Restare barbari” (pubblicato in italiano con Derive Approdi) e “La Grande Méthode” (uscito ad inizio 2026 con La Fabrique), che vogliamo esprimere qui la nostra solidarietà.

La militante di Paroles d’Honneur, ad oggi una delle voci più autorevoli nel dibattito decoloniale francese, è ora sotto attacco per la frase pronunciata durante la puntata del podcast francese C’est réel: “Les blancs ils ne sont pas rattachés à ce qu’on appelle l’humanité générique, ce sont des Blancs”, ovvero, traducendo letteralmente: “I bianchi non sono legati a ciò che chiamiamo umanità generica, sono dei bianchi”. 

Ad accusarla di portare avanti un “razzismo antibianco” e di esprimere “odio identitario volto a umiliare e dominare” sono figure come Alexandre Devecchio (caporedattore de Le Figaro) o membri della destra moderata e della destra radicale, come Jonas Haddad (portavoce de Les Républicains).

La frase, chiaramente estrapolata dal contesto, si inseriva all’interno di un discorso più ampio. Con l’espressione “umanità generica” Yousfi si riferiva al concetto marxista di un individuo che mantiene una relazione cosciente con i propri simili e dunque con l’umanità nel suo complesso. Contrapponendosi di conseguenza all’universalismo alienante che trasforma, omologa, distrugge e che, riferendosi a una sola classe, genera esso stesso la divisione. 

Queste analisi sono le stesse che troviamo nei suoi lavori, apparse nel suo libro “Restare barbari”: “A cosa può mai assomigliare l’anima di un barbaro?” si domanda l’autrice.

Per capire meglio, dobbiamo chiederci: come si spiega il fatto che, quando a portare un dissenso o a denunciare il genocidio in Palestina è un libro, un film o una semplice frase pronunciata da un israeliano o da un occidentale, quella voce venga in qualche modo presa più sul serio rispetto a quando a parlare è un palestinese? 

No, non sono solo i classici fascisti del Rassemblement National di Le Pen-Bardella a doversi interrogare, ma tutta una parte di quella sinistra bianca e borghese che vuole sbiancare e trasformare a propria immagine e somiglianza il mondo. Continuando a parlare di universalismo, ma avendo bisogno di quei cliché e di quell’esotismo per riprendere fiato, per riaffermarsi e per sedare i conflitti.

Se da un lato viviamo in un periodo storico profondamente problematico, tra guerre, crisi delle democrazie liberali e una recrudescenza suprematista, dall’altro lato è proprio questo il momento privilegiato: lo spaccato attraverso cui far risuonare queste voci, aprendo un nuovo modo di guardare la realtà. È solo a partire da questo strappo che potranno nascere cose nuove, entrando nella vita storica con un atteggiamento egemonico che, fino a oggi, ha faticato ad avere spazio.

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