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Riproporre Fidel è la sfida del nostro tempo

Claudio Katz

A pochi mesi dal centenario della nascita di Fidel Castro (13 agosto), traduciamo un testo di Claudio Katz sull’eredità di Fidel Castro. Katz è un compagno argentino, economista, ricercatore del CONICET, un organismo dedicato alla promozione della scienza e della tecnologia in Argentina, e docente presso l’Università di Buenos Aires. Il testo in lingua originale è stato pubblicato sul suo blog.

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Fidel Castro è stato la figura politica più importante dell’America Latina di tutto il XX secolo. Per questo motivo, la commemorazione del centenario della sua nascita suscita tante riflessioni e omaggi.

Il leader cubano sfidò l’imperialismo statunitense da una piccola isola e guidò la prima rivoluzione socialista vittoriosa del continente. Questo risultato lo trasformò nel principale punto di riferimento delle organizzazioni di sinistra e nella personalità più rilevante di un’intera epoca.

Il debutto rivoluzionario

Con la propria azione, Fidel sintetizzò le tendenze della lotta anti-imperialista e di un futuro post-capitalista. Dall’assalto alla caserma Moncada (26 luglio 1953) fino all’ingresso trionfale all’Avana (8 gennaio 1959), guidò la battaglia vittoriosa contro la dittatura di Batista. Forgiò una forza guerrigliera in continuità con le tradizioni di lotta a Cuba.

Non assunse fin da subito posizioni esplicitamente socialiste. Guidò un movimento di liberazione nazionale che combinava elementi marxisti e un anti-imperialismo radicale. Si definì leninista e comunista utopico, ma agì nelle organizzazioni del nazionalismo rivoluzionario ispirate all’eredità di José Martí (1853-1895).

Fidel concretizzò questa fusione nella sua militanza all’interno del Partito Ortodosso, nella costruzione del Movimento 26 Luglio e nella convergenza con il Partito Comunista. Con queste azioni rafforzò la dinamica emancipatoria in America Latina. In una regione tanto condizionata dal dominio statunitense, riaffermò che lo sviluppo dei processi di liberazione doveva necessariamente passare attraverso una convergenza dell’anti-imperialismo con il socialismo.

Dimostrò fin dall’inizio un’enorme perspicacia, autonomia e intelligenza politica. Aderì all’ideologia socialista, senza accettare i dettami del Cremlino. Aveva capito che tale subordinazione poteva produrre grandi errori, e ne era una prova la partecipazione del vecchio Partito comunista cubano ai governi antipopolari.

Non approvava nemmeno le letture dogmatiche sul soggetto rivoluzionario che attribuivano ai lavoratori salariati dei centri urbani il ruolo esclusivo e protagonista della trasformazione sociale. Promosse una strategia combinata di rivolte nelle città e operazioni di guerriglia nelle campagne, andando così oltre ogni manuale dottrinario.

Fidel maturò la sua strategia attraverso esperienze internazionaliste. Si ispirò alla grande rivolta in Colombia, studiò le condizioni avverse incontrate in Guatemala e assimilò quanto accaduto in Messico. Sulla base dello studio di Martí e Simón Bolívar (1783-1830), concepì la Rivoluzione cubana solo come un episodio di un più ampio processo di emancipazione dell’America Latina. Adattò questa concezione alle diverse congiunture che ha dovuto affrontare nel corso della sua vita.

Maturazione dopo la presa del potere

All’inizio degli anni ’60, Fidel mise in pratica il processo di radicalizzazione socialista che aveva precedentemente concepito come risposta alle aggressioni imperiali. Non esitò a seguire questo percorso affrontando pressioni di ogni tipo. Gli chiedevano l’amnistia per i criminali della dittatura e lui impose la giustizia; gli contestavano l’abbandono del programma di trasformazione sociale e lui portò a termine la riforma agraria; lo ricattavano con la chiusura delle aziende e lui dispose le espropriazioni.

Fu capace di rispettare le promesse fatte perché rifiutava la gestione convenzionale del governo. Si impadronì del potere effettivo dello Stato e, a partire da quel controllo, determinò il ritmo dei cambiamenti. Dimostrò nei fatti come si porta avanti una trasformazione rivoluzionaria.

Fidel interpretò quanto accaduto a Cuba come l’inizio di un’ondata di radicale trasformazione a livello regionale e guidò buona parte di quella marea. Non solo decise di mettere tutte le risorse materiali e umane del suo Paese al servizio della rivoluzione continentale, ma agì anche da guida e riferimento della sinistra. Introdusse una cultura del dibattito, del suggerimento e della proposta, molto diversa dal tradizionale verticalismo che regnava nel movimento comunista internazionale. La ricerca dell’unità e il superamento del settarismo stavano al centro delle sue azioni che allo stesso tempo rompevano con le politiche di conciliazione con la borghesia.

Promosse con grande audacia le attività di guerriglia, ma era profondamente consapevole dei problemi legati a quest’ultima. Sostenne l’opportunità di tale prassi e vide nella vittoria dei sandinisti (Nicaragua, 17 luglio 1979) la conferma dei suoi vantaggi. Ma era anche cauto nell’applicazione indiscriminata del metodo della guerriglia.

Considerava il Che la figura più importante dell’America Latina, ma criticava i tempi e i modi della sua azione politica. Aveva espresso la stessa cautela in altri casi, ma senza intromettersi nelle decisioni delle diverse correnti di sinistra. Fidel predicava con l’esempio della solidarietà, senza assumere comportamenti da profeta. Non si è mai considerato una guida infallibile per le altre forze politiche.

Una prova della sua disinteressata collaborazione rivoluzionaria fu la partecipazione militare cubana alle guerre in Angola (1961-1975) e Mozambico (1964-1974) e agli scontri in Congo (1960-1965) e Namibia (1966-1990). Furono interventi decisivi per sconfiggere l’apartheid sudafricano che illustrano il suo enorme impegno verso l’internazionalismo.

Fidel concepiva l’azione rivoluzionaria a partire da un blocco geopolitico e mondiale progressista. Colse la necessità di partecipare al cosiddetto blocco socialista, non solo per resistere all’assalto del gigante statunitense contro una piccola isola dei Caraibi. Capì che quell’ambito era indispensabile per rafforzare il sostegno economico e militare di un progetto internazionale di trasformazione.

Sapeva che i vertici dell’URSS erano ostili all’azione rivoluzionaria e perciò si scontrò spesso, a partire dalla crisi dei missili (1962), con il Cremlino. Agiva sempre con realismo, per stringere alleanze contro il principale nemico. Cercò in questo modo di spianare la strada alle vittorie del socialismo.

Le nuove sfide

Con l’implosione dell’URSS cambiò la sua visione e le sue priorità. Dovette affrontare la durissima prova del “periodo speciale” dando un esempio di risposta a uno scenario catastrofico. Dimostrò l’importanza dell’eroismo per affrontare una tale avversità.

Quando il totale isolamento di Cuba fu superato, con il nuovo scenario del ciclo progressista (a partire dal 2004) Fidel riacquistò centralità. Sulla scia delle ribellioni e dei nuovi governi, L’Avana si trasformò nell’epicentro delle conferenze della sinistra latinoamericana, con il Comandante che discuteva percorsi di radicalizzazione molto diversi rispetto alla fase precedente.

In quegli anni, sottolineò che la rivoluzione non era all’ordine del giorno, ma che riconosceva una sua riemersione. Attribuì questa possibilità all’oppressione, alla depredazione e alle catastrofe generati dal “capitalismo dipendente”. Individuò l’epicentro di qualsiasi cambiamento significativo nelle rivolte popolari e valorizzò le rivolte contro i vari governi neoliberisti.

Inoltre diede importanza all’influenza di nuovi soggetti sociali come il movimento indigeno, ma lo fece con la sua consueta cautela ed evitando ogni tipo di generalizzazione. Mantenne la stessa prudenza che aveva mostrato in precedenza nel riferirsi al proletariato industriale.

Seguendo le sue abitudini, tradusse immediatamente le sue opinioni in iniziative politiche, instaurando uno stretto rapporto con Lula, Kirchner, Evo e Chávez. Ricreò lo stesso stile di dialogo personale diretto che aveva in precedenza mantenuto con Salvador Allende. Fece valere la sua influenza per contrastare la pressione esercitata dalle forze socialdemocratiche, determinate a dare continuità alla ristrutturazione neoliberista.

I suoi sforzi contribuirono alla sconfitta del trattato di Libero Commercio delle Americhe (ALCA) e alimentarono le iniziative che hanno portato alle Conferenze contro il debito estero e alla nascita dell’Alleanza Bolivariana per le Americhe (ALBA). Fidel sostenne la costruzione del blocco latinoamericano, che in seguito divenne soggetto di innumerevoli dibattiti controversi.

In quel periodo, l’internazionalismo dei medici cubani assunse un peso maggiore rispetto alle azioni militari solidali. Trasformò, inoltre, la battaglia delle idee in uno degli aspetti fondamentali dello scontro con la destra. Approfondì le sue critiche al capitalismo ed evidenziò il carattere intrinsecamente distruttivo di questo sistema. Riformulò persino la sua visione del socialismo, con suggerimenti più aperti sulle caratteristiche di una futura società egualitaria.

Le conversazioni che ebbe con Chávez sintetizzarono quella maturità, perché Fidel trovò nel leader venezuelano il suo miglior discepolo. Agì come punto di riferimento dell’esperienza bolivariana e suggerì al suo omologo caraibico di non sacrificarsi di fronte al tentato colpo di Stato del 2002. Lo spinse a scommettere su una leadership che emerse con insolita rapidità. Nel loro fruttuoso scambio, i due leader raggiunsero una sintonia totale. Chávez maturò come socialista rivoluzionario temprato in ambito militare, condividendo la strategia castrista di radicalizzazione dei processi di trasformazione.

Tale convergenza fu oggettivamente rafforzata dalla brutale pressione che i due paesi subirono dall’imperialismo statunitense. Sia a Cuba che in Venezuela, la CIA orchestrò attentati, provocazioni e cospirazioni. Attualmente a capo di queste operazioni c’è Marc Rubio, un pupillo della mafia di Miami. Da lì si alimenta la campagna di menzogne che da decenni diffonde la stampa imperialista.

I burattini dell’intervento militare statunitense si autodefiniscono democratici, mentre i difensori della sovranità nazionale si beccano l’etichetta di dittatori. Contro questo mondo sottosopra, la voce di Chávez echeggiava con la stessa forza di quella del suo maestro.

Un rinnovato impegno

La durevole eredità della condotta politica di Fidel è sotto gli occhi di tutti, e oggi si manifesta nella reazione del popolo cubano di fronte all’assedio imperialista. Mentre Trump proclama di voler “conquistare l’isola per farne ciò che vuole”, la preparazione della resistenza sull’isola si rafforza giorno dopo giorno. I due slogan delle manifestazioni di massa parlano da soli: “fino alla vittoria sempre” e “che nessuno si aspetti la resa”.

Trump è deciso a compiere provocazioni di grande portata. La sua flotta circonda l’isola e sta sondando la possibilità di far sbarcare alcuni mercenari; alcuni di loro sono già stati intercettati e abbattuti. L’annuncio di Silvio Rodríguez (musicista cubano) di voler impugnare le armi per difendere il suo Paese, ravviva la tradizione eroica forgiata da Fidel. La battaglia attuale è dura quanto quella condotta dal Comandante negli anni.

La mafia anti-cubana dalla Florida aizza il malcontento interno, mentre il Pentagono intensifica un’escalation di aggressioni senza precedenti. In 60 anni di bloqueo, non hanno mai osato imporre un blocco delle forniture petrolifere come fanno oggi. Con questa asfissia energetica vogliono provocare una crisi umanitaria simile a quella che sta subendo Haiti. Cercano di far estendere la mancanza di illuminazione notturna, la paralisi degli ospedali, il collasso dell’approvvigionamento idrico e la mancanza di cibo.

Ma la stessa dignità che ha caratterizzato Fidel sta riemergendo. Il governo raziona il carburante per garantire servizi e attività essenziali e cerca alternative nei parchi solari, mentre auspica la fornitura di petrolio da parte dei paesi che stanno rompendo il bloqueo.

Navi russe, turche e cinesi attraccano sull’isola, mentre il convoglio “Nuestra América” è sbarcato con aiuti umanitari. Inoltre, due navi con generi alimentari sono giunte dal Messico per dimostrare che “Cuba non è sola”. Molti leader di partiti e organizzazioni sociali si recano sull’isola per rafforzare il loro impegno nei confronti di questa causa. Gli insegnamenti di Fidel tornano di attualità.

Un’eredità permanente

Fidel si definiva un comunista utopico e sul piano economico difendeva le cooperative. Nel settore agricolo incoraggiava il modello cooperativistico, mentre in altri promuoveva la nazionalizzazione. Come il Che, era molto ostile a qualsiasi introduzione di elementi di mercato. Rifiutava il modello di autogestione della Jugoslavia e approvò l’invasione russa della Cecoslovacchia, perché giudicava preoccupanti le posizioni mercantilistiche di quell’esperienza. Ma allo stesso tempo si oppose con veemenza alle nazionalizzazioni compulsive compiute nell’URSS durante la collettivizzazione forzata.

Di fatto, evitò di applicare una sorta di Nuova Politica Economica nello stile di Lenin volta a combinare elementi di mercato con la pianificazione. La sua scommessa era tutt’altra. Sperava di inserire l’economia cubana in un blocco socialista mondiale in espansione con una partecipazione che si concentrava su attività altamente qualificate e specializzate.

Questo progetto non si concretizzò solo nell’ambito della medicina, ma anche in altri settori con importanti investimenti nell’istruzione. Fidel evitò persino di aprire l’economia cubana al libero mercato dopo il crollo dell’URSS, perché sapeva che avrebbe aperto la strada alla corruzione e alle disuguaglianze. Fu per questo che durante il “periodo speciale” concentrò la resistenza su elementi soggettivi come la volontà, la determinazione e la solidarietà.

Nella sua posizione di capo di Stato approvò l’apertura di negozi in cui si commerciava in valuta estera, lo sviluppo di società miste e quello del turismo, ma solo come azioni difensive. Diffidava dagli sviluppi economici in Cina, mantenendo queste riserve anche durante la fase di grande slancio del ciclo progressista in America Latina. E allo stesso tempo consigliava di mantenere la cautela per quel che riguardava il voler imitare ciecamente gli sviluppi economici in Venezuela.

Fidel studiava Lenin come un punto di riferimento per le grandi decisioni, e sono innumerevoli i parallelismi tra la sua figura e quella del leader bolscevico. Entrambi furono strateghi della rivoluzione socialista, con una grande capacità di ri-adattare quel progetto quando le circostanze mutavano. Nella battaglia per quell’obiettivo, Fidel ha dato contributi molto fruttuosi al pensiero di sinistra.

Promosse, prima di tutto, l’autocontrollo nella gestione del potere. Per decenni esercitò una leadership insostituibile, tenendo però sempre conto dei pericoli del guidare così a lungo il Paese. Attribuì gran parte delle sventure occorse all’Unione Sovietica alla gestione autoritaria dello Stato, cosa che ha portato a uno scollamento tra la maggioranza della popolazione sovietica e la sua guida politica. 

Interpretò il disastro della Cambogia (1975-1979) come il risultato della delirante malagestione di Pol Pot e fu particolarmente critico nei confronti del dispotismo di Stalin. Focalizzava l’attenzione sull’impossibilità di costruire una democrazia efficace con leader accecati dall’idolatria e dall’esercizio della supremazia sul resto del popolo. Con questa visione, metteva in guardia la leadership caudillista in America Latina.

Per rimarcare la sua opposizione al culto della personalità, Fidel rifiutò l’erezione di statue o l’intitolazione di strade, aeroporti e istituzioni a suo nome. Non fu un atto di umiltà, ma un messaggio per tutta la sinistra sul comportamento da tenere.

Inoltre, più volte sottolineò la centralità dell’etica rivoluzionaria. Si ispirava a Martí, rivendicava la tradizione politica di Julio Antonio Mella (1903-1929) e lodava la statura morale del Che. Adattò quei principi all’azione guerrigliera, imponendo comportamenti esemplari alle sue truppe, per garantire la protezione dei civili, impedire le torture e punire il terrore. Estese questa attitudine alla gestione politica, con tolleranza zero verso la corruzione e severe sanzioni contro chi si arricchiva individualmente.

Tale eredità è stata concettualmente raccolta dalla vena umanistica del marxismo latinoamericano in cui la capacità di incidere del soggetto detiene il primato sul condizionamento da parte della struttura. Fidel si collocava chiaramente nelle correnti storicistiche del marxismo, rifiutando sempre il fatalismo delle forze produttive come guida del pensiero e della riflessione.

Per questo motivo, attribuiva tanta importanza all’istruzione e alla diffusione della cultura. Pensava alla costruzione dell’uomo nuovo come ad una sintesi di impegno, militanza, dedizione rivoluzionaria ed elevazione dell’orizzonte culturale. Con questa convinzione affrontava la battaglia delle idee in diversi campi. Puntava sulla componente moderna della razionalità intesa come fondamento di un mondo emancipato dallo sfruttamento capitalista.

Fidel si autodefiniva un individuo ottimista, in naturale coerenza con la sua leadership rivoluzionaria. Non avrebbe mai potuto compiere tante imprese senza nutrire grandi speranze nella vittoria degli oppressi. Si è sempre posto agli antipodi dell’amarezza, del cinismo e dello scetticismo.

Ispiratore di un’intera generazione, non avrebbe mai accettato una valutazione nostalgica della sua opera. Chiederebbe di essere ricordato con lo sguardo rivolto al futuro, verso una società egualitaria che lui immaginava e che noi abbiamo l’obbligo di costruire. Riproporre Fidel è quindi la sfida del nostro tempo.

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