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Stato spagnolo: la sinistra radicale di fronte al fallimento del «progressismo» e alla nuova ondata di mobilitazioni

Brais Fernández

Stato spagnolo: la sinistra radicale di fronte al fallimento del «progressismo» e alla nuova ondata di mobilitazioni

Durante le ultime settimane, lo Stato spagnolo ha vissuto al ritmo delle mobilitazioni per il diritto alla casa scatenate dallo sgombero di Maricarmen Abascal lo scorso 23 settembre. Di fronte a questo movimento e al proprio fallimento nel far approvare in Parlamento i decreti che avrebbero dovuto risolvere la crisi, Pedro Sánchez ha indetto elezioni legislative anticipate che si terranno il 29 novembre 2026.

In questa intervista, Brais Fernández, militante del movimento politico Anticapitalistas e membro della redazione della rivista Viento Sur, traccia un bilancio senza compromessi dei governi “progressisti” al potere dal 2019. Fernández analizza inoltre le prospettive che si profilano per la sinistra radicale, a seguito del fallimento di Podemos e dell’integrazione della sinistra nel blocco “progressista” dominato dal PSOE di Sánchez. Mette in luce le dinamiche di radicalizzazione nelle odierne mobilitazioni e le esperienze emergenti della sinistra anticapitalista, in particolare in Andalusia, in Galizia e nei Paesi Baschi. 

L’intervista è stata condotta da Stathis Kouvelakis e pubblicata su contretemps.eu.

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Cominciamo dalle recenti mobilitazioni contro gli sfratti scatenate dalla tragica situazione di Maricarmen Abascal, che l’ha portata alla morte. Quali sono le caratteristiche principali di questo movimento?

Il movimento è esploso a seguito dello sfratto di Maricarmen, una donna di 87 anni, da parte di un fondo speculativo, con la complicità di tutti i livelli del governo, che non hanno fatto nulla per impedirlo. Tuttavia, il movimento per il diritto alla casa opera da anni nelle strade ed è uno dei settori chiave nel campo dell’organizzazione sociale. Ha attraversato diverse fasi.

Dopo il 2008, le Piattaforme dei Colpiti dai Mutui (PAH, Plataformas de Afectados por la Hipoteca) hanno assunto un ruolo centrale. Hanno costituito una rete di assemblee fortemente radicate nelle comunità per affrontare il problema degli sfratti causati dalla crisi economica e dalla disoccupazione. Le PAH continuano a esistere, ma progressivamente la problematica del movimento si è spostata sulla questione degli affitti e sono sorte nuove organizzazioni, come il Sindicato de Inquilinas (Sindacato degli inquilini), che oggi è l’organizzazione con maggiore peso e capacità di mobilitazione e quella che svolge un ruolo più di spicco in questo ciclo di lotta. È fortemente influenzata dal nuovo sindacalismo statunitense e da tecniche come il community organizing, ma conta anche su settori che si rifanno al sindacalismo rivoluzionario e altri legati all’anticapitalismo politico.

L’emergere di questo movimento è legato anche alla natura del ciclo economico e al modello politico che si è sviluppato in otto anni di governo progressista. Durante questo periodo, nonostante la propaganda del governo di Pedro Sánchez e dei suoi alleati (prima Podemos e poi Sumar), l’accesso alla casa è progressivamente diventato più difficile, con un aumento del prezzo di acquisto e degli affitti del 60% dal 2019, mentre i salari stagnavano.

È vero che il problema abitativo è complesso, ma possiamo delinearne qui alcune caratteristiche essenziali. In primo luogo, l’arrivo dei fondi finanziari che acquistano interi complessi residenziali a scopo speculativo. In secondo luogo, un aumento vertiginoso del turismo. La Spagna è storicamente una destinazione turistica, ma il periodo post-pandemia ha acuito questa tendenza fino a renderla esplosiva. Infine, il problema abitativo colpisce in modo cronico le classi lavoratrici più precarie, che costituiscono una grande fetta del proletariato spagnolo e che sono, in gran parte, di origine migrante. 

Tuttavia, il problema degli affitti ha colpito duramente anche i giovani laureati, per cui il problema si ricollega a una tendenza storica alla proletarizzazione di settori della classe media. Ciò indebolisce la base sociale che normalmente stabilizza il regime. Questi settori, come nel movimento 15M1, hanno svolto un ruolo molto attivo nella mobilitazione, costituendone il vettore centrale.

Il governo Sánchez si è rifiutato di adottare misure quali la regolamentazione del mercato e i limiti ai prezzi, per non parlare poi dei necessari interventi sulla proprietà immobiliare.Il movimento chiede queste misure, ma il governo PSOE e Podemos [2019-2023] è riuscito solo a far approvare una legge sugli alloggi che si è rivelata del tutto inefficace. Nelle strade oggi, uno degli slogan è: “La legge sugli alloggi è una merda”.

Naturalmente, la destra, che governa la maggior parte delle comunità autonome, è corresponsabile di questa situazione e il movimento ha ragione a sottolinearlo. Nelle grandi mobilitazioni indette dal Sindacato degli inquilini e sostenute da altri settori del movimento, gli slogan, promossi anche da settori come Anticapitalistas (che partecipa sia al Sindacato degli inquilini che come organizzazione indipendente), sono chiari: riduzione immediata degli affitti del 50%, espropriazione delle abitazioni di proprietà dei fondi speculativi e delle banche, contratti d’affitto a tempo indeterminato.

Il movimento è riuscito ad imporsi nel campo politico, recuperando risorse tradizionali della classe lavoratrice dello Stato spagnolo, come l’accampamento a Puerta del Sol a Madrid. Questo accampamento, carico di simbolismo, potrebbe federare le forze e diventare un punto nevralgico del conflitto.

Gli accampamenti sono molto eterogenei: sono stati promossi dal Sindacato degli inquilini, ma vi partecipano dai collettivi di quartiere ai gruppi libertari. C’è Anticapitalistas, ma anche movimenti giovanili emergenti come il Movimento Socialista e altri gruppi marxisti più piccoli. Il movimento non si è fermato qui. La richiesta di uno sciopero generale alla fine si è concretizzata in una convocazione unitaria per l’11 novembre, alla quale partecipa tutta la sinistra organizzata, dalle burocrazie sindacali alla sinistra di rottura e rivoluzionaria.

Lo sciopero sarà di tipo ibrido: i settori vicini al governo vogliono trasformarlo in un evento di pre-campagna elettorale, dato che le elezioni sono state indette per il 29 novembre. Tuttavia, stanno nascendo comitati popolari per lo sciopero generale, promossi dal Sindacato degli inquilini e dai settori anticapitalisti, così come altre iniziative di quartiere, della sinistra sindacale o dei settori giovanili, che metteranno in discussione questo tentativo di egemonizzare la mobilitazione da parte del campo “progressista”.

Il rapporto di forze nelle strade tende ora ad essere più favorevole ai settori radicali, anche se molte persone voteranno per il progressismo in quanto “male minore”. Ciò apre una nuova situazione politica, il cui sviluppo va seguito attraverso la lotta politica: combinando unità con indipendenza politica e radicalità con una prospettiva a lungo termine, poiché è molto probabile che il cambio di governo, ovvero una vittoria della destra, imporrà una nuova fase al movimento.

Dopo aver fallito nel far approvare i suoi decreti in Parlamento, Sánchez ha indetto elezioni anticipate. Sembra ritenere di poter trarre vantaggio dal rifiuto di quei decreti a favore dell’edilizia popolare da parte della destra. Quanto è realistico questo calcolo?

Pedro Sánchez ha presentato due decreti. Uno non aveva alcuna possibilità di passare, ma l’altro è stato negoziato con Junts, il partito indipendentista catalano, anche se alla fine non è stato approvato. Oggi Sánchez tenta la sua ultima mossa in stile peronista: fare appello all’opinione pubblica e presentarsi come il presidente dell’edilizia popolare, in contrapposizione alla destra.

È ovvio che questo contesto gli è più favorevole rispetto alla crisi di Ceuta, che ha effettivamente nutrito l’estrema destra. Ma questa evoluzione della situazione non si traduce in un cambio dei rapporti di forza a breve termine. Molte persone voteranno per il progressismo come male minore, ma c’è anche un forte malcontento nei confronti delle sue politiche della casa e, tranne che in alcune nazioni senza Stato [come i Paesi Baschi, la Galizia, l’Andalusia], ciò che si trova alla sua sinistra è molto debole e privo di credibilità. Pertanto ritengo che sia molto difficile che Pedro Sánchez ottenga un secondo mandato: la prospettiva più probabile ad oggi è un governo PP-Vox.

Mettiamo ora le cose in una prospettiva di più lungo termine. L’esperienza del governo Sánchez è generalmente considerata positiva da ampi settori della sinistra europea, persino da alcuni esponenti della sinistra radicale. Il primo elemento da considerare è la sua politica economica e sociale, presentata come divergente dalle ricette neoliberiste standard. Le misure spesso citate sono la riforma del mercato del lavoro, la riduzione dei prezzi dell’energia, l’aumento del salario minimo e un aumento degli investimenti pubblici. L’opinione dominante è che la Spagna sotto Sánchez sia riuscita a evitare l’austerità, pur rispettando i criteri dell’UE grazie alla riduzione del livello del debito pubblico e del deficit di bilancio. Come valuti la politica della coalizione guidata dal PSOE con la partecipazione di altre forze di sinistra?

Questo bilancio positivo a cui ti riferisci è davvero sorprendente. Per iniziare, il fatto che non ci siano stati tagli ha più a che fare con il cambiamento delle politiche dell’UE in materia di fondi europei e con il ciclo economico di crescita che con Pedro Sánchez. Va ricordato che il PSOE è stato il partito che, quando era al governo, ha approvato, insieme al PP [la destra], la riforma dell’articolo 135 della Costituzione spagnola, che dava priorità al pagamento del debito rispetto ai servizi pubblici. Questa misura non è stata abrogata dall’attuale governo, il che rende l’austerità un fenomeno strutturale, mentre il mantenimento dei servizi pubblici diventa una misura transitoria.

D’altra parte, l’austerità e il deterioramento delle condizioni di vita delle classi popolari non derivano solo dai tagli alle politiche pubbliche. In Spagna registriamo da anni una stagnazione salariale e un aumento dell’inflazione. Come spiegano allora questi sostenitori del progressismo il movimento per il diritto alla casa? Si comprende solo cogliendo l’essenza stessa della crescita capitalistica spagnola: è un modello che cresce solo grazie alla precarizzazione dei salari.

Gli va riconosciuto che sono state adottate alcune misure positive. Ad esempio, il salario minimo è aumentato, anche se il paradosso è che ciò non serve ad aumentare i salari in generale né a modificare il rapporto tra reddito da capitale e reddito da lavoro. Qui si vedono chiaramente i limiti strutturali del modello progressista e una delle cause fondamentali della disaffezione nei confronti della sinistra.

D’altra parte, sia il PSOE che Podemos e, successivamente, Sumar hanno promesso di abrogare le riforme del lavoro più aggressive, ma alla fine non hanno toccato gli aspetti più controversi di queste. Ad esempio, non hanno toccato l’indennità di licenziamento, progressivamente svalutata dai governi sia di sinistra che di destra. Di fatto, molti partiti della sinistra nazionalista non hanno avallato questa “abrogazione parziale”. In ambiti come le libertà civili, non hanno nemmeno abrogato la “legge bavaglio” del PP, che limita considerevolmente il diritto a manifestare. 

In altre parole, il PSOE ha distribuito fondi pubblici alle imprese per promuovere la crescita economica e non ha operato grandi tagli nel settore pubblico ma non ha attuato alcuna riforma strutturale che favorisca il rapporto di forze a favore dei lavoratori né ha dato risposta ai grandi problemi di accessibilità economica. Questo è il “modello progressista”.

Il mancato rispetto di queste promesse ha generato molta disaffezione tra la base di sinistra. Ma il “progressismo” riesce a cavarsela, sfruttando in particolare il timore legittimo e razionale che l’estrema destra suscita in questo elettorato. È ovvio per chiunque non sia un settario incurabile che un governo PP-Vox rappresenterebbe uno scenario terribile per la classe lavoratrice spagnola, sebbene sia ben lontano dall’essere lo scenario finale e aprirà probabilmente nuovi processi nella lotta di classe.

Ma è vero che, dopo anni di “governo progressista”, sul terreno politico il rapporto di forze è favorevole alla destra. È ovvio che dobbiamo evitare argomentazioni semplicistiche: non tutto dipende da ciò che fa o non fa il governo progressista. L’ondata reazionaria ha cause strutturali e sistemiche, legate alla ricomposizione delle classi in un capitalismo in trasformazione. Ha anche cause culturali e risponde a un fenomeno globale associato all’imperialismo. Ma la sinistra ufficiale, un tempo definita “anti-neoliberista”, si trova in condizioni peggiori per affrontare tale fenomeno, poiché è incapace di proporre un modello alternativo complessivo, strutturalmente differenziato dalla logica del capitale.

L’immagine progressista di Sánchez si spiega anche con il suo posizionamento nelle questioni internazionali, in particolare la sua critica a Israele, il suo atteggiamento di sostegno al popolo palestinese e il suo rifiuto di assecondare le ingiunzioni di Trump di aumentare la spesa per la difesa al 5% del PIL del Paese. In che misura questa immagine corrisponde alla realtà?

È necessario fare un’analisi equilibrata di questa questione. Da un lato, la spesa militare in Spagna è aumentata in modo esponenziale negli ultimi anni, raddoppiando dal 2019 [inizio del primo governo Sánchez]. I “governi progressisti” hanno sostenuto la politica di guerra per procura del blocco imperialista in Ucraina e, nonostante le tensioni con Trump, i suoi impegni con la NATO rimangono intatti. In tal senso, i tentativi di vedere in Sánchez un De Gaulle progressista sono, senza dubbio, infondati.

Ma è certo che il PSOE, a partire dalla guerra in Iraq, non ha sostenuto gli interventi degli Stati Uniti in Asia occidentale, sebbene avesse appoggiato la guerra del Golfo negli anni Novanta e l’intervento nell’ex Jugoslavia. In questo caso, non ha sostenuto la guerra di Trump contro l’Iran, il che contrasta chiaramente con la politica servile e lacunosa della destra spagnola. Ciò ha molto a che fare con l’enorme consapevolezza dei popoli dello Stato spagnolo contro la guerra e gli interventi statunitensi, che penetra persino in settori non affiliati alla sinistra. Anche se in questo ambito dobbiamo ancora ottenere una vittoria storica, si tratta indubbiamente di un’evoluzione positiva.

Ciò si manifesta in modo contraddittorio. Nel caso palestinese, la stragrande maggioranza della popolazione ha respinto il genocidio sionista e ha espresso il proprio sostegno al popolo palestinese. Naturalmente, il movimento non è stato omogeneo. Mentre i settori più moderati si limitavano a chiedere la pace tra Israele e Palestina, i settori più radicali sostenevano attivamente la lotta del popolo palestinese per la propria liberazione, esigendo la rottura delle relazioni con il sionismo e il sostegno attivo alla resistenza.

Il governo progressista ha saputo cavalcare queste due spinte opposte. Ha denunciato gli eccessi di Israele e ha definito la resistenza come “terroristica”. Ha riconosciuto lo Stato di Palestina, alleandosi con l’Autorità Nazionale Palestinese, riconoscendo l’esistenza storica del colonialismo sionista. Si è lanciato in un confronto contro gli elementi più radicali dell’estrema destra sionistra, mantenendo relazioni commerciali, economiche e culturali con l’entità sionista.

La politica del governo è consistita nel capitalizzare la sensibilità popolare verso il popolo palestinese, ampiamente diffusa tra la popolazione, e trasformarla in legittimità governativa. Possiamo dire, essenzialmente, che ci è riuscito in parte, il che riflette sia la forza della mobilitazione che le sue debolezze.

Le prossime due domande riguardano le prospettive della sinistra radicale. Come valuti il ruolo di Podemos dopo che ha lasciato la coalizione con il PSOE?

Dalla sua fondazione, Podemos ha attraversato diverse fasi. Inizialmente, il movimento incarnava una forza popolare che aspirava a una nuova Costituzione per il paese. Non era un movimento omogeneo: al suo interno si esprimevano forze che spingevano verso la rivoluzione attiva e verso la rivoluzione passiva. Alla fine, si è imposta l’orientamento volto a integrarsi all’interno del governo e Podemos è entrato in un’alleanza di governo con il PSOE.

Il modello cesarista, plebiscitario e privo di una base sociale organizzata di Pablo Iglesias rispondeva a tale esigenza: un modello che garantiva totale autonomia alla dirigenza, neutralizzava i settori radicali e gli consentiva di compiere brusche virate in funzione delle sue necessità immediate. Quando Podemos è entrato nel governo, insieme a Izquierda Unida [coalizione attorno al Partito comunista spagnolo], il partito era già indebolito. È vero che il PSOE non voleva questa alleanza con Podemos e avrebbe preferito entrare in coalizione con il centro liberale, ma si è rapidamente adattato alla situazione.

In realtà, Podemos non è mai uscito dal governo. Non c’è stata una rottura per ragioni politiche tra il PSOE e Podemos, né i ministri di Podemos hanno abbandonato il governo. Di fatto, sono rimasti fino alla fine del loro mandato [2019-2023], sostenendo tutte le politiche che abbiamo criticato sopra. Il mito fondativo di Podemos è passato dal 15M ai ministeri: quando i suoi leader erano ministri, tutto andava bene.

Podemos è rimasto senza cariche ministeriali a causa dei conflitti all’interno della sinistra. Pablo Iglesias ha scelto Yolanda Díaz, la ministra del Lavoro, come sua successora, con una decisione personale, presa senza alcuna consultazione. Ma Díaz ha scelto di appoggiarsi su altri settori per costruire il proprio progetto ed è così entrata in un grave conflitto con Podemos, fondamentalmente a causa di una lotta per il potere.

Entrambe le fazioni sono uscite gravemente danneggiate dallo scontro e Podemos ha avviato una svolta retorica verso sinistra, come se non avesse mai gestito lo Stato capitalista e il regime politico spagnolo. Ovviamente, non ha mai fatto autocritica sulla sua linea politica e continua ad avere un programma di governo che è diventato a dir poco assurdo, dato il suo imminente collasso.

Questa svolta discorsiva, tuttavia, non ha frenato il suo inesorabile declino. È vero che c’è una radicalizzazione di certi settori verso sinistra, ma Podemos non riesce ad assorbire questo movimento. C’è una cosa molto importante in politica: il rapporto tra coerenza strategica e credibilità. Podemos non si riprenderà mai dalle sue svolte politiche, né dalla perdita di credibilità dei suoi dirigenti.

È vero che la destra li ha attaccati duramente e violentemente, e su questo fronte ci siamo sempre schierati al loro fianco. Ma è altrettanto vero che Podemos, che inizialmente portava avanti un discorso di opposizione alla “casta”, ha finito per essere percepito dalla classe lavoratrice come parte integrante di essa. I suoi leader hanno accumulato mandati e non rispettano più i limiti salariali con cui cercavano di avvicinare la politica alla classe lavoratrice. Hanno fatto della politica uno strumento di ascesa sociale. Di conseguenza, Podemos si è ridotto a un piccolo partito incentrato sui propri leader, con una base sociale notevolmente ridotta e sempre più anziana.

I nuovi movimenti di radicalizzazione ignorano o disprezzano Podemos, e i suoi risultati elettorali sono andati diminuendo considerevolmente nel corso del tempo. Per dirla in termini francesi, Podemos si avvicina sempre di più a Lutte ouvrière che La France Insoumise sul piano dei risultati elettorali, solo che con maggiore impatto mediatico e meno militanza organizzata.

Per quanto riguarda le forze a sinistra di Podemos, nonostante la frammentazione, recentemente si sono registrati alcuni segnali positivi, soprattutto in Andalusia e in Galizia. Qual è la situazione a livello nazionale in vista delle prossime elezioni legislative?

Ci saranno diverse candidature di sinistra alle prossime elezioni del 29 novembre. La sinistra che ha fatto parte del governo con il PSOE si è divisa in due candidature. Da un lato, si è costituito il Frente Amplio, che raggruppa la maggior parte dei partiti che componevano Sumar, con il sostegno di tutti i ministri del governo che non appartengono al PSOE. In teoria, rappresenta la principale forza a sinistra del PSOE a livello nazionale, ma le sue prospettive sono cupe. I sondaggi prevedono una significativa perdita di seggi.

Podemos, d’altra parte, ha stretto un patto insolito con Esquerra Republicana de Catalunya (ERC), un partito indipendentista di centro-sinistra, fortemente radicato in Catalogna. Podemos si integrerà nelle liste di questo partito in Catalogna si presenterà da solo nella maggior parte delle altre province. In cambio di questa integrazione, il candidato di ERC, Gabriel Rufián, organizzerà una manifestazione a sostegno di Irene Montero a Madrid, nel tentativo di far ottenere a Podemos un seggio sulle proprie liste nella capitale.

La definizione delle candidature è stata uno spettacolo imbarazzante. Non c’è stato alcun dibattito programmatico né politico: in realtà, tutti questi partiti difendono le stesse cose e i loro litigi pubblici generano solo scherno e disaffezione. Mentre la gente lotta nelle strade con scioperi e accampamenti, la sinistra istituzionale litiga solo per le cariche. Questa è l’immagine della sinistra che le persone ricorderanno.

Tuttavia, in Spagna non esiste solo questa sinistra istituzionale nello Stato spagnolo. Le sinistre sovraniste otterranno buoni risultati nei loro rispettivi Paesi. Non dico che queste sinistre rappresentano tutte la stessa cosa, sia perché operano in contesti diversi, sia perché hanno composizioni ideologiche e strategie diverse.

Il Bloque Nacionalista Galego (BNG) in Galizia è un fronte nazionalista guidato da un partito di tradizione frontepopulista chiamato Unión do Povo Galego (UPG). È un partito con una forte base operaia e popolare che guida il principale sindacato della Galizia [Confederación Intersindical Galega] . Attualmente è il principale partito della sinistra galiziana, superando il PSOE. Il suo orientamento pratico è quello di un governo autonomo con il PSOE, e non quello di una rottura con il regime spagnolo. Questo orientamento dovrebbe essere discusso apertamente dalla sinistra marxista rivoluzionaria a cui appartengo.

Detto questo, non possiamo in alcun caso sottovalutare le loro capacità organizzative, anche se dobbiamo sottolineare che sono fortemente influenzate da una burocrazia onnipresente, che li rende diffidenti verso qualsiasi forma di lotta spontanea. È ovvio che, di fronte alla debacle e alla mancanza di serietà della sinistra statale, ne usciranno rafforzati.

Un caso simile è quello di EH Bildu in Euskal Herria, partito che compone l’ala politica della sinistra nazionalista basca [la sinistra abertzale], sebbene con alcune differenze importanti, frutto della storia propria della sinistra nazionale. Dopo l’abbandono – corretto e necessario – della lotta armata, la svolta a destra della sinistra nazionalista basca è stata molto marcata. Si orienta verso un governo di unità nazionale con il Partito nazionlista basco (PNV) nei Paesi Baschi, una prospettiva simile al fronte interclassista che ha guidato il movimento indipendentista in Catalogna.

Parallelamente, Bildu ha sostenuto in modo molto attivo il governo di Pedro Sánchez, che considera un baluardo contro il fascismo spagnolo. La verità è che il risultato di questa svolta è stato contraddittorio per Bildu. Da un lato, ha ampliato la propria base elettorale, assorbendo settori che prima non raggiungeva. Dall’altro, ha perso molto del proprio dinamismo militante, soprattutto tra i giovani, dove è emerso il Movimento Socialista, un’organizzazione comunista con centinaia di militanti e una grande capacità mobilitativa.

Il Movimento Socialista nasce all’interno della sinistra nazionalista basca, ma oggi è un attore indipendente dal nazionalismo basco e si oppone fortemente a Bildu. Inoltre, si è espanso nel resto dello Stato spagnolo, con un grande impatto sulla gioventù radicale. Tuttavia, ciò non ha ancora un peso decisivo sui processi elettorali: Bildu dovrebbe continuare a crescere in queste elezioni.

Il caso andaluso è particolare. Adelante Andalucía nasce come partito promosso da Anticapitalistas in Andalucía e da alcune piccole organizzazioni andaluse, come Defender Andalucía e Izquierda Andalucista. In altre parole, nasce con un orientamento sovranista e anticapitalista e un chiaro discorso di classe. Si costruisce inoltre in larga misura in opposizione all’esperienza di governo della sinistra spagnola, che considera un fallimento. Va oltre tutti i limiti plebiscitari di Podemos grazie alle strutture di base, il lavoro territoriale e il ruolo centrale attribuito agli iscritti e ai militanti.

Adelante Andalucía ha ottenuto ottimi risultati nelle ultime elezioni andaluse, con 400.000 voti, raggiungendo quindi il 10% e conquistando otto seggi: un risultato storico. È chiaro che Adelante Andalucía ha davanti a sé sfide molto grandi. Deve conciliare la sua natura di partito militante con la realtà elettorale, cercare di trasformarsi in un partito di massa, consolidare il proprio radicamento territoriale e integrare strategicamente il proprio discorso di classe con un orizzonte e una strategia ecosocialista e rivoluzionaria, adattata sia alle condizioni del nostro tempo che alla realtà nazionale.

Ma, senza dubbio, la sua esistenza e il suo consolidamento aprono grandi possibilità, ed è molto probabile che in queste elezioni ottenga una rappresentanza nel Congresso dello Stato, il che sarebbe un’ottima notizia.

Qual è la tua previsione per le elezioni del 29 novembre e quali saranno le ripercussioni sulle forze della sinistra radicale?

Indipendentemente dal risultato, la situazione nello Stato spagnolo cambierà profondamente. La sinistra si dovrà riorganizzare. Se vincerà la destra, il PSOE dovrà avviare una transizione verso una nuova leadership. La sinistra del Frente Amplio e di Podemos entreranno probabilmente in crisi. Podemos si gioca la propria sopravvivenza. I partiti di stampo sovranista si troveranno di fronte a orientamenti contraddittori.

Le piazze esprimono una nuova radicalizzazione della sinistra. Infatti, la percentuale di persone che nei sondaggi si dichiara di estrema sinistra supera già il 20%. Ciò si manifesta in modo contraddittorio. Tra i giovani stanno emergendo una nuova sinistra rivoluzionaria e nuove organizzazioni sociali. Ma il processo va oltre i settori organizzati. Molte di queste persone voteranno il PSOE per paura della destra, ma faranno parte della base di una nuova resistenza contro l’estrema destra, che molto probabilmente andrà al governo.

Questo deve essere il fondamento di una nuova strategia politica. Dobbiamo costituire mediazioni politiche eco-socialiste e radicali nei territori, non per accedere a un ministero in un governo del PSOE, ma per proporre un orizzonte anticapitalista basato su un programma realizzabile.

Noi marxisti dobbiamo anche abbandonare il modello del piccolo gruppo embrionale millenarista (con tutto il rispetto per il grande Thomas Müntzer) e porci in prima linea in quel processo di ricostruzione politica, organizzando il malcontento delle piazze con una prospettiva unitaria e popolare. Il nostro obiettivo deve essere la rottura con questo regime politico ed economico, e non la sua gestione. In uno Stato fondato sull’oppressione nazionale, come quello spagnolo, queste mediazioni politiche prenderanno forme diverse e tattiche variegate, ma devono tendere verso una convergenza strategica.

Penso alla necessità, a lungo termine, di un grande fronte confederale che assuma in modo effettivo il diritto all’autodeterminazione e che, sotto l’egemonia della classe lavoratrice, cerchi di coordinarsi e cooperare con forza sotto un orientamento anticapitalista e che superi il vecchio regime. Questo orientamento nascerà imparando dalle elezioni e dal fallimento del “progressismo”, e si forgerà nella resistenza all’estrema destra e nell’indipendenza dal social-liberalismo “progressista”. In questo contesto, le organizzazioni marxiste rivoluzionarie e internazionaliste devono svolgere un ruolo chiave e attivo, superando ogni tendenza all’isolamento e all’autoproclamazione.

Si profilano tempi nuovi, tempi in cui ricostruire le nostre forze lottando e traendo lezioni dalle prove del nostro recente passato.


  1. L’acronimo 15M si riferisce alla data del 15 maggio 2011, quando gli “indignati” occuparono diverse piazze in tutto il Paese, in particolare la piazza Puerta del Sol a Madrid, nuovamente occupata da coloro che attualmente si stanno mobilitando per il diritto alla casa (ndr). ↩︎

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