L’offensiva condotta dagli Stati Uniti e da Israele viene spesso analizzata in termini puramente geopolitici. Ma per comprendere lo scoppio del conflitto e gli obiettivi di Washington è fondamentale coglierne le ragioni economiche. A tal fine abbiamo tradotto un articolo di Romaric Godin pubblicato sul giornale online mediapart.fr il 3 marzo 2026.
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A prima vista, la questione è chiara. La nuova avventura militare intrapresa da Donald Trump e dal suo alleato israeliano contro l’Iran sembra il risultato di un’inesauribile sete di potere. E l’economia, da questo punto di vista, appare come una vittima di questa logica.
Lunedì 2 marzo, l’estensione del conflitto a tutta la regione, il suo possibile prolungamento nel tempo e la minaccia di blocco dello stretto di Ormuz, attraverso il quale transitano ogni giorno 149 milioni di barili di petrolio, hanno causato un’impennata del prezzo dell’oro nero. Il prezzo del barile di petrolio Brent del Mare del Nord è salito fino al 13%, prima di attestarsi su un aumento del 7%. L’instabilità geopolitica preoccupa le imprese e ha provocato una correzione sui mercati azionari.
Tutto ciò alimenta l’idea che questa guerra sia solo il prodotto del desiderio di potere del padrone della Casa Bianca e che l’economia ne sia la vittima. Più in generale, ciò che emerge da questa narrazione è l’idea di una logica ormai puramente geopolitica che dominerebbe il mondo.
La conseguenza di questa lettura è quella di mettere le questioni economiche in secondo piano rispetto ai giochi di potere. Se si volesse portare questa idea alle sue estreme conseguenze, si potrebbe quasi vedere in essa una critica all’idea stessa di capitalismo, poiché ormai la logica dell’accumulazione di capitale non avrebbe più un ruolo centrale nei conflitti mondiali. Si tratta, del resto, di una narrazione che sembra imporsi lentamente sulla scia delle mosse di forza di Donald Trump, considerate “assurde” dal punto di vista economico.
Nel caso specifico dell’Iran, l’esistenza di negoziati prima dello scoppio della guerra, durante i quali il regime di Teheran avrebbe accettato concessioni economiche, in particolare l’apertura dei suoi settori del gas e del petrolio alle major statunitensi, confermerebbe questa lettura non economica del conflitto. Ma questa visione è troppo ristretta.
La guerra come mezzo per perseguire l’accumulazione
In effetti, il momento dello scoppio di questo conflitto può essere compreso solo in un contesto economico specifico. Questo è vero dal lato iraniano: all’inizio del 2025, la Repubblica islamica ha dovuto affrontare una rivolta senza precedenti della sua popolazione, esasperata dall’impasse della sua gestione economica. Ciò ha portato a una brutale repressione che ha indebolito le basi del regime.
Lo stesso vale per gli Stati Uniti: Donald Trump non può più nascondere il suo fallimento economico. Eletto con la promessa di porre fine alla perdita di potere d’acquisto e alla deindustrializzazione del Paese, è costretto a riprendere le argomentazioni dei suoi predecessori per negare l’evidenza, ovvero l’esistenza di una crisi che colpisce le condizioni di vita dei cittadini statunitensi. La sua politica protezionistica non è stata in grado di rispondere alla deindustrializzazione del Paese, mentre l’occupazione nel settore continua a diminuire.
In realtà, il regime di Washington promuove una crescita basata sulla bolla dell’intelligenza artificiale e sull’esplosione della spesa sanitaria. Nel suo discorso sullo stato dell’Unione della scorsa settimana, Trump ha messo in scena la sua negazione di questi problemi reali. Ma, a pochi mesi dalle elezioni di metà mandato, dove una sconfitta sarebbe per lui un incubo, doveva pur trovare un diversivo. In questo caso, una “guerra giusta” è sempre la soluzione migliore per imporre l’unità nazionale dietro al leader in carica. Sarebbe tuttavia sbagliato vederla come un semplice elemento congiunturale. La crisi dell’affordability, come si dice oltreoceano per indicare la crisi del potere d’acquisto, è infatti strutturale, cioè profondamente radicata nelle contraddizioni del modello economico della prima potenza mondiale. Né l’austerità di Barack Obama, né la ripresa di Joe Biden, né tantomeno il protezionismo di Donald Trump sono riusciti a risolvere realmente questa crisi.
In questo tipo di contesto, la guerra come sbocco politico ed economico diventa una necessità costitutiva della gestione dell’economia degli Stati Uniti, un mezzo per garantire il proseguimento dell’accumulazione. Per comprenderlo, occorre tornare a ciò che oggi costituisce la forza dell’economia degli Stati Uniti, al di là dei consumi delle famiglie, ovvero i settori trainanti che consentono l’accumulazione in questo Paese.
Profondamente deindustrializzata, la prima economia mondiale si basa infatti su quattro grandi pilastri: i servizi finanziari, il settore militare, l’estrazione di idrocarburi e la tecnologia all’avanguardia. Ora, come vedremo, la guerra in Iran risponde strettamente alle esigenze di questi quattro settori.
Garantire il primato del dollaro
In primo luogo, ricorrendo alla forza e uccidendo o rapendo i capi di Stato dei regimi che ritiene ostili, Washington consolida il suo status di “prima potenza mondiale”, cosa che è diventata tutt’altro che scontata in un momento in cui la Cina non è più solo “l’officina del mondo” finanziata dai capitali statunitensi, ma una potenza autonoma che cerca di imporsi in campo militare e tecnologico.
Ora, questo status di “padrone del mondo” ha un’importanza economica cruciale per la Casa Bianca: quella di garantire il predominio del dollaro come valuta di riserva. Se gli attori di tutto il mondo hanno fiducia nel “biglietto verde”, è perché hanno fiducia nella capacità statunitense di dominare il mondo. Concretamente, ciò significa che il dollaro troverà sempre acquirenti perché è ricondotta alla potenza militare degli Stati Uniti.
Questa accettazione è fondamentale per Washington, la cui economia non potrebbe funzionare senza finanziamenti esterni, ovvero senza questa domanda di dollari, non solo perché il deficit pubblico è parte integrante di questo modello economico, ma anche perché Wall Street utilizza la domanda di dollari come materia prima.
Tuttavia, da alcuni anni, e ancor più dal ritorno al potere di Donald Trump nel 2025, alcune potenze, a cominciare dalla Cina e dalla Russia, stanno cercando di “staccarsi” dal sistema del dollaro o almeno fingono di volerlo fare.
L’affermazione di questa capacità quasi unica degli Stati Uniti di fare da “polizia” quando lo ritengono opportuno permette di riaffermare la centralità del dollaro. Mette anche in luce la debolezza dell’“alternativa”. Né la Russia né la Cina vengono in soccorso dell’Iran, avallando implicitamente l’idea di un persistere del dominio statunitense. È per questo motivo che lunedì 2 marzo il dollaro è risalito rispetto alle principali valute mondiali.
L’impiego del militarismo
Ma ovviamente non è tutto. Dietro questo intervento, come dietro tutte le dimostrazioni di forza di Donald Trump, c’è l’idea di sviluppare ulteriormente il settore militare come settore all’avanguardia dominato dagli Stati Uniti. Quando la crescita è in difficoltà, il riarmo rilancia l’economia.
Non è un caso che i regimi autoritari, e in particolare quelli fascisti, abbiano fatto crescere il settore militare. Si tratta di un settore che permette di dare l’illusione della crescita grazie alla spesa pubblica e di compensare così i settori deboli dell’economia. Nel 1913, nel suo testo L’accumulazione del capitale, Rosa Luxemburg spiegava che il “militarismo” è un “campo di accumulazione” del capitale che si sviluppa tanto più quanto più la concorrenza “sempre più accanita” rende sempre più critico il controllo delle risorse e dei mercati.
Quando la crescita mondiale rallenta, la spartizione della torta diventa sempre più difficile e induce naturalmente al ricorso al militarismo. Per due ragioni: in primo luogo perché dà l’illusione di rilanciare la crescita, in secondo luogo perché permette di rafforzare le condizioni di predazione diventate inevitabili per i capitalisti delle grandi potenze.
Un’economia basata sul petrolio e sul gas
Una delle sfide della guerra in corso è il controllo della produzione petrolifera, ma l’obiettivo è il controllo politico. Questo punto è essenziale. L’obiettivo del cambio di regime a Teheran non è l’instaurazione di una democrazia liberale: il segretario di Stato Pete Hegseth lo ha riconosciuto apertamente affermando che gli Stati Uniti “non stanno conducendo un’operazione di costruzione della democrazia”. L’obiettivo è il controllo politico del Paese da parte di Washington, secondo uno schema già applicato in Venezuela.
In altre parole, sarebbe errato pensare che Donald Trump avrebbe potuto accontentarsi delle concessioni del regime iraniano sul suo settore petrolifero. Tali concessioni avrebbero lasciato il controllo degli Stati Uniti condizionato alla buona volontà di un regime sempre più o meno ostile. Si tratta in realtà di garantire a lungo termine la produzione di oro nero, ma anche di controllare i corridoi di approvvigionamento disturbati dall’Iran islamico e dai suoi alleati, in particolare gli Houthi nello Yemen.
Nella mente dell’inquilino della Casa Bianca, potrebbe esserci anche l’idea di un indebolimento della Cina, dato che l’Iran è il primo fornitore di Pechino e Donald Trump sostiene di non vedere turbine eoliche o pannelli solari in Cina. In ogni caso, una tale visione presuppone una gestione diretta e concreta.
Dietro questa prova di forza c’è quindi un obiettivo economico cruciale per il modello economico sognato da Donald Trump, quello di un’economia nuovamente basata interamente sul petrolio e sul gas, che si appoggia su gruppi petroliferi superpotenti. Un sogno che il presidente statunitense non ha mai nascosto e che si inserisce nella più ampia costruzione di una rete di vassallaggio attorno a Washington. Gli europei, recentemente oggetto della stessa logica, sembrano improvvisamente averlo dimenticato una volta che questa si è rivolta ad altri destinatari.
Il nodo tecnologia-difesa
Esiste infatti un altro obiettivo della guerra: quello di alimentare il settore degli armamenti, attraverso almeno tre leve. La prima, classica, consiste nel giustificare la produzione militare. Uno dei punti delicati di tale produzione è che, al di là della sua capacità puntuale di sostenere la crescita, è necessario poterla rinnovare e sviluppare in modo permanente.
L’uso della forza permette così di giustificare la produzione passata di armamenti dimostrandone l’utilità, incoraggiando al contempo la produzione di più armi per soddisfare le esigenze del conflitto in corso e di quelli futuri. La crescita militare è una fuga in avanti che si risolve nel perpetuare la distruzione. In questo senso, nessun conflitto è esente da profonde ragioni economiche nel quadro capitalista.
Coloro che si illudono, ad esempio, sulla “guerra fredda” in cui sarebbe stato evitato un conflitto di grande portata, dimenticano non solo la miriade di scontri “secondari”, alcuni dei quali molto sanguinosi (Corea, Vietnam, Angola, America centrale, Mozambico, solo per citarne alcuni), ma anche l’eredità delle produzioni passate nelle guerre odierne, a cominciare da quella in Ucraina. L’esigenza di crescita fa sì che non si fabbricano armi impunemente.
Una guerra è anche una formidabile “vetrina” per le produzioni militari. Le repliche iraniane nei Paesi del Golfo non possono che spingere questi ultimi a rafforzare ulteriormente le loro spese militari. Ma lo stesso riflesso può verificarsi in altre regioni del mondo. E per rispondere alla domanda, è necessario essere presenti in questa campagna di marketing che i conflitti in corso rappresentano.
In un contesto economico europeo molto più depresso rispetto a quello statunitense, per i settori militari francese, tedesco e britannico è impossibile lasciare campo libero ai loro concorrenti d’oltreoceano e israeliani. È in questo contesto che va compresa la “buona volontà” di questi Paesi di condurre anche “azioni difensive”contro l’Iran. Ciò è tanto più cruciale in quanto le spese militari sono in forte aumento nel Vecchio Continente e, ormai, consentono ad esempio alla Germania di emergere dalla stagnazione industriale in cui versa da quasi un decennio.
Infine, la guerra attuale risponde a un’esigenza fondamentale della guerra capitalista: la sua funzione di incubatrice di tecnologia. Spesso, l’uso militare delle tecnologie non solo consente di sviluppare un vantaggio competitivo, ma anche di mettere a punto futuri usi civili. Questo nodo tecnologia-armamenti è un motore tradizionale della ripresa della crescita.
Non è quindi un caso che Washington abbia fatto uso, secondo il Wall Street Journal, dell’intelligenza artificiale per gli attacchi contro l’Iran. Un uso dei modelli linguistici Claude di Anthropic che è stato fatto nonostante il rifiuto della stessa azienda, come se l’uso militare di questa tecnologia costituisse un interesse superiore. Va inoltre notato che l’alleato degli Stati Uniti in questa guerra, Israele, è, fin dagli anni ’90, uno specialista mondiale di questo nodo tra tecnologia e difesa.
In sintesi, le motivazioni di questo conflitto e, più in generale, della rinascita dell’imperialismo statunitense rientrano in una logica economica. Si tratta della logica della fuga in avanti predatoria per tentare di sfuggire – invano – alle contraddizioni del tardo capitalismo. Non è un caso che questa logica sia quella della prima potenza economica mondiale.I rischi per la crescita mondiale sono ovviamente reali, soprattutto perché l’operazione potrebbe impantanarsi e fallire. Ma Donald Trump è convinto che il suo Paese sia protetto dalle sue riserve strategiche di petrolio e che a lungo termine ne guadagnerà più di quanto perderà. La sua logica è quella della distruzione che caratterizza il capitalismo contemporaneo.Qualsiasi tentativo di ricondurre ciò che sta accadendo a un semplice gioco di “potenze” mira, in definitiva, solo a sottovalutare questa logica.



