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A casa non ci torniamo

Me-Ti

A casa non ci torniamo

 «Pensano che basti riempire il vuoto con l’ordine…»

“Crash”, Marracash

Va detto che le hanno tentate davvero tutte. Dall’apologia delle vetrine all’identikit del “maranza”. E ancora: una marea di fermi preventivi precedenti alle manifestazioni di ieri – 371, di cui 120 destinati a minorenni –, 5mila identificazioni, una caterva di multe, denunce, perquisizioni. Ma non ha funzionato, e in decine di migliaia hanno preso le piazze di molte città italiane. A casa non ci torniamo, è il messaggio al governo. Arrivato forte e chiaro.

Le piazze che scombinano i piani della politica italiana: classe, generazioni, internazionalismo

Nessuno può dire con certezza se siamo all’inizio di un nuovo ciclo di mobilitazione assolutamente inedito – non esiste neppure una forma di coordinamento stabile tra le piazze, per dirne una – oppure se ci troviamo di fronte a una fiammata destinata a disfarsi rapidamente, anche se la durata delle piazze ha già superato quella dell’importantissimo corso legato al movimento di solidarietà con il popolo palestinese dello scorso anno.

Quello che è certo è che nelle piazze di questi giorni esistono i germi per un fenomeno che in Italia non si registrava da tempo: una conflittualità e una partecipazione di massa, diffuse sul territorio nazionale, e per quanto spurie con alcuni indirizzi politici e un’anatomia di classe precise. 

La classe non è acqua

Partiamo da qui, dalla prima cosa che salta all’occhio. Chi scende per strada appartiene alle classi popolari, subisce in prima persona, in famiglia, gli effetti di un carovita che riguarda solo ed esclusivamente chi non arriva alla fine del mese. Non c’è equivoco o interclassismo su questo, le parole d’ordine sono chiare, contro i salari da fame, contro gli affitti stellari, contro le multinazionali, contro i ricchi e milionari. È un lessico molto preciso e che traccia una linea di demarcazione: c’è chi subisce la crisi e chi la produce e ne trae vantaggio personale. In piazza ci sono i primi e ci stanno precisamente contro i secondi.

È grazie a questo tratto così marcato, e grazie al lascito degli scioperi generali dello scorso autunno, che il blocchiamo tutto ha preso piede anche nei presidi improvvisati, alle rotonde, ai caselli, agli snodi logistici, che hanno fermato il sud Italia nel corso della settimana appena conclusa. In maniera del tutto inaspettata, perfino in presenza di una componente assai più mista sul piano della posizione di classe e non di rado conservatrice nella propria espressione politica, abbiamo avuto un terreno comune che non metteva al centro la difesa di una posizione di rendita, ma il blocco come strumento riconosciuto ed efficace e in grado di raccogliere una diffusa solidarietà popolare.

Gen Z in rivolta, ma non solo

C’è un secondo elemento che non sfugge a nessuno: la composizione giovanile delle piazze. Attenzione a isolarlo o a metterlo davanti a quello di classe, perché i due sono tutt’uno. Ed è questa la forza collettiva che abbiamo visto in azione. I giovani che protestano pretendono la parola – e se la prendono, per fortuna! – a partire dalla loro concreta esperienza del mondo. A partire dal non poter studiare, non poter avere una propria casa, non poter progettare un futuro, non potersi curare, se non sei milionario. La portata simbolica, la rabbia per chi ti toglie i sogni e una dimensione collettiva cammina insieme a quella per chi ti toglie il pane.

Abbiamo bisogno di tagliare i ponti con il paternalismo che infesta l’opinione pubblica italiana: che esso si presenti nelle vesti idiote di chi condanna i giovani “perché non hanno voglia di fare nulla” o che invece si manifesti con l’idealizzazione bohemienne dei giovani romantici che si sa, sono focosi, poi gli passa, “ho fatto il ’68 pure io ai miei tempi”. Di entrambi non sappiamo che farcene, entrambi neutralizzano il contenuto materiale e il potenziale dirompente di un soggetto in lotta.

Il rifiuto della guerra, internazionalisti per forza

Il terzo dato è meno evidente a una lettura superficiale, ma è forse il più avanzato politicamente. Quello che accade nelle ultime settimane ha una dimensione internazionalista che non attiene solo alla simultaneità delle mobilitazioni in molti paesi d’Europa – che pure è un dato significativo. È l’economia di guerra – della guerra mondiale a pezzi in cui viviamo – ad avere costruito ovunque le stesse condizioni di impoverimento, militarizzazione delle società, la restrizione degli spazi di espressione del dissenso. Ecco allora che il rifiuto della guerra lega le piazze e rompe i confini, rendendoci internazionalisti per forza, nei fatti. Non esiste un presidio, una manifestazione, un reel, prodotto negli ultimi 10 giorni, che non abbia riportato il rifiuto della guerra.

Sembra incredibile se pensiamo al livello di svolta nel discorso pubblico italiano a cui assistiamo da decenni e, con una virulenza particolare, dall’invasione russa dell’Ucraina. Senza l’enorme attenzione sociale prodottasi intorno al genocidio del popolo palestinese tutto questo non sarebbe stato immaginabile. Senza il lavoro delle realtà che da sempre denunciano le complicità nell’economia del genocidio e la connivenza con la logistica delle armi, oggi parleremmo di altro. Tutto si tiene, e tutto ritorna, anche se non sempre siamo in grado di prevedere quando e come accadrà. Ma che sollievo sapere che mentre chi ci governa fomenta un’assurda guerra tra poveri e ci spinge a vedere il nemico in chi nasce o cresce in un paese più povero, un pezzo di società si muove e punta il dito contro chi sta in alto rigettando la guerra, il punto più alto dei piani padronali. 

Nel dubbio mena. Il dispositivo repressivo in azione

Lo dicevamo all’inizio, le forze repressive e gli apparati di Stato hanno fatto il possibile per disarticolare la partecipazione a monte, prima che si dessero le piazze di ieri. 

L’operazione di demonizzazione dei manifestanti costruita a partire dalla sacralità delle vie dello shopping non è riuscita. Non frega davvero nulla a nessuno delle giacche di Gucci.

Non solo: la caccia al “maranza” è stata surclassata, involontariamente ma efficacemente, dai blocchi iniziati nelle ore seguenti dagli autotrasportatori che hanno paralizzato mezza Italia. La solidarietà di tantissime persone comuni nei confronti del “blocco”, si è trasformata in solidarietà per le proteste tout court. Fallito il tentativo di criminalizzare una parte delle piazze il governo ha tentato su altri due binari paralleli: l’uso muscolare della forza, manganellate, idranti (addirittura idranti che colpiscono ambulanze), identificazioni di massa e fermi preventivi da un lato; l’utilizzo strumentale della presenza di gruppi neofascisti – alcuni dichiaratamente legati al partito di maggioranza FdI – per seminare confusione, provocazioni, caos. È accaduto a Brescia, a Roma, a Milano.

È in questa scia che rientra l’operazione, poliziesca e mediatica, al cui centro c’è Yousef Siher. Un’operazione che non abbiamo difficoltà a definire come scandalosa, i cui contorni mediatici sono grotteschi e pregni del più becero razzismo e degli argomenti reazionari ripetuti a loop contro le piazze solidali con il popolo palestinese. Grazie alla nuove fattispecie di reato introdotte dai decreti sicurezza, il fermo di una persona, prima ancora di venire confermato come fermo, diventa occasione per sbattere il mostro in prima pagina. Generalità, titolo di studio, datori di lavoro, addirittura notizie sui parenti, vengono sbattute su tutte le prime pagine nazionali. Non c’è presunzione di innocenza e non c’è privacy, evidentemente, quando si tratta del perfetto “mostro” da costruire. Sai mai che funzioni come surrogato delle vetrine..

Pendant que la marée monte…verso lo sciopero generale

È dentro questo quadro che ci prepariamo allo sciopero generale del 30 ottobre.

Le mobilitazioni degli ultimi due sabati hanno creato un problema al governo e pure all’opposizione parlamentare. Giorgia Meloni tenta la carta dei teppisti ma non riesce ad attaccare frontalmente le piazze, perché percepisce un malcontento diffuso, a partire dal suo stesso elettorato (come dimostrano le mobilitazioni degli autotrasportatori in buona parte, a loro detta, votanti del partito di governo).

Allo stesso modo la sgangherata banda del campo largo non è in grado al momento – un momento che dura anni – né di solidarizzare con le piazze né di disconoscerle pienamente. Troppo radicali le rivendicazioni e troppo imprevedibili gli esiti. E così gli impavidi Schlein, Conte, Fratoianni non possono né scendere né salire.

E noi? Cosa facciamo?

Tanta gente scesa in piazza è completamente fuori dai radar dei circuiti classici delle organizzazioni, anche di quelle della sinistra radicale. Non è un’astrazione, non è “il popolo” indistinto: sono persone che non hanno mai partecipato a un presidio, che non riconoscono i linguaggi e le ritualità della sinistra organizzata. Non è detto che sia un male. Né tantomeno è automatico che questa spontaneità si traduca immediatamente in un rifiuto di qualsiasi forma organizzativa. L’apertura – o meno – alla possibilità di costruire forme di coordinamento e precipitati in termini di coscienza e organizzazione dipenderà esattamente dal tipo di relazione che le forme organizzative saranno in grado di instaurare. Non si tratta di “reclutare”, si tratta di costruire un terreno comune in cui quella gente possa riconoscere un proprio interesse e una propria forza. Questo è l’unico argine, oltrettutto, che possa opporre resistenza al riassorbimento puramente elettorale che tenteranno le forze di opposizione parlamentare in primis.

Il 30 ottobre è un’occasione preziosa se sarà in grado di saldare i giovani manifestanti che abbiamo visto in strada con il mondo dei lavoratori, se sarà in grado di generalizzare ulteriormente la lotta e costruire un blocco sociale che non è ancora dato, ma che le condizioni oggettive rendono possibile, se sarà il punto di partenza per una piattaforma rivendicativa comune, che metta nero su bianco le necessità vitali della nostra gente, con la stessa semplicità con cui si diffondono nelle piazze, e che possa essere poi un detonatore per percorsi di aggregazione e mobilitazione tra i quartieri, nelle periferie, nelle diverse articolazioni che compongono la vita di ognuno.

Lavoriamo perché la mobilitazione cresca, e perché si rafforzi e si strutturi – nelle forme e con le parole d’ordine che sarà in grado di generare concretamente – preoccupandosi di sedimentare qualcosa dentro la società e dentro la classe. E perché non evapori, perché non si spaventi. Il 30 ottobre tutti in piazza, ancora!

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