Tra il 17 e il 23 marzo 2026 a L’Avana sono confluiti diversi convogli provenienti dall’America Latina, Europa e Stati Uniti per rompere, almeno simbolicamente, il bloqueo statunitense a cui l’isola caraibica è sottoposta da ormai oltre 60 anni. 20 tonnellate di materiali tra medicinali, pannelli fotovoltaici e generi alimentari sono stati portati via aerea e via mare a Cuba. Si tratta sicuramente di una goccia nell’oceano rispetto al reale bisogno del popolo cubano di fronte al soffocamento imperialista che sta subendo. Ma come per la Flotilla per Gaza, anche in questo caso al centro della missione non c’erano gli aiuti umanitari di per sé, bensì l’aspetto politico che è emerso in questi giorni: la Rivoluzione cubana ha fatto della solidarietà internazionale uno dei suoi principi cardine più saldi, ora tocca a noi adempiere al dovere internazionalista nei confronti di Cuba.
Di ritorno da otto giorni di attività di solidarietà e incontri politici a L’Avana, questo testo vuole restituire una riflessione sullo stato in cui versa Cuba in questa fase di inasprimento dell’aggressione imperialista. Per far ciò, proponiamo una griglia di lettura che si orienta all’analisi del cubano Roberto Regalado (qui, qui e qui) sui tre elementi costitutivi della recente storia della Rivoluzione cubana: il bloqueo come strumento politico-economico volto ad asfissiare il socialismo cubano, le contraddizioni politiche e sociali interne al Paese e la mancanza di uno spazio politico radicalmente alternativo a quello dominato dagli Stati Uniti.
L’imperialismo soffoca il popolo cubano
Gli ultimi attacchi contro Cuba si iscrivono in una più generale offensiva imperialista degli Stati Uniti sotto il governo Trump 2.0. Dopo il cosiddetto “piano di pace” per Gaza firmato tra la Resistenza palestinese e lo Stato di Israele nell’ottobre del 2025, il presidente statunitense ha deciso di “farla finita” con le rivoluzioni antimperialiste della seconda metà del XX secolo ancora in vita: il sequestro del presidente del Venezuela Nicolás Maduro e della prima combattente Cilia Flores il 3 gennaio 2026, l’uccisione della Guida Suprema del regime iraniano Ali Khamenei il 28 febbraio 2026 e la continuazione dei bombardamenti conto l’Iran e il tentativo di strangolamento di Cuba attraverso un inasprimento della guerra economica – gli interventi nei tre Paesi fanno parte di un unico piano volto a rinsaldare il dominio statunitense sul mondo.
Se il Venezuela e l’Iran vengono presi di mira con delle operazioni militari allo stesso tempo sofisticate e precise – il sequestro e l’uccisione dei due leader ne sono una prova – gli interventi contro Cuba fanno parte di una modalità più logorante a lungo termine. Eppure Cuba è riuscita a sviluppare un sistema d’istruzione che in pochi anni ha sradicato l’analfabetismo e un sistema sanitario che in pochi decenni ha permesso di raggiungere indicatori sanitari migliori di tanti paesi del Primo mondo, malgrado il sottosviluppo industriale e le misure economiche coercitive unilaterali imposte dal bloqueo statunitense sin dal 1962.
L’ultimo inasprimento della guerra contro Cuba è iniziato il 4 dicembre 2025 quando la marina militare statunitense ha bloccato una petroliera venezuelana destinata a Cuba, indebolendo così il sistema energetico fortemente dipendente dal combustibile importato in primis da Venezuela e Messico. Poi, il 29 gennaio 2026 il presidente Trump ha emesso un ordine esecutivo definendo Cuba una “minaccia insolita e straordinaria” (nel lessico giurisprudenziale statunitense una “unusual and extraordinary threat” è la formula necessaria per dichiarare un’emergenza nazionale secondo l’International Emergency Economic Powers Act) per gli Stati Uniti, lo stesso tipo di ordine esecutivo che nel 2015 l’allora presidente democratico Obama aveva emesso contro il Venezuela. Questo ordine esecutivo impone sanzioni unilaterali ai paesi che inviano combustibile a Cuba, prendendo di mira soprattutto il Messico che dopo il sequestro del presidente del Venezuela Maduro era diventato il primo fornitore di petrolio dell’isola caraibica.
La mancanza di combustibile sta mettendo in ginocchio il Paese. Ne sono colpiti soprattutto i servizi di base come la raccolta e lo smaltimento dei rifiuti, la conservazione e distribuzione di alimenti, l’approvvigionamento di acqua potabile, i trasporti e il sistema sanitario e scolastico. Spesso, le problematiche si intrecciano e si potenziano. Per esempio, la mancanza di benzina per gli autobus pubblici impedisce che le persone possano raggiungere i loro posti di lavoro, la scuola o l’università; le scuole spesso chiudono alle ore 12 per mancanza di cibo per gli studenti (sì, nelle scuole cubane tutte e tutti hanno diritto a un pasto gratuito). Questo ha costretto il governo a introdurre la didattica a distanza, ma anche i lavoratori sanitari a riorganizzare i turni di lavoro (per esempio turni più lunghi o su più giorni per avere più giorni di riposo di seguito). Si tratta di una “resistenza creativa” che Cuba aveva già messo in pratica negli anni 2020/2021 durante la pandemia quando nel bel mezzo di una crisi sanitaria mondiale e malgrado la continuazione del bloqueo, l’isola aveva sviluppato cinque prototipi di vaccino contro il Covid-19 di cui tre sono poi stati realizzati, cosa che ha permesso di vaccinare il 99% della popolazione cubana con un farmaco d’eccellenza autoprodotto e limitare radicalmente i decessi.
Ma l’idea della “resistenza creativa” – cioè resistere agli attacchi dell’impero e, allo stesso tempo, avanzare nel progetto socialista – oggi viene fortemente ostacolata dal soffocamento imperialista. A causa della carenza di combustibile che alimenta il sistema elettrico cubano, gli ospedali e gli ambulatori hanno dovuto ridurre drasticamente il proprio funzionamento. Nessuna struttura sanitaria è stata chiusa, ma mentre prima gli ospedali non conoscevano le liste d’attesa, oggi quasi 100.000 persone, di cui 11.000 bambini, attendono un intervento chirurgico. L’impatto del bloqueo sui medici cubani è orribile, questi vengono costretti a lavorare in delle condizioni in cui devono decidere della vita e la morte delle persone: somministrare un farmaco alla persona più giovane con tutta una vita davanti oppure alla persona più vecchia che ne ha più bisogno ma con minori possibilità di farcela? Queste sono i dilemmi in cui i medici cubani si devono muovere oggi.
L’obiettivo numero uno degli Stati Uniti è logorare il popolo cubano. E questo logoramento viene alimentato da una guerra psicologica. Proprio in questi ultimi giorni, il governo statunitense ha dato concessioni per la vendita di petrolio ai privati, ma continua a bloccare la vendita al governo cubano. Il caso dei trasporti dimostra le ricadute perverse di questa misura: mentre i pullman pubblici e a bassissimo costo (altra conquista del socialismo cubano) rimangono fermi, i trasporti privati hanno ripreso a circolare. Questi però chiedono tariffe oltre le possibilità economiche di un lavoratore cubano medio, cosa che impatta doppiamente sui cubani: 1. chi riesce ad accedere al combustibile riesce ad arricchirsi grazie al servizio che offre, cosa che, di conseguenza, fa aumentare le disuguaglianze interne a Cuba, sia a livello economico, che a livello di accessibilità al trasporto; 2. mentre il trasporto pubblico rimane fermo, quello privato circola. Così, agli occhi dei cubani, le responsabilità per il disagio è del governo socialista e non del bloqueo.
Le contraddizioni interne a Cuba
Le contraddizioni interne a Cuba esistono e non vanno velate. Iniziando dalla struttura industriale dell’isola. Oltre al settore sanitario e farmaceutico d’eccellenza a livello internazionale che subisce il bloqueo statunitense (immaginate se Cuba potesse produrre e vendere senza limitazioni i propri prodotti sanitari sul mercato mondiale!), soprattutto a partire dal 2015, durante il secondo mandato di Obama che aveva dato segni di apertura nei confronti di Cuba, il governo aveva puntato sull’industria turistica come motore economico, trascurando però gli altri settori cruciali per ridurre la dipendenza e la propria fragilità dagli shock esterni (in primis quelli dell’energia alternativa e della produzione alimentare e industriale).
Ma nel 2017, con l’elezione del primo governo Trump, gli investimenti nel turismo si sono sciolti come neve al sole. Trump ha inasprito la guerra economica contro l’isola con delle misure che hanno limitato i viaggi individuali e vietato transazioni commerciali con aziende statali. La pandemia, l’inserimento di Cuba nella lista degli Stati “sponsor di terrorismo”, l’inazione di Biden durante il quadriennio della presidenza democratica e la rielezione di Trump nel 2025 hanno dato un duro colpo al turismo cubano: se nel 2018 aveva raggiunto cifre record di 4,6 milioni di turisti, nel 2025 queste sono crollate a meno di 2 milioni di visitatori.
Di fronte alle grandi difficoltà imposte dalle politiche statunitensi contro Cuba, il governo ha avviato diverse riforme economiche. Già nel 2011 c’era stata una parziale liberalizzazione dell’economia socialista. Poi nel 2018 una riforma costituzionale ha riconosciuto la proprietà privata, il libero mercato e gli investimenti esteri soprattutto per il settore turistico. Gli elementi capitalistici nell’economia socialista vengono quindi introdotti come risposta a una crisi, ma non senza contraddizioni. Primo perché inducono una lenta sostituzione della proprietà pubblica e cooperativa. Nel 2025 per esempio, per la prima volta il commercio privato per valore delle vendite al dettaglio ha eguagliato quello statale.
Secondo perché provocano un cambiamento culturale dentro al popolo cubano: se le forme capitalistiche sono una risposta alla crisi, l’economia socialista ne è la causa? La gestione politica di queste riforme è quindi fondamentale, perché – spiegato con una metafora spesso sentita nella capitale cubana – quando si apre la finestra di casa, non entra solo l’aria fresca, ma anche lo sporco. O, come diceva il Che in Il Socialismo e l’uomo a Cuba nel 1965: “La merce è la cellula economica della società capitalistica; finché esisterà, i suoi effetti si ripercuoteranno sull’organizzazione della produzione e conseguentemente sulla coscienza”.
Ed effettivamente, l’isola cubana non è immune dagli sviluppi politici e sociali che investono il resto del mondo. Sarebbe quindi un errore analizzare Cuba al di fuori delle generali tendenze all’individualizzazione, de-politicizzazione e passivizzazione. L’egemonia culturale neoliberista penetra, almeno in parte, anche Cuba, soprattutto dopo la liberalizzazione dell’accesso ad internet nel 2018, che ha portato all’aumento degli utilizzatori da 600.000 a 6.000.000 di persone praticamente da un giorno all’altro. Questo impatta sulla partecipazione popolare nella politica quotidiana che non si può limitare alle mobilitazioni popolari, ma che implica necessariamente, soprattutto in momenti di difficoltà, un’attivazione all’interno delle organizzazioni del potere popolare che oggi, soprattutto nei centri urbani del Paese, sembrano essere cadute nell’inerzia. Una loro riattivazione è il miglior modo per rispondere ai bisogni immediati del popolo cubano e annullare la potenziale creazione di spazi di attacco contro la Rivoluzione.
La solitudine di Cuba
Il terzo elemento da prendere in considerazione per capire la situazione cubana è quella internazionale. Chi viene in aiuto a Cuba di fronte a tale aggressività degli Stati Uniti contro un’isola che conta appena 10 milioni di abitanti? Cuba – come in precedenza la Palestina, il Venezuela e l’Iran – pone la questione dell’ipotetico emergere di un mondo multipolare e soprattutto della reale possibilità di un nuovo mondo, perché il suo capitale simbolico e politico eccede quello di ogni altro Paese.
Il punto è che oggi manca materialmente uno spazio di concertazione alternativo a quello imposto dal dominio statunitense. La Russia e la Cina, gli unici due Paesi che avrebbero la possibilità materiale per aiutare Cuba, si limitano ad aiuti simbolici. L’invio di pannelli fotovoltaici da parte della Cina ha permesso di incrementare in modo consistente l’utilizzo dell’energia solare sull’isola, ma questi aiuti sono insufficienti di fronte ai continui blackout del sistema elettroenergetico nazionale. La Russia ha ripetutamente affermato la propria solidarietà con gli “amici cubani”, oltre all’invio di due petroliere poi intercettate dagli Stati Uniti, però, nessuna misura concreta è stata adottata finora.
Come osserva Iramís Rosique di La Tizza, la Russia e la Cina sarebbero gli unici due Paesi capaci di affrontare le minacce di Trump: la Russia è già soggetta a pesanti sanzioni da parte degli USA mentre la Cina, come ha già dimostrato, dispone di un margine per rispondere a nuovi dazi. Il punto è che le politiche estere di Cina e Russia sono maledettamente pragmatiche e si orientano ai propri vantaggi politici ed economici piuttosto che all’adempimento di un “dovere internazionalista elementare”.
E neanche la congiuntura politica latinoamericana è favorevole a Cuba. Se dopo il periodo especial degli anni Novanta la vittoria di Chávez in Venezuela e di altri governi progressisti in Brasile, Ecuador, Argentina e Paraguay avevano permesso la creazione di numerose istituzioni che si opponevano alle politiche neoliberiste imposte dagli Stati Uniti nel continente e una maggiore integrazione politico-economica a livello regionale, con le recenti vittorie elettorali dell’ultradestra sostenuta da Trump in numerosi Paesi del continente, il sequestro di Maduro e la timidezza del progressismo latinoamericano si è di nuovo accentuato l’isolamento commerciale, politico e diplomatico di Cuba. Fa eccezione il Messico di Claudia Sheinbaum che continua a mandare aiuti umanitari e ha offerto di fungere da mediatrice tra L’Avana e Washington, ma che ha comunque interrotto l’invio di petrolio dopo l’ordine esecutivo statunitense del 29 gennaio, piegandosi così al diktat di Trump.
Infine, va menzionata l’ipocrisia dei governi dell’Unione europea che spesso votano per la cessazione del bloqueo contro Cuba nell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, ma poi materialmente non fanno nulla per aiutare l’isola, avvalendosi perfino della solidarietà internazionale cubana. Questo è per esempio il caso dell’Italia che aveva ricevuto il supporto dei medici cubani durante la pandemia; ancora oggi 400 medici cubani lavorano nel sistema sanitario della Regione Calabria, medici definiti “indispensabili” dal presidente della Regione. Nel 2021, l’attuale ministro della Difesa Guido Crosetto aveva dichiarato che “le sanzioni a Cuba non hanno alcun senso”. Oggi il governo italiano invece si contraddistingue per la subordinazione totale alle politiche degli Stati Uniti.
Il Convoy Nuestra América ha svelato anche questo: la stragrande maggioranza dei governi hanno, di fatto, abbandonato Cuba. La solidarietà è un lusso che non si vogliono concedere, rischiando però che quando toccherà a loro, si ritroveranno in una situazione di massacrante solitudine. Invece di unirsi per rompere il circolo vizioso dell’imperialismo, i governi, sottomettendosi alle regole di gioco degli Stati Uniti, imboccano la via individuale del “si salvi chi può”.
Ma né il dominio apparentemente assoluto dell’imperialismo ci deve spaventare – durante il suo declino ogni impero, nel tentativo di salvarsi, libera le sue forze più oscure e violente – né le contraddizioni interne al processo rivoluzionario ci devono disilludere – le rivoluzioni non sono mai state “pure”, perfette o lineari, ma evolvono a zig-zag e sono fatte da esseri umani che di per sé sono fallibili. Come scrive Josué Veloz Serrade dell’Istituto Juan Marinello: “Cuba non è solo Cuba: è la prova vivente che è possibile resistere per decenni all’assedio della potenza più grande del mondo e mantenere in piedi un sistema sanitario universale, un’istruzione gratuita, una propria cultura e una dignità a cui non si può rinunciare”. Oggi, difendere Cuba significa quindi difendere l’idea stessa che un’alternativa al capitalismo è ancora possibile.



